lunedì 4 maggio 2026

Perché ritenevano normale bruciare le streghe?


Bruciare una persona viva è, per noi oggi, un atto di una crudeltà inimmaginabile. Eppure, per secoli, l'Europa e le sue colonie hanno assistito (e partecipato) ai roghi delle streghe con una serenità che oggi definiremmo mostruosa. Per loro, però, non era mostruoso. Era giusto. Era necessario. Era persino un atto di pietà.

Ma come si arriva a considerare "normale" l'uccisione di migliaia di persone, in maggioranza donne, attraverso il fuoco? La risposta non è semplice e non si riduce alla sola ignoranza o alla crudeltà umana. È una combinazione di teologia, diritto, psicologia del terrore e dinamiche di potere.

Il primo tassello è teologico. Nel corso del Medioevo, la concezione della stregoneria cambiò radicalmente. Non si trattava più di "magia popolare" o di antiche superstizioni contadine. La teologia cristiana, in particolare a partire dal XV secolo, elaborò una nuova dottrina: la stregoneria era un vero e proprio crimine teologico, basato sul patto esplicito con il diavolo.

La strega non era solo una donna che preparava intrugli o lanciava malocchio. Era una eretica, una persona che aveva volontariamente rinnegato il battesimo, si era inginocchiata davanti a Satana, gli aveva giurato fedeltà e aveva accettato di ricevere da lui poteri malefici in cambio della sua anima.

Questo cambiamento fu decisivo. La stregoneria cessò di essere un reato di magia (perseguibile dai tribunali civili) e divenne un crimine di lesa maestà divina, un'eresia, perseguibile dall'Inquisizione. E l'eresia, nel Medioevo, era il crimine più grave che si potesse commettere, perché metteva in pericolo non una persona, ma l'intera comunità cristiana, esponendola alla collera di Dio.

Perché proprio il fuoco? La scelta del rogo non era casuale e si basava su due pilastri.

Il primo era di natura spirituale. Il fuoco era considerato l'unico elemento capace di purificare l'anima dall'eresia e dal marchio diabolico. Bruciando il corpo, si credeva, si distruggeva anche il potere del demonio su quella persona, permettendo (forse) alla sua anima di redimersi. Era, nella mentalità del tempo, un gesto di "estrema pietà" verso il peccatore.

Il secondo pilastro era di natura economica e simbolica. A differenza di altre esecuzioni (impiccagione, decapitazione), il rogo non lasciava tracce. Non c'era un cadavere da seppellire. Per la Chiesa era fondamentale che il corpo dell'eretico non ricevesse sepoltura cristiana e non contaminasse la terra consacrata. Il fuoco annientava il corpo, restituiva l'eretico alla polvere senza passare attraverso i riti della Chiesa. Era una cancellazione totale.

Un altro elemento che rendeva "normale" bruciare le streghe era la legalità del processo. Non era un linciaggio popolare (anche se spesso lo era). Era un procedimento giudiziario, condotto da tribunali istituiti (Inquisizione o tribunali civili) secondo precise procedure.

E queste procedure erano basate su un presupposto moderno: la confessione. Ma per ottenere la confessione, il diritto dell'epoca ammetteva la tortura giudiziaria. La tortura non era sadismo gratuito, tecnicamente, ma uno strumento processuale per "cavare la verità". Sotto tortura, moltissime accusate confessavano qualsiasi cosa: di aver volato, di aver avuto rapporti con il diavolo, di aver ucciso bambini.

Una volta ottenuta la confessione, la condanna era scontata. E il rogo era la pena prevista per lo stregone o la strega che non si pentiva. Se invece si pentiva, a volte la pena era mitigata: la morte per strangolamento prima di essere bruciata. Un "favore" che oggi fa accappiare la pelle.

Il contesto storico: quando la paura giustifica tutto

I grandi roghi non avvennero nel buio dell'Alto Medioevo, ma in piena età moderna, tra il 1500 e il 1650. Un'epoca di profonde crisi:

  • Le guerre di religione dilaniavano l'Europa (protestanti contro cattolici)

  • Le piccole glacie provocavano carestie e cattivi raccolti

  • Le epidemie di peste decimavano la popolazione

In questo clima di paura e incertezza, la figura del "capro espiatorio" divenne essenziale. La strega era perfetta: sembrava spiegare l'inspiegabile. Una cattiva annata? Colpa della strega. Un bambino che si ammala? Colpa della strega. Un temporale che distrugge il raccolto? La strega ha evocato il diavolo.

In questo senso, il rogo non era solo una punizione. Era un rituale di rassicurazione collettiva. La comunità si riuniva attorno al rogo, vedeva il corpo dell'odiata strega bruciare, e si sentiva al sicuro. Il male era stato sconfitto, visibilmente, tangibilmente, con il fumo che saliva al cielo.

Bruciare le streghe non fu mai, nemmeno all'apice della caccia alle streghe, un'opinione unanime. Ci furono voci critiche, anche all'interno della Chiesa. Medici e magistrati più illuminati denunciarono l'uso della tortura come fonte di false confessioni. E la stessa Inquisizione romana, quella italiana, fu generalmente più moderata e meno sanguinaria dei tribunali civili tedeschi o francesi.

Ma il meccanismo era troppo potente per essere fermato facilmente. La paura, l'ignoranza, le rivalità locali e la ricerca di capri espiatori alimentarono il fenomeno per quasi due secoli. Migliaia di persone morirono sul rogo. Altri morirono in prigione durante la tortura. Alcuni si suicidarono.

E tutto questo, per la gente del tempo, era "normale".

Oggi guardiamo indietro e ci chiediamo: come hanno potuto essere così crudeli? Ma forse la domanda giusta è un'altra: cosa ci fa pensare che noi, nelle stesse condizioni, avremmo agito diversamente?

Il meccanismo della caccia alle streghe è lo stesso che alimenta ancora oggi i linciaggi mediatici, la ricerca di capri espiatori, la demonizzazione del diverso. Cambia l'oggetto, ma non la struttura. Non bruciamo più le streghe, ma continuiamo a cercare qualcuno su cui scaricare la nostra paura.

La differenza è che oggi, per fortuna, abbiamo la consapevolezza storica di sapere dove quel meccanismo può portare. E abbiamo costruito sistemi giudiziari che (almeno in linea di principio) considerano la tortura un crimine, non uno strumento processuale.

Forse, il modo migliore per onorare le vittime dei roghi è ricordare che la "normalità" di ieri è l'orrore di oggi. E che la normalità di oggi potrebbe essere l'orrore di domani.


domenica 3 maggio 2026

La Befana: da dea pagana a strega buona, la storia millenaria della vecchietta più amata d'Italia

 


"La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, col cappello alla romana, viva, viva la Befana!"

