domenica 19 luglio 2026

Pantelleria e il rito di tagghiari a Dragunera

 


C'era un tempo in cui il mare non si lasciava sfidare impunemente. Per i marinai di Pantelleria, come per quelli di tutto il Canale di Sicilia, le dragunere — le trombe marine che si abbattevano improvvise sulla superficie dell'acqua — erano qualcosa di più di un fenomeno atmosferico. Erano l'opera del demonio, la coda di un drago marino che scendeva dal cielo per inghiottire le navi e i loro equipaggi .

E così, davanti a quella minaccia, i "patruni" panteschi non si limitavano a pregare. Tagliavano la coda al drago. Con un coltello di ossidiana nera, con uno scongiuro tramandato oralmente solo nella notte di Natale, e con un coraggio che i marinai di Pantelleria sembravano avere in abbondanza .

La tromba marina, che i panteschi moderni chiamano kuda d'arja (coda d'aria), veniva anticamente chiamata dragunera (o draunara) — un nome che richiama il drago delle raffigurazioni religiose, il serpente maligno che la tradizione cristiana associa al demonio . Quando la colonna d'acqua si abbassava minacciosa dal cielo, per i marinai era un attacco diretto delle forze del male.

Non era solo superstizione: per i fragili velieri dell'epoca, una tromba marina poteva essere mortale . La paura, però, non era mai passiva. I marinai panteschi avevano un'arma per combatterla.

Quando la dragunera veniva avvistata all'orizzonte, il capitano — o, sulle barche più piccole, il marinaio più anziano — si metteva in posizione. A capo scoperto, con un coltello nella mano sinistra e un crocifisso o una spada nella destra, si rivolgeva verso la coda della tromba . Poi iniziava il rito.

Il primo passo era recitare il cosiddetto "Padrenostro Verde" — non una preghiera, ma una specie di preghiera capovolta, piena di bestemmie e parole oscene, che serviva a ingannare il diavolo, a ingraziarselo e a tenerlo buono per qualche istante . Era un momento di magia nera, di contatto con l'oscurità, che precedeva il gesto sacro.

Poi, il capitano, senza distogliere lo sguardo dalla tromba, tagliava l'aria in orizzontale per tre volte con il coltello — il numero della Santissima Trinità . Allo stesso tempo, segnava il segno della croce e recitava lo scongiuro. Il tutto per tre volte .

Lo scongiuro più diffuso tra i marinai panteschi e trapanesi era questo:

Nniputenza di lu Patri,
Sapienza di lu Figghiiu,
pi virtù di lu Spiritu Santu
e pi nnomu di Maria
sta cuda tagghiata sia .

Un'altra versione, diffusa a Palermo e nella marinella di Selinunte, era più lunga e coinvolgeva i giorni santi della settimana:

Lùniri santu, Màrtiri santu,
Mercuri santu, Jòviri santu,
Vènnari santu, Sàbbatu santu,
Duminica di Pasqua,
sta cuda a mmari casca
e pi lu nnomu di Maria
sta cuda tagghiata sia .

Se il rito era stato eseguito correttamente, la coda della dragunera si sollevava lentamente verso il cielo e spariva, lasciando solo un leggero alito di vento . A quel punto, il capitano recitava un Padre Nostro cristiano per ringraziare Dio — e, come suggerisce la tradizione, "ad estrema beffa e insulto per il demone maligno" .

I marinai panteschi erano considerati tra i più esperti di questo rito, insieme a quelli delle isole Eolie . E il segreto stava nel coltello: doveva essere di ossidiana nera, estratta da Salto La Vecchia, un luogo che i Panteschi consideravano dotato di coordinate magiche .

L'ossidiana, il vetro vulcanico nero, era per loro lo strumento magico per eccellenza. Gli Eoliani usavano quella di Lipari; le altre marinerie, per ovviare alla mancanza, si servivano di un coltello dal manico rigorosamente nero .

C'era un'ultima regola, forse la più affascinante: lo scongiuro poteva essere trasmesso oralmente solo nella notte di Natale . Solo in quella notte, l'adepto che lo imparava a memoria poteva renderlo efficace. Chi non riusciva a memorizzarlo in quella stessa notte doveva aspettare il Natale dell'anno successivo . E chi lo insegnava poteva recitarlo una sola volta.

Nella stessa notte, i marinai più anziani immergevano le mani nell'acquasantiera, affidandosi allo Spirito Santo per non avere "morte per acqua" — per non morire in un naufragio . Non c'era contraddizione, per loro, tra fede e magia. Erano due facce della stessa necessità: sopravvivere al mare.

La tradizione di tagghiari a Dragunera è stata tramandata fino ai giorni nostri. Un racconto pubblicato sul Giornale di Pantelleria parla di patrun Vitu, capitano del veliero Madonna di Trapani, che nel mar Tirreno si trovò di fronte a una tromba marina . Mentre l'equipaggio era in preda al panico, lui non esitò: prese il coltello d'ossidiana dal baule sotto il timone, si diresse a prua e recitò lo scongiuro .

