Me la raccontò un vecchio collega, anni fa, mentre bevevamo qualcosa di forte per dimenticare quello che avevamo visto. Lui c'era. Lui c'era davvero. E ancora adesso, quando ci ripensa, gli tremano le mani.
Lavorava in una ditta di costruzioni, il classico lavoro di merda che ti porta a sporcarti le mani di polvere e sudore per quattro soldi. Un giorno li chiamarono per fare dei lavori in una chiesa vecchia, una di quelle che sembrano uscite da un quadro sbiadito, con le mura che puzzano di umido e di secoli passati a guardare gente che pregava e moriva.
Mentre abbattevano un muro, trovarono una cavità. Un buco. Una stanza piccola, sigillata, che non aveva nessun ingresso se non quel varco che avevano aperto loro con le mazze. Come se qualcuno, tantissimo tempo prima, avesse deciso che quella roba lì doveva restare nascosta per sempre. Dentro, in quella tomba dimenticata, c'era una cassa di legno nero. Lunga due metri. Marcia. Fradicia. Con qualcosa scritto sopra che il tempo aveva mangiato via come la carie mangia i denti dei morti.
La cassa era chiusa. Inchiodata. Serrata come se chi l'aveva sigillata avesse paura che quello dentro potesse ancora sentire il richiamo del mondo.
Il mio amico chiamò il prete. Un tipo strano, silenzioso, con occhi che sembravano guardare sempre un punto lontano che nessun altro poteva vedere. Quando gli descrisse la cassa, il prete restò muto per un tempo che sembrava non finire mai. Poi disse: "La lascio lì. Verrò domattina. Non la toccate. Per favore, non la toccate".
Lo disse con una voce così strana che il mio amico sentì il sangue fermarsi per un secondo. Ma era sera, era ora di andare a casa, e la stanchezza vinse sulla paura. Lasciarono la cassa in un angolo della chiesa, convinti che sarebbe stato al sicuro fino al mattino.
La notte, due guardiani la trovarono.
E la aprirono.
Quando il mio amico arrivò in cantiere il giorno seguente, vide subito che qualcosa non andava. Il capo gli venne incontro con una faccia che sembrava avesse visto la morte in faccia e lei gli avesse sorriso.
"Quella cassa che avete trovato... i guardiani l'hanno aperta stanotte".
Entrarono in chiesa. I due guardiani erano seduti per terra, immobili, gli occhi fissi nel vuoto come se dentro non ci fosse più nessuno. I colleghi stavano intorno, nessuno che parlasse, nessuno che osasse avvicinarsi troppo. Accanto a loro, la cassa era spalancata. Beveva luce come una ferita beve sangue.
Il prete era lì. Scuoteva la testa, mormorando qualcosa in latino, con il rosario stretto tra le dita così forte che le nocche erano bianche come ossa.
"Li ho avvertiti", disse. "Li ho avvertiti di non aprirla. È troppo presto".
Il mio amico si avvicinò ai guardiani. Non reagivano. Non parlavano. Non sembravano nemmeno sentire le voci di chi cercava di chiamarli.
"Portateli all'ospedale", disse il prete. "Anche se probabilmente è già troppo tardi".
Poi il mio amico si avvicinò alla cassa. Ci guardò dentro. E quello che vide gli gelò il sangue per sempre.
C'era un corpo. Mummificato. Vecchio di decenni, forse di secoli. Ma non era un corpo umano normale. Aveva due teste. Due facce deformi, schiacciate, orribili. E quattro braccia. Due sinistre, due destre. Come un ragno umano, come un insetto fatto di carne e ossa e dannazione.
Il mio amico non riusciva a muoversi. Fissava quel mostro e sentiva che qualcosa, dentro di lui, si stava rompendo per sempre.
Il prete si fece il segno della croce, caricò la cassa nel bagagliaio della sua macchina, e prima di andarsene si voltò. Guardò tutti quei poveri cristi, tutti quei lavoratori che non avevano chiesto nulla, che avevano solo sfondato un muro sbagliato nel giorno sbagliato.
"Mi dispiace per tutti voi", disse. "Non vi resta molto da vivere".
Salì in macchina e se ne andò, lasciandoli lì, nel silenzio di quella chiesa che ora sembrava piena di ombre che prima non c'erano.
Nei giorni che seguirono, la morte venne a trovarli uno per uno.
Uno dei guardiani morì in ospedale. Infarto. Trent'anni. Un uomo sano, forte, che non aveva mai avuto un problema al cuore in vita sua. L'altro finì in manicomio. Non parlava più, non mangiava più, guardava il vuoto e ogni tanto sorrideva come se vedesse qualcosa che gli altri non potevano vedere.
Tre colleghi del mio amico si ammalarono. Roba strana, misteriosa, che i medici non riuscivano a spiegare. Febbri altissime, convulsioni, occhi che diventavano gialli. Finirono in ospedale e da lì non uscirono più vivi.
Il mio amico, quella sera stessa, mentre usciva dal cantiere, inciampò in un mucchio di macerie e si strappò un legamento. Niente di grave, pensò. Solo una cazzo di caviglia rotta. Lo costrinse a stare a casa, fermo, mentre intorno a lui i suoi colleghi morivano come mosche.
Ma a casa, da solo, con la gamba ingessata e troppo tempo per pensare, la testa cominciò a lavorare. Le parole del prete gli rimbombavano nel cranio come martellate. "Non vi resta molto da vivere". Chi cazzo era quel prete? Cosa cazzo sapeva?
Prese il telefono e chiamò. Una volta, due, tre. Niente. Alla quarta, rispose.
Parlarono per due ore. Due ore in cui il mio amico scoprì cose che avrebbe preferito non sapere mai.
