domenica 2 agosto 2026

Il mistero di Polcanto: il contadino che nel 1956 disse di aver visto un disco volante


Ci sono storie che nascono da fotografie, altre da documenti ufficiali, altre ancora da reperti che resistono al tempo. E poi esistono storie che cominciano con il racconto di una persona comune, apparentemente lontana da qualsiasi interesse per il mistero. È proprio questo il caso di Polcanto, piccola frazione di Borgo San Lorenzo, nel Mugello, dove nel marzo del 1956 un agricoltore avrebbe assistito a un episodio destinato a entrare nella casistica dell'ufologia italiana.

Siamo nell'Italia del dopoguerra, in un'epoca nella quale le campagne erano ancora profondamente diverse da quelle di oggi. L'illuminazione notturna era scarsa, le automobili molto meno numerose e i rumori della vita moderna non avevano ancora riempito ogni angolo del territorio. Per chi abitava nel Mugello, il ritmo delle giornate era scandito dal lavoro nei campi, dagli animali, dalle faccende domestiche e dal calare del sole. Dopo il tramonto, il buio tornava a essere una presenza concreta.

Secondo la testimonianza tramandata negli anni, proprio durante una di quelle sere l'agricoltore si trovò davanti a qualcosa che non riuscì a identificare. Mentre rientrava dopo il lavoro, la sua attenzione sarebbe stata attirata da una luce insolita proveniente da un campo. Non sembrava un lampo e non aveva l'aspetto dei fari di un'automobile. Era una luminosità intensa e apparentemente stabile.

L'uomo si fermò a osservare. Inizialmente cercò di trovare una spiegazione normale. Poteva trattarsi di un fuoco, di un mezzo agricolo o di qualche altra sorgente luminosa. Ma qualcosa non tornava. Non sentiva il rumore di un motore, non vedeva persone e quella luce sembrava provenire da un punto preciso del terreno.

La curiosità prevalse sulla prudenza e l'agricoltore avrebbe iniziato ad avvicinarsi lentamente.

Più diminuiva la distanza, più la sorgente luminosa assumeva una forma definita. Secondo il suo racconto, ciò che si trovò davanti non era un veicolo convenzionale. Nel campo avrebbe visto un oggetto di forma discoidale, apparentemente appoggiato sul terreno. La superficie sarebbe apparsa liscia e uniforme, senza particolari elementi meccanici chiaramente riconoscibili.

Il dettaglio che lo avrebbe colpito maggiormente era il silenzio.

Un oggetto di quelle dimensioni avrebbe dovuto produrre almeno qualche rumore: un motore, una vibrazione, un sistema di propulsione. Invece, sempre secondo la testimonianza, non si percepiva nulla. L'unico elemento evidente era la luce, che illuminava l'area circostante.

L'agricoltore rimase a distanza, cercando ancora una spiegazione razionale. Negli anni Cinquanta gli aerei militari e i nuovi programmi aeronautici alimentavano già l'immaginazione collettiva. Il mondo stava entrando nell'era della tecnologia moderna e della Guerra fredda, e nei cieli potevano effettivamente apparire velivoli che un osservatore comune non era in grado di identificare.

Ma l'oggetto descritto nel caso di Polcanto, almeno secondo il racconto, non sembrava un aereo. Non era in volo e non mostrava ali o eliche. Era fermo sul terreno.

Poi sarebbe comparso un altro elemento destinato a rendere la vicenda ancora più controversa.

Secondo la testimonianza, nei pressi dell'oggetto l'agricoltore avrebbe notato alcune figure. Inizialmente avrebbe visto soltanto delle ombre, poi avrebbe distinto due forme apparentemente umanoidi. Le figure si sarebbero mosse lentamente nella zona illuminata.

La distanza e le condizioni di luce non avrebbero consentito al testimone di identificarne chiaramente i volti. Nonostante questo, l'uomo avrebbe avuto la netta impressione che non si trattasse di persone conosciute o di abitanti della zona.

A quel punto la paura avrebbe iniziato a prevalere sulla curiosità.

Una delle figure, secondo il racconto, si sarebbe voltata nella sua direzione. L'agricoltore avrebbe avuto la sensazione di essere stato visto. Sarebbe arretrato istintivamente, mentre la luminosità dell'oggetto sarebbe aumentata.

Ed è qui che la storia entra definitivamente nel territorio dell'ufologia.

Secondo la testimonianza, il disco avrebbe iniziato a sollevarsi dal terreno senza produrre il rumore associato a un normale sistema di propulsione. Non avrebbe preso quota come un elicottero e non avrebbe mostrato, almeno nella descrizione tramandata, alcun getto o vortice evidente. Sarebbe semplicemente rimasto sospeso nell'aria.

Le figure, sempre secondo il racconto, sarebbero scomparse nella luminosità dell'oggetto.

Poi sarebbe avvenuta la partenza.

Il disco avrebbe iniziato a salire lentamente, mantenendo una traiettoria regolare e silenziosa. Dopo aver raggiunto una certa altezza, avrebbe accelerato improvvisamente, trasformandosi prima in un punto luminoso e poi scomparendo completamente alla vista.

L'agricoltore sarebbe rimasto per alcuni minuti a osservare il cielo e successivamente sarebbe tornato verso il punto nel quale aveva visto l'oggetto.

La domanda più naturale era una sola: aveva lasciato qualche traccia?

Secondo le ricostruzioni successive, non sarebbe emersa una prova fisica inequivocabile. Non risultano fotografie dell'oggetto, frammenti riconducibili a esso o altre evidenze materiali universalmente accettate come prova dell'episodio. Ed è proprio questo il punto fondamentale quando si parla di Polcanto.

Il caso è interessante, ma non può essere presentato come un fatto extraterrestre dimostrato.

La vicenda appartiene infatti a una categoria molto particolare: quella delle testimonianze personali. Una persona può essere assolutamente sincera nel raccontare ciò che crede di avere visto senza che questo significhi necessariamente che la sua interpretazione dell'evento sia corretta.

È una distinzione fondamentale.

Dire che un testimone mente significa sostenere che abbia inventato consapevolmente una storia. Dire invece che potrebbe essersi sbagliato significa prendere in considerazione la possibilità che abbia osservato realmente qualcosa senza riuscire a identificarlo correttamente.

Sono due situazioni completamente diverse.

Gli scettici possono quindi ipotizzare diverse spiegazioni: un fenomeno atmosferico, una sorgente luminosa osservata in condizioni particolari, un mezzo convenzionale visto da una prospettiva insolita, un errore percettivo oppure una ricostruzione progressivamente modificata dalla memoria.

Gli appassionati di ufologia, al contrario, hanno considerato la vicenda una possibile testimonianza di un incontro ravvicinato, soprattutto per la presenza del presunto oggetto a terra, delle figure umanoidi e della successiva partenza silenziosa.

Ma nessuna delle due interpretazioni può essere dimostrata definitivamente sulla base delle informazioni disponibili.

Il caso sarebbe stato successivamente ripreso da ricercatori e associazioni interessati alla fenomenologia UFO, entrando nella memoria della casistica italiana degli anni Cinquanta. La sua importanza, quindi, non deriva dal fatto che sia stata dimostrata l'origine extraterrestre dell'oggetto, bensì dalla persistenza della testimonianza e dalla quantità di particolari attribuiti al racconto.

Ed è proprio qui che Polcanto diventa interessante anche al di là dell'ufologia.

Perché il vero problema non è soltanto stabilire se quel contadino avesse visto un'astronave. La domanda più seria è capire quanto possiamo fidarci della memoria umana quando una persona assiste improvvisamente a qualcosa che non riesce a classificare.

La percezione non è una macchina fotografica. Il cervello interpreta continuamente ciò che vede, soprattutto quando le condizioni sono difficili: oscurità, distanza, paura, sorpresa e mancanza di punti di riferimento possono modificare profondamente il modo in cui un evento viene ricordato.

D'altra parte, anche l'assenza di una spiegazione immediata non autorizza automaticamente a concludere che si trattasse di qualcosa di extraterrestre.

Questo è il confine che separa il mistero dalla fantasia.

Polcanto non ci consegna una prova dell'esistenza degli UFO. Ci consegna una testimonianza che, se correttamente attribuita e ricostruita, continua a suscitare domande. E forse è proprio questo il suo elemento più affascinante.

Quasi settant'anni dopo, le campagne del Mugello sono ancora lì. I boschi, i campi, le strade e le colline continuano a esistere, apparentemente indifferenti alla storia che sarebbe stata raccontata su quelle terre.

Non c'è bisogno di immaginare laboratori segreti o basi extraterrestri per comprendere il fascino della vicenda. Basta pensare a quella scena: un uomo solo, una sera del 1956, una luce in mezzo a un campo e qualcosa che, secondo il suo racconto, non assomigliava a nulla di ciò che conosceva.

Forse vide davvero un velivolo sconosciuto. Forse interpretò un fenomeno naturale attraverso le categorie culturali dell'epoca. Forse la memoria trasformò progressivamente un evento insolito in una storia ancora più straordinaria. Oppure esiste una spiegazione che non siamo mai riusciti a individuare.

Non abbiamo elementi sufficienti per scegliere una di queste possibilità come verità.

Ed è proprio per questo che il caso di Polcanto continua a sopravvivere.

I grandi misteri non sono necessariamente quelli per i quali non esiste alcuna spiegazione. A volte sono quelli nei quali esistono diverse spiegazioni possibili, ma nessuna riesce a chiudere definitivamente la questione.