"Un suono sordo, come un lamento, si levò dal mare. La vorticosa colonna d'acqua si dissolse e il cielo si aprì all'azzurro. Tutti noi marinai, increduli, guardavamo ammirati e a un tempo intimoriti il capitano come si guarda un uomo che ha parlato allora allora con gli spiriti" .

Patrun Vito tornò al timone, rimise il coltello nel baule e disse solo: "Adesso a casa" .

I panteschi lo ricordano ancora. Perché tagliare la coda alla dragunera non è una cosa che tutti sanno fare. E soprattutto, non tutti hanno il coraggio di farlo .


sabato 18 luglio 2026

Sa Sùrbile: la vampira sarda che si ferma davanti a un pettine

 


Il folklore sardo è un universo sotterraneo e affascinante, popolato da creature che non assomigliano a nessun'altra. Non ci sono vampiri gotici con mantelli e accenti slavi, non ci sono lupi mannari che ululano alla luna piena. La Sardegna ha le sue creature, e sono radicate nella terra, nella fatica, nella paura quotidiana di chi viveva in case di pietra, circondato da un paesaggio aspro e da un silenzio che sembrava nascondere segreti antichi.

Tra queste, Sa Sùrbile è forse la più inquietante. Perché non è una creatura di importazione, non è un'ombra venuta dall'est Europa o dalle leggende nordiche. È sarda, specificamente campidanese e sulcitana. È una donna, maledetta senza colpa, che di notte si trasforma in mosca o in gatto, si insinua dalla serratura e succhia il sangue dei neonati dalla fontanella.

E per fermarla, non serve l'aglio. Serve un pettine.

La nascita di Sa Sùrbile non è una scelta, non è un patto col diavolo, non è un atto di volontà. È una condanna biologica e numerologica, una fatalità che colpisce senza pietà: la settima figlia nata da sette sorelle consecutive, tutte femmine, diventa automaticamente una di loro. Senza rito, senza possibilità di scampo, senza che nessuno possa fare nulla per impedirlo.

Questa idea della "settima figlia" è un motivo ricorrente nel folklore europeo, ma in Sardegna assume una sfumatura particolare. Il numero sette è magico, è il numero dei giorni della creazione, delle virtù, dei peccati capitali, dei sacramenti, delle meraviglie del mondo. Ma qui è anche il numero della maledizione. Essere la settima figlia significa portare un peso che non si è scelto, una natura che non si può cambiare, un destino che si compie ogni notte, quando il corpo si trasforma e l'istinto prende il sopravvento.

Di giorno, Sa Sùrbile è una donna normale. Lavora, parla, forse ride, forse piange. Ma quando cala la notte, il rito si compie. Si unge con oli speciali – un unguento che la tradizione non descrive nei dettagli, ma che probabilmente contiene erbe, grassi animali e sostanze che la separano dal mondo dei vivi – e pronuncia la formula magica: "Folla a subra de folla, très oras andai, très oras a torrai" – "Vola sulla folla, tre ore vado, tre ore torno".

Poi si trasforma. Non in pipistrello, come i vampiri slavi, ma in mosca o in gatto. È un dettaglio che la rende ancora più inquietante: una mosca che si infila dalle serrature, un gatto che si aggira silenzioso nell'oscurità. Creatura umile, quasi insignificante, che però porta con sé una fame terribile.

La vittima è sempre la stessa: il neonato non ancora battezzato, indifeso, con quel punto molle sulla testa che i genitori sanno bene cos'è, il luogo dove l'osso del cranio non si è ancora saldato. È lì che Sa Sùrbile succhia il sangue, un sangue che, una volta rubato, finisce nella cenere calda del focolare, dove si coagula e diventa sanguinaccio. Il suo cibo preferito.

Per secoli, i genitori del Campidano e del Sulcis hanno combattuto Sa Sùrbile con un oggetto che oggi ci sembra quasi assurdo: un pettine. Non un pettine magico, non un pettine benedetto da un prete, non un pettine di legno sacro. Un pettine normale, di quelli che si usano per sistemarsi i capelli.

Lo mettevano accanto alla culla, o talvolta sulla testa del bambino, e sapevano che la creatura si sarebbe fermata. Perché Sa Sùrbile, non si sa bene perché, era costretta a contare ogni singolo dente del pettine. Uno, due, tre... arrivava al sette, il numero magico, e ricominciava dall'inizio. E poi di nuovo. E di nuovo. Fino all'alba, quando il gallo cantava e lei era costretta a fuggire senza aver toccato il bambino.

Non serve l'aglio, non serve l'acqua santa, non serve la croce. Serve un pettine. Un oggetto da bagno, banale e quotidiano, che sconfigge l'incubo notturno. È una strategia di difesa che è insieme geniale e profondamente umana: trasforma la paura in un rituale controllabile, dà ai genitori un ruolo attivo nella protezione del figlio.

