Nessuna credenza è tanto radicata nell’immaginario collettivo – e al tempo stesso tanto priva di fondamento empirico – quanto quella che postula l’esistenza di un «sesto senso». Un’espressione vaga, suggestiva, che abbraccia tutto ciò che i nostri cinque sensi canonici non sanno spiegare: il presentimento di una telefonata prima che squilli, la sensazione di essere osservati alle spalle, l’intuizione improvvisa che qualcosa sta per accadere. Millenni di letteratura, di superstizioni, di aneddoti raccontati attorno al fuoco hanno sedimentato l’idea che esista, nell’uomo, una facoltà occulta, una sorta di radar invisibile che capta segnali al di là della portata dei sensi ordinari. Eppure, un team di ricerca australiano ha deciso di sottoporre questa convinzione al vaglio del metodo scientifico, e il responso, come era prevedibile per chiunque abbia familiarità con i protocolli della psicologia sperimentale, è netto: il sesto senso non esiste. O meglio, non esiste come categoria autonoma. Ciò che chiamiamo percezione extrasensoriale è semmai l’effetto di un’elaborazione subliminale di stimoli che i nostri sensi – vista, udito, tatto, olfatto, gusto – hanno già captato, ma che la coscienza, per limiti di attenzione o per eccesso di informazioni concorrenti, non ha ancora tradotto in pensiero verbalizzabile.
Lo studio, pubblicato su una rivista del settore neuroscientifico, non si limita a negare l’esistenza di un fantomatico sesto senso; ne spiega piuttosto il meccanismo illusorio, con una chiarezza che rasenta l’eleganza. I ricercatori hanno sottoposto un campione di volontari a una serie di test in cui stimoli visivi, sonori o tattili venivano presentati a una velocità tale da sfuggire alla consapevolezza dei soggetti – i cosiddetti stimoli «subliminali» – chiedendo loro poi di indovinare o di «sentire» cosa fosse accaduto. I risultati non hanno lasciato spazio a interpretazioni mistiche: i partecipanti non mostravano alcuna capacità predittiva superiore al caso, a meno che lo stimolo non fosse stato effettivamente percepito – seppure a un livello non cosciente – da uno dei cinque sensi. In altre parole, l’intuizione non è un canale parallelo di conoscenza del mondo; è piuttosto la spia di un’elaborazione periferica che la mente cosciente registra come un’ombra, un’eco, una vaga sensazione di «sapere senza sapere di sapere». La letteratura scientifica chiama questo fenomeno «percezione inconscia», e da decenni lo studia senza mai aver trovato prove di un canale sensoriale aggiuntivo. Ciò che manca, nelle presunte esperienze di sesto senso, non è lo stimolo, ma la verbalizzazione immediata: il cervello capta, ma la parola arriva in ritardo, e quel ritardo viene interpretato come il segno di una facoltà arcana.
L’equivoco, del resto, è antico quanto l’umanità. Aristotele, nel De Anima, fissò la dottrina dei cinque sensi come canoni della conoscenza empirica, ma lasciò aperta la possibilità di una «percezione comune» (koinè aisthesis) che integrasse i dati dei singoli canali. La tradizione neoplatonica e poi quella occultista trasformarono questa funzione integrativa in un vero e proprio sensus vagante, un’antenna magica capace di captare energie cosmiche e influenze astrali. Oggi la psicologia cognitiva ha smontato pezzo per pezzo questo castello di carte: la cosiddetta «percezione extrasensoriale» non regge alla prova del controllo sperimentale, e i pochi casi che sembravano sostenerla si sono rivelati, quasi invariabilmente, frutto di distorsioni statistiche, di bias di conferma o di vere e proprie frodi. I famosi esperimenti di Joseph Banks Rhine sulla telepatia, condotti alla Duke University negli anni Trenta, che per decenni hanno alimentato le speranze dei parapsicologi, sono stati ampiamente confutati per errori metodologici e per l’impossibilità di replicare i risultati in condizioni di rigido controllo. Il sesto senso, insomma, è un’ipotesi che non ha mai superato il primo esame: quello della riproducibilità.
Eppure, l’osservatore disincantato non può fare a meno di notare una certa ironia in questa tenace resistenza culturale. Perché la domanda non è tanto perché gli esseri umani credano al sesto senso, quanto perché abbiano tanto bisogno di crederci. La spiegazione più plausibile è anche la più semplice: la nostra mente è un organo che detesta il vuoto, e ogni percezione che non riesce a tracciare fino alla sua fonte sensoriale viene automaticamente riempita con una narrazione alternativa. Il rumore notturno che non riusciamo a localizzare diventa un fantasma; la sensazione di essere seguiti che non ha un’origine visiva diventa un presentimento; la coincidenza statistica – quell’amico che chiama proprio mentre stavamo pensando a lui – diventa un caso di telepatia. La statistica, però, è spietata: in una vita di relazioni sociali, la probabilità che qualcuno a cui stiamo pensando ci chiami in un preciso momento è bassissima, ma su decine di migliaia di pensieri quotidiani, qualche coincidenza è non solo possibile, ma inevitabile. Il cervello, però, non ricorda i novantanove casi in cui ha pensato a qualcuno senza che questi chiamasse; ricorda solo il centesimo, quello in cui la coincidenza si è verificata, e la interpreta come un evento miracoloso.
Il team australiano, nell’intervista che accompagnava la pubblicazione dello studio, ha aggiunto un’osservazione sottile che merita di essere riportata. Non si tratta, secondo i ricercatori, di negare la ricchezza dell’esperienza umana o di ridurre il mistero della coscienza a un puro meccanismo neuronale. Si tratta piuttosto di restituire ai cinque sensi la loro dignità, la loro complessità, la loro straordinaria capacità di captare il mondo in modi che ancora non comprendiamo appieno. La vista non è solo ciò che vediamo consapevolmente; è anche ciò che i nostri occoli colgono alla periferia, ciò che elaborano in frazioni di secondo prima che la coscienza ne sia informata. L’udito non è solo il suono che ascoltiamo; è anche l’eco che il nostro cervello processa in background, la modulazione impercettibile della voce altrui che ci segnala un’emozione nascosta. Non c’è bisogno di un sesto senso, insomma, perché i cinque che già possediamo, se esplorati a fondo, sono già molto più di ciò che la vita quotidiana ci chiede di usare. Il paradosso è che crediamo nell’esistenza di un canale misterioso proprio perché siamo troppo distratti per apprezzare la profondità di quelli che abbiamo. Il sesto senso non esiste, e questa è una buona notizia: significa che il mondo che possiamo conoscere con i nostri mezzi naturali è già abbastanza vasto, abbastanza ricco, abbastanza sorprendente da non richiedere l’aggiunta di fantasmi.
Cesio Endrizzi