Quante volte abbiamo canticchiato questa filastrocca da bambini, con il naso incollato al vetro della finestra, scrutando il cielo nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, sperando di scorgere una scopa volante o l'ombra di una vecchietta gobba carica di doni. La Befana è forse la figura più amata e insieme più ambigua del folklore italiano: è una strega o una nonna? Fa paura o rassicura? Porta dolci o carbone? La risposta, come spesso accade con i miti popolari, è che è tutto questo insieme. Ed è proprio questa complessità a renderla immortale.

Il termine "Befana" è la storpiatura popolare di "Epifania", la festa cristiana che celebra la manifestazione (dal greco epipháneia, "apparizione", "rivelazione") di Gesù ai Re Magi. Il passaggio linguistico è semplice: Epiphania – Befania – Befana. Ma se la parola è cristiana, le radici della figura che essa designa sono molto più antiche, e affondano in un terreno decisamente pagano.

Molto prima che il 6 gennaio diventasse la festa dei Re Magi, le culture agrarie dell'antichità celebravano in questo periodo la fine dell'anno solare e il solstizio d'inverno. Era un momento di passaggio, di morte e rinascita della natura, e in queste notti di confine si credeva che figure femminili arcane volassero sui campi coltivati per benedirli e augurare fertilità e abbondanza.

Tra queste divinità, una delle più importanti era Strenia, una dea sabina (un popolo italico vicino ai Romani) che proteggeva la salute, la forza e la fortuna. A lei era dedicato un bosco sacro, e durante la sua festa – che cadeva proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno – ci si scambiava doni: rametti di sempreverde (simbolo di vita che resiste all'inverno), candele, frutta secca, statuine di terracotta. Da Strenia deriva la parola "strenna", che ancora oggi indica il regalo natalizio. Con l'avvento del cristianesimo, la figura ideale e mitica della dea fu progressivamente denigrata: la sua bellezza e nobiltà lasciarono il posto a tratti sempre più grotteschi e spaventosi. Strenia, che in origine guidava un cocchio alato trainato da cavalli bianchi, divenne la strega che vola su una scopa logora, vestita di stracci.

Un'altra divinità che ha plasmato la Befana è Diana, la dea romana della caccia, della luna e della natura selvaggia. Nel folklore medievale, Diana (talvolta confusa con Erodiade o con figure come Abundia, Satia o Perchta) era considerata la guida di un corteo notturno di figure femminili alate. Nelle dodici notti che seguivano il Natale, queste "donne che volano" (le Bonus Mulieres o Donne di Fuora) sorvolavano le campagne, entravano nelle case, assaggiavano il cibo lasciato sulle tavole e decidevano il destino delle famiglie: abbondanza o carestia, fortuna o sfortuna. La moderna Befana, con la sua scopa volante e il suo vagare notturno, è l'erede diretta di queste processioni notturne.

In area germanica e alpina, la corrispondente della Befana si chiamava Berchta (o Perchta). Anche lei volava nei cieli durante le notti di mezzo, seguita da un codazzo di elfi, fate e spiriti di bambini. Berchta aveva un duplice volto: con i bambini buoni era generosa, ma con i cattivi e i fannulloni era spietata. Sventrava i loro ventri, li riempiva di paglia e li ricuceva. Una crudeltà che ricorda da vicino le minacce del "carbone" della Befana, seppur in versione molto più soft.

Con l'avvento del cristianesimo, le feste pagane non furono abolite, ma reinterpretate. L'Epifania divenne la celebrazione dell'arrivo dei Re Magi alla grotta di Betlemme. E la cultura popolare, che non amava rinunciare alle sue vecchie credenze, cucì sulla figura della dea volante una nuova leggenda, dal sapore edificante.

Si narra che i tre Re Magi, in viaggio verso Betlemme seguendo la cometa, fossero stanchi e smarriti. Bussarono alla porta di una vecchina chiedendole indicazioni. Lei, presa dalle faccende domestiche o forse semplicemente scostante, non volle seguirli. Ma quando i Re Magi si allontanarono, la vecchia si pentì. Preso un sacco di dolci e regali, uscì a cercarli. Non li trovò più. E da quel giorno, vaga per il mondo, fermandosi in ogni casa dove c'è un bambino, per lasciare un dono nella speranza che quel bambino sia il Gesù che non ha saputo accogliere.

Questa leggenda, tenera e malinconica, spiega sia il viaggio notturno della Befana che la sua generosità, e la lega indissolubilmente alla tradizione cristiana dei regali ai bambini.

La figura della Befana come la conosciamo oggi – una vecchia brutta, vestita di stracci, con il naso adunco e un cappello a cono – comincia a delinearsi nel Medioevo. Nel XIII secolo si diffusero in Italia le prime processioni e rappresentazioni legate alla "Befana", accompagnate da falò, danze e canti popolari.

Nel Cinquecento, la sua immagine si era già cristallizzata in quella di una "strega" che spaventava i bambini. In alcune regioni italiane, la tradizione era addirittura duale: esisteva una Befana buona (che portava doni) e una Befana cattiva (che rubava i bambini o li puniva). Solo più tardi, con l'illuminismo e l'epoca moderna, la Befana perse i suoi tratti più terrificanti e divenne la vecchietta goffa ma amabile che conosciamo, una sintesi della generosità di Strenia, della fecondità di Diana, del volo notturno delle Donne di Fuora e dell'aspetto grottesco delle streghe medievali.

Ogni elemento della Befana ha un significato profondo:

  • La scopa: non è solo un mezzo di trasporto. Nell'immaginario contadino, la scopa serve a spazzare via il vecchio anno, a purificare la casa dal male e a volare sopra i problemi. È simbolo di liberazione e rinascita.

  • La calza: appesa al camino (o alla finestra), è un ricettacolo di attesa. Un tempo si usavano calzini veri, quelli che i bambini indossavano tutto l'anno, rattoppati e stinti. Riceverla piena era un segno di abbondanza.

  • Il carbone: una volta era vero carbone o cenere, simbolo di punizione ma anche di purificazione. Ricordava ai bambini che i doni si conquistano con il buon comportamento.

  • I doni semplici: ai tempi dei nostri nonni, la calza veniva riempita con ciò che la povera economia contadina poteva offrire: mandarini, noci, castagne, frutta secca, un uovo sodo, qualche caramella dura, e raramente un soldino. I giocattoli erano un lusso. Mangiare un po' più del solito era già una gran festa.

In un'epoca in cui Babbo Natale globalizzato rischia di omologare le tradizioni natalizie, la Befana resiste. È una figura orgogliosamente italiana, radicata nei borghi e nelle campagne, ancora capace di incantare i bambini. Nella notte del 5 gennaio, Piazza Navona a Roma si riempie di bancarelle e di famiglie; in molte regioni si organizzano "calate" della Befana dal campanile; in Veneto si bruciano fantocci; in Lombardia si accendono falò.

E la Befana continua a volare, goffa e instancabile, con le scarpe tutte rotte e il sacco pieno di sogni.