Il folklore sardo, come tutti i folklore, non è solo atmosfera. È ingegneria della paura: ogni creatura ha una regola precisa, e ogni regola ha una contromisura precisa. Sa Sùrbile esiste perché la mortalità infantile era altissima, e le morti improvvise dei neonati – quelle che oggi chiameremmo SIDS, sindrome della morte improvvisa del lattante – volevano una spiegazione. Non bastava dire "è successo e basta": serviva un nemico, un colpevole, un'entità da combattere.

E così è nata Sa Sùrbile: una creatura che succhia il sangue dalla fontanella, che si nutre della vita dei più piccoli, che si trasforma in mosca o in gatto e si infila dalle serrature. E il pettine è nato come risposta: un oggetto semplice, accessibile a tutti, che dava ai genitori la sensazione di poter fare qualcosa, di non essere impotenti di fronte alla morte.

Oggi Sa Sùrbile è quasi dimenticata. I neonati non muoiono più come una volta, la medicina ha spiegato ciò che il folklore cercava di raccontare, e le storie delle nonne si sono affievolite. Ma il suo ricordo sopravvive, come sopravvive il ricordo di tutte le creature che abbiamo inventato per dare un nome alle nostre paure.

E c'è qualcosa di profondamente umano in questa storia. La creatura più terrificante del sud Sardegna si blocca contando i denti di un pettine. Una donna trasformata in mosca, che succhia sangue, che vola di notte, che è una maledizione senza colpa, si ferma davanti a un oggetto da toeletta. È quasi comico, se non fosse così triste. Ma forse è proprio questo che rende Sa Sùrbile così speciale: non è un mostro invincibile, è un mostro che ha una debolezza, una debolezza che chiunque può sfruttare. È una paura che si può vincere, un incubo che si può tenere a bada con un oggetto di tutti i giorni.

E in questo, forse, c'è la speranza. Che anche le nostre paure più profonde, le più oscure, le più irrazionali, possono essere fermate da qualcosa di semplice. Un pettine. Un oggetto da toeletta. Un gesto che ci ricorda che, anche di fronte all'indicibile, possiamo fare qualcosa.


venerdì 17 luglio 2026

Di cosa si nutrono gli alieni? Tra scienza e fantascienza

 


Tra i tanti interrogativi che circondano l’esistenza di vita extraterrestre, ce n’è uno che incuriosisce particolarmente: cosa mangerebbe un alieno? In assenza di prove concrete, la risposta si muove tra la speculazione scientifica, la biologia evolutiva e la fantasia dei film di fantascienza.

Secondo l’astrobiologia, per sostenere qualsiasi forma di vita servono tre elementi fondamentali: una fonte di energia, un mezzo liquido e gli elementi chimici adatti . Tuttavia, questo non significa che tutti gli esseri viventi nell’universo seguano la stessa dieta. La nutrizione non riguarda solo l’energia, ma coinvolge la biochimica, il microbioma e il percorso evolutivo di ogni specie .

Un aspetto interessante è che gli alieni potrebbero non nutrirsi affatto come gli esseri umani. Se fossero organismi sintetici o intelligenze artificiali post-biologiche, la loro “dieta” potrebbe consistere in elettricità, calore o altre forme di energia per ricaricarsi .

Una delle ipotesi più affascinanti della ricerca scientifica suggerisce che alcune forme di vita extraterrestri potrebbero trarre energia dai raggi cosmici galattici . Queste particelle ad alta energia, emesse dalle esplosioni di supernove, sono generalmente letali per la vita sulla Terra. Tuttavia, esistono sulla Terra dei microbi estremofili, come il Desulforudis audaxviator, che vivono nelle profondità di miniere d’oro e si nutrono dei sottoprodotti chimici generati dalla radioattività naturale delle rocce, un processo chiamato radiolisi .

Applicando questo principio ad altri mondi, i ricercatori hanno simulato l'impatto dei raggi cosmici su Marte e sulle lune ghiacciate di Giove e Saturno, Europa ed Encelado. I calcoli suggeriscono che questi raggi potrebbero generare cascate di particelle, liberando elettroni che potrebbero essere catturati da particolari microbi come fonte di energia. Su Marte, potenzialmente migliaia di microbi per centimetro quadrato potrebbero prosperare a profondità comprese tra mezzo metro e due metri sotto la superficie, protetti dal bombardamento diretto .

Questa ipotesi è importante perché espande notevolmente i confini della zona abitabile, suggerendo che la vita potrebbe esistere anche su pianeti erranti o lune lontane da una stella, dove i raggi cosmici sono sempre presenti .

