Calmet descriveva i vampiri come persone morte che tornavano per "inquietare i villaggi, offendere gli uomini [...] succhiare il sangue dei propinqui, portare ad essi malattie, e farli morire". Secondo il monaco, l'unico modo per liberarsi di queste "vite moleste" era dissotterrarli, impalarli, tagliar loro la testa, strappare il cuore o bruciarli.
Calmet era un uomo di fede e di cultura, non un superstizioso ignorante. Il fatto che anche lui credesse (o fingesse di credere) raccontava di un fenomeno reale: in tutta Europa, preti, medici e magistrati stavano assistendo a qualcosa che non riuscivano a spiegare. E ciò che vedevano era, a modo loro, perfettamente documentato.
Il primo indizio di vampirismo era l'assenza di decomposizione. Se un cadavere, dopo settimane o mesi dalla sepoltura, appariva ancora intatto, con le membra flessibili e il sangue fluido, la conclusione era inevitabile: quell'uomo non era veramente morto. Era un vampiro.
Oggi sappiamo che esistono almeno due fenomeni naturali che possono rallentare o bloccare la decomposizione:
La mummificazione: avviene in ambienti caldi e secchi, dove l'evaporazione dell'acqua impedisce la proliferazione dei batteri putrefattivi.
La saponificazione: avviene in ambienti freddi e umidi, tipici dell'Europa centrale e orientale. In queste condizioni, gli acidi grassi del corpo si trasformano in una sostanza cerosa, simile al sapone (la adipocera), che avvolge il cadavere come un involucro protettivo, bloccando la putrefazione.
Un corpo saponificato non ha l'elasticità di un vivente, ma conserva una certa flessibilità. Le membra si muovono ancora, la pelle non si è ancora staccata, il sangue può apparire fluido. Per un osservatore settecentesco, ignaro di questi processi, la conclusione era inevitabile: quel corpo era ancora vivo. O, peggio, era un non-morto.
Le testimonianze raccolte da Calmet riportavano anche un altro dettaglio inquietante: i cadaveri sospettati di vampirismo avevano spesso la bocca, il naso e le orecchie sporche di sangue. A volte, scriveva il monaco, "il cadavere nel sepolcro nuota nel proprio sangue". I vampiri, secondo la leggenda, si riempivano talmente di sangue da farlo fuoriuscire da ogni orifizio.
Anche questo fenomeno ha una spiegazione naturale. Il tempo di coagulazione del sangue dipende dalle condizioni ambientali. A basse temperature, il sangue può rimanere fluido per diversi giorni dopo la morte. Se il cadavere veniva riesumato entro questo lasso di tempo, era normale trovarlo con "le vene piene di sangue fluido".
Inoltre, un trauma post-mortem (ad esempio, durante il trasporto della bara o mentre la tomba veniva richiusa) poteva provocare un'emorragia dal naso o dalla bocca. Anche la causa della morte influiva: alcune malattie, come le febbri emorragiche, lasciano il sangue particolarmente ricco di enzimi anticoagulanti, ritardando la coagulazione.
Nessuna di queste spiegazioni era disponibile nel Settecento. Così, un semplice fenomeno fisiologico diventava la prova che il morto si nutriva di sangue umano.
Oggi sappiamo che quel grido non era segno di vita, ma un fenomeno puramente fisico. La violenza del colpo espelle l'aria intrappolata nei polmoni e nella cassa toracica. L'aria, transitando per la gola e passando attraverso le corde vocali, può produrre un suono simile a un gemito o a un urlo. Per i contadini impauriti che assistevano alla scena, quel rumore era la prova che il morto stava soffrendo. E quindi che era ancora vivo.
Un altro segno di vampirismo era la crescita di capelli, barba e unghie dopo la morte. Calmet raccoglieva testimonianze di cadaveri "cui cresceva la barba, i capelli, le unghie".
Naturalmente, i capelli e le unghie smettono di crescere subito dopo la morte, perché le cellule non ricevono più nutrimento. Ma esistono due illusioni ottiche che possono dare l'impressione contraria:
I capelli: la pelle del cranio si disidrata e si ritrae, scoprendo porzioni di cuoio capelluto prima nascoste. Inoltre, i capelli tendono a ricadere all'indietro, dando la sensazione di essere cresciuti.
Le unghie: la pelle delle dita si ritrae, facendo apparire le unghie più lunghe di quanto non siano in realtà.
Per un osservatore settecentesco, la differenza tra un'allucinazione ottica e un fenomeno soprannaturale era labile. E la paura faceva il resto.
Perché proprio nel Settecento? Perché proprio nell'Europa centrale e orientale? Le ragioni sono molteplici:
Il clima: le regioni come Ungheria, Transilvania e Moravia hanno inverni freddi e terreni umidi, condizioni ideali per la saponificazione e il rallentamento della decomposizione.
La povertà: le comunità rurali erano isolate, prive di assistenza medica e scientifica. La superstizione era l'unico strumento per spiegare l'inspiegabile.
Le epidemie: il Settecento fu segnato da ricorrenti epidemie di peste e tubercolosi. I sintomi di queste malattie (magrezza estrema, pallore, tosse con sangue) venivano facilmente attribuiti ai "morsi" di un vampiro.
La politica: l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, regnante su molte di queste terre, fu costretta a inviare nel 1755 un medico personale, il Gerard van Swieten, a indagare sui casi di vampirismo. Van Swieten concluse che si trattava di "superstizione e barbarie", e nel 1770 emanò un editto che proibiva la riesumazione e l'impalamento dei cadaveri. Il "vampirismo", in altre parole, era un reato contro lo Stato.
Oggi, sappiamo che i vampiri non esistono. Ma la credenza nei non-morti non era semplice ignoranza. Era il tentativo, da parte di comunità spaventate e isolate, di dare un senso alla morte, alla malattia, alla sofferenza. I cadaveri che non marcivano, il sangue che ancora usciva dalle loro bocche, i gemiti che emettevano quando venivano colpiti: erano tutti fenomeni reali, spiegabili oggi con la scienza, ma inspiegabili allora.
La vera lezione della "epidemia di vampirismo" è che la paura ha bisogno di volti. E quando la ragione non riesce a darli, li inventa. E quei volti, talvolta, hanno zanne, artigli e una sete insaziabile di sangue.
Ma sotto quella maschera, c'era solo la natura. Il suo mistero. E la nostra, umanissima, incapacità di accettare che la morte, a volte, non fa il suo lavoro in fretta.