giovedì 19 febbraio 2026

Zombie: La Fame che Non Muore Mai (e che Ci Ricorda Chi Siamo Davvero)


Gli zombie sono diventati una moda. Sono ovunque: nei film, nelle serie TV, nei videogiochi, nei libri. Li amiamo, li temiamo, ci divertono. Ma pochi si fermano a chiedersi: perché ci affascinano così tanto? Cosa c'è dietro a questi morti che camminano e che vogliono solo mangiare carne umana?

La risposta è semplice e spaventosa: gli zombie siamo noi.

La parola "zombie" viene dai Caraibi, da Haiti per la precisione. Nella cultura vudù, lo zombie è un morto resuscitato da uno stregone, uno "bokor", per essere usato come schiavo. Senza volontà, senza memoria, senza anima. Solo un corpo che lavora fino a consumarsi.

Questa non è una coincidenza. Haiti è nata dalla rivolta degli schiavi, dall'unico caso nella storia in cui degli schiavi neri hanno preso il potere e cacciato i padroni bianchi. La paura dello zombie, del morto che torna a lavorare, è la paura della schiavitù stessa. È la paura di perdere sé stessi, di diventare carne da macello, di non essere più umani.

E forse, in un certo senso, è anche il ricordo di cosa significa essere stati schiavi. Di cosa significa muoversi senza meta, lavorare senza fine, esistere senza vivere.

Lo zombie moderno, quello di Romero, quello di "The Walking Dead", è diverso. Non è uno schiavo, è un divoratore. Non lavora, mangia. La sua unica ragione di esistere è consumare carne umana. E questa è una metafora ancora più potente.

Perché la società dei consumi è esattamente questo: una macchina che ci trasforma in divoratori. Consumiamo cose, consumiamo persone, consumiamo il pianeta. E più consumiamo, più vogliamo consumare. Non c'è sazietà, non c'è fine, non c'è riposo. Solo fame. Fame infinita.

Lo zombie non si ferma mai. Anche se è marcio, anche se gli manca un braccio, anche se non ha più labbra, continua a camminare, a cercare, a mordere. E anche noi, in questa società, siamo così. Lavoriamo, compriamo, divoriamo. Senza mai chiederci perché. Senza mai fermarci.

Perché gli zombie fanno paura? Non perché sono forti, non perché sono veloci. Un zombie è lento, stupido, facile da evitare. La paura è un'altra. È la paura che il contagio ci trasformi in loro. È la paura di perdere la nostra umanità, la nostra coscienza, la nostra individualità. È la paura di diventare parte di una massa informe che si muove senza pensare.

E questa paura, oggi, è più reale che mai. I social media ci trasformano in zombie digitali. Scorriamo, likeamo, condividiamo, senza pensare. Le mode ci contagiano, le opinioni ci possiedono, gli slogan ci guidano. Siamo sempre più simili a loro. Morti che camminano.

C'è una storia vera, documentata, studiata. Negli anni '80, un etnobotanico di nome Wade Davis andò ad Haiti per studiare il fenomeno degli zombie. Trovò qualcosa di inquietante: una polvere, usata dagli stregoni, che conteneva tetrodotossina, il veleno mortale del pesce palla.

La tetrodotossina, a dosi controllate, può indurre uno stato di morte apparente. Il cuore rallenta, la respirazione diventa impercettibile, la persona sembra morta. Poi, quando viene sepolta, lo stregone la dissotterra e le somministra un'altra sostanza, a base di piante allucinogene, che la mantiene in uno stato di incoscienza e sottomissione.

Davis documentò diversi casi. Persone che erano state dichiarate morte, sepolte, e poi ritrovate vive anni dopo, in stato di schiavitù, convinte di essere zombie. La scienza ufficiale ha contestato le sue scoperte, ma i casi sono rimasti. E con loro, il dubbio.

C'è una scena, in molti film sugli zombie, che si ripete sempre: qualcuno che ami viene morso. Lo sai che si trasformerà. Devi ucciderlo prima che diventi uno di loro. È il momento più straziante, il più umano. Perché devi uccidere ciò che ami per salvare ciò che resta.

Questa scena è una metafora della vita. Tutti, prima o poi, dobbiamo uccidere qualcosa che amiamo per sopravvivere. Un'idea, un sogno, una relazione. Dobbiamo lasciare andare ciò che eravamo per diventare ciò che saremo. E fa male. Fa male come sparare a tua madre che si sta trasformando in zombie.

Nelle storie di zombie, l'apocalisse è già successa. La società è crollata, le regole non esistono più, la civiltà è finita. Ma in quelle macerie, qualcosa di nuovo può nascere. Piccole comunità, nuove regole, nuovi legami. La fine del mondo è anche l'inizio di un altro.

Forse è per questo che amiamo tanto queste storie. Perché ci permettono di immaginare la fine senza viverla davvero. Ci permettono di chiederci: cosa farei io? Chi sarei io, quando tutto crolla? Sarei un eroe, un vigliacco, un mostro? O sarei solo uno zombie in più, a camminare senza meta?

Un amico, una volta, mi raccontò un sogno che non riusciva a dimenticare. Sognò che sua figlia piccola era stata morsa. Lei lo guardava con quegli occhi grandi, e gli diceva: "Papà, ho paura". Lui sapeva cosa doveva fare. Aveva la pistola in mano. Ma non riusciva a sparare. Si svegliava sempre prima.

Mi disse: "Non è un sogno sugli zombie. È un sogno su di me. Su cosa sono disposto a fare per amore. Su cosa sono disposto a perdere. Su cosa sono disposto a diventare".

E forse, tutti i nostri incubi sono così. Non parlano di mostri, parlano di noi. Di quello che abbiamo paura di diventare. Di quello che abbiamo paura di perdere. Di quello che abbiamo paura di fare.

Gli zombie non esistono. Non nel senso fisico, almeno. Ma esistono dentro di noi. Sono la parte di noi che si arrende, che smette di pensare, che segue la massa, che divora senza guardare. Sono la parte di noi che ha paura di vivere e allora preferisce sopravvivere.

Ogni volta che smettiamo di fare domande, diventiamo un po' zombie. Ogni volta che accettiamo l'ingiustizia senza reagire, diventiamo un po' zombie. Ogni volta che preferiamo la comodità alla verità, diventiamo un po' zombie.