Polcanto appartiene a questa categoria.

Non ci chiede necessariamente di credere agli extraterrestri. Ci chiede qualcosa di molto più semplice e, forse, più difficile: distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo.

Sappiamo che esiste una storia legata a un avvistamento del 1956. Sappiamo che negli anni successivi il caso è stato ripreso dalla letteratura ufologica. Sappiamo che non disponiamo di una prova materiale universalmente riconosciuta capace di dimostrare l'origine dell'oggetto.

Tutto il resto rimane nel territorio delle ipotesi.

E forse, dopo quasi settant'anni, è proprio questa la domanda che vale ancora la pena rivolgere al cielo sopra il Mugello: che cosa vide davvero quell'uomo quella sera del 1956?

La risposta potrebbe essere molto più normale di quanto immaginiamo.

Oppure potrebbe essere una risposta che, ancora oggi, non siamo in grado di dare.

Cesio Endrizzi













sabato 1 agosto 2026

Alessandria 1978: il mistero del campo di mais e l’ondata UFO che sconvolse la provincia

 


Il 2 settembre 1978, nella frazione di San Michele, ad Alessandria, un ragazzo di quattordici anni si affacciò alla finestra della propria casa e vide qualcosa che avrebbe ricordato per tutta la vita. Erano circa le 8:10 del mattino. Davanti alla cascina, oltre il campo di mais, Roberto Pozzi udì uno strano sibilo e si mise a osservare la campagna. Quello che vide non sembrava un aereo, né un elicottero, né qualcosa che riuscisse a ricondurre immediatamente a un oggetto conosciuto. Secondo la sua testimonianza, sopra il campo si trovava una struttura metallica allungata, simile a un enorme sigaro, lunga approssimativamente sette o otto metri.

La cosa più insolita, però, non sarebbe stata soltanto la forma dell'oggetto, ma il modo in cui si mosse. Roberto raccontò di averlo visto sollevarsi verticalmente dal campo, guadagnare rapidamente quota e poi allontanarsi verso sud, fino a diventare un punto indistinto nel cielo e scomparire. Tutto sarebbe durato pochissimo. Per un ragazzo di quattordici anni avrebbe potuto essere semplicemente un episodio impossibile da comprendere e destinato a rimanere un ricordo personale. Ma Roberto decise immediatamente di raccontare quello che aveva visto alla madre e, soprattutto, volle andare a controllare il punto esatto sopra il quale aveva osservato l'oggetto.

Quando i due raggiunsero il campo, trovarono qualcosa che rese la vicenda molto più interessante.

In mezzo al mais esisteva una zona apparentemente alterata. Le piante risultavano piegate in maniera particolare e l'area interessata aveva una forma approssimativamente ovale, con dimensioni indicate intorno ai cinque metri per tre. Alcune piante apparivano ingiallite o secche e diverse pannocchie risultavano fortemente inclinate, in alcuni casi quasi ad angolo retto.

Naturalmente una zona di mais piegato non costituisce, di per sé, la prova dell'atterraggio di un oggetto volante. Una coltivazione può essere danneggiata dal vento, dalla pioggia, dagli animali, dall'intervento umano o da numerosi altri fattori. Ma in quel caso esisteva un elemento che rendeva la coincidenza difficile da ignorare: il ragazzo aveva indicato proprio quel punto prima che venisse effettuato qualsiasi rilievo.

La vicenda attirò rapidamente l'attenzione e sul posto intervenne anche la polizia scientifica di Alessandria. Vennero effettuati rilievi e furono scattate fotografie della zona interessata. Questo particolare è importante perché permette di distinguere almeno in parte la leggenda successiva dalla documentazione contemporanea al fatto. Non abbiamo soltanto un racconto ricostruito decenni dopo: esisteva una testimonianza iniziale e venne effettivamente documentata un'anomalia nella vegetazione.

Ma c'è una differenza fondamentale. La polizia scientifica poteva documentare la traccia, non poteva dimostrare che fosse stata provocata dall'oggetto descritto da Roberto. Nessuno aveva fotografato il presunto mezzo mentre si trovava sopra il mais. Nessuno aveva recuperato un frammento metallico. Nessuna analisi scientifica poteva stabilire che quelle piante fossero state alterate da una tecnologia sconosciuta.

Il caso, dunque, rimaneva aperto.

E proprio mentre si cercava di capire che cosa fosse accaduto a San Michele, cominciarono ad arrivare altre segnalazioni.

Il fatto che rende l'episodio di Alessandria particolarmente interessante è infatti che il racconto di Roberto non rimase isolato. Nei giorni e nelle settimane successive, diverse persone della provincia iniziarono a riferire di aver osservato luci insolite, oggetti apparentemente sospesi nel cielo o movimenti che non riuscivano a identificare. Alcuni episodi avvennero durante gli spostamenti in automobile, altri nelle vicinanze delle abitazioni, altri ancora in aperta campagna.

Il 7 settembre, appena cinque giorni dopo il caso di San Michele, una coppia che viaggiava nella zona di Castellazzo Bormida riferì di avere osservato una luce particolarmente intensa. Secondo la testimonianza, l'oggetto sembrò avvicinarsi, attirando l'attenzione dei due automobilisti.

Da quel momento le segnalazioni aumentarono.

I giornali locali iniziarono a seguire la vicenda e anche le emittenti radiofoniche raccolsero le testimonianze. Tra queste, Radio Alessandria International ebbe un ruolo particolarmente interessante perché permise di conservare le voci di alcune persone mentre l'ondata di avvistamenti era ancora in corso.

Questo aspetto è molto importante quando si analizzano fenomeni di questo genere. Una testimonianza raccolta immediatamente dopo un avvistamento non è necessariamente più accurata, ma conserva qualcosa che una ricostruzione effettuata quarant'anni dopo non può più restituire: il modo in cui il testimone descriveva spontaneamente ciò che aveva visto, prima che giornali, televisione, racconti altrui e memoria potessero modificare il ricordo.

Eppure proprio l'aumento delle segnalazioni introduceva un nuovo problema.

Più persone cominciavano a guardare il cielo aspettandosi di vedere qualcosa, più aumentava la possibilità che fenomeni perfettamente normali venissero interpretati come insoliti. Una stella particolarmente luminosa poteva sembrare un oggetto sospeso. Un aereo osservato frontalmente poteva apparire immobile. Una distanza valutata male poteva trasformare un fenomeno molto lontano in qualcosa che sembrava trovarsi a poche centinaia di metri.

E il 1978 era un anno particolarmente significativo per l'ufologia italiana.

In tutta Italia si verificò infatti una notevole concentrazione di segnalazioni UFO. Alessandria non rappresentava quindi un episodio completamente isolato, ma una parte di un fenomeno più ampio che in quei mesi alimentò l'interesse di appassionati, ricercatori, giornalisti e semplici cittadini.

Questo rende ancora più difficile stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Quando un fenomeno insolito diventa famoso, infatti, può prodursi un effetto particolare: l'attenzione collettiva modifica il modo in cui vengono interpretati gli eventi successivi. Una persona vede una luce e, dopo aver letto per giorni di UFO, può essere portata a considerarla immediatamente come un oggetto misterioso. Un'altra racconta la propria esperienza e la descrizione può influenzare quella di chi verrà dopo.

Per questo motivo, quando gli investigatori iniziarono a confrontare le diverse segnalazioni, molti casi persero progressivamente parte del loro mistero.

Alcuni potevano essere collegati a fenomeni astronomici. Altri apparivano compatibili con il traffico aereo. In altri ancora mancavano informazioni sufficienti per stabilire qualcosa. Una testimonianza vaga, priva di orario preciso, posizione, durata e riferimenti visivi verificabili, può essere interessante dal punto di vista storico ma difficilmente può trasformarsi in una prova.

E proprio questa distinzione permette di comprendere meglio il caso di San Michele.

Se eliminiamo le segnalazioni più deboli, il racconto di Roberto rimane comunque particolare. Non aveva semplicemente osservato una luce nel cielo. Aveva descritto un oggetto strutturato, relativamente vicino, ne aveva indicato la posizione e aveva sostenuto che da quel punto fosse avvenuta una salita verticale.

Poi, nel luogo indicato, era stata trovata un'area di vegetazione piegata e alterata.

Il collegamento fra i due elementi, però, rimane una questione diversa.

Possiamo dire che Roberto raccontò di aver visto qualcosa? Sì.

Possiamo dire che nel campo fu trovata una zona anomala? Sì, secondo la documentazione del caso.

Possiamo dimostrare che quella zona fosse stata provocata dall'oggetto? No.

Ed è proprio qui che il mistero diventa interessante senza bisogno di trasformarlo automaticamente in una storia extraterrestre.

Perché il vero punto non è stabilire a tutti i costi che Roberto avesse visto un'astronave. Il punto è capire quanto possiamo realmente sapere.

Potrebbe aver osservato un mezzo convenzionale da una prospettiva insolita. Potrebbe aver interpretato male dimensioni e distanza. Potrebbe esserci stata una coincidenza tra l'avvistamento e il danneggiamento della vegetazione. Potrebbero esserci state cause naturali o umane per la traccia nel mais. E non si può nemmeno escludere, sulla base dei soli elementi disponibili, che ciò che vide fosse un fenomeno che ancora oggi non siamo in grado di identificare.

Ma quest'ultima possibilità non è una dimostrazione di origine extraterrestre. "Non identificato" significa semplicemente che non abbiamo abbastanza informazioni per identificarlo.