La Befana non è mai stata una strega cattiva, e nemmeno solo una nonna bonaria. È una figura complessa, stratificata, che racchiude in sé migliaia di anni di storia: il culto delle dee madri, le religioni agrarie, la paura medievale, la tenerezza cristiana, la povertà contadina. È la saggezza antica delle nonne, la conoscenza delle erbe e dei rimedi, il sapere popolare tramandato a voce. È colei che spazza via il vecchio e accoglie il nuovo.

Oggi, come ieri, continua ad affacciarsi alla finestra nella notte più magica dell'inverno, a chiedersi se questa volta troverà quel Bambino, e a lasciare un dono. Perché la Befana, in fondo, siamo noi: il bisogno di credere che anche un gesto piccolo e maldestro possa portare gioia. E che non è mai troppo tardi per rimediare a un "no" detto con distrazione.

Viva la Befana! Viva la vecchia che non muore mai, che vola sulle scope di saggina e ci ricorda che la magia, se la vuoi, esiste ancora. Basta alzare gli occhi al cielo, la notte del 5 gennaio. E aspettare.





sabato 2 maggio 2026

Babbo Natale: l'uomo più amato dai bambini, la leggenda che ha attraversato i secoli

 


Chiedete a qualsiasi genitore: la figura in cui i bambini ripongono la fiducia più assoluta, il rispetto più profondo, non è un eroe dei cartoni animati, non è un calciatore, non è nemmeno un parente. È Babbo Natale. Quell'uomo dalla barba bianca, dal pancione rotondo e dal mantello rosso che, una notte all'anno, compie il miracolo più atteso: riempire di doni le case dei bambini buoni. Milioni di bambini in tutto il mondo lo aspettano con trepidazione, gli scrivono lettere, gli preparano biscotti e latte. Eppure, nonostante la sua fama universale, le informazioni certe su Babbo Natale sono sorprendentemente poche. La sua leggenda, come spesso accade con i grandi miti, è il risultato di stratificazioni secolari: un vescovo greco, una poesia anonima, una campagna pubblicitaria e tantissima magia.

Tutto comincia in Asia Minore, nell'odierna Turchia, intorno al 280 d.C. Qui nacque Nicola, un greco destinato a diventare vescovo della città di Myra e, senza saperlo, il prototipo del più famoso dispensatore di doni della storia. San Nicola era un uomo caritatevole, noto per la sua sensibilità e per le attenzioni che riservava ai bambini. Ma l'episodio che lo rese celebre, quello che gettò il seme della leggenda, riguarda una famiglia caduta in miseria.

Il padre di tre giovani fanciulle, troppo povero per offrire una dote adeguata, rischiava di doverle avviare alla prostituzione. Nicola, venuto a conoscenza della situazione, decise di agire in segreto. Per tre notti consecutive, lanciò un sacco d'oro (secondo altre versioni una palla d'oro) attraverso la finestra della casa, fornendo a ciascuna delle tre ragazze la dote necessaria per sposarsi dignitosamente. Il gesto, discreto e generoso, divenne il simbolo della carità natalizia: donare senza farsi riconoscere, portare gioia nell'ombra.

Nicola morì il 6 dicembre, verso la metà del IV secolo, e la sua tomba divenne subito meta di pellegrinaggi. Fu proclamato santo e la sua fama crebbe rapidamente, legandosi in particolare alla protezione dei bambini, delle fanciulle da marito e dei marinai. Le sue reliquie, trafugate da Myra nel 1087, oggi riposano a Bari, che ne è diventata la capitale devozionale. Il 6 dicembre, giorno della sua morte, divenne la festa in cui, in molti paesi europei, si scambiavano i doni.

Per secoli, la figura di San Nicola continuò a evolversi, assumendo caratteri diversi a seconda delle culture locali. In Olanda, ad esempio, era chiamato Sinterklaas (contrazione di Sint Nicolaas), viaggiava su un cavallo bianco ed era accompagnato da aiutanti. In Germania e in Francia, il suo seguito era più variegato, con figure inquietanti incaricate di punire i bambini cattivi.

Poi arrivò il Cinquecento e la Riforma protestante. I riformatori, contrari al culto dei santi e della Madonna, abolirono la festa di San Nicola. Il compito di portare i doni fu affidato a Gesù Bambino (Christkind), e la data fu spostata dal 6 al 25 dicembre. Ma la cultura popolare non rinunciò mai del tutto a una figura adulta che dispensasse doni: al fianco di Gesù Bambino, nei paesi nordici, venne introdotto un personaggio austero, forzuto, quasi inquisitorio, incaricato di "mettere in riga" i bambini cattivi. Era il Krampus o altri suoi equivalenti. San Nicola, in qualche modo, si era sdoppiato.

La vera, decisiva metamorfosi avvenne nei primi decenni dell'Ottocento, negli Stati Uniti. Fu lì che San Nicola perse definitivamente i suoi tratti episcopali e divenne l'uomo in rosso che tutti conosciamo. Il 23 dicembre 1823, il giornale Troy Sentinel pubblicò anonimamente una poesia destinata a cambiare per sempre l'immaginario natalizio: "A Visit from St. Nicholas" (meglio nota oggi come "The Night Before Christmas").

La poesia descriveva con dovizia di particolari un uomo: barba bianca, guance rosse, naso color ciliegia, un "pancino rotondo che tremava come una scodella piena di gelatina" quando rideva. Era vestito di pelliccia, dalla testa ai piedi, e viaggiava su una slitta volante trainata da otto renne dai nomi oggi immortali: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen. Si introduceva nelle case scendendo dal camino e riempiva di doni le calze appese.

La poesia fu un successo immediato, e l'identità del suo autore è stata a lungo dibattuta. Per decenni fu attribuita a Clement Clarke Moore, un professore di lingue orientali, che la incluse in una sua raccolta di poesie nel 1844. Tuttavia, fin dall'Ottocento, alcuni hanno sostenuto che il vero autore fosse Henry Livingston Jr., un poeta di origini olandesi, che avrebbe composto i versi già nel 1807. Chiunque l'abbia scritta, l'importante è che quella notte, sul Sentinel Troy, nacque il Babbo Natale moderno.

Il passo successivo fu visivo. La poesia aveva dato le parole, ma serviva un'immagine. La fornì Thomas Nast, il più celebre fumettista americano dell'Ottocento, già famoso per aver inventato il simbolo dell'asino per il Partito Democratico e dell'elefante per quello Repubblicano. Tra il 1863 e il 1886, Nast illustrò per la rivista Harper's Weekly una ventina di disegni dedicati a Babbo Natale.

Nast gli diede la residenza al Polo Nord, fissò la sua officina per i giocattoli, il suo libro dei bambini buoni e cattivi, e soprattutto lo vestì: prima con pellicce variopinte, poi stabilmente con il celebre abito rosso e bianco che conosciamo. Fu Nast a trasformare l'eterogeneo San Nicola in un'icona riconoscibile e standardizzata. La sua immagine, diffusa a milioni di copie, impose nell'immaginario collettivo il Babbo Natale corpulento, allegro e barbuto.