E alla fine, forse, l'apocalisse zombie non sarà un evento. Sarà un processo lento, silenzioso, inarrestabile. Quello che ci trasformerà, uno per uno, in morti che camminano. Fino a quando non resterà più nessuno che ricordi cosa significa essere vivi.

Quindi, la prossima volta che guardi un film di zombie, guardati allo specchio. Vedi quella fame? Quella mancanza di luce negli occhi? Quel movimento automatico, senza pensiero? Forse non è solo sullo schermo. Forse è anche lì, dentro di te.

E allora, forse, la domanda giusta non è "come sopravviverò all'apocalisse zombie?". La domanda giusta è: "cosa posso fare oggi per non diventare uno zombie domani?".


mercoledì 18 febbraio 2026

Possessioni: Quando il Diavolo (o Qualcos'altro) Entra Dentro e Non Vuole Più Uscire

Di tutte le esperienze soprannaturali, la possessione è forse la più terrificante. Non perché sia la più violenta, non perché sia la più spettacolare. Ma perché ti toglie l'ultima cosa che ti resta quando tutto il resto è perduto: il controllo di te stesso.

I fantasmi sono fuori. Li puoi ignorare, puoi scappare, puoi chiudere la porta. I demoni, le entità, gli spiriti che entrano dentro, sono un'altra storia. Quelli non li puoi chiudere fuori. Perché la porta sei tu.

Il cinema ci ha abituato a certe scene. La testa che gira, la voce che si trasforma, il vomito verde, il letto che vola. Roba spettacolare, roba da Oscar. Peccato che nella realtà, chi ha veramente avuto a che fare con le possessioni racconti una storia molto diversa.

La possessione vera è subdola. Inizia piano. Con un'ombra che vedi con la coda dell'occhio. Con una voce che senti quando sei solo. Con un pensiero che non è il tuo, ma che ti sembra così naturale che quasi non te ne accorgi.

Poi piano piano, quella voce diventa più forte. Quei pensieri diventano più insistenti. Inizi a fare cose che non faresti mai, a dire parole che non sono le tue, a guardare le persone che ami come se fossero nemiche. E non te ne accorgi. Perché chi è posseduto, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa di esserlo. Crede di essere ancora sé stesso. Crede che quei pensieri siano i suoi. Crede che quell'odio sia giustificato.

Solo quando è troppo tardi, quando la vita è già distrutta, quando i rapporti sono già spezzati, qualcuno dall'esterno si accorge che qualcosa non va. E a volte, è già troppo tardi.

C'è un caso, documentato, studiato, analizzato, di una ragazza tedesca negli anni '70. Cresciuta in una famiglia normale, studentessa modello, nessun trauma, nessun problema. A un certo punto, inizia a comportarsi in modo strano. Dice cose senza senso, ha sbalzi d'umore, si chiude in camera.

I genitori pensano alla depressione, all'adolescenza, ai primi amori. La portano dallo psicologo. Niente. La portano dallo psichiatra. Peggio. I farmaci non funzionano, le terapie non funzionano, niente funziona.

Poi, una notte, la madre la sente parlare nel sonno. Non è tedesco. Non è inglese. Non è nessuna lingua che conosce. Registra, porta il nastro a un professore universitario. Il professore ascolta, impallidisce. È aramaico antico. Una lingua morta da duemila anni. E la ragazza, che non aveva mai studiato lingue antiche, la parlava fluentemente nel sonno.

Chiamano un prete. L'esorcismo dura mesi. La ragazza urla, bestemmia, sputa, cerca di mordere. Poi, un giorno, si sveglia e non ricorda niente. È tornata normale. O almeno, così dicono.

Questa storia è stata raccontata in decine di libri, ha ispirato film, è diventata un classico della demonologia. Ma chi c'era dentro, chi ha visto quella ragazza contorcersi e parlare in una lingua morta, non ne ha mai parlato volentieri. Perché certe cose non si dimenticano. Certe cose ti entrano dentro e non escono più.

Ho parlato con un prete, una volta. Uno che gli esorcismi veri li ha fatti. Non il parroco di campagna che recita formule a memoria, ma uno che ha studiato, che si è preparato, che ha passato notti intere in stanze d'ospedale con gente che urlava e si contorceva.

Mi ha detto una cosa che non ho mai dimenticato: "Il 90% di quelli che mi portano sono malati. Hanno bisogno di uno psichiatra, non di me. Glielo dico sempre, e spesso si arrabbiano. Vogliono credere che sia il diavolo, perché è più facile che accettare di avere un figlio con la schizofrenia. Il diavolo lo puoi cacciare. La malattia mentale no".

Poi ha aggiunto: "Ma c'è quel 10%. Quelli che i farmaci non li sfiorano, che gli psichiatri alzano le mani, che sanno cose che non possono sapere, che parlano lingue che non hanno mai studiato. Quelli sono il problema. Perché quando inizi a pregare su di loro, loro ti guardano e ridono. E quella risata non è umana".

Gli ho chiesto: "Come si fa a capire la differenza?". Mi ha guardato, ha sospirato, e ha detto: "Non si capisce. Si prova. Se migliorano con le medicine, bene. Se non migliorano, si continua a pregare. E si spera che Dio sia più forte di quello che c'è dentro".

La scienza, ovviamente, ha le sue spiegazioni. Disturbi dissociativi, personalità multiple, schizofrenia, epilessia del lobo temporale, suggestione isterica, sindromi culturalmente condizionate. Tutto vero, tutto documentato, tutto studiato.

Ma la scienza, per sua natura, studia ciò che si ripete, ciò che è prevedibile, ciò che può essere inquadrato in categorie. La possessione, quella vera, è sempre un caso unico. È sempre qualcosa che sfugge alle categorie. È sempre un residuo, un'eccezione, un'anomalia.

E le anomalie, la scienza non sa bene cosa farsene. Le ignora, le archivia, le dimentica. Finché non si ripresentano. E poi ricomincia.