Se proviamo a immaginare la dieta di un alieno, è possibile fare delle stime sui suoi fabbisogni energetici. Il professor José Miguel Soriano del Castillo, dell’Università di Valencia, ha applicato le leggi della bioenergetica a tre tipici alieni della fantascienza :

  • Un umanoide grigio: con un corpo esile, una testa grande e un peso stimato tra i 25 e i 40 kg, avrebbe un fabbisogno energetico basale (a riposo) di circa 800-1.100 kcal al giorno. Tuttavia, un cervello di grandi dimensioni è molto esigente in termini energetici; se il suo cervello fosse particolarmente sviluppato, avrebbe bisogno di una dieta ad alta densità energetica e costante .

  • Un alieno rettiliano: il suo metabolismo dipenderebbe dalla sua fisiologia. Se fosse a sangue freddo (ectotermico), come un vero rettile, consumerebbe poca energia per mantenere la temperatura corporea. Se invece fosse un predatore attivo e a sangue caldo (endotermico), un esemplare di 150 kg potrebbe aver bisogno di oltre 3.000 kcal al giorno, anche a riposo .

  • Un umanoide simile a noi: con un peso di 80-100 kg, il suo fabbisogno energetico sarebbe quello di un essere umano adulto, ovvero tra le 1.900 e le 2.300 kcal al giorno a riposo, fino a 4.000 kcal in caso di intensa attività .

Se gli alieni arrivassero sul nostro pianeta, si troverebbero di fronte a un buffet ricco ma rischioso. Il nostro mondo offre acqua, sali, carbonio organico, zuccheri e grassi, ma anche potenziali tossine, agenti patogeni e molecole incompatibili con la loro biologia .

Potrebbero trovare il cibo terrestre non commestibile o addirittura tossico, perché i loro amminoacidi potrebbero essere diversi dai nostri o il loro sistema digestivo non essere in grado di processare certi zuccheri . Invece che per il nostro cibo, potrebbero essere interessati a materie prime come azoto, fosforo, ferro o biomassa microbica, magari utilizzando gli esseri umani come “concime”, come nella celebre Guerra dei mondi di H.G. Wells .

La dieta degli alieni rimane un mistero. Potrebbero nutrirsi di radiazioni cosmici, di minerali, di elementi chimici di base o, nella fantasia di un romanzo, di deliziosi cioccolatini come E.T. . La scienza ci permette di fare ipotesi plausibili, ma la risposta potrebbe essere molto più strana di quanto la nostra immaginazione osi concepire.


giovedì 16 luglio 2026

Il numero 67: il sussurro che non dovrebbe esistere

 

Si dice che non tutti i numeri siano innocui. Alcuni portano fortuna, altri sfortuna. Sarà vero? E poi ce ne sono alcuni... che sembrano avere una volontà propria.

Il 67, secondo una leggenda tramandata in alcune zone dell'Europa dell'Est, non è semplicemente un numero. È una presenza.

Non esiste una credenza ufficiale, né libri antichi che ne parlino apertamente. Eppure, tra racconti sussurrati e storie tramandate a bassa voce, il suo nome continua a emergere. Sempre allo stesso modo: con cautela.

Perché, secondo chi ci crede, il 67 non porta sfortuna immediata. Non provoca incidenti, né tragedie improvvise. Fa qualcosa di diverso. Risponde.

La storia racconta di un piccolo villaggio, oggi dimenticato, dove gli anziani proibivano ai più giovani di pronunciare quel numero ad alta voce, soprattutto di notte. Non spiegavano mai davvero il motivo. Dicevano solo: "Alcune cose è meglio non chiamarle".

Chi ignorava l'avvertimento, però, iniziava a notare piccoli cambiamenti. All'inizio erano dettagli insignificanti. Un rumore alle spalle, leggero, come passi attutiti. Una porta lasciata socchiusa che si chiudeva lentamente da sola. Un improvviso soffio d'aria fredda in una stanza chiusa. Nulla di apertamente spaventoso. Ma abbastanza da lasciare un'inquietudine sottile.

Con il passare dei giorni, quella sensazione cresceva. Le persone raccontavano di non sentirsi più sole... ma non nel senso rassicurante. Era come se qualcosa le osservasse da appena fuori dal loro campo visivo. Come se, girandosi troppo velocemente, si potesse quasi vedere... qualcuno. Ma mai abbastanza chiaramente.

Poi arrivavano le coincidenze. Il numero 67 iniziava ad apparire ovunque. Su vecchi scontrini, su numeri casuali, sugli orologi fermi. Persino nei sogni. Sempre lui. Sempre più spesso.

Finché non accadeva ciò che, nei racconti, viene chiamato "il ritorno". Una notte, la persona si svegliava di colpo. Non per un rumore forte, né per un incubo. Ma per una certezza. Qualcuno era lì. Accanto al letto. Non si vedeva nulla. Non si muoveva nulla. Eppure, nel silenzio assoluto, arrivava un sussurro. Chiaro. Vicinissimo: "Sessantasette".

Dopo quella notte, tutto tornava normale. Troppo normale. Nessun rumore. Nessuna presenza. Solo il silenzio. Ma chi aveva vissuto quell'esperienza non era più lo stesso. Perché capiva una cosa, impossibile da dimenticare: non era stato lui a chiamare il numero. Era il numero ad aver chiamato lui.