Se Nast diede la forma, fu la Coca-Cola a renderlo onnipresente. Nel 1931, la multinazionale affidò all'illustratore Haddon Sundblom la creazione di una serie di annunci pubblicitari natalizi. Sundblom si ispirò direttamente ai disegni di Nast e alla poesia di Moore, ma li rese ancora più realistici, caldi, umani. Il suo Babbo Natale aveva un aspetto bonario, le guance rosate, la barba folta e candida, e un mantello rosso brillante. La campagna pubblicitaria durò per decenni e fu talmente pervasiva che molti, erroneamente, credono ancora oggi che sia stata la Coca-Cola a "inventare" Babbo Natale. In realtà, la bevanda ha solo sapientemente sfruttato e diffuso un'icona che esisteva già da un secolo.

La forza della pubblicità, però, fece il resto: l'immagine di Sundblom fu esportata in tutto il mondo, e il Babbo Natale americano soppiantò progressivamente le figure locali, diventando il simbolo universale del Natale.

La parabola di Babbo Natale è la storia di come un mito nasca, cresca e si trasformi. Da un austero vescovo greco del IV secolo, amante della carità discreta, a una figura fatata e volante, capace in una notte di consegnare doni a milioni di bambini. Un percorso lungo diciassette secoli, fatto di stratificazioni culturali, poesie anonime, vignette e persino strategie di marketing.

Oggi, Babbo Natale è l'unico personaggio mitologico ad avere una residenza fissa (Rovaniemi, in Lapponia, per i finlandesi; il Polo Nord per gli americani) e un vero e proprio ufficio postale (quello di Saint-Nicolas-de-Port, in Francia, che riceve migliaia di lettere ogni anno). È l'unico a cui i bambini scrivono con assoluta fiducia. E forse, proprio per questo, la sua leggenda è l'unica che gli adulti si ostinano a proteggere.

Perché Babbo Natale, alla fine, non è solo un uomo con un sacco di regali. È la prova che il mondo, almeno una notte all'anno, può essere un posto più buono, più generoso, più magico. E che, anche quando i bambini crescono e scoprono la verità, qualcosa di quella magia resta. Per sempre.




venerdì 1 maggio 2026

Charun: Il demone blu dell'oltretomba etrusco

 


Quando si pensa ai traghettatori di anime, alla morte e ai demoni che popolano l'aldilà, il pensiero corre quasi spontaneamente al Caronte della mitologia greca e romana: il vecchio barbuto che con la sua barca attraversa lo Stige trasportando le anime dei defunti. Ma gli Etruschi, quel popolo misterioso che abitava l'Italia centrale prima dell'ascesa di Roma, avevano una visione della morte molto diversa, più cruda, più viscerale. E al centro del loro oltretomba non c'era un traghettatore. C'era Charun. E Charun non traghettava nessuno. Colpiva.

Charun condivide il nome con Caronte. Ma la somiglianza finisce qui. Se i Greci immaginavano il loro traghettatore come una figura austera e sonnolenta, un vecchio stanco che si limitava a fare il suo mestiere, gli Etruschi costruirono un demone molto più feroce. Forse i Romani, quando assimilarono il mito, ne addolcirono i tratti. Forse gli Etruschi, al contrario, non avevano alcuna intenzione di rendere la morte rassicurante.

Quello che sappiamo di Charun lo dobbiamo alle splendide tombe etrusche, ai sarcofagi scolpiti, ai vasi dipinti che sono arrivati fino a noi. Le necropoli dell'Italia centrale — Tarquinia, Cerveteri, Vulci, Orvieto — hanno restituito un intero universo di immagini funebri, e in molte di esse Charun appare. Non come una presenza discreta, ma come una figura centrale, quasi ossessiva. La morte, per gli Etruschi, non era un trapasso dolce. Era un evento brutale. E Charun ne era il volto.

Descrivere Charun non è difficile. È terrorifico in modo quasi intenzionale, progettato per incutere timore anche a chi lo guarda sulla parete di una tomba, sapendo che è solo un dipinto.

Charun ha aspetto umano, ma deformato. È maschio, barbuto, ma la sua barba è ispida, incolta, selvaggia. I suoi occhi sono minacciosi, spesso sbarrati, fissi in una direzione che non è quella dello spettatore ma qualcosa di più lontano e spaventoso. Il naso è adunco, quasi a becco d'uccello rapace, e la bocca a rostro — piegata in una smorfia che non è né un sorriso né un ghigno, ma qualcosa di più ambiguo, forse la consapevolezza di un destino ineludibile. Le orecchie sono aguzze, come quelle di un animale notturno.

Ma la sua caratteristica più impressionante è il colore. Charun è blu. O azzurro. O verde-blu. Nei cicli pittorici etruschi la sua pelle assume tonalità che vanno dal celeste spento al blu scuro, talvolta virando al nero. È una scelta cromatica che non ha equivalenti nelle altre figure rappresentate: i defunti hanno il colore naturale della terracotta o dell'incarnato, le altre divinità appaiono con tonalità più chiare e terrene. Solo Charun è blu. Come se fosse marchiato, diverso, separato dal mondo dei vivi e da quello degli dei.

Charun è quasi sempre armato di un enorme martello. La sua figura, senza quel martello, sarebbe incompleta. Ma proprio sulla funzione di quest'arma gli studiosi non hanno ancora trovato un accordo.

La prima ipotesi, forse la più diffusa, è che Charun usi il martello per separare l'anima dal corpo. Un colpo secco, definitivo, che interrompe la vita e libera l'essenza del defunto. In questa interpretazione, Charun non è solo un guardiano o una guida: è l'esecutore materiale della morte. Non aspetta che il respiro si spenga da solo. Lo spegne lui.

La seconda ipotesi è meno violenta ma altrettanto simbolica: il martello servirebbe a spalancare le porte dell'oltretomba. L'ingresso del Regno dei Morti, nella visione etrusca, non è automatico né scontato. Richiede un atto di forza, una rottura. Charun, con il suo martello, sfracella i cardini e apre la via.

La terza ipotesi è la più sottile e forse la più profonda: Charun userebbe il martello per conficcare un chiodo nella parete. Il chiodo, in molte culture antiche, è simbolo di irrevocabilità. Un patto sigillato, una porta chiusa, un destino segnato. Conficcare un chiodo significa dire: "Non si torna indietro". E questo, forse, è il vero ruolo di Charun: non uccidere, non aprire, ma testimoniare che la morte è definitiva. Che una volta varcato il confine, non c'è ritorno.

Quale di queste tre interpretazioni sia corretta, o se tutte lo siano in contesti diversi, non lo sappiamo con certezza. Ma è affascinante pensare che intorno a un semplice martello si sia accumulata tanta riflessione.

Nelle rappresentazioni funebri etrusche, Charun compare in due ruoli distinti, a volte sovrapposti.

