domenica 7 giugno 2026

Octavius: la nave fantasma che attraversò il passaggio maledetto con un equipaggio di morti

 


Ci sono leggende che sembrano nate dalla nebbia, dal freddo e dal silenzio. Storie che i marinai si raccontano a mezza voce durante le lunghe notti di guardia, quando l’oceano è nero e il vento ulula tra le sartie. Una di queste è la storia dell’Octavius, una goletta che nel 1775 sarebbe stata ritrovata alla deriva nell’Artico con l’intero equipaggio morto da tredici anni. Eppure, inspiegabilmente, la nave aveva compiuto da sola ciò che nessun esploratore era mai riuscito a fare: attraversare il mitico e temutissimo Passaggio a Nord Ovest.

Sin dall’antichità, i navigatori sognavano una via breve tra l’Atlantico e il Pacifico. Una rotta che, costeggiando il Canada, tagliasse l’America del Nord attraverso il Mar Glaciale Artico. Si chiamava Passaggio a Nord Ovest, ma i marinai lo soprannominarono presto “passaggio maledetto”. Per secoli, tentare di attraversarlo significava quasi certamente la morte. Navi intrappolate nel ghiaccio per mesi, talvolta per anni. Equipaggi decimati dallo scorbuto, dal freddo, dalla follia.

Uno dei casi più celebri è quello delle navi Terror ed Erebus, partite nel 1845 sotto il comando di Sir John Franklin e scomparse per sempre nel ghiaccio. I loro relitti sono stati ritrovati solo nel 2016. Ma quasi un secolo prima, secondo la leggenda, un’altra nave aveva tentato la stessa impresa. E, in un modo o nell’altro, era riuscita ad attraversare il passaggio. Peccato che il suo equipaggio fosse già morto da tempo.

La storia dell’Octavius inizia il 10 settembre 1761. La nave salpa da Londra sotto il comando del capitano Hendrick van der Heul, con destinazione la Cina. Dopo mesi di navigazione, arriva a destinazione, carica le merci per il viaggio di ritorno e si prepara a ripartire. Ma qualcosa va storto. Forse il capitano decide di tentare una via più breve. Forse è costretto da una tempesta a deviare. Fatto sta che l’Octavius non fa più ritorno in Inghilterra. Sparisce, inghiottito dall’oceano.

Passano quattordici anni.

Siamo l’11 ottobre 1775. La baleniera groenlandese Herald, comandata dal capitano Alex Warren, sta pescando nelle acque dell’Atlantico settentrionale. All’improvviso, la voce della vedetta squarcia l’aria: “Nave al fronte e a ovest!”

A una decina di chilometri di distanza, gli alberi di una goletta sporgono dietro un iceberg. È una scena insolita: nessuna nave avrebbe mai dovuto trovarsi in quelle acque, così vicine al Polo. La Herald si avvicina. Le vele sono logore, lo scafo danneggiato. Il ghiaccio ricopre ogni cosa, facendo brillare la nave al sole come se fosse di vetro. Nessun segno di vita. Solo silenzio. E freddo.

Il capitano Warren ordina una scialuppa. Chiede otto volontari. Nessuno si fa avanti. I marinai sono superstiziosi, e quella nave coperta di ghiaccio non promette nulla di buono. Warren sceglie da solo i suoi uomini. Si avvicinano alla goletta. Leggono il nome: Octavius. Salgono a bordo. Il ponte è deserto. Il vento sibila tra le vele ghiacciate. Il timone stride, muovendosi da solo.

Scendono sottocoperta. Il ghiaccio riveste ogni superficie. Nelle cuccette, ventotto marinai giacciono immobili, coperti da strati di coperte. Il freddo li ha conservati perfettamente, come statue di cera. La morte li ha colti mentre dormivano.

Poi entrano nella cabina del capitano. Lui è lì, seduto sulla sua sedia, davanti alla scrivania. Morto. Ha ancora una penna in mano, come se stesse scrivendo le ultime righe del diario di bordo. Accanto a lui, tre corpi: una donna sdraiata su una barella, con gli occhi spalancati; un bambino che abbraccia una bambola di pezza; un uomo congelato mentre cerca di accendere un fuoco, una pietra focaia e una barra di metallo ancora strette nelle mani.