Uno dei casi più famosi e documentati è quello di Anna Ecklund, una donna americana degli anni '20. Sottoposta a esorcismo per settimane, con testimoni, medici, preti, giornalisti. I resoconti parlano di levitazione, di oggetti che si muovevano da soli, di voci che uscivano da lei che non erano le sue, di una forza sovrumana che ci volevano quattro uomini per tenerla ferma.

Alla fine, l'esorcismo riuscì. Anna tornò normale. Visse una vita tranquilla, andò in pensione, morì vecchia. Ma chi la vide durante quei giorni, chi la sentì urlare bestemmie in lingue che non conosceva, non dimenticò mai.

Uno dei medici presenti scrisse: "Non posso spiegare cosa ho visto. Non ho le parole. So solo che non era lei. Qualunque cosa fosse dentro di lei, non era lei".

C'è una cosa che tutti gli esperti di paranormale dicono, e che nessuno ascolta mai: non cercare. Non fare sedute spiritiche, non giocare con le tavole ouija, non evocare, non sfidare, non scherzare. Perché se c'è qualcosa dall'altra parte, e tu apri una porta, non sai cosa può entrare.

La possessione non capita a caso. Non capita a chi non cerca. Capita a chi apre varchi, a chi si espone, a chi gioca con cose che non capisce. Capita a chi è debole, a chi è solo, a chi ha dentro di sé un vuoto che qualcun altro può riempire.

E quando quel vuoto viene riempito, non è mai con cose buone.

La possessione esiste? Non lo so. Nessuno lo sa veramente. Ma so che migliaia di persone, in migliaia di anni, in migliaia di culture diverse, hanno raccontato la stessa storia. Qualcosa che entra dentro, che parla con voci che non sono le tue, che ti fa fare cose che non faresti mai, che ti guarda con occhi che non sono i tuoi.

Forse è il diavolo. Forse sono spiriti maligni. Forse sono proiezioni della nostra mente malata. Forse è tutto falso, suggestione, isteria collettiva.

Ma se una notte ti svegli, e senti una voce nella tua testa che non è la tua, e quella voce ti dice di fare qualcosa di male, e tu non vuoi, ma lei insiste, e diventa sempre più forte, e tu sempre più debole... forse è meglio avere un numero di telefono a cui chiamare.

Anche se è quello di un prete.

martedì 17 febbraio 2026

La Sedia Vuota: Perché i Morti Tornano (e Perché Dovresti Sperare di Non Incontrarli Mai)



C'è una domanda che ogni cultura, ogni religione, ogni essere umano si è posto dal principio dei tempi: i morti tornano?

La risposta breve è: sì. Secondo chi ci ha avuto a che fare, tornano eccome. La risposta lunga è molto più complicata e molto più sporca. Perché i morti non tornano per fare due chiacchiere, non tornano per rassicurarti che "c'è un posto bellissimo dall'altra parte", non tornano per dirti che ti vogliono bene. I morti tornano perché hanno un conto in sospeso. E quando hai un conto in sospeso con un morto, sei nei guai.

In tutte le tradizioni, lo spirito che torna è sempre uno spirito inquieto. Non è l'anima beata che ha trovato pace e ogni tanto fa un salto a trovare i nipoti. È quello che è morto male, che ha lasciato qualcosa in sospeso, che ha subito un'ingiustizia, che non ha potuto salutare, che è stato ucciso prima del tempo.

Il fantasma non è un'entità astratta. È una persona che ha smesso di vivere ma non ha smesso di esistere. E questa è la parte peggiore. Perché se esiste ancora, significa che da qualche parte, in qualche modo, continua a soffrire. E la sofferenza, si sa, rende cattivi.

I giapponesi hanno una parola per questo: yūrei. Sono gli spiriti di coloro che sono morti in modo violento o con odio nel cuore. Non possono attraversare il fiume Sanzu, l'equivalente del nostro Stige, e restano intrappolati tra i due mondi. Vagano, cercano, a volte si vendicano. Più o meno come fanno i vivi, ma con il vantaggio di essere invisibili e di non avere orari.

L'esperienza più comune con i morti, quella che capita alla gente normale senza cercarla, è la casa infestata. Compri una vecchia cascina in campagna, ristrutturi, passi le vacanze. Dopo un po' inizi a sentire passi in corridoio, porte che si aprono da sole, voci che chiamano il nome di qualcuno che non c'è.

La spiegazione razionale è sempre pronta: correnti d'aria, tubature che fanno rumore, infrasuoni che alterano la percezione, allucinazioni uditive, il vento. Funziona per un po'. Poi una notte vedi una figura in fondo al letto, e tutte le spiegazioni razionali vanno a farsi fottere.

Ho parlato con gente che ci è passata. Non sono matti, non sono suggestionabili, non hanno bevuto. Sono persone normali che una notte hanno visto l'ombra di un uomo con un cappello attraversare il corridoio, e da quella notte non hanno più dormito bene. Hanno venduto casa, perso soldi, cambiato città. Ma l'ombra, in certi sogni, torna ancora.

C'è una storia, documentata, di una fattoria in Pennsylvania negli anni '50. Una famiglia ci si trasferisce, tutto normale. Dopo poche settimane, iniziano a sentire rumori strani: passi in soffitta, oggetti che si spostano, voci che sussurrano. Pensano ai topi, al vento, ai vicini.

Poi una notte, il padre vede una figura femminile in piedi accanto al letto. Alta, vestita di nero, che lo guarda senza parlare. Lui urla, lei svanisce. La moglie non gli crede. La notte dopo, la vede anche lei.

Chiamano un medium, un prete, uno studioso di paranormale. Scoprono che nella fattoria, cent'anni prima, una donna era stata uccisa dal marito. Lui l'aveva sepolta in cantina, e nessuno aveva mai trovato il corpo. Fanno degli scavi, trovano ossa. Le tumulano in un cimitero. I fenomeni cessano.

Questa storia è stata raccontata in decine di libri, ha ispirato film, è diventata un classico. Ma chi c'era dentro, chi ha visto quella figura in piedi accanto al letto, non ne ha mai parlato volentieri. Perché certe cose non si dimenticano. Certe cose ti entrano dentro e non escono più.