Nel primo, accompagna il defunto nel suo viaggio verso l'oltretomba. Non lo traghetta (quello è compito di Caronte, che pure esiste nell'immaginario etrusco ma con ruolo marginale), ma lo scorta. Cammina al suo fianco, o lo segue a cavallo, o gli sta davanti indicando la strada. È una presenza inquietante, certo, ma non necessariamente malevola. Forse, nel suo modo brutale, sta semplicemente facendo il suo lavoro.

Nel secondo ruolo, Charun sorveglia l'ingresso del Regno dei Morti. Sta sulla soglia, immobile, con il martello in pugno. Non lascia passare chi non deve passare. E forse, anche, non lascia uscire chi è già entrato. In questo senso, Charun è un demone liminale, di quelli che abitano i confini, gli spazi di passaggio, le zone dove il mondo dei vivi e quello dei morti si sfiorano.

Resta il problema del colore blu. Perché blu? Perché un demone della morte, in un pantheon altrimenti policromo, doveva essere dipinto con quella tonalità fredda e innaturale?

Una teoria suggestiva, avanzata da alcuni studiosi, propone una spiegazione crudamente fisica. Gli Etruschi, a differenza di molti popoli antichi, riaprivano frequentemente i sepolcri familiari. Ogni volta che un congiunto moriva, la tomba veniva riaperta per accogliere il nuovo defunto. E in quelle occasioni, i corpi dei trapassati precedenti mostravano i segni della decomposizione. La pelle, a un certo punto del processo di putrefazione, assume una tonalità bluastra o verdastra.

Charun, forse, non è solo un demone. È il riflesso di ciò che gli Etruschi vedevano quando aprivano le tombe dei loro cari. È la morte che si fa visibile, tangibile, cromatica. Non l'idea astratta del trapasso, ma il corpo che si trasforma, che cambia colore, che diventa blu. In questo senso, Charun è profondamente radicato nella pratica funeraria etrusca: non arriva dall'Olimpo greco, ma dalla terra, dai sepolcri, dalla carne che marcisce.

Charun non è solo. Nell'immaginario etrusco, l'oltretomba è popolato da una fitta schiera di demoni e figure psicopompe. La più celebre è Tuchulcha, un demone femminile con il becco d'avvoltoio e i capelli di serpenti, che compare nella Tomba dell'Orco a Tarquinia. E poi Vanth, una figura alata, femminile, spesso rappresentata con una torcia accesa o una chiave, che a differenza di Charun non incute terrore ma piuttosto veglia e accompagna.

Charun è il più brutale di tutti. Non ha ali, non ha torce, non ha chiavi. Ha un martello. E forse è proprio questa sua semplicità a renderlo così potente. Non serve a interpretare la morte, non la addolcisce, non la spiega. La applica.

Gli Etruschi sono stati un popolo straordinariamente vitale, gioioso, amante della musica, del banchetto, della danza. Eppure hanno lasciato un'arte funebre di una ricchezza e di una potenza rare. Non temevano la morte, forse, ma la guardavano in faccia senza filtri. E Charun è il volto di quella contemplazione.

Non è il diavolo. Non è Satana. Non è un giudice né un boia. È qualcosa di più antico e più terribile: è la morte stessa che si fa demone, che prende forma, che alza il martello. E lo fa senza cattiveria, ma senza pietà. Perché è il suo lavoro.

Oggi, nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, i fregi e i sarcofagi raccontano ancora quella storia. Il defunto a cavallo, Charun che lo accompagna, il martello pronto, il colore blu che risalta sulla pietra. Sono passati duemila e cinquecento anni, e ancora quel blu fa paura. Come se Charun, in fondo, non se ne fosse mai andato. Come se aspettasse ancora, all'ingresso di qualche tomba, con il martello in pugno, per chiudere il chiodo definitivo.


giovedì 30 aprile 2026

La Suca Baruca: quando le zucche dei morti illuminavano l'autunno italiano



Prima che Halloween invadesse i supermarket italiani con zucche sorridenti e costumi da strega, nelle campagne del Nord Italia esisteva già una tradizione antica, silenziosa e profonda. Si chiamava Suca Baruca, e non era un prodotto d'importazione. Era la zucca dei morti, la lanterna che i contadini accendevano per guidare le anime dei defunti nelle notti di novembre. Una luce tremolante nella nebbia, un gesto semplice e potente che univa la terra al cielo, i vivi a chi non c'era più.

Il nome stesso, Suca Baruca, ha il sapore delle cose antiche. "Suca" è il termine dialettale per zucca, diffuso in molte varianti del Nord Italia. "Baruca" evoca l'idea di qualcosa di bitorzoluto, irregolare, non perfetto — proprio come le zucche che crescevano negli orti contadini, lontane dalla rotondità ideale delle varietà odierne.

La preparazione era semplice ma carica di significato. Si sceglieva una zucca matura, possibilmente dalla forma strana e irregolare. La si svuotava della polpa, si intagliava un volto grottesco o solo un'apertura da cui la luce potesse filtrare, e all'interno si poneva una candela accesa o un piccolo lume a olio. Così, la Suca Baruca prendeva vita.

Il periodo era quello compreso tra il 1° e il 2 novembre: Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti. Le notti erano già lunghe, le nebbie avvolgevano le campagne, e l'aria odorava di terra bagnata e foglie secche. Era il momento in cui, secondo la credenza popolare, i morti tornavano a visitare i luoghi della loro vita. E la luce della Suca Baruca serviva a indicare loro la strada.

Come spesso accade nel folklore, la Suca Baruca aveva un doppio registro. Da un lato, quello sacro e intimo. Le famiglie collocavano le zucche illuminate sui davanzali delle finestre, sui muri dei cortili, lungo i sentieri che portavano al cimitero. Era un modo per accogliere i defunti, per dire loro: "La vostra casa è ancora qui, la vostra memoria è ancora viva". La luce non era solo un segnale visivo, ma un linguaggio silenzioso di rispetto e amore. In alcune varianti, si lasciava anche un po' di cibo — pane, frutta secca, un bicchiere d'acqua — perché l'anima stanca potesse ristorarsi.

Dall'altro lato, c'era un aspetto più giocoso e sovversivo. I giovani, specialmente nelle campagne del Veneto e dell'Emilia, usavano le Suca Baruche per spaventare i passanti. Le collocavano in punti strategici — dietro un muretto, tra gli alberi, lungo una strada buia — e quando qualcuno si avvicinava, la luce improvvisa della zucca intagliata sembrava uno spirito errante. Era una paura buona, quella del brivido innocente, che trasformava la notte dei morti in una festa un po' inquieta ma anche rassicurante: perché la paura, quando è condivisa, diventa gioco.

La tradizione della Suca Baruca non è nata dal nulla. Affonda le sue radici in rituali molto più antichi, probabilmente pre-cristiani, legati al ciclo agricolo e al culto degli antenati. Quando l'autunno avanzava e i campi restavano spogli, quando l'ultimo raccolto era stato portato a termine, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti sembrava assottigliarsi. Era il momento di Samhain, la festa celtica che segnava la fine dell'anno e l'inizio del buio invernale. E in quella notte, le lanterne intagliate nelle rape e nelle barbabietole servivano a tenere lontani gli spiriti maligni e a guidare quelli benevoli.