È una distinzione spesso dimenticata quando si parla di UFO.

Con il passare degli anni, il caso di Alessandria 1978 venne progressivamente ricostruito attraverso articoli, fotografie, testimonianze e registrazioni radiofoniche. La grande ondata venne riletta alla luce delle spiegazioni convenzionali disponibili e molti episodi furono ridimensionati. Ma alcuni casi conservarono la loro capacità di interrogare gli investigatori proprio perché le informazioni disponibili non consentivano una conclusione definitiva.

Roberto Pozzi, nel frattempo, era diventato adulto.

Quando, molti anni dopo, tornò a parlare di quella mattina, avrebbe potuto modificare il proprio racconto, renderlo più spettacolare o trasformarlo nella prova di qualcosa di straordinario. Invece rimase sostanzialmente davanti alla stessa domanda che lo aveva accompagnato per decenni: che cosa aveva visto?

La risposta più onesta era anche la più semplice: non lo sapeva.

Ed è forse proprio questa la parte più affascinante dell'intera vicenda.

Non abbiamo una fotografia dell'oggetto. Non abbiamo un reperto. Non abbiamo un'analisi scientifica capace di collegare la vegetazione al presunto mezzo. Non abbiamo quindi gli elementi necessari per affermare che quella mattina del 2 settembre 1978 un veicolo extraterrestre sia atterrato, o decollato, dal campo di San Michele.

Abbiamo però una testimonianza, una localizzazione precisa, una traccia documentata e una successiva ondata di segnalazioni che trasformò Alessandria in uno dei luoghi più discussi dell'ufologia italiana del 1978.

Quarantotto anni dopo, la domanda rimane sorprendentemente intatta.

Che cosa vide realmente Roberto Pozzi quella mattina?

Forse un oggetto terrestre osservato in condizioni insolite. Forse un insieme di coincidenze che il clima dell'ondata UFO trasformò in qualcosa di molto più grande. Oppure un fenomeno autenticamente insolito che, semplicemente, non abbiamo ancora gli strumenti o i dati necessari per classificare.

La storia del campo di San Michele non dimostra che gli extraterrestri siano arrivati ad Alessandria.

Dimostra qualcosa di più modesto, ma forse anche più interessante: a volte un mistero non nasce perché abbiamo trovato una risposta straordinaria, ma perché, dopo aver eliminato tutte le spiegazioni che possiamo verificare, rimane una domanda alla quale non sappiamo ancora rispondere.

E quella domanda, iniziata alle 8:10 del mattino davanti alla finestra di un ragazzo di quattordici anni, continua a tornare ogni volta che qualcuno ricostruisce l'ondata UFO di Alessandria del 1978.

Che cosa si sollevò davvero dal campo di San Michele?

Cesio Endrizzi
























venerdì 31 luglio 2026

Torrita di Siena, 1978: l’incontro di Rivo Faralli e le due misteriose figure davanti alla Fiat 127


 
Il 17 settembre 1978, nelle campagne di Torrita di Siena, accadde qualcosa che ancora oggi appartiene alla categoria dei casi più controversi dell’ufologia italiana. Non perché esista una prova definitiva dell'origine extraterrestre dell'episodio, ma perché attorno alla testimonianza di un giovane automobilista si accumularono altri racconti, un improvviso fenomeno luminoso, un'interruzione dell'elettricità e persino alcune presunte tracce sul terreno. Il protagonista era Rivo Faralli, 25 anni, barbiere. Quella sera stava tornando a casa dopo essere passato dalla madre Santina. Non poteva sapere che pochi minuti dopo avrebbe vissuto un'esperienza destinata a essere discussa per decenni.

Prima ancora che Faralli uscisse di casa, nella zona era stato segnalato qualcosa di insolito. Ultimina Boscagli e suo figlio Riccardo, appena dodicenne, si trovavano all'esterno quando udirono un rumore violentissimo, successivamente descritto quasi come una scarica d'artiglieria. Guardando verso il cielo avrebbero visto una luce particolare, una sorta di sfera luminosa con tonalità giallo-arancioni e rossastre, accompagnata da un bagliore bianco molto intenso. Poco dopo il fenomeno scomparve. Anche Santina Faralli, mentre si trovava davanti alla televisione, avrebbe udito il forte rumore e assistito a un'interruzione temporanea della corrente elettrica. Sono dettagli importanti, ma devono essere trattati per quello che sono: testimonianze, non prove dell'origine del fenomeno.

Rivo rimase dalla madre per circa mezz'ora. Poi, intorno alle nove di sera, salutò Santina e raggiunse la propria Fiat 127. Salì, chiuse la portiera e mise in moto. Il motore inizialmente funzionò normalmente. Percorse soltanto pochi metri quando improvvisamente si spense. Non sarebbe stato soltanto un problema al motore. Secondo il racconto di Faralli, anche l'impianto elettrico cessò di funzionare: fari spenti, cruscotto inattivo, automobile completamente ferma.

Mentre cercava di capire cosa fosse successo, davanti alla Fiat comparve una luce rossa molto intensa. Attraverso il parabrezza Faralli avrebbe visto qualcosa avvicinarsi alla strada. L'oggetto, secondo la sua descrizione, aveva una parte inferiore larga e discoidale e una struttura superiore emisferica molto luminosa. La dimensione sarebbe stata di circa tre metri e l'oggetto si sarebbe fermato a pochissima distanza dalla vettura, all'altezza del cofano.

La luminosità era tale da illuminare la strada, il muretto e la vegetazione circostante. Sotto l'oggetto Faralli avrebbe notato tre fasci luminosi diretti verso il terreno, caratterizzati da colori differenti, tra cui giallo, verde, rosso e azzurro. La scena doveva essere surreale: una Fiat 127 completamente immobile, una strada notturna improvvisamente illuminata e qualcosa di sconosciuto sospeso davanti all'automobile.

Ma il dettaglio destinato a rendere celebre la vicenda doveva ancora arrivare.

Secondo Faralli, sul corpo dell'oggetto comparve un'apertura. La struttura sembrò dividersi in due parti, come una porta che si apriva lateralmente. Dietro l'apertura c'era oscurità. Poi apparve una figura.

Era piccola, molto più bassa di un adulto normale. Faralli avrebbe stimato l'altezza intorno al metro, forse poco più. La figura non sarebbe scesa utilizzando una scaletta o appoggiando semplicemente i piedi sull'asfalto. Nel suo racconto sembrava piuttosto fluttuare, scendendo lentamente fino a fermarsi a pochi centimetri dal terreno.

Poi comparve una seconda figura.

Le due presenze erano descritte come esseri di piccola statura, con il corpo apparentemente coperto da una tuta aderente e la testa protetta da qualcosa che Faralli interpretò come un casco. Non riuscì però a distinguere chiaramente i volti. Ed è proprio qui che bisogna separare la testimonianza dalle ricostruzioni successive: molte delle immagini oggi associate ai cosiddetti "alieni di Torrita" sono rappresentazioni artistiche, non fotografie dell'evento.

Le due figure si mossero verso la Fiat.

Non sembravano aggredire Faralli. Non tentarono di aprire la portiera e, secondo il racconto, non stabilirono alcun contatto verbale con lui. Sembravano piuttosto interessate all'automobile. Una delle due si avvicinò alla parte anteriore della Fiat e percorse lateralmente la vettura. L'altra si spostò verso il retro.

Faralli rimase al volante.

A un certo punto perse di vista una delle figure. La cercò attraverso il finestrino e gli specchietti e la vide dietro la macchina. La sagoma continuava a muoversi intorno alla Fiat, mentre l'altra rimaneva nella zona anteriore.

Non sappiamo cosa stessero facendo. Ed è importante non trasformare un'interpretazione in un fatto. Faralli ebbe l'impressione che quelle figure stessero esaminando la vettura, ma non poteva conoscere le loro intenzioni.

Dopo alcuni istanti le due figure tornarono verso l'oggetto. Una dopo l'altra sarebbero entrate nell'apertura, apparentemente sollevandosi dal terreno. L'apertura si richiuse e la struttura rimase sospesa sulla strada.

Poi iniziò ad allontanarsi.

L'oggetto aumentò progressivamente la propria altezza, quindi accelerò fino a scomparire nel cielo. Faralli rimase per qualche secondo fermo nella Fiat. La strada tornò buia.

Provò quindi a riavviare l'automobile.

La Fiat 127 ripartì.

Anche l'impianto elettrico tornò a funzionare e i fari si riaccesero. È uno degli elementi più suggestivi della storia, ma anche uno dei più difficili da verificare: non esiste una registrazione tecnica effettuata durante l'episodio che permetta di stabilire cosa abbia realmente provocato l'arresto e il successivo ritorno alla normalità dell'automobile.

Faralli tornò a casa, ma l'episodio non rimase confinato alla sua esperienza personale.

La mattina successiva qualcuno avrebbe cercato nella zona indicata dal testimone eventuali segni lasciati dall'oggetto. Vennero segnalate alcune zone scure sull'asfalto, tra cui una macchia quasi circolare, larga circa mezzo metro, apparentemente simile a una bruciatura. Considerato il racconto della sera precedente, il collegamento sembrava immediato.

Ma proprio qui il caso comincia a complicarsi.

