Nel romanzo del 1818, Victor racconta in prima persona le sue peripezie di scienziato solitario. Dopo aver scoperto il segreto per infondere la vita, si rende conto che la costruzione di un corpo funzionale è un processo incredibilmente lento e meticoloso. Gli intricati dettagli dell’anatomia umana – vene minuscole, nervi delicati, fibre muscolari microscopiche – sono troppo piccoli e complessi per essere manipolati con facilità. “La piccolezza delle parti costituiva un grande ostacolo alla mia velocità”, confessa Victor. La sua pazienza, già messa a dura prova da mesi di lavoro solitario, si spezza. Decide allora di abbandonare il suo piano originale di creare un essere umano di dimensioni normali, e opta per una scorciatoia: costruirà un corpo più grande, più grosso, con organi e meccanismi interni più facili da maneggiare. Aumentando le dimensioni della creatura fino a due metri e mezzo (circa otto piedi, secondo le misure inglesi), Victor riesce a lavorare molto più velocemente, aggirando la meticolosa precisione che un corpo umano standard avrebbe richiesto.
Questa decisione, apparentemente banale, infrange completamente l’idea sbagliata più comune sulla creazione del mostro. Nei film, da James Whale a Kenneth Branagh, la creatura è quasi sempre assemblata direttamente da corpi umani di dimensioni medie, appena dissotterrati dalle tombe. Ma cucire insieme gambe e braccia di adulti standard a un torso normale non può dare come risultato un gigante di due metri e mezzo: darebbe al massimo una persona di statura media, forse leggermente alta se i pezzi provengono da individui particolarmente longilinei. Per costruire un essere di quelle proporzioni, Victor non poteva limitarsi a saccheggiare i cimiteri locali e ad assemblare i pezzi come un pupazzo. Doveva procurarsi arti più lunghi, un torace più ampio, organi più grandi – e dove la natura non li forniva, doveva ingegnarsi.
Il testo di Shelley, in proposito, è volutamente ambiguo, ma allude a un processo ben più macabro e creativo del semplice recupero di cadaveri. Victor menziona di frequentare “la sala di dissezione e il mattatoio”, oltre agli ossari (i depositi di ossa antiche). Questo suggerisce che, per reperire il materiale biologico necessario, abbia integrato tessuti umani con parti di animali: forse ossa di bue per le gambe, costole di cavallo per la cassa toracica, tendini di maiale per le articolazioni. Oppure, come ipotizzano alcuni critici letterari, potrebbe aver utilizzato processi chimici sconosciuti per far crescere e ingrandire artificialmente la materia biologica raccolta – una tecnica che anticipa di quasi due secoli le attuali ricerche sulla biostampa e sulla crescita di organi in laboratorio. In ogni caso, la creatura originale non era un semplice patchwork di cadaveri, ma un titano costruito su misura, progettato e ingegnerizzato con una precisa finalità: la velocità di esecuzione.
Il paradosso, naturalmente, è che la fretta di Victor – la sua incapacità di dedicare il tempo necessario a creare un essere di dimensioni normali – sarà la causa della sua rovina. Il mostro, una volta animato, si rivela così ripugnante e spaventoso proprio a causa delle sue dimensioni abnormi, che lo rendono un gigante in mezzo agli uomini. Se Victor avesse avuto più pazienza, se avesse accettato la lentezza del lavoro di precisione, forse la sua creatura sarebbe apparsa più umana, e forse l’intera tragedia non sarebbe accaduta. Ma è proprio questa impazienza – questa volontà di accelerare i tempi e superare i limiti della natura – il vero peccato originale di Frankenstein, e il romanzo di Mary Shelley è, in ultima analisi, una parabola contro la scienza senza responsabilità e contro la tecnica che corre più veloce della saggezza. Il mostro non è alto due metri e mezzo perché Victor voleva fare paura: è alto due metri e mezzo perché Victor aveva fretta. E la fretta, si sa, è cattiva consigliera – soprattutto quando si gioca a fare Dio.
Cesio Endrizzi