Quando la zucca, importata dalle Americhe dopo la scoperta del Nuovo Mondo, si diffuse nelle campagne europee, sostituì gradualmente le rape come materiale più facile da intagliare, più capiente, più luminosa. Ma lo spirito del rito rimase lo stesso. La Suca Baruca è l'erede diretta di quelle antiche lanterne, un ponte tra il mondo celtico e la cultura contadina italiana.

La zucca, del resto, è di per sé un simbolo potente. È l'ultimo frutto della stagione, quello che matura quando i giorni si accorciano e la terra si prepara al riposo. La sua polpa gialla è come un sole che si ritira, i suoi semi custodiscono la promessa di una nuova primavera. Svuotare una zucca significa toglierle la vita per trasformarla in un contenitore di luce. È un atto simbolico di morte e rinascita, proprio come il passaggio dei defunti che tornano e poi se ne vanno, lasciando spazio ai vivi.

La candela accesa al suo interno, poi, è la memoria che resiste al buio. È l'atto di ricordare chi non c'è più, di tenere accesa una fiamma che nessuna nebbia può spegnere. In un mondo senza elettricità, quella piccola luce nella notte era un segno inequivocabile: qui qualcuno si ricorda. Qui qualcuno aspetta.

Oggi, quando parliamo di zucche intagliate e illuminate, il pensiero corre subito a Halloween. La festa americana, importata dai media e dal cinema, ha trasformato la "jack-o'-lantern" in un simbolo globale. Ma la Suca Baruca è un'altra cosa. Non ha nulla delle zucche sorridenti e tamarre che vediamo nei supermercati. Non è una decorazione da festa in maschera. È un gesto raccolto, intimo, quasi timido. Non si accende per spaventare i bambini (almeno, non solo), ma per accogliere i morti. Non si esibisce sulla porta di casa con fierezza consumistica; si posa sul davanzale in silenzio, come un pensiero che non chiede attenzione.

La differenza è sostanziale: Halloween guarda alla paura come spettacolo. La Suca Baruca guarda alla morte come memoria. Halloween viene dall'esterno e si impone. La Suca Baruca nasce dalla terra e dal bisogno umano di dare un senso al distacco.

Oggi, la Suca Baruca è quasi scomparsa. Resta viva in alcuni borghi dell'Emilia, in qualche cascina del Veneto, tra le famiglie che hanno conservato il ricordo dei nonni. Ma sta vivendo una piccola, timida rinascita. Gruppi di appassionati di folklore, musei etnografici e associazioni culturali stanno riscoprendo questa tradizione organizzando laboratori e rievocazioni. Si torna a intagliare zucche con coltelli e pazienza, si riaccendono candele, si raccontano le storie di una volta.

Forse, in un'epoca in cui la digitalizzazione ci separa sempre più dal mondo sensibile, c'è bisogno di gesti concreti. Accendere una luce per chi non c'è più è un atto semplice e potente. Non richiede tecnologia, non richiede competenze. Richiede solo la volontà di ricordare.

La Suca Baruca non è solo una leggenda. È una pratica, un rito, un modo di abitare il mondo che non ha paura della morte perché la trasforma in memoria. È il gesto di una nonna che posa una zucca sul davanzale e mormora una preghiera. È il brivido di un bambino che vede una luce tra gli alberi e non sa se è uno spirito o uno scherzo. È la nebbia di novembre che avvolge le campagne e il profumo di terra bagnata.

Questa ricorrenza del 2 novembre, mentre il mondo si riempie di zucche sorridenti importate dagli Stati Uniti, ricordiamoci che la tradizione più autentica è un'altra. È silenziosa. È umile. È italiana. E si chiama Suca Baruca.


mercoledì 29 aprile 2026

Crysa, il fiume che dimenticò di essere un dio

 


Nessuno ricorda il momento esatto in cui Crysa smise di essere un dio e divenne un fiume. Forse non ci fu un istante preciso, un taglio netto tra l'immortale e il terreno. Forse fu un lento disfare, come la neve che diventa acqua senza che nessuno veda il passaggio. C'è chi dice che sia sempre stato entrambe le cose: una presenza che scorre, che mormora, che osserva dal fondo limaccioso del tempo. Ma un tempo, raccontano le rocce e le radici, aveva spalle larghe come colonne doriche e occhi chiari come sorgenti di montagna. E solo quando fu dimenticato dagli uomini, si lasciò andare. Si distese sulla terra, abbracciò i campi e iniziò a dormire.

Essere un dio fluviale in Sicilia era tutt'altro che facile. La terra era generosa e crudele, madre e matrigna. Le stagioni sfilavano come spettri tra lunghi mesi di aridità e piogge che portavano via tutto, case raccolti speranze. Ma i Siculi, i primi, quelli che conoscevano ancora il nome delle pietre, veneravano l'acqua come si venera ciò che dà la vita — e la prende. Lo sapevano bene, loro che vivevano sospesi tra la sete e l'alluvione.

Per loro i fiumi erano maschi, impetuosi e fertili, e le sorgenti femmine, segrete e cullanti. Era un mondo denso d'anime. Di silenzi. Di poteri nascosti nelle foglie e nelle cavità degli alberi. Ogni ruscello aveva un nome, ogni fonte un volto, ogni gorgoglio una voce.

E Crysa c'era. Non perché fosse stato costruito da mani umane, non perché un poeta lo avesse inventato in un verso. Era stato pensato, sognato, respirato da generazioni che avevano sete e sapevano a chi chiedere. Il clima allora era più piovoso, e la terra intorno ad Assoro era ricca di fonti e ruscelli. Forse era merito suo. Forse era solo il mondo che allora ricordava ancora come essere magico.

Crysa non amava la guerra. Non guidava carri celesti, non brandiva fulmini, non chiedeva sangue. Preferiva l'orzo che cresce in silenzio, le donne che lavavano vestiti e peccati nelle acque chiare, i bambini che nascevano lungo le rive tra un lamento e un canto. Era un dio domestico, quasi timido. Accettava doni semplici e sinceri: un fico appena colto, una focaccia bruciacchiata, una canzone steccata e felice cantata da una voce che non sapeva tenere il tempo.

Il suo tempio non era imponente come quelli di Zeus o di Atena. Non aveva colonne di marmo né frontoni scolpiti con battaglie di giganti. Era un santuario di campagna, umile come la terra che lo circondava. Ma era vivo. E aveva una statua — bella, dicono, come un tramonto dentro l'acqua. Teneva una cornucopia nella mano sinistra, simbolo dell'abbondanza che sapeva donare. E un'anfora nella destra, da cui l'acqua scorreva in un gesto perenne di offerta. Era un dio che dava. Versava. Nutriva.