Una traccia sull'asfalto non dimostra automaticamente che sia stata prodotta da un oggetto volante sconosciuto. Furono raccolte informazioni e campioni e la vicenda venne sottoposta ad analisi. Le successive verifiche non produssero una sostanza misteriosa o un materiale impossibile da ricondurre alla realtà terrestre. Le presunte bruciature, inoltre, non poterono essere considerate una prova conclusiva dell'atterraggio o della presenza dell'oggetto descritto da Faralli.

Il 20 settembre 1978, appena pochi giorni dopo l'episodio, la vicenda arrivò sulla stampa attraverso La Nazione. Il caso cominciò a circolare e attirò l'attenzione degli appassionati di UFO e dei ricercatori.

Eppure, se eliminiamo progressivamente gli elementi più spettacolari, rimane una questione interessante.

Faralli aveva realmente raccontato questa storia nel 1978. Non era un personaggio costruito successivamente intorno a una leggenda nata molti anni dopo. La testimonianza era contemporanea all'evento. Inoltre, prima del suo incontro, altre persone avevano riferito qualcosa di insolito nella stessa zona.

Questo non significa che tutti avessero visto la stessa cosa. Un forte rumore e una luce nel cielo potrebbero avere spiegazioni completamente differenti rispetto a ciò che Faralli dichiarò di aver visto sulla strada. Anche l'interruzione dell'elettricità potrebbe essere stata indipendente dal fenomeno. Tuttavia, la coincidenza temporale costituisce uno degli aspetti che hanno contribuito alla longevità del caso.

Negli anni successivi la vicenda venne ripresa e studiata più volte. Tra i ricercatori che si occuparono del caso vi fu Marco Bianchini del Centro Italiano Studi Ufologici, che cercò di ricostruire l'episodio attraverso le fonti disponibili e di distinguere ciò che poteva essere documentato dalle ricostruzioni aggiunte successivamente.

Ed è proprio questo il punto fondamentale.

Un caso ufologico non deve necessariamente essere trasformato in una scelta tra "era tutto vero" e "era tutto falso". Esiste una terza possibilità, molto più rigorosa: stabilire quali elementi possediamo, quali possiamo verificare e quali invece appartengono esclusivamente alla testimonianza.

Le tracce fisiche non offrono una conferma definitiva. Non esiste una fotografia dell'oggetto. Non esiste una fotografia delle due figure. Non esiste un filmato. Non abbiamo dati strumentali registrati durante l'episodio. Il comportamento della Fiat non può essere ricostruito tecnicamente a distanza di decenni.

Rimane quindi soprattutto la testimonianza di Rivo Faralli.

Una testimonianza che può essere creduta, messa in dubbio oppure studiata senza pregiudizi, ma che non può essere trasformata automaticamente in una prova dell'esistenza di visitatori extraterrestri.

E forse è proprio questa la parte più interessante della storia.

Perché quando si eliminano le ricostruzioni artistiche, le interpretazioni, le presunte bruciature e tutto ciò che è stato aggiunto nel corso dei decenni, rimane un uomo di 25 anni che nel settembre del 1978 dichiarò di essersi trovato davanti a qualcosa che non riusciva a identificare.

Quasi cinquant'anni dopo possiamo discutere le sue conclusioni. Possiamo cercare spiegazioni alternative. Possiamo mettere in dubbio il significato delle tracce. Possiamo domandarci se il guasto della Fiat avesse una causa perfettamente normale e se le luci osservate da altri testimoni fossero collegate all'episodio.

Ma non possiamo ricostruire la scena dal punto di vista di Faralli.

Non sappiamo cosa vide realmente attraverso quel parabrezza.

Ed è forse proprio questo che rende Torrita di Siena uno dei misteri italiani più affascinanti: non la certezza di avere davanti un'astronave extraterrestre, ma l'impossibilità, ancora oggi, di trasformare completamente una testimonianza così dettagliata in una spiegazione definitiva.

La notte del 17 settembre 1978 una Fiat 127 si fermò su una strada di Torrita di Siena. Il suo conducente raccontò di avere visto un oggetto luminoso e due piccole figure. Altre persone, quella stessa sera, riferirono fenomeni insoliti nella zona. Alcune presunte tracce vennero fotografate e analizzate, ma non produssero la prova decisiva che gli appassionati avrebbero voluto.

Alla fine resta una domanda semplice e inquietante: se foste stati voi al posto di Rivo Faralli, con la vostra automobile spenta e due piccole figure che si avvicinavano attraverso quella luce, sareste rimasti dentro la macchina oppure avreste aperto la portiera?

Cesio Endrizzi

















giovedì 30 luglio 2026

I boati misteriosi del Fadalto: per mesi la montagna sembrò esplodere

 




Tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011, nella zona del Fadalto, tra le montagne venete e il Bellunese, qualcosa cominciò a disturbare il silenzio della notte. Erano boati improvvisi, secchi e profondi, talvolta abbastanza forti da far vibrare i vetri delle finestre e muovere leggermente gli oggetti nelle abitazioni. Il rumore durava pochissimo. Un colpo. Poi il silenzio. E soprattutto non sembrava esserci nulla, in superficie, che potesse spiegare ciò che gli abitanti stavano sentendo.

La prima reazione fu quella più naturale. Qualcuno pensò a esplosioni, altri a lavori notturni, a cacciatori, a massi precipitati dai versanti o a qualche incidente avvenuto lontano dalle case. Ma ogni volta che qualcuno usciva per controllare non trovava niente. Nessun incendio, nessun crollo, nessuna automobile distrutta, nessuna detonazione visibile. Soltanto la montagna immersa nel buio.

Il problema era che quei boati non rappresentavano un episodio isolato. Gli abitanti della zona avevano cominciato a notarli già alla fine del 2010 e, con l'inizio del 2011, gli episodi sembrarono diventare più frequenti. Alcune persone raccontavano non soltanto di aver sentito il rumore, ma anche di aver percepito leggere vibrazioni: vetri che tremavano, mobili che sembravano muoversi appena, oggetti che risentivano per un istante di qualcosa proveniente dal terreno.

A quel punto comparve una possibilità molto meno rassicurante: il terremoto.

Il Fadalto e la Vallapisina non sono infatti territori geologicamente semplici. La zona presenta una storia fatta di fratture, movimenti delle masse rocciose, fenomeni carsici e grandi eventi franosi che nel corso del tempo hanno modificato profondamente il paesaggio. Pensare che quei colpi potessero avere origine nel sottosuolo non era affatto assurdo.

Ma c'era un problema: le normali registrazioni della sismicità della zona non sembravano spiegare adeguatamente ciò che gli abitanti stavano percependo.

Così il fenomeno passò dalla dimensione del racconto locale a quella dell'indagine scientifica. Il 26 gennaio 2011 arrivarono gli specialisti dell'OGS, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, insieme alla Protezione Civile del Veneto. La risposta non fu immediata e non arrivò sotto forma di una teoria spettacolare. Arrivò attraverso degli strumenti.

Vennero installate stazioni sismiche portatili nella zona interessata dai boati. L'obiettivo era semplice: se la montagna avesse prodotto nuovamente uno di quei colpi, i ricercatori avrebbero potuto confrontare ciò che sentivano gli abitanti con ciò che registravano i sensori.

E prima o poi accadde.

Un nuovo boato attraversò la valle. Le persone lo sentirono. I vetri vibrarono. Ma questa volta, contemporaneamente, gli strumenti registrarono un segnale.

Quello fu il momento decisivo.

Gli abitanti non stavano immaginando tutto. Non si trattava semplicemente di suggestione collettiva, di rumori amplificati dal silenzio della montagna o di una leggenda nata attorno a un fenomeno incomprensibile. Sotto il Fadalto stava realmente accadendo qualcosa.

Il passo successivo fu capire dove.

Una singola stazione non sarebbe stata sufficiente. Per localizzare con maggiore precisione l'origine dei segnali era necessario confrontare il momento in cui le onde arrivavano ai diversi sensori. La rete di monitoraggio venne quindi ampliata e, tra febbraio e marzo del 2011, la montagna fu circondata da una piccola rete sismica temporanea.

Ogni nuovo evento lasciava una traccia.

Ora, durata, intensità e posizione potevano essere confrontate. E lentamente il fenomeno cominciò a prendere una forma.

Gli eventi non erano distribuiti casualmente sotto tutta la valle. La maggior parte sembrava concentrarsi in un'area relativamente ristretta del Fadalto. Ancora più interessante era la loro profondità: molti risultavano estremamente superficiali, nell'ordine di poche centinaia di metri.

La montagna non stava producendo un unico grande terremoto.

Stava producendo centinaia di piccoli eventi sismici.

Nel corso del monitoraggio ne sarebbero stati registrati più di 500 associati alla sequenza. Alcuni erano così deboli da non essere percepiti dagli abitanti. Altri, invece, erano abbastanza vicini alla superficie e sufficientemente energetici da trasformarsi, per chi si trovava sopra di essi, in qualcosa di molto diverso dal terremoto che immaginiamo normalmente.

Un terremoto profondo può produrre oscillazioni percepibili su un'area molto vasta. Un evento estremamente superficiale e localizzato può invece essere percepito come un colpo improvviso. Un rumore secco. Un'esplosione senza esplosione.

Ed ecco che il mistero cominciava a cambiare natura.

Non era più necessario cercare qualcosa che esplodesse sulla superficie. La sorgente poteva trovarsi sotto la montagna.

Ma perché?

La Vallapisina presenta una struttura geologica estremamente complessa. Nel sottosuolo esistono fratture e discontinuità attraverso le quali l'acqua può circolare. La zona è inoltre legata a un sistema idrico e idroelettrico importante e alla presenza del lago di Santa Croce. Era quindi inevitabile che l'acqua entrasse tra le ipotesi considerate.

