La città portuale di Livorno, in Toscana, è in possesso di moltissime leggende che vanno dal 1600, anno della fondazione da parte dei Medici come porto franco per il commercio navale, fino ai giorni nostri. Sono leggende urbane che trovano fondamento in una città che ha fatto da sfondo a battaglie navali, combattimenti pirata e omicidi commessi dai primi abitanti del posto che erano pressoché prostitute e criminali di vario genere.
Ma questa leggenda inizia nel 1900 quando l'imponente edificio degli Spedali Riuniti, costruito nel 1929 da Giuseppe Costa, presidente dell'amministrazione ospedaliera dell'epoca Fascista, diventa uno dei luoghi più misteriosi della città.
Camminare per i corridoi di questo ospedale oggi è come fare un salto indietro nel tempo. La struttura è fatiscente e mantiene ancora oggi le caratteristiche dello stile Liberty che per quasi cento anni ha caratterizzato Livorno, dal centro al lungomare. I padiglioni dell'ospedale sono collegati gli uni agli altri tramite dei lunghissimi corridoi, spesso al buio a causa della scarsa manutenzione delle luci al neon, e sono proprio questi corridoi a essere al centro di moltissime apparizioni spiritiche.
L'apparizione più famosa è quella di una donna in camice con lunghi capelli neri che si manifesterebbe la notte nel corridoio del terzo padiglione. Non è una figura eterea e sfuocata come nei film horror americani. Chi l'ha vista la descrive come solida, quasi tangibile, tanto che all'inizio molti l'hanno scambiata per un'infermiera in servizio notturno.
Poi inizia a parlare.
La donna reciterebbe versetti del Vangelo in latino, con una voce che non sembra uscire dalla sua bocca ma riecheggiare direttamente nella testa di chi ascolta. La sua dizione è perfetta, arcaica, come uscita da un monastero medievale. Motivo per cui alcuni credono
che si tratti di una suora. Non esistono però ipotesi più approfondite sull'identità di essa. Nessuno sa chi fosse in vita, nessuno sa perché sia rimasta legata a quei corridoi.
Si racconta, però, che possa aggredire chi la incontra provocando graffi e leggere ustioni alla pelle sotto i vestiti. Come se il suo tocco lasciasse un segno invisibile, che brucia per ore, a volte per giorni. Non a caso negli anni, molti infermieri e medici hanno chiesto di
non fare più i turni di notte perché tornavano a casa impauriti e sconvolti. Alcuni si sono fatti trasferire in altri reparti. Altri hanno cambiato direttamente lavoro.
Un infermiere, di cui taceremo il nome per ovvie ragioni, raccontò a un collega di averla incontrata verso le tre di notte. Era seduta su una sedia di plastica davanti alla stanza 113, con le mani in grembo, immobile. Lui passò fingendo di non vederla. Lei alzò la testa e lo guardò. Non disse nulla. Ma per tutto il turno, l'infermiere sentì degli occhi addosso, ovunque andasse. Quando uscì all'alba, si accorse di avere tre graffi profondi sull'avambraccio destro. Sotto il camice. Sotto la manica. Dove nessuno aveva potuto toccarlo.
Un'altra leggenda racconta che di notte si possano sentire strani rumori di carrozze trainate da cavalli nei giardini dell'ospedale. Non è un rumore vago, non è il vento tra gli alberi. È il nitrito secco dei cavalli, lo scalpiccio degli zoccoli sul selciato, lo stridere delle ruote di legno che girano.
Il suono sarebbe talmente forte e nitido da far spostare di scatto le persone dalla strada per paura di essere investiti da una vera carrozza. Alcuni giurano di aver sentito il vento dello spostamento d'aria, l'odore del cuoio bagnato, il fiatone degli animali.
Nessuna apparizione visiva a quanto pare ma soltanto uditiva. E questo, in un certo senso, è ancora più inquietante: l'idea che qualcosa stia passando accanto a te, qualcosa di enorme e reale, e tu non possa vederlo. Solo sentirlo. Sentirlo così vicino da doverti scansare.
I più anziani del quartiere ricordano che negli anni Trenta, nell'area dove oggi sorgono i giardini, passava effettivamente una strada carrozzabile che portava al vecchio cimitero comunale. Le carrozze funebri percorrevano quel tragitto ogni giorno, trasportando le salme verso l'ultima dimora. Forse qualcuna di quelle carrozze non ha mai smesso di viaggiare.
Si racconta che le luci dei corridoi si accendano e si spengano da sole. I tecnici dell'ASL, chiamati a decine di sopralluoghi negli anni, hanno sempre alzato le spalle: impianto vecchio, dicono, problemi di messa a terra, dispersione di corrente. E probabilmente è così.