Poi ci sono i casi più inquietanti. Quelli in cui il morto non sta in una casa, ma si attacca a una persona. Sono i cosiddetti "spiriti familiari" o, nella tradizione più cupa, le "entità". Non sono fantasmi qualsiasi: sono legati a te da un rapporto di sangue, di amore, di odio.

Una madre che non accetta la morte del figlio e continua a sentirlo parlare. Un marito che torna a tormentare la moglie che lo ha tradito. Un nemico che non si rassegna a essere morto e continua a farsi sentire.

In questi casi, la vita diventa un inferno. Perché non puoi scappare di casa, non puoi cambiare città. Il morto ce l'hai dentro, nelle orecchie, negli occhi, nei sogni. Ti parla quando sei solo, ti appare quando sei stanco, ti tocca quando dormi. E tu impazzisci, piano piano, giorno dopo giorno.

La scienza, ovviamente, ha le sue spiegazioni. Lutto non elaborato, sensi di colpa, depressione, allucinazioni da stress, epilessia del lobo temporale, infrasuoni, monossido di carbonio. Nel 90% dei casi, forse di più, la spiegazione è lì. La mente umana è fragile, suggestionabile, capace di creare mostri e fantasmi con una facilità impressionante.

Ma quel 10%? Quel residuo che non torna? Quelle storie raccontate da gente che non ha niente da guadagnare, che non cerca pubblicità, che spesso non vuole nemmeno parlarne? Quelli sono il problema. Perché se anche solo una di quelle storie è vera, allora tutto cambia.

Allora i morti tornano davvero. E se tornano, non è per rassicurarci. È perché hanno qualcosa da sistemare. E quando un morto deve sistemare qualcosa, di solito usa i vivi come strumenti. E i vivi, in genere, non sopravvivono all'esperienza.

Un amico, una volta, mi raccontò di sua nonna. Era morta quando lui aveva sette anni, in una casa in campagna. Lui era affezionatissimo, aveva pianto per settimane. Poi, un pomeriggio, mentre giocava in cortile, la vide. Era in piedi vicino al pozzo, con il vestito che metteva la domenica, e gli sorrideva.

Lui non ebbe paura. Era sua nonna, come poteva aver paura? Lei non parlò, ma gli fece cenno di avvicinarsi. Lui fece due passi, poi sentì la madre urlare dalla finestra: "Non ti muovere!". La madre era scesa di corsa, lo aveva preso in braccio, e non aveva più voluto che si avvicinasse a quel pozzo.

Anni dopo, ormai adulto, lui scoprì che il pozzo era stato chiuso perché una bambina, cinquant'anni prima, ci era caduta dentro ed era morta. Non sua nonna. Un'altra bambina. Che forse cercava qualcuno con cui giocare.

Lui ancora oggi, quando passa vicino a un pozzo, sente un brivido. E si chiede: se la mamma non avesse urlato, cosa sarebbe successo? Sarebbe caduto dentro? O la nonna, quella vera, lo stava proteggendo da qualcosa che voleva fargli del male? Non lo saprà mai.

I morti tornano? Non lo so. Nessuno lo sa veramente. Ma so che in tutte le culture, in tutte le epoche, gli uomini hanno creduto che tornassero. E una credenza così universale, così radicata, di solito ha un fondo di verità.

Forse i morti tornano perché non vogliono lasciarci. Forse tornano perché non vogliono andarsene. Forse tornano perché abbiamo ancora qualcosa da sistemare con loro. O forse tornano perché, semplicemente, non sanno di essere morti. E vagano, confusi, cercando una vita che non c'è più.

Quello che so è che se una notte senti un rumore in casa, e sei solo, e non c'è vento, e i tubi sono nuovi, e il gatto sta dormendo, e quel rumore si avvicina... forse è meglio non alzarsi a guardare.

Perché se è un morto, e ti vede, potrebbe non lasciarti più andare.




lunedì 16 febbraio 2026

La Casa Infestata non Esiste. Esisti Tu che Sei un Coglione.


Ok, parliamo di case infestate. Perché è il sogno bagnato di ogni adolescente con troppo tempo libero e di ogni adulto con la vita talmente noiosa che deve inventarsi un fantasma nell'armadio per provare un brivido.

"Ho comprato una casa di campagna, ma si sentono rumori".
"La mia nonna morta mi sposta le chiavi".
"C'è un'ombra che appare in corridoio alle tre di notte".

E io vi guardo e vi dico: ma siete sicuri che sia la casa ad essere infestata? O siete voi che non avete il coraggio di guardarvi allo specchio?

Perché la verità, quella sporca e scomoda, è che il 99% delle cosiddette "case infestate" sono infestate da una sola cosa: la vostra testa di cazzo. E il restante 1% è roba che non vorreste mai vedere, ma non per i motivi che pensate.

Mettiamola così. Comprate una casa vecchia. Le case vecchie fanno rumore. Il legno si espande, l'impianto elettrico ronza, i tubi dell'acqua fanno quei colpi secchi. Roba normalissima. Ma voi, con la vostra mente suggestionabile, la vostra educazione cattolica, i vostri film dell'orrore visti da bambini, trasformate uno scricchiolio in un'entità.

Poi arriva la moglie/marito/convivente che vi dice "ma stai tranquillo, è solo il vento". E voi? No, voi dovete per forza alimentare il dramma. Dovete per forza avere una storia da raccontare al lavoro il lunedì mattina. Così cominciate a cercare conferme. E quando cerchi conferme, le trovi. Sempre.

Una macchia sul muro diventa un volto. Un riflesso diventa un'ombra. Un gatto che miagola diventa un bambino morto. E voi, convinti di essere sensitivi, in realtà siete solo dei poveri cristi in preda all'ansia che non hanno mai imparato a distinguere la realtà dalla suggestione.

E poi arriva il carrozzone dei ciarlatani. Medium, parapsicologi, ghost hunter. Gente che campa su questa roba. Gente che entra in casa vostra, annusa l'aria, chiude gli occhi, e vi dice "oh, sento una presenza, c'è un'entità qui, è una donna, si chiama forse Maria, è morta di parto".

E voi: "Oddio, è vero, la vecchia proprietaria si chiamava Maria!". No, coglione, si chiamava Maria come si chiamano Maria 4 milioni di italiane. È come dire "sento un uomo, si chiama forse Giuseppe". Probabilità altissime.