Il capitano Warren ordina di prendere il diario di bordo. Sulla scialuppa, di ritorno verso la Herald, sfoglia le poche pagine rimaste. Tutte le altre sono strappate o andate perdute. Ma la prima e l’ultima sono ancora lì.

La prima pagina racconta la partenza da Londra: 10 settembre 1761.

L’ultima è datata 11 novembre 1762. E recita:

“Finora siamo rimasti intrappolati nel ghiaccio per 17 giorni. La nostra posizione approssimativa è 160 gradi longitudine Ovest, 75 gradi latitudine Nord. Il fuoco si è spento ieri e il maestro ha cercato di riaccenderlo, ma senza molto successo. Ha dato la pietra a uno dei marinai. Suo figlio è morto questa mattina e sua moglie dice che non sente più il freddo. Il resto di noi non può dire lo stesso.”

Warren è sbalordito. 160 gradi ovest, 75 gradi nord. Significa che l’Octavius era rimasto intrappolato nel ghiaccio a nord dell’Alaska, a centinaia di miglia da dove lo avevano trovato. L’equipaggio era morto nel novembre del 1762. Eppure la nave aveva continuato a navigare per tredici anni, trasportando i suoi marinai congelati come un carico funebre. Da sola, senza timoniere, senza vele spiegate, era riuscita a compiere ciò che nessun esploratore era mai riuscito a fare: attraversare il Passaggio a Nord Ovest.

Il problema è geografico e climatico. Il Passaggio a Nord Ovest era (ed è) un dedalo di stretti e canali coperti di ghiaccio per gran parte dell’anno. Anche oggi, con il riscaldamento globale, attraversarlo richiede navi rompighiaccio e una pianificazione meticolosa. Nel Settecento, era semplicemente impossibile.

Eppure, secondo la leggenda, l’Octavius lo attraversò da ovest a est, emergendo nell’Atlantico settentrionale vicino alla Groenlandia. Come sia stato possibile, nessuno lo sa. Forse un’estate particolarmente calda aveva sciolto i ghiacci. Forse la nave era stata trasportata dalle correnti. O forse, semplicemente, la storia è una leggenda e basta.

La leggenda dell’Octavius presenta diverse incongruenze. Innanzitutto, il Passaggio a Nord Ovest non fu attraversato con successo fino al 1906, quando Roald Amundsen ci riuscì a bordo della Gjoa. Nessun documento storico attesta l’esistenza di una goletta chiamata Octavius. E il racconto della baleniera Herald appare per la prima volta in un libro del XX secolo, senza fonti primarie.

Molti storici ritengono che la storia sia una leggenda metropolitana ottocentesca, nata dalla fascinazione per le spedizioni polari e dalle cronache delle navi ritrovate alla deriva con l’equipaggio morto (come accadde alla Mary Celeste, un caso ben documentato). Altri pensano che possa esserci un fondo di verità: forse una nave fu effettivamente avvistata alla deriva nell’Artico, e il racconto fu poi abbellito con dettagli macabri.

Che sia vera o no, la storia dell’Octavius è diventata una delle leggende più suggestive del mare. Perché parla di un mistero che nessuno può risolvere: come può una nave morta compiere ciò che i vivi non riescono a fare? E forse, proprio per questo, la leggenda continua a vivere. Perché il mare, si sa, ama custodire i suoi segreti. E ogni tanto ne restituisce qualcuno, solo per farci capire quanto siamo piccoli di fronte alla sua immensità.

L’Octavius, se esiste, è ancora là fuori. O forse è affondato da tempo. O forse non è mai esistito. Ma ogni volta che una nave scompare nel ghiaccio, i marinai sussurrano il suo nome. E sperano di non trovarsi mai, faccia a faccia, con un equipaggio che ha smesso di sentire il freddo.


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