Ma quando sei lì, da solo, alle due di notte, e il neon davanti a te si spegne e quello dietro di te si accende in perfetta sequenza, come se qualcosa ti stesse guidando lungo il corridoio, la spiegazione tecnica non ti basta più.
Altri affermano che al buio si venga seguiti da alcune sfere di luce che danzano nell'aria. Le chiamano "orbs", come nella terminologia paranormale, ma quelli che raccontano i testimoni non sono i classici puntini luminosi delle fotografie mosse. Sono sfere grandi come palle da baseball, di colore bianco azzurrino, che fluttuano a mezz'aria e sembrano osservarti.
Alcuni dicono di essere riusciti a toccarle. E chi le ha toccate racconta tutti la stessa cosa: una sensazione di freddo improvviso, un malessere che parte dalla mano e si diffonde in tutto il corpo, come se qualcosa di vitale venisse risucchiato via. Poi la sfera si spegne e scompare. E chi l'ha toccata resta con un senso di vuoto, di stanchezza, di tristezza senza motivo che può durare ore o giorni.
Questo è l'unico nome certo che appare nelle leggende sull'Ospedale di Livorno. E forse è anche la storia più tragica.
Il 2 Giugno del 1987, un falegname di 49 anni di nome Mario Battazzi, convinto di aver contratto l'AIDS durante un rapporto occasionale, si spara una fucilata alla testa. I giornali dell'epoca raccontano che l'uomo, pur avendo avuto esito negativo al test per HIV, fosse convinto che i medici gli stessero mentendo. La sua mente, ormai in preda a una psicosi devastante, gli diceva che era malato, che stava morendo, che tutti lo ingannavano.
Così una notte prese il fucile da caccia, si chiuse in camera e fece fuoco.
La leggenda narra che la sua ossessione e il suo odio verso i medici si riversò sull'ospedale sotto forma di maledizione. Mario Battazzi, che in vita non aveva mai fatto male a nessuno, dopo morto sarebbe diventato una presenza inquieta, incapace di accettare la fine.
Esistono vari racconti di pazienti spaventati a morte da un fantasma vestito in abiti da lavoro privo di testa e grondante sangue. Lo vedono nei corridoi, nelle stanze di degenza, a volte persino nelle camere sterili. Cammina senza meta, urtando contro le pareti, lasciando chiazze scure sul pavimento. Quando incontra qualcuno, si ferma. Non può parlare, non ha più la bocca. Ma il suo corpo tremante, le mani che cercano qualcosa da afferrare, comunicano tutto il terrore di un uomo che non ha voluto credere alla verità e ora vaga in eterno, intrappolato nella sua stessa paura.
Un paziente cardiopatico, ricoverato nel 1995, raccontò agli infermieri di aver visto un uomo senza testa seduto sulla sedia accanto al suo letto. Era lì da ore, immobile. Il paziente non osava muoversi, non osava chiamare aiuto. All'alba, quando il sole è entrato dalla finestra, l'uomo senza testa si è alzato ed è uscito dalla porta senza aprirla. Il paziente ha avuto un arresto cardiaco venti minuti dopo. I medici lo hanno rianimato, ma lui ha continuato a ripetere la stessa frase fino alla dimissione: "Era lì, era lì, mi guardava".
Come potete vedere, ogni città, grande o piccola che sia, può nascondere innumerevoli leggende urbane. Livorno ha moltissime storie come questa che parlano di fantasmi e apparizioni lungo le mura della Fortezza Vecchia o di urla e strani pianti nei sotterranei del vecchio Sanatorio di Villa Corridi.
Gli Spedali Riuniti, con i loro corridoi infiniti e le loro luci che si accendono da sole, restano uno dei luoghi più infestati d'Italia. Ci hanno girato servizi televisivi, ci hanno fatto ricerche parapsicologiche, ci hanno scritto libri. Ma nessuno ha mai spiegato veramente cosa succede lì dentro dopo il tramonto.
Forse sono solo suggestioni. Forse sono i vecchi impianti elettrici e la stanchezza dei turni di notte. Forse sono i ricordi di un passato di dolore e morte che inevitabilmente impregnano le pareti di un ospedale.
O forse no. Forse c'è davvero qualcosa che non vuole andarsene.
Se avete storie e leggende che conoscete nella vostra città potete raccontarle tra i commenti. Se siete di Livorno e avete incrociato la Suora, o sentito le carrozze, o incontrato Mario Battazzi nei corridoi, fatevi avanti.