Tutto cominciò in un mercatino
dell'usato, di quelli che puzzano di muffa e di vite finite male.
C'era un bancone di legno scuro, graffiato come la schiena di un
gatto randagio, e sopra c'erano cassette VHS ammucchiate alla
rinfusa. Roba vecchia. Film degli anni Ottanta, registrazioni di
matrimoni altrui, puntate di telefilm cancellate da chissà quale
televisione locale.
Io le guardavo senza convinzione, tanto
per passare il tempo, quando una di quelle cassette attirò la mia
attenzione. Non aveva copertina. Solo un'etichetta bianca, scritta a
mano con un pennarello nero, che diceva: "L'Ultima Corse".
La presi in mano. La custodia era più
pesante del normale, come se dentro ci fosse qualcosa di diverso
dalla solita cassetta. La aprii. C'era una VHS normale, ma sopra il
nastro, incollata con lo scotch, c'era una foto. Sgranata. Sbiadita.
Una foto che non avrei mai dovuto vedere.
Raffigurava una ragazza. Giovane, forse
vent'anni. Occhi chiari, capelli scuri. Sedeva su una sedia di legno,
in una stanza buia, e guardava dritto nell'obiettivo con
un'espressione che non riuscivo a decifrare. Non era paura. Non era
tristezza. Era qualcos'altro. Qualcosa che assomigliava all'attesa.
Chiesi al venditore quanto costava.
"Quella? Niente. Portala via. È
lì da anni, nessuno l'ha mai voluta".
La presi. Avrei dovuto lasciarla lì.
Avrei dovuto dimenticarmi di averla vista. Ma non lo feci.
Tornai a casa, infilai la cassetta nel
vecchio videoregistratore che tenevo solo per nostalgia, e schiacciai
play.
Per qualche secondo, solo neve. Quel
rumore bianco che ti entra nel cervello e non se ne va più. Poi
l'immagine si stabilizzò.
C'era una macchina. Una vecchia Fiat
degli anni Ottanta, parcheggiata di notte in una strada deserta. La
telecamera era montata sul cruscotto, riprendeva l'interno
dell'abitacolo. Si vedeva il volante, il sedile del passeggero vuoto,
e fuori dal finestrino i lampioni che disegnavano strisce di luce
sull'asfalto bagnato.
Per cinque minuti non successe niente.
Solo quella macchina ferma, il motore che girava al minimo, il
tergicristallo che ogni tanto faceva una passata sul vetro appannato.
Poi qualcuno aprì lo sportello
posteriore.
Non si vedeva chi era. Solo una mano.
Una mano bianca, magra, con le unghie lunghe e sporche. La mano si
posò sullo schienale del sedile guida, e una voce disse: "Si
parte?"
L'uomo alla guida non si voltò. Annuì.
Inserì la marcia. La macchina cominciò a muoversi.
Da quel momento, tutto accelerò.
Le immagini diventarono confuse,
frammentate. Strade che si succedevano una dopo l'altra, incroci,
semafori, rotonde. Ogni tanto, dal sedile posteriore, quella mano
tornava a comparire. Si avvicinava all'orecchio dell'autista, lo
sfiorava, e lui sussultava come se avesse ricevuto una scossa.
Poi, all'improvviso, la macchina si
fermò.
Era parcheggiata davanti a una casa.
Una villetta a due piani, con un giardino incolto e una luce accesa
al primo piano. L'autista spense il motore. Restò immobile per un
lungo minuto. Poi aprì lo sportello e scese.
La telecamera continuava a riprendere.
Inquadrava il sedile posteriore, vuoto. Poi, lentamente, la portiera
posteriore si aprì da sola. Da sola. Senza che nessuno la toccasse.
E dalla notte, dal buio fuori, qualcosa
entrò in macchina.
Non si vedeva. Non aveva forma. Ma si
sentiva. Si sentiva il sedile che si schiacciava sotto un peso
invisibile. Si sentiva il respiro. Un respiro affannato, umido, che
riempiva l'abitacolo come nebbia.
Poi la voce. Quella voce che aveva
detto "Si parte?" tornò, ma questa volta era diversa. Più
vicina. Più dentro.
"Hai visto? Hai visto cosa mi
hanno fatto?"
L'immagine tremò. La cassetta si
incastrò. Il videoregistratore cominciò a fare un rumore strano,
come se stesse mangiando qualcosa che non doveva mangiare. Schiacciai
stop. Eject. La cassetta uscì, calda. Troppo calda.
Avrei dovuto buttarla via. Avrei dovuto
distruggerla, spezzare il nastro, darlo alle fiamme. Invece la rimisi
nella custodia, la posai sullo scaffale, e andai a dormire.
La notte successiva, sognai quella
macchina.
Ero io al posto di guida. Ero io quello
che sentiva il sedile posteriore schiacciarsi sotto un peso
invisibile. Ero io quello che sentiva quel respiro sul collo, caldo,
umido, sbagliato.