Questi parassiti vi spillano soldi, vi fanno credere di avere una casa infestata, e quando se ne vanno voi state peggio di prima. Perché ora siete convinti che i rumori siano veramente fantasmi. E quei rumori, adesso, li sentite più forti. Perché la suggestione è una droga, e loro ve l'hanno iniettata in vena.

Io ho girato case "infestate". Ho parlato con gente che ci viveva. E vi dico una cosa: le case non sono infestate. Le persone sì. Le persone sono piene di sensi di colpa, di lutti non elaborati, di paure irrisolte. E proiettano tutto questo sui muri che le circondano.

La vedova che sente il marito morto camminare in corridoio non sente un fantasma. Sente la sua incapacità di accettare che lui non c'è più. La bambina che vede "l'uomo nero" nell'armadio non vede un'entità. Vede la paura di crescere, la paura dell'abbandono, la paura di un mondo che non capisce.

Le case sono mattoni. Punto. I mattoni non hanno memoria. I mattoni non trattengono le anime. I mattoni sono lì, fermi, e aspettano che voi ci mettiate dentro le vostre stronzate.

Anni fa, una famiglia mi contatta. Disperati. La casa è infestata. Oggetti che si muovono, voci, ombre. I bambini non dormono più, la madre sta per avere un esaurimento, il padre parla di andarsene.

Vado a vedere. Casa normale, periferia, niente di strano. Parlo con loro. Scopro che il padre ha perso il lavoro sei mesi prima. La madre lavora 12 ore al giorno per tirare avanti. I bambini, lasciati soli, si sono costruiti un mondo parallelo. La famiglia non parla più, non cena più insieme, non si guarda più negli occhi.

Gli oggetti che si muovono? Il padre, in preda all'insonnia, li sposta e non se ne ricorda. Le voci? La televisione accesa al piano di sotto. Le ombre? I fari delle macchine che passano.

Non c'era nessun fantasma. C'era una famiglia che stava cadendo a pezzi e che aveva bisogno di un nemico esterno per non guardare il nemico interno. Io non ho fatto l'esorcismo. Ho detto loro di mangiare insieme, la sera. Di spegnere la TV e parlare. Di guardarsi in faccia.

Dopo un mese, mi chiamano. I fantasmi sono spariti. Non perché li abbia cacciati io. Perché hanno smesso di averne bisogno.

Poi, ogni tanto, capita. Capita di entrare in una stanza e sentire un peso sullo stomaco. Capita di vedere un posto dove anche il cane più stupido del mondo si rifiuta di entrare. Capita di parlare con gente che non ha niente da guadagnare e che ti racconta storie che non ha senso inventarsi.

In quei casi, lì, non so cosa dire. Forse certi luoghi trattengono qualcosa. Forse certi eventi lasciano un'impronta. Forse ci sono frequenze che non capiamo, energie che non sappiamo misurare. Forse, dico forse, ogni tanto qualcosa di veramente "altro" si manifesta.

Ma anche lì, attenzione. Perché la regola è sempre la stessa: più gliene dai, più diventano forti. Più ci credi, più ti possiedono. La soluzione? Ignorali. Fai finta di niente. Vivi la tua vita. Se c'è qualcosa, si stancherà prima lui di te. Perché i morti, se esistono, hanno tutto il tempo che vogliono. Ma i vivi hanno cose da fare. Hanno bollette da pagare, figli da crescere, amori da vivere.

Non puoi passare la vita a guardare le ombre.

Quindi, la prossima volta che senti uno scricchiolio in casa, che vedi un'ombra, che ti sembra di sentire una voce, fermati un attimo. Chiediti: come sto? Come vanno le cose nella mia vita? Ci sono problemi che non voglio affrontare? Ci sono persone che non voglio vedere? Ci sono parti di me che ho chiuso in cantina e che adesso bussano per uscire?

Perché il fantasma, quasi sempre, sei tu. Sei tu che non ti sei perdonato. Sei tu che non hai elaborato un lutto. Sei tu che hai paura del futuro. Sei tu che non sopporti il silenzio perché nel silenzio senti la tua voce, e la tua voce ti dice cose che non vuoi sentire.

Le case infestate non esistono. Esistono le persone infestate dai propri fantasmi interiori. E quelli, amico mio, non li cacci con l'acqua santa. Quelli li cacci guardandoli in faccia, accettandoli, e andando avanti.

O almeno, così dicono. Poi se una notte ti trovi davvero una figura nera in fondo al letto, beh, allora forse ripensa a tutto quello che ho scritto. O forse no. Forse a quel punto è già troppo tardi.


domenica 15 febbraio 2026

Gli Esorcisti Ti Raccontano le Balle: La Verità sulla Lotta ai Demoni

Avete presente quando sentite parlare di esorcismi? Quelle storie epiche di preti eroici che affrontano il demonio in camere da letto che sembrano set cinematografici, con la voce che si distorce, oggetti che volano e la tipa che parla in aramaico antico mentre galleggia a mezz'aria?

Bene. Fatevene una ragione: è tutta una montatura. Non perché il demonio non esista, ma perché la realtà è molto più sporca, molto più noiosa, e molto più terrificante di quanto Hollywood voglia farvi credere.

Ho parlato con gente che gli esorcismi veri li ha fatti. Non i preti da studio televisivo, non quelli che vanno in tournée con lo spettacolo. Gente che è stata chiamata in case di periferia, in ospedali, in stanze d'ospedale dove la luce al neon ronza e puzza di disinfettante. E quello che ho scoperto mi ha fatto capire che sul demoniaco abbiamo capito tutto di culo.

Partiamo dalla base: quando chiamano un esorcista, nove volte su dieci il problema non è un demone. È una persona con la testa rotta. Schizofrenia, disturbi dissociativi, epilessia, depressione clinica, tossicodipendenza, suggestione isterica collettiva. Roba che ci vuole uno strizzacervelli, non l'acqua santa.

Il problema è che la famiglia non vuole accettare che il figlio stia male di testa. È più facile pensare a una maledizione, a un'entità, a qualcosa di esterno. Così chiamano il prete, il prete arriva, e si trova davanti un malato che ha bisogno di cure psichiatriche, non di preghiere.

