Ma come si arriva a considerare "normale" l'uccisione di migliaia di persone, in maggioranza donne, attraverso il fuoco? La risposta non è semplice e non si riduce alla sola ignoranza o alla crudeltà umana. È una combinazione di teologia, diritto, psicologia del terrore e dinamiche di potere.
Il primo tassello è teologico. Nel corso del Medioevo, la concezione della stregoneria cambiò radicalmente. Non si trattava più di "magia popolare" o di antiche superstizioni contadine. La teologia cristiana, in particolare a partire dal XV secolo, elaborò una nuova dottrina: la stregoneria era un vero e proprio crimine teologico, basato sul patto esplicito con il diavolo.
La strega non era solo una donna che preparava intrugli o lanciava malocchio. Era una eretica, una persona che aveva volontariamente rinnegato il battesimo, si era inginocchiata davanti a Satana, gli aveva giurato fedeltà e aveva accettato di ricevere da lui poteri malefici in cambio della sua anima.
Questo cambiamento fu decisivo. La stregoneria cessò di essere un reato di magia (perseguibile dai tribunali civili) e divenne un crimine di lesa maestà divina, un'eresia, perseguibile dall'Inquisizione. E l'eresia, nel Medioevo, era il crimine più grave che si potesse commettere, perché metteva in pericolo non una persona, ma l'intera comunità cristiana, esponendola alla collera di Dio.
Perché proprio il fuoco? La scelta del rogo non era casuale e si basava su due pilastri.
Il primo era di natura spirituale. Il fuoco era considerato l'unico elemento capace di purificare l'anima dall'eresia e dal marchio diabolico. Bruciando il corpo, si credeva, si distruggeva anche il potere del demonio su quella persona, permettendo (forse) alla sua anima di redimersi. Era, nella mentalità del tempo, un gesto di "estrema pietà" verso il peccatore.
Il secondo pilastro era di natura economica e simbolica. A differenza di altre esecuzioni (impiccagione, decapitazione), il rogo non lasciava tracce. Non c'era un cadavere da seppellire. Per la Chiesa era fondamentale che il corpo dell'eretico non ricevesse sepoltura cristiana e non contaminasse la terra consacrata. Il fuoco annientava il corpo, restituiva l'eretico alla polvere senza passare attraverso i riti della Chiesa. Era una cancellazione totale.
Un altro elemento che rendeva "normale" bruciare le streghe era la legalità del processo. Non era un linciaggio popolare (anche se spesso lo era). Era un procedimento giudiziario, condotto da tribunali istituiti (Inquisizione o tribunali civili) secondo precise procedure.
E queste procedure erano basate su un presupposto moderno: la confessione. Ma per ottenere la confessione, il diritto dell'epoca ammetteva la tortura giudiziaria. La tortura non era sadismo gratuito, tecnicamente, ma uno strumento processuale per "cavare la verità". Sotto tortura, moltissime accusate confessavano qualsiasi cosa: di aver volato, di aver avuto rapporti con il diavolo, di aver ucciso bambini.
Una volta ottenuta la confessione, la condanna era scontata. E il rogo era la pena prevista per lo stregone o la strega che non si pentiva. Se invece si pentiva, a volte la pena era mitigata: la morte per strangolamento prima di essere bruciata. Un "favore" che oggi fa accappiare la pelle.
Il contesto storico: quando la paura giustifica tutto
I grandi roghi non avvennero nel buio dell'Alto Medioevo, ma in piena età moderna, tra il 1500 e il 1650. Un'epoca di profonde crisi:
Le guerre di religione dilaniavano l'Europa (protestanti contro cattolici)
Le piccole glacie provocavano carestie e cattivi raccolti
Le epidemie di peste decimavano la popolazione
In questo clima di paura e incertezza, la figura del "capro espiatorio" divenne essenziale. La strega era perfetta: sembrava spiegare l'inspiegabile. Una cattiva annata? Colpa della strega. Un bambino che si ammala? Colpa della strega. Un temporale che distrugge il raccolto? La strega ha evocato il diavolo.
In questo senso, il rogo non era solo una punizione. Era un rituale di rassicurazione collettiva. La comunità si riuniva attorno al rogo, vedeva il corpo dell'odiata strega bruciare, e si sentiva al sicuro. Il male era stato sconfitto, visibilmente, tangibilmente, con il fumo che saliva al cielo.
Bruciare le streghe non fu mai, nemmeno all'apice della caccia alle streghe, un'opinione unanime. Ci furono voci critiche, anche all'interno della Chiesa. Medici e magistrati più illuminati denunciarono l'uso della tortura come fonte di false confessioni. E la stessa Inquisizione romana, quella italiana, fu generalmente più moderata e meno sanguinaria dei tribunali civili tedeschi o francesi.
Ma il meccanismo era troppo potente per essere fermato facilmente. La paura, l'ignoranza, le rivalità locali e la ricerca di capri espiatori alimentarono il fenomeno per quasi due secoli. Migliaia di persone morirono sul rogo. Altri morirono in prigione durante la tortura. Alcuni si suicidarono.
E tutto questo, per la gente del tempo, era "normale".
Oggi guardiamo indietro e ci chiediamo: come hanno potuto essere così crudeli? Ma forse la domanda giusta è un'altra: cosa ci fa pensare che noi, nelle stesse condizioni, avremmo agito diversamente?
Il meccanismo della caccia alle streghe è lo stesso che alimenta ancora oggi i linciaggi mediatici, la ricerca di capri espiatori, la demonizzazione del diverso. Cambia l'oggetto, ma non la struttura. Non bruciamo più le streghe, ma continuiamo a cercare qualcuno su cui scaricare la nostra paura.
La differenza è che oggi, per fortuna, abbiamo la consapevolezza storica di sapere dove quel meccanismo può portare. E abbiamo costruito sistemi giudiziari che (almeno in linea di principio) considerano la tortura un crimine, non uno strumento processuale.
Forse, il modo migliore per onorare le vittime dei roghi è ricordare che la "normalità" di ieri è l'orrore di oggi. E che la normalità di oggi potrebbe essere l'orrore di domani.