Una variazione della pressione dell'acqua all'interno delle fratture può, in determinate condizioni, influenzare lo stato di tensione delle rocce. Ma questo non significa automaticamente che l'acqua fosse “la causa” dei boati. Il problema scientifico era molto più complesso: bisognava capire se esistesse una relazione concreta tra precipitazioni, condizioni idrologiche, funzionamento degli impianti e sequenza sismica.

Anche gli impianti idroelettrici finirono sotto osservazione. In una zona caratterizzata da laghi, condotte e infrastrutture legate all'acqua era naturale chiedersi se variazioni di pressione o operazioni degli impianti potessero produrre quei segnali.

Ma nessuna spiegazione artificiale sembrava sufficiente a descrivere l'intera sequenza.

A quel punto l'attenzione tornò inevitabilmente alla montagna.

Il Fadalto porta ancora le tracce di una storia geologica molto antica. Grandi masse rocciose si sono mosse, fratture si sono formate, superfici di contatto sono rimaste sepolte sotto il paesaggio che oggi appare immobile. Una montagna può sembrare completamente ferma per migliaia di anni e, allo stesso tempo, contenere al proprio interno strutture capaci di accumulare e liberare piccole quantità di energia.

Una frattura può rimanere sotto tensione. Una porzione di roccia può deformarsi lentamente. Poi, improvvisamente, un piccolo segmento cede.

Non è una nuova grande frana.

Non è un'esplosione.

È un microsisma.

L'energia liberata attraversa la roccia e raggiunge la superficie. Se l'evento avviene abbastanza vicino alle abitazioni, qualcuno può sentirlo come un colpo secco proveniente apparentemente da nessun luogo.

Questo modello permetteva di comprendere anche un altro particolare della vicenda. Non tutti i microsismi venivano avvertiti. Gli strumenti erano molto più sensibili dell'orecchio umano. Centinaia di piccoli eventi potevano quindi essere registrati senza che nessuno se ne accorgesse. Solo una parte di essi aveva le caratteristiche necessarie per produrre quei misteriosi boati che avevano terrorizzato gli abitanti.

Nel frattempo, però, la storia aveva già cominciato a vivere di vita propria.

Quando un fenomeno reale non possiede ancora una spiegazione facilmente comprensibile, le ipotesi si moltiplicano. I boati vennero collegati alle acque, alle grotte, alle cavità sotterranee, agli impianti e a presunte attività nascoste. Il lago di Santa Croce entrò inevitabilmente nella narrazione e, come spesso accade, il mistero scientifico finì per alimentare anche racconti decisamente più fantastici.

Persino l'idea di un misterioso “mostro del lago” trovò spazio nell'immaginario costruito attorno alla vicenda.

Ma gli strumenti stavano raccontando una storia molto meno fantastica e, forse proprio per questo, più affascinante.

Non c'era bisogno di un mostro.

Non c'era bisogno di una gigantesca caverna sconosciuta.

Non c'era bisogno di esplosivi nascosti sotto la montagna.

La montagna stessa era sufficiente.

La sequenza sismica continuò per un periodo, alternando fasi di maggiore e minore attività. Poi lentamente cominciò ad attenuarsi. Gli eventi diventarono meno frequenti, gli intervalli tra un segnale e l'altro aumentarono e la valle tornò progressivamente al suo abituale silenzio.

Non ci fu un'ultima esplosione spettacolare. Nessun grande evento concluse la vicenda. Semplicemente, l'attività diminuì.

Ed è proprio questo comportamento a rendere il caso così interessante. La sequenza aveva molte delle caratteristiche di un fenomeno naturale: una fase di attività, centinaia di piccoli eventi, una concentrazione spaziale e infine una progressiva attenuazione.

Questo non significa che ogni dettaglio sia stato definitivamente risolto. Stabilire che i boati erano associati a microsismi superficiali è diverso dal determinare con assoluta precisione quale combinazione di fattori abbia innescato quella particolare sequenza nel 2010-2011. La circolazione dell'acqua nelle fratture, lo stato di tensione della roccia e la complessa struttura geologica del Fadalto possono contribuire a interpretare il fenomeno, ma il sottosuolo rimane un ambiente che non possiamo osservare direttamente.

Possiamo soltanto ascoltarlo.

Ed è forse questa la parte più inquietante della storia.

Per mesi gli abitanti hanno sentito qualcosa sotto le loro case senza riuscire a vederlo. Hanno cercato la causa fuori: sulle strade, sui versanti, nei boschi, vicino alle abitazioni. Poi gli strumenti hanno dimostrato che la risposta era esattamente dove nessuno poteva guardare.

Sotto i loro piedi.

Oggi attraversare il Fadalto significa vedere una valle apparentemente tranquilla, boschi, strade, montagne e il lago. Nulla, osservando il paesaggio, suggerisce ciò che accadde durante quei mesi. Eppure sotto quella superficie apparentemente immobile furono registrati centinaia di piccoli eventi.

Il mistero, in fondo, non era che la montagna nascondesse qualcosa di impossibile.

Era che una montagna potesse parlare senza che nessuno sapesse inizialmente come ascoltarla.

Gli abitanti avevano sentito i boati.

Gli scienziati avevano ascoltato la roccia.

E quando finalmente le due cose furono messe insieme, quello che sembrava un mistero inspiegabile si trasformò nella testimonianza di una montagna che, per alcuni mesi, aveva semplicemente mostrato di essere molto meno immobile di quanto apparisse.

Cesio Endrizzi














mercoledì 29 luglio 2026

Gli spiriti devastatori di via Bava: il mistero della bottiglieria che sconvolse Torino nel 1900

 


Nel novembre del 1900, in una bottiglieria di Torino, cominciarono ad accadere cose che sembravano impossibili. Bottiglie che sparivano, oggetti che cadevano dagli scaffali, caraffe che si rovesciavano, casseruole che si staccavano dalle pareti e mobili che sembravano spostarsi senza che nessuno li toccasse. La vicenda attirò curiosi, giornalisti, autorità e perfino Cesare Lombroso, uno degli uomini più celebri della scienza italiana dell'epoca. Ma il dettaglio più inquietante era un altro: tutto sembrava essere collegato alla presenza di un giovane ragazzo. Quando il ragazzo venne allontanato, i fenomeni cessarono.

La storia cominciò al numero 6 di via Bava, non lontano da Piazza Vittorio. Il locale apparteneva a Bartolomeo Fumero e alla sua famiglia ed era, almeno fino a quel momento, una normalissima bottiglieria torinese. Tavoli per i clienti, scaffali pieni di bottiglie, una cucina sul retro e una cantina dove venivano conservate le scorte. Nulla che potesse far pensare a uno dei casi più curiosi della Torino di inizio Novecento.

Poi arrivarono le prime sparizioni.

Alcune bottiglie, sistemate la sera precedente in un armadio della cucina, risultarono mancanti il mattino seguente. La spiegazione più semplice era anche la più logica: qualcuno le aveva rubate. La famiglia controllò il locale, cercò di capire se qualcuno potesse essersi introdotto durante la notte e rimise tutto in ordine. Ma il giorno successivo mancavano altre bottiglie.

E poi cominciarono i fenomeni.

Gli oggetti non si limitavano più a scomparire. Secondo le testimonianze raccolte all'epoca, alcune caraffe si inclinavano e rovesciavano il contenuto, bottiglie cadevano dagli scaffali e diversi oggetti della cucina finivano improvvisamente a terra. Casseruole appese alle pareti si staccavano senza una causa apparentemente visibile. Sedie venivano trovate spostate e bicchieri cadevano.

La situazione divenne rapidamente ingestibile.

Il 10 novembre 1900 la stampa torinese cominciò a occuparsi della vicenda, contribuendo a trasformare quella piccola bottiglieria in una sorta di teatro del mistero. Il nome con cui la storia sarebbe passata alla memoria era inquietante: gli spiriti devastatori di via Bava.

La notizia si diffuse rapidamente. Curiosi e appassionati di spiritismo cominciarono a raggiungere il locale nella speranza di assistere personalmente a qualche fenomeno. La bottiglieria, che fino a pochi giorni prima era semplicemente un esercizio commerciale, divenne improvvisamente un'attrazione.

Ma il luogo più interessante non era la sala.

Era la cantina.

Lì sotto erano conservate file di bottiglie, alcune piene e altre vuote. Ed è proprio nella cantina che vennero segnalati alcuni degli episodi più difficili da spiegare. Si sentivano rumori, poi il rumore del vetro che si rompeva. Quando qualcuno scendeva a controllare, trovava bottiglie a terra. Alcune sembravano essere precipitate dagli scaffali senza che questi risultassero manomessi.

A quel punto la domanda non era più semplicemente chi stesse rubando le bottiglie.

La domanda era: chi le stava lanciando?

E soprattutto: come?

La spiegazione dello scherzo rimaneva naturalmente la prima da prendere in considerazione. Fili sottilissimi, complici nascosti, meccanismi rudimentali o semplicemente qualcuno che approfittava della confusione per spostare gli oggetti. Se però si trattava di una frode, bisognava trovare il responsabile.

Fu allora che la vicenda attirò l'attenzione di Cesare Lombroso.