Questi preti seri, quelli che sanno quello che fanno, hanno sempre il numero di uno psichiatra in rubrica. Perché sanno che la loro prima job è fare diagnosi differenziale. Capire se quella roba lì è una malattia o è veramente "altro". E nella maggior parte dei casi, è malattia.

Poi c'è la gente che ci marcia. Quella che vuole attenzione. Quella che ha letto tre libri sul satanismo e decide che è un buon modo per farsi notare in famiglia. Ragazzine in crisi che "sentono voci" perché così la mamma le guarda. Mariti che "vedono ombre" perché così la moglie non li lascia. Gente che ha trasformato la propria vita in un reality show dell'orrore per non affrontare i veri problemi.

E i preti cadono nel tranello. Perché anche loro, a volte, vogliono credere. Vogliono vedere il miracolo. Vogliono essere protagonisti di una storia epica. Così alimentano il delirio, fanno esorcismi su esorcismi, e il malato migliora? No, il malato peggiora, perché nessuno gli sta dicendo la verità: "Sei tu il problema, non il demonio".

Poi c'è quel residuo. Quella percentuale minima di casi in cui anche lo psichiatra alza le mani. Casi in cui le persone sanno cose che non possono sapere. Parlano lingue che non hanno mai studiato. Mostrano una forza che non dovrebbero avere. E soprattutto, hanno una reazione fisica, violenta, incontrollabile alla presenza di oggetti sacri. Non teatrale. Reale. Come se qualcosa dentro di loro si strappasse.

Questi sono i veri casi. E qui finisce il cinema e inizia l'incubo.

Un esorcismo vero non è come nei film. Non c'è il prete muscoloso con la tonaca svolazzante che urla "Vade retro, Satana!". Nella vita reale, gli esorcisti sono spesso vecchi, stanchi, con la schiena piegata e le mani che tremano. Entrano in una stanza, e quello che trovano è una persona legata al letto, perché altrimenti si farebbe male. Che puzza di sudore e di urina. Che guarda il soffitto con occhi che non sono occhi.

E lì, in quella stanza che sa di ospedale e di disperazione, iniziano a pregare. Sottovoce. Per ore. Per giorni. A volte per mesi. Non c'è spettacolo. C'è solo una lotta estenuante, silenziosa, che consuma chi la fa.

Il prete non vince perché è più forte. Vince perché resiste. Perché torna il giorno dopo. Perché non molla. Il demone, se esiste, si stanca prima lui. Si stanca di sentire sempre quelle preghiere, sempre quell'odore di incenso, sempre quella faccia di vecchio che non si arrende.

Un esorcista che conoscevo, un gesuita anziano, mi raccontò di un caso. Un uomo, quarant'anni, ex militare. Invaso di punto in bianco. Parlava lingue, conosceva segreti del prete che nessuno poteva sapere, bestemmiava con una violenza inaudita.

Per sei mesi, il prete andò a casa sua ogni martedì e ogni venerdì. Recitava il rito. L'uomo bestemmiava, sputava, cercava di morderlo. Il prete tornava a casa con i lividi, con le mani morsicate, con la voce rotta. Dormiva poche ore e poi ricominciava.

Dopo sei mesi, una mattina, l'uomo si svegliò e disse: "Chi è lei? Cosa ci fa qui?". Non ricordava niente. Non ricordava i mesi di inferno. Guardò il prete come si guarda uno sconosciuto. Il prete si mise a piangere.

Questo non è un film. Non c'è trionfo, non c'è musica epica, non ci sono titoli di coda. C'è solo un vecchio prete che torna a casa, si siede in cucina, e si chiede se ne è valsa la pena. Se tutto quel dolore, tutta quella lotta, ha un senso.

Perché Non Ne Parlano?

Perché gli esorcisti non raccontano queste cose? Perché non fanno interviste, non vanno in TV, non scrivono libri bestseller?

Semplice: perché non vogliono essere presi per matti. Perché sanno che chi non ha visto certe cose non può capire. E perché, soprattutto, parlare di queste cose le alimenta. Più ne parli, più le rendi reali, più dai spazio a chi vuole usarle per farsi pubblicità o per spaventare la gente.

I veri esorcisti vivono nell'ombra. Fanno il loro lavoro, in silenzio, e poi muoiono e nessuno si ricorda di loro. Come quei medici di guerra che operano sotto le bombe e poi tornano a casa e nessuno sa quello che hanno fatto.

Allora, cosa ci insegna tutto questo? Ci insegna che il demonio, se esiste, non è come ce lo raccontano. Non è il tipo affascinante con le corna e il tridente. È una forza di distruzione lenta, silenziosa, che si nutre della nostra debolezza, della nostra paura, della nostra solitudine.

E gli esorcisti non sono supereroi. Sono uomini, spesso vecchi e stanchi, che hanno scelto di passare la loro vita in stanze che puzzano di disperazione, a lottare contro qualcosa che forse esiste e forse no. Che resistono non perché siano forti, ma perché qualcuno deve pur farlo.

Quindi la prossima volta che sentite parlare di esorcismi, di possessioni, di demoni, ricordatevi una cosa: la verità è molto meno spettacolare e molto più triste di quello che credete. E forse, la cosa più demoniaca di tutte è proprio questa: che nessuno vi racconterà mai come stanno veramente le cose.



sabato 14 febbraio 2026

Sante Messe e Sant'Uffizio: Perché il Soprannaturale Fa Schifo al Cazzo (e Non Vuoi Averci Niente a Che Fare)


Ok, parliamo di fantasmi. Parliamo di demoni. Parliamo di case infestate, presenze, voci nel buio, e tutta quella merda lì che a fare i film ci sta benissimo, ma che nella vita reale è l'ultima cosa che dovresti desiderare.

Perché c'è 'sto cazzo di fenomeno culturale per cui la gente impazzisce per il soprannaturale. Serie TV, documentari, libri, podcast. "Ah, quella casa è infestata, che figo!". "Vorrei vedere un fantasma, almeno una volta nella vita!". Ma siete scemi? Ma vi rendete conto di cosa state chiedendo?