"Quella cosa", disse il prete con voce stanca, come chi ha portato un peso per troppo tempo e finalmente può posarlo, "è morta molti anni fa. Un tempo era un essere umano... o forse dovrei dire due esseri umani. Due bambini deformi, venduti dai genitori poveri a un mercante di schiavi, finiti in un circo, messi in mostra come bestie rare".
Il mio amico ascoltava, e ogni parola era un pugno.
"C'era un uomo, all'epoca. Si chiamava Mononobe Tengoku. Guidava una setta, una congrega di dannati che adoravano il diavolo con nomi che non si possono pronunciare ad alta voce. Lui comprava i deformi, gli storpi, gli scarti dell'umanità. Li comprava per i suoi esperimenti".
"Che esperimenti?", chiese il mio amico, anche se già sapeva che la risposta gli avrebbe fatto male.
"C'è una leggenda. Un rituale antico. Si dice che se metti due insetti velenosi in un barattolo, loro combattono fino alla morte. Quello che sopravvive, quello che uccide e divora l'altro, diventa più velenoso. Molto più velenoso. Tengoku decise di provare lo stesso metodo con gli umani".
Il prete fece una pausa. Il mio amico sentiva il proprio respiro, troppo veloce, troppo affannato.
"Prese quei due bambini. Li chiuse in una stanza, nel seminterrato. Senza cibo. Senza acqua. Li lasciò lì finché... finché uno dei due non uccise l'altro. E lo mangiò. Per sopravvivere, lo mangiò".
Il mio amico chiuse gli occhi. Voleva smettere di ascoltare, ma non poteva. Era come guardare un incidente, come fissare il cadavere sul ciglio della strada. Non puoi smettere, anche se ti fa male.
"Poi presero quello che era rimasto vivo. Lo tirarono fuori. E con una chirurgia crudele, con aghi e filo e chissà quali altri strumenti di dannazione, attaccarono la testa del fratello morto al corpo del fratello vivo. E le braccia. Quattro braccia, due teste. Come il mostro delle leggende antiche. Lo chiamarono Ryoumensukuna, come quel demone. Lo adorarono come un dio. Poi lo lasciarono morire di fame, chiuso in una stanza, e continuarono a venerare il suo cadavere come un talismano maledetto".
"Un talismano?", chiese il mio amico. "Per cosa?".
"Per uccidere. Per portare morte e distruzione. La setta crede che quel mostro, quella cosa nata dal dolore e dalla follia, abbia il potere di scatenare disastri. Terremoti, inondazioni, incendi. Ovunque portino quel corpo, la morte segue a ruota. È successo per cent'anni. È successo sempre. Prima di ogni grande disastro, il Ryoumensukuna era lì, da qualche parte, a guardare. Ad aspettare".
Il mio amico sentiva la testa girare. "Mi stai dicendo che ogni disastro, ogni tragedia, ogni cazzo di terremoto che ha ucciso migliaia di persone è stato causato da quel... da quel coso?".
"Esattamente".
"Ma questa è follia! Sono coincidenze! Non può essere vero!".
"Il Ryoumensukuna è apparso prima di ogni grande disastro degli ultimi cent'anni. Prima di ogni terremoto, prima di ogni alluvione, prima di ogni incendio che ha ucciso centinaia di persone. Coincidenze? Forse. Ma sarebbero coincidenze dannatamente incredibili".
Il mio amico strinse il telefono. "E adesso? Dov'è adesso?".
"Al sicuro. In attesa. Finché non servirà di nuovo".
"Tu... tu sei uno di loro, vero? Sei uno di quella setta di pazzi?".
Il prete sospirò. Dall'altra parte del telefono, il silenzio pesava come una lastra di marmo.
"È possibile. È assolutamente possibile".
"Perché mi stai dicendo tutto questo? Perché?".
"Perché non fa differenza. Tra poco non sarai più vivo. E anche se sopravvivessi, chi ti crederebbe? Chi crederebbe a un operaio che parla di mostri a due teste e sette segrete che causano disastri?".
La comunicazione si interruppe. Il mio amico riprovò a chiamare, ma niente. Linea morta. Silenzio.
Quella notte, il mio amico non dormì. Stette lì, con la gamba ingessata, a guardare il soffitto e a chiedersi se tutto quel casino fosse vero o se la sua testa avesse deciso di giocargli un brutto scherzo.
Poi accese la televisione. Notiziario. Un disastro da qualche parte nel mondo. Morti. Tanti. Troppi.
Guardò la data. Controllò i giorni. Quel disastro era successo dopo che avevano aperto la cassa. Dopo che il Ryoumensukuna era stato liberato.
Prese il telefono. Prenotò un volo. Dove? Non importava. Lontano. Il più lontano possibile da quel paese, da quella chiesa, da quella cassa di legno nero che avevano dissotterrato per sbaglio.
Mi raccontò questa storia mentre aspettavamo il suo volo, in un bar dell'aeroporto, con due bicchieri di roba forte e il terrore negli occhi.
"Se nei prossimi giorni senti parlare di un disastro, di qualcosa che uccide tanta gente", mi disse, "saprai cosa l'ha causato. E prega, prega che quel Ryoumensukuna non venga mai nel tuo paese".
Poi salì sull'aereo e sparì.
Non l'ho più visto. Non so se ce l'ha fatta. Non so se è vivo o morto. Ma ogni volta che sento parlare di un terremoto, di un'alluvione, di una strage che non ha senso, mi viene in mente quella cassa di legno nero. Mi viene in mente quel mostro con due teste e quattro braccia. Mi viene in mente quel prete che diceva: "Non vi resta molto da vivere".
E guardo il cielo. E spero che quel coso sia lontano. Molto lontano. Almeno per oggi.
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