Adamo e Adapa hanno nomi quasi identici, entrambi appartengono a un mondo primordiale dominato dagli dèi e in entrambi i racconti compare un uomo che entra in rapporto con una dimensione divina e si trova davanti alla possibilità di ottenere qualcosa che appartiene agli dèi. È facile, quindi, costruire una teoria affascinante: Adamo sarebbe una versione ebraica di Adapa e il Giardino dell’Eden deriverebbe direttamente dal mito mesopotamico.
Il problema è che la storia è più interessante della teoria.
Adapa ed Eden appartengono effettivamente allo stesso grande universo culturale del Vicino Oriente antico, ma Adapa non è semplicemente il “prototipo di Adamo”. Le somiglianze sono reali; il rapporto diretto, invece, non può essere dimostrato.
Il mito di Adapa è attestato in testi cuneiformi accadici e racconta la vicenda di un uomo eccezionalmente sapiente, creato o favorito dal dio Ea/Enki. Adapa possiede una conoscenza straordinaria, ma non riceve l'immortalità. In una delle versioni del racconto viene convocato presso il dio Anu in cielo. Ea gli ordina di rifiutare il cibo e l'acqua che gli verranno offerti, perché — secondo le istruzioni ricevute — potrebbero essere pericolosi. Adapa obbedisce. Il risultato è paradossale: gli vengono offerti proprio il cibo e l'acqua della vita, ma egli li rifiuta e perde così l'occasione di diventare immortale.
È un racconto straordinario perché contiene una delle grandi ossessioni della letteratura mesopotamica: l'uomo può avvicinarsi al mondo divino, può ricevere conoscenza, può perfino trovarsi davanti all'immortalità, ma non può semplicemente diventare un dio.
Ed è qui che il confronto con Adamo diventa davvero interessante.
Nel racconto della Genesi, Adamo ed Eva vivono in un giardino nel quale Dio ha posto alberi particolari. Possono mangiare liberamente, con una sola eccezione: l'albero della conoscenza del bene e del male. Dopo aver mangiato il frutto proibito, vengono espulsi. E Dio impedisce loro di accedere anche all'albero della vita.
Il risultato è molto diverso da quello di Adapa, ma il problema narrativo è sorprendentemente vicino: l'essere umano si trova davanti a qualcosa che appartiene alla sfera divina e la questione dell'immortalità diventa il confine decisivo tra uomo e dio.
In Adapa, l'uomo riceve un divieto e, obbedendo, perde l'immortalità.
In Genesi, l'uomo riceve un divieto e, disobbedendo, perde l'accesso al paradiso e viene successivamente escluso dall'albero della vita.
È una somiglianza troppo interessante per essere ignorata. Ma è anche troppo diversa per permettere di dire semplicemente: “La storia di Adamo deriva da Adapa”.
Il problema è che il Giardino dell'Eden non ha come unico possibile antecedente Adapa.
La ricerca comparativa ha individuato numerosi rapporti tra Genesi e la letteratura mesopotamica. Esistono paralleli con Atrahasis, con Enki e Ninmah, con la tradizione del diluvio e con altri racconti sull'origine dell'umanità. Uno studio pubblicato sulla rivista Iraq ha persino confrontato la struttura della creazione dell'uomo in Enki e Ninmah, Atrahasis e Genesi 1–2, mostrando come esistano schemi narrativi comuni nella tradizione del Vicino Oriente antico.
Questo è fondamentale perché cambia la domanda.
Non dobbiamo necessariamente cercare “il mito originale da cui gli ebrei copiarono Adamo”.
Potremmo invece trovarci davanti a una tradizione culturale molto più ampia, nella quale popolazioni diverse utilizzavano motivi narrativi comuni e li trasformavano secondo le proprie esigenze religiose e letterarie.