Persino Cicerone, il grande oratore romano, ne parlò, quasi distrattamente, in una delle sue arringhe: "Fanum eius est in agro, prope ipsam viam qua ab Assoro Ilinam itur" — "Il suo tempio è in campagna, proprio vicino alla strada che da Assoro va a Ilina". Un tempio di campagna. Una presenza tra i rovi e le strade polverose. Un dio che abitava i margini.

Quando i Siculi decisero di combattere con i Cartaginesi — o forse furono i Cartaginesi a volere loro — Crysa non gridò. Non tuonò dal cielo. Fece ciò che sapeva fare meglio: sussurrò. Disse agli Assorini di stare con Siracusa. Non comandò, mai. Crysa non aveva il carattere per dare ordini. Ma il suo consiglio fu saggio, e la storia, per una volta, seguì i sussurri anziché le urla. Siracusa vinse, Assoro prosperò, e il piccolo dio fluviale ricevette onori che non aveva mai cercato.

Poi vennero i Romani. I Romani fanno ciò che fanno gli imperi: misurano, rinominano, spiegano, tassano. Non aboliscono gli dèi, li mettono in ordine, li catalogano, li riducono a voci di un dizionario amministrativo. Il culto di Crysa sbiadì come un affresco sotto la pioggia battente. Non fu distrutto. Fu semplicemente ignorato. E per un dio, essere ignorato è molto peggio che essere combattuto.

Ma qualcuno, tra i suoi ultimi fedeli, fece un gesto estremo e tenero: mise il suo volto sulle monete. Giovane, nudo, eterno. Un tentativo di ricordarlo spendendolo, di tenerlo in circolazione, di farlo passare di mano in mano come un segreto che non voleva morire. Forse per sbaglio. Forse per amore. Le monete con il volto di Crysa sono arrivate fino a noi, piccoli dischi di bronzo che hanno viaggiato per duemila anni portando con sé l'ombra di un dio dimenticato.

E poi venne Verre. Gaio Licinio Verre, governatore romano della Sicilia, l'avido, il crudele, quello che aveva il cuore vuoto e le mani piene di fame. Voleva la statua di Crysa. Non per devozione, naturalmente. La voleva perché era bella, perché era preziosa, perché poteva metterla nel suo palazzo come trofeo. Mandò i suoi uomini a prenderla.

Ma ogni volta che provavano a spostarla, accadeva qualcosa di strano. Il fiume — il corpo ormai disteso del dio — si gonfiava fuori stagione. L'acqua diventava scura, quasi nera. E cominciava a parlare. Non in latino. Non in greco. Non in nessuna lingua che gli uomini di Verre potessero capire. Era una lingua così antica che persino le pietre smettevano di ascoltarla per non offendersi. E gli uomini che la sentivano… beh, si ritrovavano con il sangue che usciva loro dalle orecchie. Non morivano. Impazzivano. Tornavano da Verre barcollanti, gli occhi vuoti, e non furono più in grado di dire una parola sensata.

Verre desistette. Non perché fosse diventato saggio, ma perché non poteva vendere un dio che ammattiva i compratori.

Poi arrivò il nuovo dio. Quello che era uno e tre. E con lui i suoi seguaci, zelanti, convinti, spietati nella loro certezza. Non volevano compagni. Solo sudditi. Trasformarono Crysa in un demone. Gli misero corna di caprone e zoccoli fessi. Distrussero i suoi templi, abbatterono la sua statua, bruciarono i suoi campi. Persino un suo antico sacerdote, Firmico Materno, che aveva conosciuto il dio da ragazzo e gli aveva offerto fichi e focacce, si fece loro alleato. Scrisse parole terribili, incitando alla distruzione: "Tollite, tollite! Incendite eorum templa, redigite in quaestum eorum sacra. Gloriam vobis acquiretis" — "Togliete, togliete! Bruciate i loro templi, convertite in rendita i loro riti. Otterrete gloria".

E così fecero. E così il dio fluviale, che non aveva mai amato la guerra e non sapeva combattere, si addormentò. Non morì. Gli dèi non muoiono. Si stancano. Si ritirano. Diventano lenti.

Vennero altri uomini, con lingue nuove e mappe diverse. Gli Arabi, che chiamarono la Sicilia l'Eden e, come nuovi Adamo, rinominarono ogni cosa, ogni fiume, ogni monte, ogni stella. E il fiume Crysa divenne Dittaino. Un nome nuovo. Un nome arabo. Per un dio dimenticato.

Oggi nessuno gli porta fichi. Nessuno canta le sue lodi. Nessuno si siede sulla riva ad aspettare un suo segno.

Ma a volte, quando l'acqua danza tra i sassi e il vento si infila tra le gole, qualcuno — solo qualcuno — vede un'ombra. È una figura dalle spalle larghe come colonne doriche. Porta ancora la cornucopia, ormai vuota. Sorride. Un sorriso triste, stanco, che non promette vendetta né miracoli. Promette solo memoria.

Crysa non è morto. È solo diventato lento. Come tutti gli dèi che non servono più. E forse, se il mondo imparerà di nuovo ad avere sete nel modo giusto, lui si desterà. Si siederà sulla riva. E ricomincerà a parlare.

Ma fino ad allora, scorre. In silenzio. E dimentica, ogni giorno un po' di più, di essere stato un dio.




martedì 28 aprile 2026

I Gottwjarchi del Monte Rosa: il piccolo popolo laborioso delle Alpi

 


C’è un angolo delle Alpi piemontesi dove l’aria è così sottile che sembra di respirare il silenzio, e i boschi di conifere e faggi si stringono intorno ai pendii del Monte Rosa, la seconda vetta più alta d’Europa. È qui, tra Macugnaga, la Valle Anzasca e le terre dove da secoli vive la comunità walser di origine germanica, che si nasconde una delle leggende più affascinanti e meno conosciute del folklore italiano: la storia dei Gottwjarchi, il piccolo popolo degli gnomi montanari.

Il loro nome, che suona antico e misterioso, significa letteralmente “buoni lavoratori” . E in effetti, se c’è una cosa che distingue questi gnomi dai loro cugini di altre tradizioni europee, è la loro instancabile dedizione al lavoro. Ma attenzione: non aspettatevi creature lugubri e silenziose. I Gottwjarchi sono allegri, burloni, vestiti di colori sgargianti, e amano fare scherzi tanto quanto amano accumulare tesori. Purché nessuno li prenda in giro. Perché se c’è una cosa che non sopportano, è essere derisi.

Descrivere un Gottwjarchi non è difficile, purché si abbia la fortuna (o la sfortuna) di incontrarne uno. Si presentano come esserini alti circa 50-60 centimetri, con una lunga barba incolta che i maschi più anziani sbiancano con l’acqua di calce per sembrare ancora più vecchi e saggi . L’età, presso di loro, è segno di prosperità e rispetto.