La leggenda del 67 è diversa dalle altre. Non parla di maledizioni, non di spiriti vendicativi, non di porte verso altri mondi. Parla di un risveglio. Di qualcosa che non è mai stato addormentato, ma che aspetta solo di essere riconosciuto.

Il numero, secondo i racconti, non è un'invocazione. È un riconoscimento. Chi lo pronuncia non sta evocando nulla. Sta semplicemente ammettendo che quella presenza esiste. E nel momento in cui la riconosce, la presenza lo riconosce a sua volta.

Non c'è modo di fermare il processo. Una volta che il sussurro è stato ascoltato, non si può più tornare indietro. Il numero è stato pronunciato. La presenza ha risposto. E ora, per sempre, il 67 farà parte della vita di quella persona.

Oggi, in certe zone dell'Europa dell'Est, c'è ancora chi evita di pronunciare il 67 dopo il tramonto. Non per superstizione. Ma per rispetto. O forse... per non ricevere risposta.

La leggenda del 67 è una storia che sfida la nostra comprensione del mondo. Ci ricorda che il confine tra realtà e immaginazione è sottile, e che alcune cose, per quanto assurde possano sembrare, portano con sé un peso che non possiamo ignorare.

Forse, alla fine, il 67 non è un numero maledetto. È solo un numero che ha imparato a parlare. E che, a differenza di molti, sa come farsi ascoltare.



mercoledì 15 luglio 2026

Necronomicon: il libro maledetto che non è mai stato scritto

 

Pochi oggetti nella storia della letteratura hanno suscitato tanto fascino e inquietudine quanto il Necronomicon. Descritto come un grimorio capace di evocare antichi dèi, fatto di pagine rilegate in pelle umana e scritto col sangue, questo libro sarebbe in grado di scatenare follia e distruzione in chiunque osi leggerlo. Se esiste un volume che incarna il terrore dell'ignoto, questo è il Necronomicon.

C'è solo un problema: il Necronomicon non è mai esistito.

Il Necronomicon è uno pseudobiblion, cioè un libro fittizio, un espediente narrativo usato per dare verosimiglianza ai propri racconti. L'autore di questa trovata è Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), il maestro del "terrore cosmico" che ha rivoluzionato la letteratura horror del Novecento. Lo stesso Lovecraft, vedendo che molti lettori iniziavano a credere alla reale esistenza del libro, fu costretto a smentire pubblicamente la sua creatura, confessando che si trattava di un'invenzione letteraria.

La parola "Necronomicon" sarebbe apparsa a Lovecraft in sogno. Lui stesso la tradusse, in modo piuttosto approssimativo, come "la descrizione delle leggi dei morti", dalle parole greche nekros (cadavere), nomos (legge) ed eikon (immagine). Curiosamente, gli studiosi hanno osservato che questa etimologia è filologicamente errata, perché -ikon non è che un suffisso aggettivale senza relazione con il termine eikon.

Per rendere il suo grimorio più credibile, Lovecraft ne inventò anche l'autore: il poeta Abdul Alhazred, un personaggio tanto affascinante quanto terrificante.

Lovecraft immaginò che Alhazred fosse nato a Sanaá, nello Yemen, e che fosse vissuto all'epoca del califfato omayyade, intorno al 700 d.C.. Dopo aver visitato le rovine di Babilonia e aver trascorso dieci anni nel deserto arabo, avrebbe scritto a Damasco il Kitab al-Azif (il titolo originale del libro), un'opera in cui raccontava gli antichi segreti di una razza precedente all'uomo e le modalità per evocare i Grandi Antichi (Cthulhu, Yog-Sothoth e altri esseri cosmici). La sua fine, raccontava Lovecraft, fu degna del suo libro: nel 738 d.C., lo storico Ebn Khallikan (personaggio realmente esistito) avrebbe tramandato che Alhazred "fu afferrato da un mostro invisibile in pieno giorno e orribilmente divorato davanti a una moltitudine di testimoni atterriti".

Anche il nome Alhazred è un capolavoro di inganno letterario. Lovecraft scelse questo pseudonimo già da bambino, e suona come una deformazione fonetica dell'espressione inglese all has read ("ha letto tutto"), un soprannome che gli si addiceva per la sua voracità di lettore. Inoltre, il nome è grammaticalmente impossibile in arabo, un indizio che Lovecraft lasciò volutamente per chi fosse abbastanza esperto da riconoscerlo.

Per rendere la finzione ancora più credibile, Lovecraft costruì per il Necronomicon un'intera e dettagliata storia fittizia, che scrisse nel 1927 e che fu pubblicata dopo la sua morte con il titolo History of the Necronomicon. Questa cronologia descriveva traduzioni, edizioni e soppressioni del libro nel corso dei secoli, mescolando personaggi inventati con figure realmente esistite (come il medico danese Olaus Wormius, il matematico John Dee, e il patriarca Michele Cerulario).