Lombroso non era un curioso qualsiasi. Era medico, antropologo, professore e una delle personalità intellettuali più conosciute dell'Italia dell'epoca. Ma aveva anche un rapporto particolare con i fenomeni spiritici e medianici. Negli anni precedenti si era interessato alla medium Eusapia Palladino e aveva partecipato a esperimenti che lo avevano progressivamente portato a prendere in considerazione fenomeni che inizialmente aveva guardato con scetticismo.

Quando arrivò in via Bava, dunque, non si limitò ad ascoltare i racconti dei proprietari. Voleva vedere il luogo.

E soprattutto voleva controllare la cantina.

Se qualcuno utilizzava fili, corde o altri sistemi nascosti, quello avrebbe dovuto essere il posto ideale per scoprirli. Lombroso osservò l'ambiente e cercò una spiegazione concreta. Ma secondo i resoconti successivi avrebbe assistito personalmente ad alcuni movimenti di oggetti che non riuscì a ricondurre immediatamente a un meccanismo evidente.

È un particolare fondamentale, ma deve essere interpretato con cautela.

Dire che Lombroso dichiarò di avere osservato un fenomeno che non seppe spiegare è una cosa.

Dire che Lombroso dimostrò l'esistenza di un fenomeno paranormale è completamente un'altra.

La seconda affermazione non è sostenuta da ciò che abbiamo.

E proprio mentre Lombroso cercava una spiegazione, l'attenzione cominciò a concentrarsi su una persona apparentemente secondaria nella vicenda: un giovane garzone che viveva e lavorava nella bottiglieria.

Le fonti successive non sono perfettamente concordi sulla sua identità e sul suo rapporto con la famiglia Fumero. In alcune ricostruzioni viene indicato semplicemente come un giovane garzone, in altre come un ragazzo molto giovane, addirittura il figlio quattordicenne dei proprietari.

Ma una cosa rimane centrale: era presente nel luogo durante il periodo in cui si verificavano i fenomeni.

Lombroso prese in considerazione l'idea che fosse necessario allontanare alcune delle persone che vivevano o lavoravano nella bottiglieria. La logica era semplice. Se i fenomeni erano provocati volontariamente da qualcuno, togliendo quella persona dalla scena avrebbero dovuto cessare.

La proprietaria venne allontanata temporaneamente. Anche il ragazzo fu separato dal locale.

E qui la storia assume una svolta ancora più interessante.

Perché il fenomeno, dopo alcune ulteriori segnalazioni, finì.

Dopo alcune settimane di confusione, rumori, bottiglie cadute e oggetti spostati, la bottiglieria tornò alla normalità.

Il ragazzo non era più lì.

E le bottiglie smisero di muoversi.

Questa coincidenza può essere interpretata in due modi completamente differenti.

La prima è razionale: il ragazzo era responsabile degli scherzi. Forse aveva trovato un modo ingegnoso per provocare i fenomeni, approfittando della confusione e della presenza dei curiosi. Quando venne allontanato, semplicemente non poté più farlo.

È probabilmente la spiegazione più semplice.

Ma manca un elemento decisivo: la prova.

Non abbiamo una confessione del ragazzo. Non abbiamo un meccanismo scoperto dietro uno scaffale. Non abbiamo un testimone che lo abbia sorpreso mentre tirava un filo. Non abbiamo una ricostruzione completa del metodo che avrebbe utilizzato.

Esiste quindi un forte indizio, ma non una dimostrazione.

Lombroso prese invece in considerazione un'interpretazione completamente diversa.

All'epoca alcuni studiosi interessati allo spiritismo ritenevano possibile che determinate persone, soprattutto giovani, potessero essere involontariamente associate a fenomeni fisici apparentemente inspiegabili. Il ragazzo non avrebbe quindi dovuto necessariamente spostare personalmente gli oggetti.

Avrebbe potuto essere, secondo questa teoria, il centro inconsapevole del fenomeno.

Oggi questa spiegazione non dispone di prove scientifiche accettate. Ma è importante comprenderla nel suo contesto storico. All'inizio del Novecento le discussioni sulla medianità, sull'ipnotismo e sui fenomeni psichici erano molto più diffuse di quanto immaginiamo oggi.

E Lombroso era personalmente coinvolto in quel dibattito.

Questo rende la sua testimonianza interessante dal punto di vista storico, ma non la trasforma automaticamente in una prova dell'esistenza del paranormale.

C'è poi un altro elemento che nel corso degli anni ha reso la storia ancora più spettacolare: lo scheletro nella cantina.

Secondo alcune versioni successive, nella cantina della bottiglieria sarebbe stato scoperto uno scheletro umano appartenente a una persona assassinata molti anni prima. La storia è perfetta per una leggenda: un cadavere nascosto, una cantina, bottiglie che volano e spiriti che tornano per vendicare un antico delitto.

Il problema è che questa versione è molto più difficile da collegare alle fonti vicine agli avvenimenti del 1900.

Le ricostruzioni successive presentano infatti versioni differenti su dove sarebbe stato trovato il corpo e sulle circostanze della presunta scoperta. E soprattutto manca quella conferma contemporanea e inequivocabile che ci aspetteremmo da un ritrovamento tanto clamoroso, avvenuto proprio mentre la stampa seguiva la vicenda.

Per questo lo scheletro dovrebbe essere trattato con prudenza.

Non possiamo necessariamente affermare che non sia mai esistito, ma non possiamo utilizzarlo come fatto certo per spiegare gli eventi della bottiglieria.

Ed è curioso perché, eliminando proprio gli elementi più spettacolari aggiunti dalla tradizione, il caso diventa forse ancora più affascinante.

Rimangono una famiglia realmente esistita, una bottiglieria realmente esistita, cronache dell'epoca, numerosi testimoni, un'indagine che coinvolse Lombroso e un giovane la cui presenza sembra coincidere con gran parte degli episodi.

E soprattutto rimane il silenzio.

Perché alla fine non ci fu una grande rivelazione.

Non venne scoperto un fantasma. Non venne smascherato pubblicamente un illusionista. Non arrivò una confessione capace di chiudere definitivamente il caso.

Semplicemente, a un certo punto, tutto finì.

Via Bava tornò a essere una normale strada torinese. Gli scaffali tornarono a essere semplici scaffali. Le bottiglie rimasero al loro posto. La folla scomparve.

E il ragazzo uscì dalla storia.

Forse era un abilissimo burlone che riuscì a ingannare una quantità impressionante di persone. Forse alcuni episodi furono provocati da lui e altri vennero amplificati dalla suggestione collettiva, dalla stampa e dalla presenza dei curiosi. Forse i testimoni interpretarono movimenti perfettamente normali come qualcosa di straordinario.

Oppure Lombroso vide realmente qualcosa che non riuscì a spiegare.

Ma c'è una distinzione che vale la pena mantenere: non riuscire a spiegare un fenomeno non significa aver dimostrato che sia soprannaturale.

Ed è probabilmente questa la lezione più interessante della vicenda di via Bava.

Dopo oltre un secolo possiamo eliminare molte delle aggiunte leggendarie, possiamo mettere da parte lo scheletro finché non emerge una fonte contemporanea sufficientemente solida e possiamo evitare di trasformare automaticamente ogni bottiglia caduta in una manifestazione spiritica.

Ma, anche dopo avere tolto tutto questo, rimane una storia straordinaria.

Per alcune settimane del 1900, in una bottiglieria torinese, oggetti e bottiglie furono descritti come protagonisti di fenomeni inspiegabili. La stampa ne parlò. Una folla accorse. La polizia cercò una spiegazione. E Cesare Lombroso entrò personalmente nella cantina per capire cosa stesse succedendo.

Poi tutto terminò.

Forse il mistero era un ragazzo.

Forse era la suggestione.

Forse era una combinazione di scherzi, coincidenze, errori di osservazione e racconti progressivamente ingigantiti.

E forse, dal punto di vista storico, la cosa più onesta da dire è proprio questa: non sappiamo con certezza che cosa accadde al numero 6 di via Bava.

Ed è proprio perché non lo sappiamo che la storia continua a essere raccontata.

Cesio Endrizzi







martedì 28 luglio 2026

La Villa delle Streghe: il mistero della casa dalle trenta finestre che domina la valle

 


Ci sono luoghi che diventano misteriosi perché custodiscono una storia realmente drammatica. E poi ce ne sono altri che diventano misteriosi semplicemente perché nessuno, dopo molti anni, riesce più a separare ciò che è accaduto davvero da ciò che è stato raccontato. La cosiddetta Villa delle Streghe di Tivegna, nell'entroterra della provincia della Spezia, appartiene decisamente alla seconda categoria. Ed è proprio questo a renderla interessante.

La villa esiste realmente. Si trova sulle alture della Val di Vara, nel territorio di Tivegna, frazione di Follo, e da decenni è associata a un soprannome inquietante che nessuna fonte sembra riuscire a spiegare con certezza. Le informazioni storiche verificabili sono sorprendentemente poche, mentre intorno all'edificio è cresciuta una quantità considerevole di racconti, leggende e testimonianze.

Ed è qui che bisogna fare attenzione. Perché una ricerca sul luogo permette di scoprire una cosa molto diversa da quella raccontata da alcuni recenti video dedicati al paranormale: la vera Villa delle Streghe è già abbastanza affascinante senza avere bisogno di inventare rapporti di polizia, sopralluoghi misteriosi o fenomeni soprannaturali mai verificati.

La villa è conosciuta anche come la “casa dalle trenta finestre”. Le descrizioni disponibili parlano di un edificio dalle forme insolite, sviluppato su tre piani, con oltre trenta finestre, numerosi accessi e una grande terrazza affacciata sulla valle. La sua architettura, oggi segnata dall'abbandono, contribuisce certamente all'atmosfera particolare del luogo.