Mi svegliai di soprassalto, coperto di
sudore. Erano le tre del mattino. La casa era silenziosa. Troppo
silenziosa.
Mi alzai, andai in bagno, bevvi un
bicchiere d'acqua. Tornando in camera, passai davanti allo scaffale
dove avevo messo la cassetta. La custodia era lì. Chiusa. Intatta.
Ma non era nella posizione in cui
l'avevo lasciata io.
Era girata verso di me. Come se
qualcuno l'avesse spostata. Come se qualcosa, dentro, volesse che la
guardassi di nuovo.
Non lo feci. Tornai a letto, tirai le
coperte fino al mento, e restai sveglio fino all'alba.
La notte dopo, successe di nuovo. E
quella dopo ancora. Ogni notte, lo stesso sogno. La macchina, la
strada, la mano che si avvicina, il respiro sul collo. E ogni
mattina, la cassetta spostata. Ogni volta un po' di più. Ogni volta
un po' più vicina al bordo dello scaffale. Come se qualcosa stesse
cercando di uscire.
Dopo una settimana, non ce la feci più.
Dovevo sapere. Dovevo vedere il resto.
Rimisi la cassetta nel
videoregistratore. Schiacciai play.
La neve. Poi l'immagine.
Non era la stessa scena di prima. Era
un'altra. Una stanza. Quella stessa stanza della fotografia. Con
quella stessa ragazza sulla sedia.
Sedeva immobile, le mani in grembo, gli
occhi fissi sulla telecamera. Dietro di lei, una finestra socchiusa
lasciava entrare un filo di luce che disegnava strisce di polvere
nell'aria. Sembrava una foto, un'immagine ferma, se non fosse che
ogni tanto qualcosa cambiava. La sua testa si inclinava leggermente.
Le sue labbra si muovevano appena.
Poi cominciò a parlare.
"Mi hanno chiusa qui. Non so da
quanto tempo. Giorni? Mesi? Anni? Qui non c'è tempo. Qui c'è solo
il buio e io e le mie mani e le mie gambe che non riescono più a
muoversi".
La voce era quella della videocassetta.
Quella che aveva detto "Si parte?". Quella che aveva
chiesto "Hai visto?".
"Lui viene a trovarmi. Ogni tanto.
Apre la porta, entra, si siede su quella sedia e mi guarda. Non dice
niente. Mi guarda e basta. Poi se ne va. E io resto qui. Solo. Al
buio. Ad aspettare".
La telecamera tremò. Qualcuno, dietro,
tossì.
"Una volta ho provato a scappare.
Ho aspettato che aprisse la porta, e gli sono saltata addosso. L'ho
graffiato. L'ho morso. Lui non ha reagito. Mi ha presa per i capelli
e mi ha trascinata qui dentro. Poi ha chiuso la porta. E da quel
giorno, le mie mani non si muovono più. Le mie gambe non si muovono
più. Sono come bloccate, come se qualcuno mi avesse spenta".
Pianse. Silenziosamente. Le lacrime le
rigavano il viso, ma lei non smetteva mai di guardare dritto
nell'obiettivo. Dritto in me.
"Tu che mi stai guardando. Tu che
hai trovato questa cassetta. Tu devi aiutarmi. Devi venire a
prendermi. Devi portarmi via da qui. Per favore. Ti prego. Non voglio
morire in questa stanza".
L'immagine si spense. Neve. Rumore
bianco. Poi buio.
Restai lì, paralizzato. Quelle parole
mi risuonavano nella testa come martellate. "Tu devi venire a
prendermi". "Non voglio morire". Ma come cazzo facevo?
Non sapevo dov'era. Non sapevo chi fosse. Non sapevo niente.
Poi, mentre stavo per spegnere il
televisore, l'immagine tornò.
Ma non era più la stanza.
Era la mia camera da letto.
La telecamera inquadrava il mio letto,
vuoto. Poi si spostava lentamente verso la finestra, verso la porta,
verso lo scaffale dove avevo messo la cassetta. E lì, accanto alla
custodia, c'era qualcosa. Una sagoma. Scura. Immobile. Che mi
guardava.
La telecamera si avvicinava. Sempre più
vicina. E la sagoma prendeva forma. Capelli lunghi. Braccia magre. Un
viso scavato dalla fame e dalla paura.
Era lei.
Lei era nella mia casa. Lei mi stava
guardando mentre dormivo. Lei aspettava.
L'immagine si spense per sempre. La
cassetta uscì da sola dal videoregistratore, cadde a terra, e il
nastro si srotolò come un serpente morto.
Quella notte non dormii. Stetti seduto
sul letto, con la schiena contro il muro, gli occhi fissi sulla
porta, ad aspettare.
Non successe niente. Non quella notte.
Ma le notti dopo, sì.
Cominciai a sentire dei rumori. Passi
nel corridoio quando ero sicuro di essere solo. Sussurri che venivano
da dietro le porte chiuse. La sensazione di essere osservato, sempre,
anche quando ero solo in casa.