Questa minuziosa ricostruzione ebbe l'effetto desiderato: quando Lovecraft citava il Necronomicon nei suoi racconti come se fosse un'opera realmente esistente, creava un'inquietante "aura di autenticità" che rendeva le sue storie più credibili. Scrittori suoi amici e contemporanei, come August Derleth e Clark Ashton Smith, contribuirono a diffondere il mito citando il Necronomicon nelle loro opere, creando un gioco letterario che non aveva eguali.

Quello che Lovecraft non poteva prevedere è che la sua invenzione avrebbe assunto vita propria, superando il confine tra letteratura e realtà con una potenza tale da durare fino ai giorni nostri.

Già negli anni Quaranta, un antiquario di New York inserì nel suo catalogo il Necronomicon, descrivendolo minuziosamente e fissandone il prezzo. Qualcuno aggiunse una scheda del libro nel catalogo della Biblioteca dell'Università di Yale, e la cosa non venne notata per anni. Nel 1967, lo scrittore L. Sprague de Camp, tornando da un viaggio in Iraq, acquistò un manoscritto che credeva potesse essere una copia, per poi scoprire che era un falso ottocentesco. Nonostante tutto, lo pubblicò ugualmente, contribuendo alla leggenda. Negli anni Settanta, lo scrittore Colin Wilson arrivò a sostenere che Lovecraft aveva mentito sull'inesistenza del libro per nascondere il fatto che suo padre, massone, ne possedeva una copia autentica.

La consacrazione definitiva arrivò con la pubblicazione del cosiddetto "Necronomicon di Simon" (1977), un grimorio che si presentava come l'autentico libro di Alhazred, basato su una mitologia sumera in realtà del tutto estranea ai racconti di Lovecraft. Nonostante le polemiche, questo falso ottenne un tale successo che oggi, in molte librerie, il termine "Necronomicon" indica proprio un grimorio di magia mesopotamica.

Dalla penna di Lovecraft, il Necronomicon è passato al cinema, ai fumetti, ai videogiochi, e persino alla cultura popolare. Si è materializzato nell'immaginario collettivo: molti sono ancora convinti che esista davvero. Non è difficile crederlo: una storia dettagliata, una cronologia precisa, un autore "pazzo" che profetizza la sua stessa morte... e poi le traduzioni latine, le biblioteche che ne custodiscono copie, le edizioni stampate in caratteri gotici.

Tutto è pensato per far credere che il libro esista davvero. Che sia chiuso in qualche biblioteca. Che aspetti solo di essere letto.

Ma, come scrisse lo stesso Lovecraft in una lettera:

"Ora, riguardo ai 'libri terribili e proibiti'... non c'è mai stato alcun Abdul Alhazred o Necronomicon, perché ho inventato io stesso questi nomi."

Eppure, se sentite un fruscio tra le pagine di un vecchio libro rilegato in pelle, o vedete un titolo sbiadito che recita Al Azif... forse, solo forse, potrebbe essere meglio non aprirlo. Perché, come diceva Alhazred: "Le porte dell'inferno sono chiuse: a tuo rischio le tenti".



martedì 14 luglio 2026

Il Djinn del deserto: gli spiriti di fuoco che abitano le sabbie del Marocco

 


Nel silenzio immenso del deserto marocchino, quando il sole tramonta e le ombre si allungano sulle dune, una presenza invisibile si risveglia. Non è il vento, non è un animale. Sono i djinn, creature di fuoco senza fumo, nate molto prima dell'uomo e destinate a condividere con lui il mondo, senza mai essere viste.

Il Marocco, con i suoi deserti infiniti, le rovine antiche e le montagne solitarie, è da secoli il teatro di racconti inquietanti legati a queste entità soprannaturali. La loro esistenza è citata nel Corano, dove si racconta che costituiscono una vera e propria specie invisibile che convive con l'umanità. Ma a differenza degli angeli, i djinn possiedono il libero arbitrio: possono essere benevoli, neutrali, o estremamente pericolosi.

Cosa sono i djinn?

Nella tradizione araba e islamica, i djinn (o jinn) sono esseri creati da fuoco senza fumo, molto prima che Allah creasse l'uomo dall’argilla. Vivono in un mondo parallelo, invisibile agli occhi umani, ma possono interagire con il nostro quando lo desiderano o quando vengono evocati.

Il loro nome deriva dalla radice araba *j-n-n*, che significa "nascondere", "coprire". Sono quindi esseri nascosti, invisibili, che agiscono nell'ombra. Il Corano dedica loro un'intera sura (la 72), che porta il loro nome, e li descrive come una comunità organizzata, con leggi, credenze e una propria gerarchia.

Alcuni djinn sono musulmani, altri no. Alcuni sono buoni, altri malvagi. Alcuni sono potenti, altri deboli. Ma tutti condividono una caratteristica: sono imprevedibili. E chi vive nel deserto lo sa bene.