Ma quando sarebbe stata costruita?

Anche su questo punto le fonti non sono perfettamente concordi con la narrazione più fantasiosa che circola online. Una pubblicazione dedicata alla villa indica il 1927 come anno di costruzione, mentre altre ricostruzioni locali si limitano a collocarla genericamente nel passato senza fornire una documentazione storica dettagliata.

Questo particolare è importante perché ridimensiona immediatamente una delle versioni più spettacolari della storia: quella secondo cui la villa sarebbe una residenza ottocentesca costruita da una ricca famiglia e successivamente abbandonata a causa di inspiegabili fenomeni paranormali. Non ho trovato fonti attendibili che confermino questa ricostruzione nei termini in cui viene spesso raccontata.

La leggenda più famosa riguarda invece alcune donne considerate streghe o eretiche. Secondo la tradizione locale, sarebbero state allontanate dal paese e avrebbero costruito, in una sola notte di luna piena, una chiesa sul crinale della montagna. La stessa esistenza della chiesa, però, non è documentata con certezza. Alcune versioni della leggenda raccontano addirittura che le donne, dopo averla costruita, l'avrebbero distrutta e si sarebbero rifugiate nella villa.

È una storia suggestiva, ma rimane appunto una leggenda.

E forse proprio questa incertezza ha contribuito a dare il nome alla casa.

Un'altra parte della tradizione riguarda gli ultimi proprietari. Le fonti locali ricordano una famiglia genovese, gli Oldoini, e descrivono l'ultimo abitante come un uomo riservato, impegnato in attività commerciali e abituato a vivere in maniera estremamente appartata.

Anche questo elemento ha alimentato la fantasia.

Una casa enorme e isolata, una famiglia eccentrica, luci visibili attraverso decine di finestre e un proprietario che conduceva una vita lontana dagli altri abitanti: in un piccolo paese non serviva molto altro per trasformare una normale residenza in un luogo avvolto dal mistero.

Le leggende, del resto, funzionano proprio così.

Non hanno bisogno necessariamente di un evento straordinario. È sufficiente una combinazione di isolamento, architettura insolita, pochi documenti disponibili e una comunità che conserva racconti tramandati oralmente.

Con il passare del tempo la villa venne abbandonata. Le fonti che si sono occupate dell'edificio parlano di decenni di abbandono, di crolli e di un progressivo deterioramento della struttura. Una documentazione fotografica del luogo descrive il cedimento delle scale interne e di parte del tetto, mentre altre testimonianze ricordano le condizioni sempre più precarie dell'edificio.

Ed è proprio in questa fase che la Villa delle Streghe è diventata una meta per gli appassionati di esplorazione urbana.

L'urbex ha avuto un ruolo enorme nella costruzione della reputazione moderna del luogo. Fotografi e curiosi hanno documentato la villa quando era ancora facilmente raggiungibile, mostrando gli interni degradati, le stanze vuote, le scale rovinate e soprattutto quella straordinaria quantità di finestre che le ha fatto guadagnare l'altro soprannome: la casa dalle trenta finestre.

Le immagini sono sufficienti a capire perché l'edificio abbia alimentato tante storie.

Ma c'è un particolare che spesso viene dimenticato: l'atmosfera inquietante di un edificio abbandonato non costituisce una prova dell'esistenza di fenomeni paranormali.

Una casa vuota produce rumori. Il legno cambia volume con temperatura e umidità. Le strutture deteriorate si assestano. Le finestre possono muoversi. Gli animali possono entrare. Il vento può produrre effetti acustici difficili da interpretare. E quando una persona entra in un ambiente che già conosce attraverso racconti inquietanti, la percezione può essere condizionata dalle aspettative.

Questo non rende false le testimonianze di chi ha avuto paura.

Significa semplicemente che una testimonianza descrive un'esperienza, non necessariamente la sua causa.

Ed è qui che la storia della Villa delle Streghe diventa molto più interessante del semplice racconto horror.

In rete circolano infatti narrazioni molto più elaborate nelle quali vengono attribuiti alla villa episodi estremamente precisi: tecnici comunali che avrebbero sentito passi, carabinieri intervenuti per porte che si muovevano da sole, odori di bruciato percepiti senza una fonte, filmati nei quali porte e finestre si chiuderebbero misteriosamente e perfino rapporti ufficiali contenenti frasi particolarmente teatrali.

Il problema è che queste affermazioni non risultano confermate dalle fonti che ho trovato sulla villa.

Le fonti locali e i reportage sull'edificio parlano certamente del mistero, dell'abbandono, delle leggende sulle streghe, degli eccentrici proprietari e dell'interesse degli esploratori urbani. Ma non ho trovato una documentazione affidabile che permetta di affermare come fatti storici tutti gli episodi presentati nei recenti racconti video.

E questa distinzione è fondamentale.

Perché dire che “la Villa delle Streghe è un luogo misterioso” è perfettamente legittimo.

Dire invece che “nel 1972 un rapporto comunale documentò passi al piano superiore” oppure che “nel 2017 i vigili del fuoco registrarono un'anomalia olfattiva” significa fare un'affermazione molto precisa che dovrebbe essere accompagnata dall'indicazione dell'archivio, del documento, della data e dell'autorità che lo ha prodotto.

Altrimenti siamo già entrati nel territorio della leggenda contemporanea.

Ed è forse proprio questo il vero mistero.

Come nasce una storia?

Una vecchia villa abbandonata esiste realmente. Una comunità ne conserva un nome enigmatico. Nessuno ricorda con certezza perché sia nata quella denominazione. Attorno all'edificio sopravvive una leggenda sulle streghe. I proprietari sono descritti come eccentrici e riservati. La casa rimane vuota per decenni. Arrivano i fotografi, poi gli esploratori urbani, poi internet.

E a quel punto il racconto comincia a crescere.

Ogni generazione aggiunge qualcosa.

Una porta diventa una porta che si apre da sola.

Un rumore diventa un passo.

Un'ombra diventa una presenza.

Una vecchia storia diventa un rapporto ufficiale.

Ed è così che un luogo reale può trasformarsi lentamente in un luogo leggendario.

Oggi la Villa delle Streghe continua comunque ad attirare l'attenzione. Nel 2024 Liguria Oggi ha raccontato l'edificio sottolineandone l'alone di mistero e riferendo anche di un possibile progetto di recupero da parte di una coppia inglese interessata a trasformarlo in una struttura destinata al soggiorno e alla meditazione. La stessa fonte segnalava però che i progetti sembravano essere rimasti fermi.

Una cosa, quindi, possiamo affermarla senza bisogno di fantasmi.

La Villa delle Streghe esiste.

La sua architettura è particolare.

Il suo abbandono è reale.

Le sue leggende sono reali nel senso storico e folkloristico del termine.

Il soprannome è documentato, ma la sua origine rimane incerta.

La storia delle streghe appartiene alla tradizione locale, ma non abbiamo prove sufficienti per trasformarla in un fatto storico.

E soprattutto, molte delle presunte manifestazioni paranormali raccontate online non possono essere considerate documentate soltanto perché vengono presentate con date precise e attribuite genericamente ad autorità o tecnici.

Forse è proprio questa la lezione più interessante della Villa delle Streghe.

Non abbiamo bisogno di decidere se sia infestata.

Possiamo semplicemente porci una domanda più difficile: quanto di ciò che sappiamo è storia e quanto è leggenda?

Per un luogo come questo, la risposta non è affatto semplice.

E forse, dopo quasi un secolo, è proprio questa zona grigia tra realtà, memoria popolare e immaginazione ad aver trasformato una casa abbandonata sulle alture liguri in una delle dimore più enigmatiche dell'entroterra italiano.

La villa non ha bisogno di fantasmi per essere inquietante.

Le bastano le sue trenta finestre, una valle sotto di sé, decenni di silenzio e una storia che nessuno sembra più in grado di raccontare completamente.

Cesio Endrizzi

lunedì 27 luglio 2026

 


La Sfinge di Giza: il mistero della pioggia, del faraone e della seconda Sfinge

La Grande Sfinge di Giza è uno di quei monumenti davanti ai quali la storia sembra avere ancora qualche carta nascosta. Un corpo di leone lungo oltre settanta metri, una testa umana, scavato direttamente nella roccia del pianoro di Giza. Per l'archeologia tradizionale il monumento appartiene alla IV dinastia e viene generalmente collegato al faraone Chefren, il sovrano che fece costruire la seconda grande piramide di Giza. Il Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità colloca infatti la Sfinge nel regno di Chefren, sulla base della sua posizione nel complesso monumentale e delle relazioni architettoniche con il tempio della valle e la piramide. Ma proprio qui comincia una delle controversie più affascinanti dell'archeologia egizia: quanto è veramente antica la Sfinge?

La questione esplose soprattutto negli anni Novanta, quando il geologo Robert Schoch e lo scrittore John Anthony West sostennero che alcune caratteristiche dell'erosione visibili sul corpo della Sfinge e sulle pareti del suo recinto fossero compatibili con una lunga esposizione all'acqua piovana. La loro interpretazione conduceva a una conclusione radicale: se quelle forme fossero state prodotte principalmente da precipitazioni intense, il monumento avrebbe dovuto essere stato scavato in un periodo in cui il clima dell'area di Giza era molto più umido di quello dell'Antico Regno. La proposta avrebbe quindi spostato la costruzione della Sfinge indietro di migliaia di anni rispetto alla cronologia tradizionale.