Il Vicino Oriente del II e I millennio a.C. non era costituito da civiltà completamente isolate. Idee, racconti, simboli e formule circolavano attraverso secoli di contatti tra Mesopotamia, Siria, Canaan, Anatolia ed Egitto. Gli studiosi parlano infatti della Genesi come di un esempio particolarmente importante di dialogo interculturale con il mondo del Vicino Oriente antico.
E proprio qui Adapa diventa prezioso.
Il mito ci mostra che, molto prima della redazione finale della Genesi, nella cultura mesopotamica esisteva già una riflessione sofisticata sul rapporto fra sapienza, mortalità e confine fra uomini e dèi.
Adapa è “sapiente” ma non immortale.
Adamo, nella Genesi, è umano ma vive inizialmente in un ambiente nel quale l'accesso alla vita senza fine è possibile. Dopo la trasgressione, Dio deve impedire che l'uomo mangi dell'albero della vita e “viva per sempre”.
La differenza teologica è enorme.
Adapa non viene punito perché ha mangiato il cibo proibito. Al contrario, fallisce proprio perché obbedisce. È Ea a ingannarlo, o almeno a dargli un consiglio che produce conseguenze opposte a quelle che Adapa avrebbe potuto desiderare.
Adamo, invece, acquisisce la conoscenza attraverso la trasgressione di un comando divino.
In Adapa il tema centrale è il fallimento dell'uomo davanti all'opportunità dell'immortalità.
In Genesi il tema diventa il rapporto fra conoscenza, disobbedienza, mortalità e responsabilità morale.
Non è una differenza marginale. È praticamente il cuore dei due racconti.
Anche il dettaglio del cibo è rivelatore. Nel mito di Adapa esistono effettivamente “cibo della vita” e “acqua della vita”: la ricerca moderna descrive esplicitamente l'offerta dell'immortalità ad Adapa e il suo rifiuto. Nella Genesi, invece, il cibo proibito non è chiamato cibo dell'immortalità. È il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. L'immortalità entra nella storia attraverso un secondo albero, quello della vita.
Quindi abbiamo due racconti che affrontano una questione simile utilizzando dispositivi narrativi differenti.
Ed è proprio questo che rende pericolosa la formula “Adamo deriva da Adapa”.
La somiglianza dei nomi, inoltre, non basta. Adapa è un nome accadico attestato nella tradizione mesopotamica; Adam è collegato nella Genesi alla parola ebraica adam, “uomo” o “umanità”, e al gioco linguistico con adamah, la terra o il suolo. Il collegamento etimologico diretto Adapa → Adam non è quindi dimostrato.
Se cerchiamo invece l'antecedente culturale dell'Eden in senso più ampio, il quadro diventa molto più convincente.
Il racconto biblico appartiene a un ambiente nel quale esistevano già tradizioni mesopotamiche sulla creazione dell'uomo, sul lavoro umano, sul rapporto con gli dèi, sulla sapienza primordiale e sul problema dell'immortalità. Studi comparativi recenti continuano a mettere in relazione Genesi con questo patrimonio narrativo, pur sottolineando che le somiglianze non implicano automaticamente una singola fonte letteraria.
E questa è forse la conclusione più interessante.
Adapa potrebbe non essere il padre di Adamo. Ma Adapa dimostra che il problema di Adamo era già antico.
L'uomo vuole sapere.
L'uomo vuole vivere.
L'uomo si avvicina agli dèi.
E prima o poi arriva sempre davanti a una porta che non può oltrepassare.
La Genesi non inventò necessariamente questa domanda. La trasformò.
La Mesopotamia aveva già raccontato l'uomo che possiede la sapienza ma perde l'immortalità. La Genesi costruì invece un racconto nel quale l'uomo riceve conoscenza, rompe un limite imposto da Dio e viene separato dal luogo nel quale avrebbe potuto vivere per sempre.
Non è una copia.
È qualcosa di più interessante: la trasformazione di un antico problema del Vicino Oriente in una nuova storia sull'origine della condizione umana.
Cesio Endrizzi