Secondo le credenze diffuse nel Nord Africa, i djinn preferiscono luoghi isolati e abbandonati. Deserti, rovine antiche, grotte, pozzi e alberi solitari sono considerati i loro rifugi preferiti. In Marocco, molti racconti popolari parlano di viaggiatori che, attraversando il deserto di notte, avrebbero incontrato figure misteriose apparse improvvisamente tra le dune.

Le apparizioni sono spesso ingannevoli. Il djinn può assumere sembianze umane per avvicinare le persone, o manifestarsi come un animale, o persino come un'ombra che si muove nel buio. La sua voce può imitare quella di una persona cara, di un amico, o di un familiare scomparso. E chi segue quella voce, spesso si perde.

Una delle storie più diffuse in Marocco racconta di un viandante solitario che attraversa il deserto verso un villaggio lontano. Il sole è calato, il cielo è scuro, e lui è stanco. All'improvviso, vede un uomo seduto su una duna. Sembra un viaggiatore come lui, forse un mercante, forse un beduino. Si avvicina, scambia qualche parola, e l'uomo gli offre un po' d'acqua o gli indica una via più breve.

Il viaggiatore segue il consiglio. Cammina. Cammina ancora. Il villaggio non arriva. Le stelle sembrano muoversi in modo strano. Dopo ore di cammino, si accorge di essere tornato esattamente al punto di partenza. L'uomo sulla duna è scomparso, e lui è solo, disorientato, con la mente annebbiata e il terrore che gli gela il sangue.

Alcune versioni raccontano che il viaggiatore, dopo aver finalmente raggiunto il villaggio giorni dopo, non riesce a spiegare cosa gli sia successo. Parla di una luce, di una voce, di una figura che sembrava reale ma che, ripensandoci, non lo era affatto. I vecchi del villaggio annuiscono. Sanno cosa ha incontrato. E sanno che poteva andare molto peggio.

In altre versioni, il djinn non si presenta come un uomo, ma come una luce lontana che brilla tra le dune. Chi la vede pensa che sia un accampamento, un rifugio, o un segnale. Si dirige verso quella luce, sperando di trovare soccorso. Ma più cammina, più la luce si allontana. Come un miraggio, si sposta sempre più in profondità nel deserto, fino a che il viaggiatore non si ritrova perduto, senza acqua, senza orientamento.

Questa credenza è così radicata che, in alcune zone del Marocco, si tramanda ancora l'avvertimento di non fischiare di notte nel deserto (perché il fischio potrebbe attirare i djinn) e di non entrare in rovine abbandonate (perché potrebbero essere loro dimore). I bambini vengono educati a rispettare questi luoghi, e gli adulti li evitano dopo il tramonto.

Molti studiosi ritengono che parte di queste storie possa essere collegata a fenomeni naturali del deserto: miraggi, disorientamento dovuto alla mancanza di punti di riferimento, allucinazioni causate dalla disidratazione e dal caldo estremo. Ma per le popolazioni locali, il mistero rimane vivo. I djinn sono reali, e chi li ha incontrati lo sa.

Non si tratta di superstizione, ma di una visione del mondo in cui il visibile e l'invisibile convivono. Il deserto è un luogo di silenzio e di solitudine, dove la mente umana può giocare brutti scherzi. Ma è anche un luogo in cui l'antico e il soprannaturale sembrano ancora vicini, a portata di mano.

Oggi, la figura del djinn è ancora molto presente nella cultura marocchina. Viene citata nei racconti popolari, nei proverbi, nelle pratiche di guarigione tradizionali. Esistono ancora fqih (studiosi coranici) che praticano esorcismi per allontanare i djinn da persone possedute, e si usano amuleti e scritte coraniche per proteggersi dalle loro influenze.

La presenza dei djinn non è temuta in modo ossessivo, ma è accettata come parte della realtà. Si impara a convivere con loro: a non disturbarli, a non cercarli, a non sfidarli. E, soprattutto, a non seguirli quando compaiono.

I djinn del deserto marocchino rappresentano uno degli aspetti più affascinanti e inquietanti del folklore nordafricano. Sono creature di fuoco, invisibili ma potenti, che vivono in un mondo parallelo al nostro e che possono, a loro piacimento, attraversare il confine tra i due universi. Non sono né angeli né demoni. Sono entità con una loro volontà, una loro morale, una loro storia.

E nel silenzio del deserto, quando il vento sospira tra le dune e la luna illumina le ombre, qualcuno ancora oggi giura di averli visti. Una luce lontana. Una figura seduta su una duna. Una voce che chiama il tuo nome, e che ti invita a seguirla.

Ma chi vive nel deserto lo sa: quelle luci non sono rifugi. E quelle voci, non sono amiche. Sono i djinn. Che aspettano. E osservano. In silenzio.


lunedì 13 luglio 2026

Yemayá: la madre del mare che protegge, punisce e osserva in silenzio

 


Nel cuore della Santería, tra le onde profonde dell'oceano e i segreti più antichi dell'umanità, vive Yemayá. Non è semplicemente una dea del mare. È una forza primordiale, una presenza viva che incarna la maternità assoluta, la protezione e al tempo stesso una severità implacabile, capace di accogliere e distruggere con la stessa intensità.