Io vi dico una cosa sola, chiara e tonda: il soprannaturale, se esiste, è una merda. Non è figo. Non è romantico. Non è come in Ghost con Demi Moore. È roba che ti entra dentro e non ti molla più. È roba che ti fa venire voglia di dormire con la luce accesa a 40 anni suonati.

Partiamo da un presupposto: i vivi sono già abbastanza rompicoglioni. Hai presente le persone tossiche? Quelle che ti risucchiano l'energia, che ti fanno sentire di merda, che ti manipolano e ti usano? Bene. Ora immagina una versione immateriale di quelle persone, che non puoi mandare a fare in culo, che non puoi chiudere fuori di casa, che non puoi denunciare.

Questo è un fantasma. Un'entità. Un morto di merda che non ha accettato di essere morto e se la prende con te perché tu sei vivo e lui no. Non è un'anima bella che vuole comunicare. È uno stronzo etereo con problemi di attaccamento.

E poi ci sono i demoni. Quelli sono proprio su un altro livello. Non sono ex persone incazzate. Sono entità che non sono mai state umane e che ti vedono come un giocattolo, un contenitore, un pasto. La possessione demoniaca non è come nei film, con la testa che gira e la voce che si trasforma. Nella vita reale, se sei sfigato abbastanza da incrociarne uno, inizi a stare male, punto. Depressione, incubi, pensieri suicidi, voci. Roba che ti portano al manicomio e tu non capisci perché. E loro intanto ti svuotano lentamente.

E poi arriva la parata dei cialtroni. Medium, sensitivi, ghost hunter, parapsicologi. Gente che campa su questa roba. Che ti dice "ah, sento una presenza", "c'è un'entità attaccata a te", "fammi fare una seduta che te la tolgo io, tanto poi mi dai 200 euro".

Ma per favore. Il vero esperto di soprannaturale, se esiste, non va in televisione. Non apre studi. Non fa dirette Instagram. Sta zitto, si fa i cazzi suoi, e quando sente puzza di bruciato e odore di zolfo, cambia strada e non se ne parla più.

Perché la prima regola del soprannaturale, quella che nessuno ti dice, è: non cercarlo. Lui, semmai, cerca te. E se ti cerca, non è per offrirti un caffè.

Ora, io non sono qui per dirvi cosa credere. Non ho la verità in tasca. Posso dirvi però cosa ho visto, cosa ho sentito da gente che non ha motivo di mentire, e cosa mi dice il culo.

La psicologia ci spiega tante cose. Allucinazioni, suggestioni, infrasuoni, monossido di carbonio, epilessia del lobo temporale. Il 90% delle "presenze" è spiegabile con roba scientifica. Poi c'è quel 10%. Quel cazzo di 10% che non torna. Quella porta che si apre da sola quando sei l'unico in casa. Quell'ombra che vedi con la coda dell'occhio e quando giri non c'è niente. Quella voce che ti chiama col nome di un morto che nessuno poteva sapere.

E lì, amici miei, iniziano i problemi. Perché se apri quella porta, se dai retta a quella voce, se cominci a interagire, loro entrano. E non escono più.

Conoscevo uno, anni fa, che ha comprato una casa al nord, in un paesino sperduto. Casa vecchia, bella, prezzo buono. Dopo due mesi, la moglie inizia a svegliarsi alle 3 di notte perché sente passi in corridoio. Lui la prende in giro, dice "sciocchezze, è il legno che lavora". Poi comincia a sentirli anche lui. Poi cominciano a vedere un'ombra alta, ferma in fondo al letto. Poi il cane inizia ad abbaiare al muro. Poi il cane scappa di casa e non torna più.

Lui, uomo pratico, monta telecamere. Una notte, la telecamera inquadra la figura di un uomo con un cappello che attraversa il corridoio. Nessun rumore. Nessuna traccia. Lui va dall'ex proprietario, un vecchio del posto, e chiede. Il vecchio diventa bianco, gli dice "quella casa l'ha costruita mio nonno, ma mio nonno si è impiccato in soffitta. Con un cappello in testa."

Lui ha venduto la casa dopo un anno. Ci ha perso soldi, salute, e la moglie. Lei non è più voluta entrare in quella camera da letto. Dormivano divisi. Alla fine, lei se n'è andata. Lui ancora oggi, quando sente un rumore di notte, si sveglia di soprassalto.

Questa non è una storia per fare brivido. È la vita vera di persone vere che hanno incrociato qualcosa che non avrebbero dovuto incrociare.

Allora, come ci si difende?

La domanda che tutti fanno: come mi difendo dal soprannaturale? Bella domanda. Se la fanno preti, sciamani, e gente che dorme con il sale sotto il letto.

La verità è che se qualcosa ti vuole veramente, ti trova. Ma ci sono delle regole non scritte che la gente che ci è passata ti insegna:

  1. Non ci credere. Il dubbio è la tua arma più grande. Più sei suggestionabile, più sei vulnerabile. Gli scettici, quelli veri, quelli che anche quando vedono una porta aprirsi da sola cercano la spiegazione razionale, sono quelli che resistono di più.

  2. Non interagire. Se senti una voce, non rispondere. Se vedi un'ombra, non guardarla. Se hai sogni ricorrenti, non raccontarli. L'attenzione è il carburante di 'sta roba. Più gliene dai, più diventano forti.

  3. Non cercare aiuto dai ciarlatani. I medium e i sensitivi sono spesso peggio del problema. Aprono porte che non sanno chiudere, chiamano entità che non sanno gestire. Se proprio devi, vai da un prete. Almeno quello ha una struttura dietro. Ma anche lì, occhio: non tutti i preti sono attrezzati per certe cose.

  4. Cambia casa. Sul serio. Se una casa ti fa stare male, se hai la pelle d'oca ogni volta che entri, se gli animali scappano, se i bambini piangono senza motivo, vendi. Perdi soldi, ma salvi la salute. Una casa è un cumulo di mattoni. La tua testa e la tua anima sono un'altra cosa.

Il soprannaturale non è un film. Non è una serie TV. Non è una storia da raccontare la sera intorno al fuoco per farsi due risate. È una merda subdola, silenziosa, che ti corrode da dentro. È il terrore puro, quello che non passa quando accendi la luce, perché la luce non serve a niente.