Una volta, mentre facevo la doccia,
vidi una sagoma oltre il vetro smerigliato. Restai immobile, il cuore
che martellava, a guardare quella figura ferma che mi spiava. Poi,
all'improvviso, sparì. E quando uscii, non c'era nessuno. Solo la
cassetta, sul lavandino. La cassetta che avevo distrutto, che avevo
spezzato in due, che avevo buttato via.
Era lì. Intatta. Come nuova.
L'ultima notte, mi svegliai con la
sensazione di non essere solo nel letto. C'era qualcosa accanto a me.
Qualcosa di freddo, di leggero, che premeva contro la mia schiena.
Sentivo il respiro sul collo. Quello stesso respiro della
videocassetta. Caldo. Umido. Sbagliato.
Mi voltai lentamente, gli occhi che si
abituavano al buio, e la vidi.
Era lì. Sdraiata accanto a me. Con
quei grandi occhi chiari fissi nei miei. E quella bocca che si
muoveva, silenziosa, ripetendo le stesse parole: "Tu devi venire
a prendermi. Tu devi venire a prendermi".
Cercai di urlare, ma non usciva voce.
Cercai di muovermi, ma il corpo non rispondeva. Lei allungò una
mano, quella mano bianca con le unghie lunghe e sporche, e mi toccò
la faccia. La sua pelle era gelida. Morta.
"Grazie", sussurrò. "Grazie
per avermi aspettata".
Poi il mondo si spense.
Mi svegliai la mattina dopo, nel mio
letto, da solo. Sudato fradicio, il cuore a mille, ma da solo.
La cassetta non c'era più. Non sullo
scaffale, non sul lavandino, non da nessuna parte. Come se non fosse
mai esistita.
Per qualche giorno pensai di essermela
sognata. Un incubo, solo un incubo. Poi, mentre facevo colazione,
accesi la televisione. Notiziario locale. Una ragazza scomparsa
vent'anni prima era stata ritrovata.
Avevano scavato nel giardino di una
casa, quella stessa casa della videocassetta, quella con la luce
accesa al primo piano. Avevano trovato il suo corpo. Mummificato.
Conservato. Con le mani legate dietro la schiena e gli occhi ancora
aperti, fissi nel nulla.
L'identificarono grazie a una foto.
Quella stessa foto che avevo visto io. Quella attaccata alla cassetta
con lo scotch.
Guardai lo schermo. La giornalista
parlava di un cold case risolto, di un assassino morto anni prima, di
giustizia fatta, anche se in ritardo. Poi, mentre parlavano,
l'immagine tremò. Solo per un secondo. Un secondo in cui, dietro la
giornalista, in mezzo alla folla che guardava gli scavi, vidi una
sagoma.
Una ragazza. Giovane. Occhi chiari,
capelli scuri. Che mi guardava dritto negli occhi attraverso lo
schermo.
E sorrideva.
L'immagine tornò normale. La
giornalista continuava a parlare. Ma io avevo visto. Avevo visto lei.
Era libera. Era uscita.
E mi aveva ringraziato.
Da quella notte, non ho più rivisto la
ragazza. Non ho più sentito passi nel corridoio, né sussurri dietro
le porte. Ma ogni tanto, quando mi sveglio nel cuore della notte, ho
la sensazione che qualcuno sia stato lì. Che qualcuno abbia
condiviso il mio sonno. Che qualcuno, da qualche parte, mi sia grato
per averla lasciata uscire.
E a volte, quando guardo lo specchio
del bagno, per un attimo vedo qualcosa dietro di me. Una sagoma. Un
riflesso che non dovrebbe esserci. E sento una voce lontana, come
un'eco, che sussurra: "Grazie. Grazie per avermi aspettata".
La videocassetta l'ho buttata via mille
volte. Ma ogni volta che apro l'armadio, è lì. In fondo. Che
aspetta.
Non l'ho più guardata. Non ne ho il
coraggio. Ma so che un giorno, forse, dovrò farlo. Perché lei
aspetta. Ha sempre aspettato. E forse, in qualche modo, aspetta
ancora qualcosa da me.
Forse vuole che vada a trovarla. Dove è
ora. Dove è finalmente libera. Dove non c'è più quella stanza
buia, né quelle mani legate, né quell'attesa infinita.
Forse vuole che la raggiunga.
E una parte di me, la parte più
nascosta, la parte che ancora sente il suo respiro sul collo,
vorrebbe farlo. Vorrebbe andare da lei. Vorrebbe finalmente vedere
cos'è successo dopo che è uscita dalla videocassetta. Dove va di
notte. Cosa fa quando io dormo.
Ma un'altra parte, quella che ancora
vuole vivere, quella che ancora ha paura, quella parte dice di no.
Dice di resistere. Dice di non guardare mai più quella cassetta.
E così resto qui. In bilico. Tra il
desiderio di sapere e la paura di scoprire. Con una videocassetta
maledetta nell'armadio e una ragazza morta che ogni tanto mi viene a
trovare.
In attesa. Come lei. Sempre in attesa.