Gli zombie sono diventati una moda. Sono ovunque: nei film, nelle serie TV, nei videogiochi, nei libri. Li amiamo, li temiamo, ci divertono. Ma pochi si fermano a chiedersi: perché ci affascinano così tanto? Cosa c'è dietro a questi morti che camminano e che vogliono solo mangiare carne umana?
La risposta è semplice e spaventosa: gli zombie siamo noi.
La parola "zombie" viene dai Caraibi, da Haiti per la precisione. Nella cultura vudù, lo zombie è un morto resuscitato da uno stregone, uno "bokor", per essere usato come schiavo. Senza volontà, senza memoria, senza anima. Solo un corpo che lavora fino a consumarsi.
Questa non è una coincidenza. Haiti è nata dalla rivolta degli schiavi, dall'unico caso nella storia in cui degli schiavi neri hanno preso il potere e cacciato i padroni bianchi. La paura dello zombie, del morto che torna a lavorare, è la paura della schiavitù stessa. È la paura di perdere sé stessi, di diventare carne da macello, di non essere più umani.
E forse, in un certo senso, è anche il ricordo di cosa significa essere stati schiavi. Di cosa significa muoversi senza meta, lavorare senza fine, esistere senza vivere.
Lo zombie moderno, quello di Romero, quello di "The Walking Dead", è diverso. Non è uno schiavo, è un divoratore. Non lavora, mangia. La sua unica ragione di esistere è consumare carne umana. E questa è una metafora ancora più potente.
Perché la società dei consumi è esattamente questo: una macchina che ci trasforma in divoratori. Consumiamo cose, consumiamo persone, consumiamo il pianeta. E più consumiamo, più vogliamo consumare. Non c'è sazietà, non c'è fine, non c'è riposo. Solo fame. Fame infinita.
Lo zombie non si ferma mai. Anche se è marcio, anche se gli manca un braccio, anche se non ha più labbra, continua a camminare, a cercare, a mordere. E anche noi, in questa società, siamo così. Lavoriamo, compriamo, divoriamo. Senza mai chiederci perché. Senza mai fermarci.
Perché gli zombie fanno paura? Non perché sono forti, non perché sono veloci. Un zombie è lento, stupido, facile da evitare. La paura è un'altra. È la paura che il contagio ci trasformi in loro. È la paura di perdere la nostra umanità, la nostra coscienza, la nostra individualità. È la paura di diventare parte di una massa informe che si muove senza pensare.
E questa paura, oggi, è più reale che mai. I social media ci trasformano in zombie digitali. Scorriamo, likeamo, condividiamo, senza pensare. Le mode ci contagiano, le opinioni ci possiedono, gli slogan ci guidano. Siamo sempre più simili a loro. Morti che camminano.
C'è una storia vera, documentata, studiata. Negli anni '80, un etnobotanico di nome Wade Davis andò ad Haiti per studiare il fenomeno degli zombie. Trovò qualcosa di inquietante: una polvere, usata dagli stregoni, che conteneva tetrodotossina, il veleno mortale del pesce palla.
La tetrodotossina, a dosi controllate, può indurre uno stato di morte apparente. Il cuore rallenta, la respirazione diventa impercettibile, la persona sembra morta. Poi, quando viene sepolta, lo stregone la dissotterra e le somministra un'altra sostanza, a base di piante allucinogene, che la mantiene in uno stato di incoscienza e sottomissione.
Davis documentò diversi casi. Persone che erano state dichiarate morte, sepolte, e poi ritrovate vive anni dopo, in stato di schiavitù, convinte di essere zombie. La scienza ufficiale ha contestato le sue scoperte, ma i casi sono rimasti. E con loro, il dubbio.
C'è una scena, in molti film sugli zombie, che si ripete sempre: qualcuno che ami viene morso. Lo sai che si trasformerà. Devi ucciderlo prima che diventi uno di loro. È il momento più straziante, il più umano. Perché devi uccidere ciò che ami per salvare ciò che resta.
Questa scena è una metafora della vita. Tutti, prima o poi, dobbiamo uccidere qualcosa che amiamo per sopravvivere. Un'idea, un sogno, una relazione. Dobbiamo lasciare andare ciò che eravamo per diventare ciò che saremo. E fa male. Fa male come sparare a tua madre che si sta trasformando in zombie.
Nelle storie di zombie, l'apocalisse è già successa. La società è crollata, le regole non esistono più, la civiltà è finita. Ma in quelle macerie, qualcosa di nuovo può nascere. Piccole comunità, nuove regole, nuovi legami. La fine del mondo è anche l'inizio di un altro.
Forse è per questo che amiamo tanto queste storie. Perché ci permettono di immaginare la fine senza viverla davvero. Ci permettono di chiederci: cosa farei io? Chi sarei io, quando tutto crolla? Sarei un eroe, un vigliacco, un mostro? O sarei solo uno zombie in più, a camminare senza meta?
Un amico, una volta, mi raccontò un sogno che non riusciva a dimenticare. Sognò che sua figlia piccola era stata morsa. Lei lo guardava con quegli occhi grandi, e gli diceva: "Papà, ho paura". Lui sapeva cosa doveva fare. Aveva la pistola in mano. Ma non riusciva a sparare. Si svegliava sempre prima.
Mi disse: "Non è un sogno sugli zombie. È un sogno su di me. Su cosa sono disposto a fare per amore. Su cosa sono disposto a perdere. Su cosa sono disposto a diventare".
E forse, tutti i nostri incubi sono così. Non parlano di mostri, parlano di noi. Di quello che abbiamo paura di diventare. Di quello che abbiamo paura di perdere. Di quello che abbiamo paura di fare.
Gli zombie non esistono. Non nel senso fisico, almeno. Ma esistono dentro di noi. Sono la parte di noi che si arrende, che smette di pensare, che segue la massa, che divora senza guardare. Sono la parte di noi che ha paura di vivere e allora preferisce sopravvivere.
Ogni volta che smettiamo di fare domande, diventiamo un po' zombie. Ogni volta che accettiamo l'ingiustizia senza reagire, diventiamo un po' zombie. Ogni volta che preferiamo la comodità alla verità, diventiamo un po' zombie.
E alla fine, forse, l'apocalisse zombie non sarà un evento. Sarà un processo lento, silenzioso, inarrestabile. Quello che ci trasformerà, uno per uno, in morti che camminano. Fino a quando non resterà più nessuno che ricordi cosa significa essere vivi.
Quindi, la prossima volta che guardi un film di zombie, guardati allo specchio. Vedi quella fame? Quella mancanza di luce negli occhi? Quel movimento automatico, senza pensiero? Forse non è solo sullo schermo. Forse è anche lì, dentro di te.
E allora, forse, la domanda giusta non è "come sopravviverò all'apocalisse zombie?". La domanda giusta è: "cosa posso fare oggi per non diventare uno zombie domani?".