Quindi la prossima volta che qualcuno ti dice "andiamo a fare una seduta spiritica" o "ho trovato una casa infestata, andiamo a vedere", digli di no. Digli di andare a farsi fottere. Digli che tu hai già abbastanza problemi con i vivi, non hai tempo per i morti.

Perché i vivi, alla fine, puoi anche mandarli a cagare. I morti, invece, no. I morti restano.




venerdì 13 febbraio 2026

L'enigma di Giza: e se la Grande Piramide avesse 40.000 anni?

Giza, altopiano fuori dal tempo. Davanti ai nostri occhi si staglia lei, l'unica sopravvissuta tra le Sette Meraviglie del mondo antico. La Grande Piramide, tomba del faraone Cheope, monumento alla gloria dell'Antico Regno, scrigno di misteri millenari. O almeno, questa è la versione che conosciamo. Quella che ci hanno insegnato a scuola, quella ripetuta nei documentari, quella incisa nei libri di storia.

Ma se tutto fosse sbagliato? Se quelle pietre, che la scienza ufficiale data al 2560 avanti Cristo, fossero testimoni di un'epoca molto, molto più remota? Se sotto il rivestimento calcareo voluto da Khufu si celasse una struttura preistorica, eretta quando l'uomo non aveva ancora inventato la scrittura, né la ruota, né la ceramica?

Uno studio appena pubblicato dall'ingegnere italiano Alberto Donini, dell'Università di Bologna, ha gettato una bomba nel placido stagno dell'egittologia. Utilizzando un metodo innovativo e controverso, il "Metodo dell'Erosione Relativa" (REM), Donini ha calcolato che la base della piramide potrebbe risalire a un'epoca compresa tra il 36.800 e l'8.900 a.C., con un picco di probabilità intorno al 22.900 a.C. . Praticamente ieri, se consideriamo che la Terra era allora nel pieno dell'ultima era glaciale. Un'ipotesi che, se confermata, riscriverebbe non solo la storia dell'Egitto, ma l'intera storia della civiltà umana.

Ma come si data una pietra? Donini ha avuto un'intuizione geniale nella sua semplicità. Alla base della piramide esistono due tipi di superfici calcaree contigue. Alcune lastre sono rimaste esposte agli agenti atmosferici fin dalla costruzione originaria. Altre, invece, sono state protette per millenni dal rivestimento in pregiato calcare bianco di Tura che ricopriva l'intero monumento. Quel rivestimento, come sappiamo dalle cronache medievali, fu progressivamente smantellato dopo il terremoto del 1303 d.C. per costruire moschee e palazzi al Cairo . Le lastre sottostanti sono quindi esposte all'aria aperta da circa 675 anni .

Il principio del REM è disarmante: se l'erosione procede in modo lineare, confrontando il grado di usura delle pietre "giovani" (esposte da 675 anni) con quello delle pietre "antiche" (esposte da sempre), si può calcolare il tempo necessario affinché queste ultime raggiungano quel livello di degrado. Donini ha misurato l'erosione in dodici punti diversi attorno alla base, distinguendo tra vaiolatura superficiale e usura uniforme. I risultati sono sconcertanti: le sue stime vanno da 5.700 a oltre 54.000 anni di esposizione per le superfici più erose . La media statistica, con un margine di probabilità del 68,2%, colloca la costruzione della piramide in un'epoca che la storiografia tradizionale definisce Paleolitico superiore .

Di fronte a questi numeri, la comunità scientifica ufficiale reagisce con un misto di scetticismo e sufficienza. "L'erosione non è mai un criterio particolarmente affidabile, proprio perché non è costante né nel tempo né nello spazio", ha dichiarato a Geopop l'egittologa Corinna Rossi del Politecnico di Milano. "Le basi delle piramidi di Giza sono state coperte da sabbia e detriti fino a quando l'area non è diventata zona turistica, quindi la teoria dell'erosione differenziata non sta in piedi anche solo per questo semplice motivo" .

La Rossi tocca un punto cruciale. Il tasso di erosione del calcare non è lineare. Dipende dalle variazioni climatiche (l'Egitto, migliaia di anni fa, era molto più umido di oggi), dall'inquinamento moderno, dall'azione del vento carico di sabbia, dall'umana frequentazione. Inoltre, periodi di seppellimento sotto le sabbie del deserto potrebbero aver protetto alcune superfici, interrompendo il processo erosivo per secoli .

D'altronde, la piramide è piena di anomalie. All'interno non è mai stata trovata una mummia, né un corredo funerario degno di un faraone della IV dinastia. La "Camera del Re" ospita un sarcofago di granito troppo largo per passare attraverso i corridoi, come se fosse stato messo lì prima della costruzione delle pareti. E poi ci sono i "canali di aerazione", stretti condotti che puntano direttamente verso specifiche costellazioni, un'accuratezza astronomica che sembra quasi uno spreco per una semplice tomba .

L'egittologia ufficiale ha una risposta per tutto: la mummia è stata rubata dai tombaroli già nell'antichità, il sarcofago è stato posato in fase di costruzione, i canali hanno funzione rituale. Ma resta un fatto: il consenso scientifico, basato su datazioni al radiocarbonio di materiali organici, iscrizioni e contesto archeologico, è solido e colloca la piramide nell'Antico Regno . Lo stesso Donini riconosce che le sue datazioni non saranno accettate dall'"archeologia ufficiale", ma ritiene importante verificare le prove di ogni ipotesi senza preconcetti .

La diatriba ci riporta a un tema antico quanto l'archeologia stessa: la tensione tra la conoscenza consolidata e le teorie eretiche. Spesso, quest'ultime si sono rivelate solo fantasie. A volte, come nel caso della civiltà minoica o delle città della Valle dell'Indo, hanno costretto gli studiosi a rivedere i loro manuali.

Per ora, la piramide di Cheope resta saldamente ancorata al 2560 a.C. Ma la domanda è legittima: abbiamo davvero compreso tutto della nostra storia? O, come suggerisce lo studio di Donini, ci sono pagine dimenticate, interi capitoli di una civiltà perduta che aspettano solo di essere riscoperti sotto strati di preconcetti? La pietra parla. Sta a noi imparare ad ascoltarla.


 
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