Le sue origini affondano nella cultura yoruba dell'Africa occidentale, in particolare nell'attuale Nigeria. Da lì, il suo culto è stato portato nei Caraibi durante la tratta degli schiavi, trovando una nuova forma e una nuova vita a Cuba, dove si è fuso con il cattolicesimo dando vita a un sincretismo potente che la identifica con la Vergine di Regla, protettrice dei marinai.

Yemayá è la madre di tutti, o quasi. Un'entità che rappresenta l'origine stessa della vita, il grembo universale da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna. Il suo simbolismo non si limita all'acqua come elemento fisico, ma si estende all'emotività, all'istinto, al legame invisibile che unisce gli esseri umani alla natura e alla loro stessa origine.

Viene associata ai colori blu e bianco, al numero sette, alle conchiglie, alla luna e a tutto ciò che richiama il movimento eterno delle onde. È spesso raffigurata come una donna maestosa che emerge dal mare con abiti che si fondono con l'acqua, uno sguardo profondo e una presenza che incute rispetto prima ancora che devozione.

Chi conosce davvero Yemayá sa che non è solo amore materno, ma anche disciplina, giustizia e forza. Viene invocata per la protezione della famiglia, per la fertilità, per la guarigione emotiva e per difendersi da energie negative. Le offerte che le vengono dedicate – frutta, melassa, cocomero e oggetti legati al mare – non sono semplici rituali, ma gesti simbolici che rappresentano un dialogo diretto con una forza che ascolta, osserva e, quando necessario, interviene.

Il lato più profondo di Yemayá va oltre la religione stessa. Rappresenta un archetipo universale, quello della madre che protegge ma che non tollera debolezze inutili, che insegna attraverso l'esperienza, anche dura, e che ricorda una verità che molti evitano: la protezione reale non è sempre dolce, a volte è severa, selettiva, persino dolorosa, proprio come il mare che può nutrire intere civiltà o distruggerle senza esitazione.

La relazione tra Yemayá e i suoi devoti è spesso descritta come un dialogo silenzioso. Chi la invoca si reca sulla riva del mare, porta i suoi doni e aspetta. Non sempre riceve risposte. Ma quando il mare si agita, quando le onde si alzano più del solito, quando il vento cambia direzione, i credenti sanno che lei è lì, che ha ascoltato, che ha preso una decisione.

Questa percezione non è superstizione. È il riconoscimento di una presenza che non si vede, ma che si sente. L'acqua che entra nelle case durante le tempeste, il sale che si deposita sulla pelle dei pescatori, il suono delle conchiglie che si schiudono al mattino: tutto è un messaggio. E chi sa ascoltare, capisce.

Il sincretismo che ha unito Yemayá alla Vergine di Regla è uno degli esempi più potenti di come le culture si mescolano e si trasformano. La Vergine di Regla, venerata in un santuario vicino a L'Avana, porta i suoi stessi colori: il blu e il bianco. È protettrice dei marinai, dei pescatori, di chi vive e muore sul mare.

I devoti della Santería possono così onorare Yemayá e, allo stesso tempo, venerare una figura del cattolicesimo, senza che l'una escluda l'altra. È una doppia appartenenza che non divide, ma arricchisce.

Yemayá è il mare. E il mare, come lei, può essere calmo o tempestoso. Può nutrire con i suoi pesci e i suoi frutti, o distruggere con le sue onde. Può portare alla deriva, o guidare verso la riva. Può essere vita o morte. Spesso, entrambe le cose insieme.

Questa ambivalenza è il suo insegnamento più profondo. Non esiste protezione senza prezzo. Non esiste amore senza disciplina. Non esiste accoglienza senza rigore. E chi chiede a Yemayá di proteggerlo, deve essere pronto a comprendere che la protezione può assumere forme inaspettate.

Oggi, la figura di Yemayá è conosciuta ben oltre i confini della Santería. È stata celebrata in canzoni, poesie, opere d'arte. È diventata un simbolo universale di femminilità, di potere materno, di connessione con la natura. E, in un mondo sempre più urbanizzato e digitale, rappresenta il richiamo a qualcosa di più antico, di più profondo: il ritmo delle onde, la salinità del respiro, l'immensità del mare che, come una madre, abbraccia e controlla tutto.

Perché il mare, come Yemayá, non si lascia possedere. Si lascia solo osservare. Con rispetto. Con timore. Con amore. Proprio come ci si avvicina a una madre che sa essere dolce, ma che, se tradita o sfidata, può mostrare tutta la sua forza. Senza mai guardarsi indietro. Senza mai perdonare veramente. Solo osservando. In silenzio. E aspettando.


 
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