Il loro aspetto fisico ha però una caratteristica che lascia subito sbalorditi: hanno i piedi girati all’indietro . Invece di essere una disabilità, questa particolarità li rende incredibilmente agili nel correre e saltare, permettendo loro di percorrere distanze enormi senza alcuna fatica. Sono sempre scalzi, del resto come potrebbero allacciarsi un paio di scarpe con i piedi così fatti? .

Il loro abbigliamento è un tripudio di colori. Indossano casacche variopinte che ricordano sia gli abiti degli antichi Celti sia le tradizionali camicie dei montanari walser . A volte, se ne capitano all’asciutto, arraffano qualche camicia sgargiante stesa al sole e se ne fanno una palandrana.

Ma l’elemento più distintivo è il copricapo: un lungo cappello a punta di feltro azzurro . A esso sono appesi tanti piccoli campanellini, uno per ogni anno di vita dello gnomo. E siccome i Gottwjarchi vivono molto a lungo — a volte fino a due o tre secoli — i più vecchi ne sono letteralmente ricoperti . Quando corrono o saltano, emettono un tintinnio allegro e incessante che ne annuncia la presenza ancor prima di vederli.

Il carattere dei Gottwjarchi è complesso e affascinante. Sono creature benevole e giocherellone, ma hanno un limite invalicabile: non sopportano di essere presi in giro né di essere osservati troppo a lungo . La tradizione walser insegna che, se si incontra un Gottwjarchi, bisogna fare finta di non vederlo. Altrimenti, offeso, lo gnomo si eclissa nel nulla e può scomparire per decenni.

Una delle leggende più celebri racconta di una mamma che passeggiava per i prati di Formazza-Pomatt con il suo bambino. Da dietro un grande faggio saltò fuori un Gottwjarchi che giocava a rincorrersi con un coniglio. La donna, che conosceva bene le abitudini dello gnomo, fece finta di niente e continuò per la sua strada. Ma il bambino, incuriosito, gli si avvicinò e gli chiese perché avesse i piedi girati all’indietro. La donna cercò di fermarlo, ma era troppo tardi. Lo gnomo, profondamente offeso, sparì nel bosco. Per quarant’anni, né lui né i suoi amici si fecero più vedere da quelle parti .

Al contrario, se trattati con rispetto e discrezione, i Gottwjarchi si rivelano generosissimi. Amano fare scherzi — sempre benevoli — e lasciano regali a chi accetta le loro burle con spirito allegro .

Come molti membri del “piccolo popolo” delle Alpi, i Gottwjarchi sono instancabili lavoratori e risparmiatori. Trascorrono gran parte del loro tempo nelle miniere nascoste nel cuore delle montagne, dove estraggono minerali preziosi, gemme e oro . La loro laboriosità ha permesso loro di accumulare ricchezze immense, custodite in profonde caverne segrete. Se si tende l’orecchio all’imboccatura di una miniera abbandonata, si può ancora sentire il delicato tintinnio dei loro attrezzi che rompono la roccia dura .

Non sono avari, tuttavia. A differenza di altri gnomi delle leggende europei, i Gottwjarchi sono piuttosto generosi. Regalano volentieri parte delle loro ricchezze agli umani che si comportano bene con loro. A volte, lasciano pepite d’oro o pietre preziose davanti alla porta di qualche fortunato .

Un racconto popolare narra di una giovane madre che chiese a un Gottwjarchi di nome Barba Pinotu di fare da padrino a suo figlio. Sapeva che lo gnomo era molto ricco e sperava in un bel regalo. L’allegro personaggio accettò con gioia (manifestata da un prolungato scampanellio) e fece trovare sul luogo convenuto un coloratissimo vestitino per il neonato, con le tasche piene di carbone. La donna, pur delusa, si profuse in ringraziamenti e tornò verso casa. Durante il percorso, però, buttò via il carbone considerandolo inutile. Una volta a casa, si accorse che un solo pezzetto era rimasto in una tasca. Quando lo estrasse per pulire il vestitino, il carbone si era trasformato in una pepita d’oro massiccio .

Tornò subito indietro per cercare gli altri pezzi, ma erano spariti. Glieli aveva nel frattempo raccolti l’accorto Barba Pinotu, che li fece ritrovare sul davanzale della finestra del suo figlioccio, uno all’anno, per tutto il tempo in cui visse .

I Gottwjarchi non si fanno vedere in qualsiasi momento. Preferiscono uscire dai loro nascondigli in quattro notti speciali dell’anno, che corrispondono alle principali festività di origine celtica :

  • Imbolc (inizi di febbraio)

  • Beltane (inizi di maggio)

  • Lughnasadh (inizi di agosto)

  • Samhain (inizi di novembre)

In quei giorni, i confini tra il mondo umano e quello degli spiriti si fanno sottili, e i Gottwjarchi si avvicinano ai sentieri e ai margini dei villaggi.

I luoghi dove è più probabile incontrarli sono i boschi di conifere e faggi, le zone ricche di funghi (che adorano), le cascate, i fossi, le rovine e naturalmente le miniere abbandonate . Nel comune di Macugnaga, un maestoso tiglio vicino alla chiesa e al cimitero, vecchio di cinquecento anni, era considerato un tempo la loro dimora prediletta . Oggi si dice che i Gottwjarchi si siano nascosti ancora più in profondità, offesi dall’incuria degli uomini, ma che ogni tanto si facciano ancora sentire, con un lontano tintinnio di campanelle nella notte.

A volte, in alcune varianti locali, questi gnomi vengono chiamati Götwiarchjini . Una suggestiva testimonianza della loro presenza è legata al Lago delle Fate, un bacino artificiale situato nei pressi di Macugnaga, formato dallo sbarramento del torrente Quarazza per sedimentare l’acqua dei ghiacciai del Monte Rosa . Lungo il sentiero che conduce al lago si trovano sculture di legno realizzate dall’artista locale Giuseppe Scaranto, che raffigurano proprio questi gnomi. Il toponimo del lago risale agli anni Cinquanta, dopo la costruzione della diga, e una leggenda più recente narra che di notte, al chiaro di luna, le fate camminino sull’acqua .

Oggi, i Gottwjarchi sono quasi scomparsi dalla memoria collettiva. Ne parlano solo gli anziani walser, o qualche raro appassionato di folklore che si avventura tra i sentieri del Monte Rosa. Ma la loro leggenda sopravvive, tenace come i boschi che li hanno visti nascere.

Forse, come vuole la tradizione, se ne sono andati perché gli uomini hanno smesso di credere in loro. O forse, semplicemente, si sono nascosti ancora più in profondità, nelle viscere della montagna, dove il loro tintinnio si confonde con il gocciolio dell’acqua nelle grotte.

Se capitate da queste parti, in una notte di novembre o di maggio, tendete l’orecchio. Se sentite un lontano scampanellio tra i faggi, ricordatevi la regola: fate finta di niente, abbassate lo sguardo e proseguite. E se siete fortunati, forse la mattina dopo troverete una pepita d’oro sul davanzale della finestra.




 
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