La conseguenza più pericolosa della sconfitta di un lich è il falso senso di sicurezza.
Hai distrutto il corpo.
Non necessariamente hai distrutto il lich.
Nella tradizione fantasy moderna, soprattutto in Dungeons & Dragons, il lich è un incantatore che ha ottenuto l'immortalità trasformandosi volontariamente in un essere non morto e conservando la propria anima all'interno di un oggetto magico: il filatterio.
Ed è proprio questo il dettaglio che cambia completamente il significato della vittoria.
Un guerriero normale può essere ucciso distruggendone il corpo. Un lich ha separato la propria esistenza fisica dalla propria anima. Per questo abbattere la sua forma corporea non equivale necessariamente a eliminarlo definitivamente.
In Dungeons & Dragons, quando il corpo del lich viene distrutto, il filatterio continua a esistere. Il lich può quindi tornare a manifestarsi, secondo le regole specifiche dell'edizione e dell'ambientazione.
Ed è qui che una vittoria apparentemente definitiva può trasformarsi nel primo atto di un problema molto più grande.
Immagina di affrontare un lich in una cripta.
Dopo una battaglia terrificante, finalmente cade.
Il suo corpo si disintegra.
Le ossa si spezzano.
La stanza torna silenziosa.
Gli avventurieri si guardano e pensano di aver vinto.
Potrebbero avere ragione.
Ma potrebbero anche aver appena eliminato soltanto la parte del problema che era più facile da trovare.
Il filatterio è il vero obiettivo.
Finché esiste, il lich conserva una via per tornare.
Ed è questo che rende queste creature particolarmente inquietanti. Il combattimento non termina necessariamente quando il nemico cade a terra. La battaglia vera e propria può iniziare dopo.
Il filatterio, infatti, deve essere trovato e distrutto secondo le modalità previste dall'ambientazione o dal sistema di gioco. E un lich intelligente ha tutte le ragioni per renderne la ricerca il più difficile possibile.
Potrebbe nasconderlo in una fortezza protetta da trappole.
Potrebbe conservarlo in un luogo remoto.
Potrebbe affidarlo a servitori.
Potrebbe collocarlo in una zona difficilmente accessibile.
Potrebbe addirittura costruire intorno alla sua protezione un sistema di difese tale da trasformare la ricerca del filatterio in un'avventura più pericolosa dello scontro originale.
E qui entra in gioco una caratteristica fondamentale del lich: il tempo.
Un lich non deve necessariamente avere fretta.
Un essere umano può avere paura di morire perché dispone di una quantità limitata di tempo. Un lich, almeno in linea generale, ha costruito la propria esistenza proprio per sottrarsi a quella limitazione.
Può avere decenni o secoli di conoscenze accumulate.
Può conoscere rituali dimenticati.
Può avere studiato magia che nessun essere umano contemporaneo comprende più.
Può avere preparato piani che richiedono anni per essere completati.
Per questo la sua sconfitta fisica non deve essere confusa con una sconfitta strategica.
Se gli eroi distruggono il corpo ma non trovano il filatterio, hanno risolto soltanto una parte del problema.
E se il lich ritorna, possiede anche un'informazione preziosa: sa che qualcuno è riuscito a trovarlo e a sconfiggerlo.
Questo potrebbe consentirgli di modificare le proprie difese, cambiare posizione, eliminare eventuali vulnerabilità scoperte dagli avversari o preparare una risposta.
Non significa necessariamente che ogni lich tornerà automaticamente per vendicarsi degli eroi. Questa è una conseguenza narrativa possibile, non una regola universale.
Ma è proprio la possibilità a rendere la situazione interessante.
La vera domanda dopo aver sconfitto un lich non dovrebbe essere soltanto:
“È morto?”
Dovrebbe essere:
“Abbiamo distrutto ciò che gli permette di tornare?”
Questa idea, inoltre, non nasce con Dungeons & Dragons.
Uno degli antecedenti folklorici più famosi è Koschei l'Immortale, figura del folklore slavo e in particolare delle fiabe russe.
Koschei è celebre proprio perché la sua morte non è direttamente contenuta nel suo corpo. In una delle versioni più conosciute della storia, la sua morte è nascosta attraverso una serie di contenitori: un ago, un uovo, un animale e infine uno scrigno nascosto in un luogo remoto.
Il procedimento narrativo è straordinariamente simile al principio del filatterio.
Il corpo del nemico non contiene completamente la sua mortalità.
Per ucciderlo davvero bisogna trovare ciò che la contiene.
Naturalmente Koschei non è semplicemente “il primo lich”. Sarebbe un collegamento troppo letterale. È piuttosto uno degli archetipi folklorici che mostrano quanto sia antico il motivo narrativo della vita o della morte nascosta al di fuori del corpo.
Il lich moderno prende questo principio e lo trasforma in una struttura fantasy molto più elaborata: il mago che rifiuta la morte, separa la propria anima dal corpo e crea un oggetto che gli consente di continuare a esistere.
Ed è proprio questo che rende la sua sconfitta così particolare.
Contro un normale necromante, il gruppo deve vincere una battaglia.
Contro un lich, deve risolvere un problema.
Deve capire come funziona la sua immortalità.
Deve trovare il punto nel quale quella immortalità è ancorata.
E poi deve distruggerlo.
Fino a quel momento, la vittoria sul campo di battaglia potrebbe essere soltanto una parentesi.
È anche per questo che il lich funziona così bene come antagonista fantasy. Un drago può essere terrificante perché è enormemente potente. Un demone può esserlo perché possiede capacità soprannaturali. Un lich aggiunge qualcosa di diverso: la sensazione che ucciderlo non sia sufficiente.
Hai vinto il combattimento.
Ma non hai necessariamente vinto la guerra.
E forse la frase più appropriata dopo aver visto il cadavere del lich dissolversi non è:
“È morto.”
È: “Dove ha nascosto il filatterio?”
Cesio Endrizzi