L'argomento è affascinante perché non nasce dall'interpretazione di un geroglifico ambiguo, ma dalla lettura della pietra. Le superfici della Sfinge presentano infatti forme arrotondate, solchi e profonde irregolarità verticali che alcuni geologi hanno interpretato come il risultato di fenomeni di dilavamento. Schoch e West sostennero che l'erosione provocata dalla pioggia spiegasse meglio queste caratteristiche rispetto alla semplice abrasione prodotta dal vento e dalla sabbia. Non si tratta però di una questione definitivamente risolta. Il geologo K. Lal Gauri e altri studiosi hanno proposto spiegazioni alternative, sottolineando il ruolo della particolare stratificazione calcarea della Sfinge, della circolazione delle acque sotterranee e di processi di alterazione che possono produrre forme apparentemente compatibili con l'azione della pioggia anche in un ambiente arido.

La faccenda diventa ancora più interessante perché non tutti gli studiosi che hanno preso sul serio l'erosione da acqua hanno necessariamente accettato la versione più radicale dell'ipotesi di Schoch. Colin Reader, per esempio, ha studiato la geomorfologia dell'area e ha sostenuto che il dilavamento provocato dalle piogge possa effettivamente aver avuto un ruolo importante nella degradazione della Sfinge e del suo recinto. La sua conclusione è però più prudente: il problema non sarebbe necessariamente una gigantesca pioggia continua caduta per migliaia di anni, ma il deflusso superficiale prodotto da periodi climaticamente più umidi. Reader ha inoltre osservato che l'erosione potrebbe indicare una storia più antica del monumento rispetto a quella tradizionalmente attribuita a Chefren.

Questo dettaglio è fondamentale. Dire che “la Sfinge è sicuramente vecchia di 10.000 anni” significa trasformare un'ipotesi controversa in un fatto. Dire invece che “alcuni dati geomorfologici sono stati interpretati come indizio di una fase più antica” significa descrivere correttamente il problema scientifico.

E il problema è tutt'altro che banale. L'Egitto non è sempre stato l'ambiente desertico che conosciamo oggi. Durante le fasi climatiche precedenti e all'inizio dell'Olocene, il Nord Africa attraversò periodi molto più umidi. Anche durante l'epoca faraonica le condizioni climatiche non erano identiche a quelle moderne. Studi geomorfologici hanno documentato la possibilità di precipitazioni intense e fenomeni di ruscellamento sull'altopiano di Giza anche durante l'Antico Regno.

Questo significa che la frase secondo cui “in Egitto non piove significativamente da almeno 5.000 anni” è troppo semplicistica. La pioggia attuale a Giza è scarsa, ma ricostruire il clima di quattromila o cinquemila anni fa sulla base delle condizioni meteorologiche moderne sarebbe un errore. Il vero problema è stabilire quanto fosse intensa l'azione dell'acqua, quando si verificò e soprattutto quanto dell'erosione oggi visibile debba essere attribuito alla pioggia rispetto agli altri processi.

Perché sulla Sfinge non agisce un solo agente. La roccia è composta da differenti strati calcarei con caratteristiche meccaniche diverse. Alcuni sono relativamente resistenti, altri molto più friabili. Il vento, la sabbia, l'acqua sotterranea, la cristallizzazione dei sali, l'umidità e le variazioni termiche hanno contribuito nel corso dei secoli alla degradazione del monumento. Studi sul deterioramento del calcare della Sfinge hanno documentato, tra gli altri fenomeni, l'azione dei sali, dell'umidità e dell'erosione eolica.

Quindi la Sfinge potrebbe conservare sulla propria superficie la memoria di un clima più umido? È possibile. Ma questo, da solo, non dimostra che sia stata costruita migliaia di anni prima di Chefren.

Ed è proprio qui che il mistero diventa interessante.

Perché esiste anche un'altra questione, ancora più suggestiva: la Sfinge rappresentata due volte.

Nel 2026 sono tornate a circolare ipotesi secondo cui alcune rappresentazioni della cosiddetta Stele del Sogno, collocata tra le zampe della Grande Sfinge da Thutmose IV intorno al 1400 a.C., potrebbero alludere a una seconda Sfinge. La teoria è stata però respinta dagli egittologi, che interpretano quelle immagini secondo le convenzioni simboliche dell'arte egizia e non come la rappresentazione di due monumenti fisicamente esistenti. Mark Lehner e Zahi Hawass hanno sottolineato che non esiste alcuna evidenza archeologica accettata dell'esistenza di una seconda Grande Sfinge a Giza.

Questo non significa che l'antico Egitto non conoscesse affatto le rappresentazioni doppie o le Sfingi in coppia. Al contrario. L'arte egizia utilizzava frequentemente la duplicazione e la simmetria per esprimere concetti religiosi, cosmologici e politici. Esistono persino vere e proprie rappresentazioni di Sfingi doppie e statue realizzate in forme geminate.

La presenza di due immagini, quindi, non equivale automaticamente alla presenza di due monumenti.

Ed è qui che bisogna separare il mistero dalla fantasia.

Una cosa è chiedersi perché gli Egizi rappresentassero la Sfinge in forma duplicata. Un'altra è sostenere che sotto la sabbia esista necessariamente una seconda Sfinge identica alla prima. Per quest'ultima affermazione servirebbe una prova archeologica concreta: una struttura, una cava, blocchi, tracce di lavorazione, fondazioni, frammenti monumentali o almeno un contesto stratigrafico compatibile. Finora una simile prova non è stata accettata dalla comunità scientifica.

Eppure la domanda rimane affascinante: perché un monumento apparentemente unico può essere rappresentato attraverso una dualità?

La risposta potrebbe essere molto più egizia di quanto sembri. La cultura faraonica era profondamente fondata sul concetto di dualità: Alto e Basso Egitto, Oriente e Occidente, vita e morte, nascita e tramonto del sole. La Sfinge stessa, identificata in epoca faraonica con la manifestazione solare di Horemakhet, era inserita in una simbologia nella quale l'orizzonte e il viaggio quotidiano del sole avevano un'importanza centrale.

Perciò una rappresentazione doppia potrebbe non essere la fotografia di un monumento perduto. Potrebbe essere un'idea trasformata in immagine.

Ma c'è un'altra ragione per cui la Sfinge continua a resistere alle interpretazioni semplicistiche. Non possediamo un'iscrizione della IV dinastia che dica chiaramente: “Io, Chefren, ordinai di costruire questa Sfinge”. Il collegamento con Chefren deriva da un insieme di elementi archeologici, architettonici e iconografici. La posizione della Sfinge rispetto al complesso di Chefren è estremamente significativa, così come le caratteristiche del volto e i rapporti tra i monumenti circostanti. L'evidenza ufficiale è quindi molto più consistente di quanto suggeriscano alcune narrazioni alternative, ma non è corretto trasformare una ricostruzione archeologica complessa in una certezza documentaria assoluta.

La Grande Sfinge rimane dunque sospesa tra due estremi.

Da una parte c'è la versione secondo cui tutto sarebbe perfettamente risolto: Chefren, IV dinastia, monumento funerario, cronologia definita e nessun grande interrogativo.

Dall'altra c'è la versione secondo cui la Sfinge avrebbe 10.000 o 12.000 anni, sarebbe il prodotto di una civiltà sconosciuta e rappresenterebbe la sopravvivenza di una cultura completamente cancellata da una catastrofe globale.

Entrambe le posizioni rischiano di essere troppo comode.

La prima perché sottovaluta alcune questioni geomorfologiche reali. La seconda perché trasforma indizi controversi in conclusioni definitive.

La posizione più interessante è nel mezzo: la Sfinge è certamente un monumento egizio antico, ma alcune caratteristiche della sua erosione e della storia del suo paesaggio meritano ancora di essere studiate senza pregiudizi.

E forse è proprio questo il vero fascino di Giza.

La pietra non ci racconta necessariamente la storia che vorremmo sentirci raccontare. Ma nemmeno ci autorizza a inventarne una quando le prove non bastano.

La Sfinge continua a stare lì, da migliaia di anni, mentre intere civiltà sono scomparse. Ha perso il naso, ha perso parte della barba, è stata sepolta dalla sabbia e riportata alla luce più volte. È stata restaurata, studiata, fotografata, interpretata e trasformata in simbolo.

E ancora oggi, davanti a quelle pareti erose, resta una domanda straordinariamente semplice: quanto della storia di Giza è ancora scritto nella pietra e quanto, invece, abbiamo semplicemente imparato a leggere nel modo sbagliato?

Forse non esiste una seconda Sfinge nascosta sotto la sabbia.

Forse la pioggia non è stata l'unica responsabile delle profonde erosioni.

Forse Chefren commissionò davvero il monumento, come suggerisce il contesto archeologico.

Oppure alcune parti della storia del sito sono più antiche e complesse di quanto la ricostruzione tradizionale lasci intendere.

Per ora, la scienza non ha dimostrato una civiltà perduta né una seconda Sfinge. Ma ha dimostrato qualcosa di altrettanto importante: Giza non è un'immagine immobile del passato. È un sito geologico, archeologico e climatico nel quale ogni nuova analisi può costringerci a rivedere una parte delle nostre certezze.

Ed è forse questo il vero mistero della Sfinge: non che sappiamo troppo poco, ma che, dopo migliaia di anni, la pietra continua ancora a farci domande.

Cesio Endrizzi



 
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