giovedì 12 febbraio 2026

Perché Dracula non è morto (e non morirà mai)

C’è un’ombra che si allunga da secoli sulla nostra cultura. Una sagoma scura, ammantata di velluto e di mistero, che porta con sé l’odore della terra bagnata e il gelo di una notte senza luna. Ha attraversato il Medioevo cavalcando un destriero insanguinato, ha danzato con i poeti maledetti dell’Ottocento e oggi, con i capelli pettinati alla moda e la pelle che brilla sotto il sole dello schermo, fa battere il cuore (o meglio, l’assenza di esso) a intere generazioni di adolescenti.

Sto parlando di Dracula, il principe delle tenebre. O forse, sarebbe più giusto dire, dei Dracula. Perché il mito del vampiro è come il suo progenitore più famoso: immortale. Nasce, muore e rinasce, sempre uguale e sempre diverso, adattandosi alle paure e ai desideri di ogni epoca. Ma perché? Perché questa creatura della notte continua ad affascinarci? Cosa si nasconde dietro la sua eterna attrazione? La risposta è un viaggio che parte dai Carpazi, attraversa la Londra vittoriana e arriva fino ai nostri giorni, mescolando storia, sangue e una buona dose di inconfessabile desiderio.

Tutto inizia con un uomo in carne ed ossa, la cui crudeltà ha superato i confini della realtà per tuffarsi nella leggenda. Vlad III, principe di Valacchia, nacque intorno al 1431 a Sighisoara, in Transilvania. Figlio di Vlad Dracul, membro dell’Ordine del Drago, un’alleanza di principi cristiani giurata a difesa della fede contro l’avanzata ottomana, ereditò dal padre il nome: Dracula, figlio del Drago. Ma la storia gli avrebbe affibbiato un soprannome ben più sinistro: Tepes, l’Impalatore.

La sua giovinezza fu un inferno. Per garantire la pace con il potente sultano ottomano Murad II, Vlad e il fratello minore furono consegnati come ostaggi. Per anni vissero prigionieri nella corte turca, un calvario che forgiò il loro carattere e insegnò loro le più subdole arti della sopravvivenza e della crudeltà. Tornato sul trono, Vlad III scatenò la sua vendetta. La sua guerra contro i Turchi non fu solo battaglia, fu un teatro dell’orrore. La sua firma era un bosco di pali, su cui migliaia di nemici, ma anche boiardi traditori e civili, venivano infilzati e lasciati morire lentamente, in un’agonia che poteva durare ore. Si dice che amasse banchettare in mezzo a quella foresta di cadaveri, inebriato dal tanfo della morte e dai lamenti degli impalati.

Cronache dell’epoca, come la tedesca Storia del principe Dracula, lo dipingono come un mostro sadico, capace di far arrostire bambini e costringere le madri a cibarsene. Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Gli storici moderni, come il rumeno Matei Cazacu, invitano alla cautela. La crudeltà di Vlad, seppur innegabile, era forse in linea con i tempi. La sua vera colpa fu di usare il terrore come strumento politico, di colpire non solo il nemico esterno, ma anche l’aristocrazia locale, i boiardi, per consolidare il potere e finanziare la guerra. E la propaganda dei suoi nemici, a partire dai Sassoni della Transilvania, fece il resto, trasformando un principe guerriero in un mostro da leggenda nera.

La sua morte, nel 1476, fu oscura e controversa. Ucciso in battaglia, la sua testa fu inviata a Costantinopoli come trofeo. Il corpo, si dice, fu sepolto in un monastero. La sua memoria svanì, sepolta sotto la polvere della storia per oltre quattro secoli.

Poi, una notte del 1897, nella nebbiosa Londra vittoriana, un irlandese di nome Bram Stoker ebbe un incubo. Sognò un re morto che si levava dalla tomba per nutrirsi di sangue. In cerca d’ispirazione, si recò in biblioteca e si imbatté in un libro di storia. Lesse di una regione lontana chiamata Transilvania, di un fiume chiamato Siret e di un voivoda guerriero il cui nome significava "figlio del diavolo": Dracula. L’incubo e la storia si fusero. Il "conte Vampyr" della sua immaginazione acquisì un’identità, un castello, un passato. Nacque il Dracula che conosciamo.

Stoker aveva colto lo spirito del tempo. L’Europa romantica era già ossessionata dai vampiri. Poeti come Byron e scrittori come John Polidori avevano trasformato la creatura mostruosa del folklore in un antieroe affascinante e dannato. Il Romanticismo amava l’idea della vita oltre la morte, del confine labile tra sogno e incubo, e soprattutto, della sensualità proibita. Il morso del vampiro è una penetrazione, un atto intimo che dona un piacere mortale. In un’epoca di rigida morale puritana, il vampiro era la metafora perfetta del sesso: pericoloso, irresistibile, e inevitabilmente legato al peccato.

Ma il mito è molto più antico. Nel XII secolo, nelle isole britanniche e nei Balcani, si credeva che i morti potessero tornare per succhiare la vita ai vivi. Le grandi pestilenze, con le loro fosse comuni e le sepolture affrettate, alimentavano queste paure. Gli scavi archeologici lo confermano: in tutta Europa sono stati ritrovati scheletri con la bocca imbottita di mattoni, o trafitti al cuore con pali di ferro. Erano le "prove" di una lotta disperata contro i Nachzehrer, i divoratori di sudari, creature che si credeva potessero diffondere il morbo. Persino in Italia, nella Venezia del ‘600, una donna sepolta in una fossa comune con un mattone infilato tra le mascelle testimonia questa antica paura: il terrore che la morte non fosse la fine, ma l’inizio di una contaminazione eterna.

Il romanzo di Stoker fu un successo, ma fu il cinema a rendere Dracula eterno. Nel 1931, Bela Lugosi, con il suo accento ungherese e lo sguardo magnetico, ne fece un’icona pop. Da lì, una marea di film. Perché il vampiro piace così tanto al cinema? Perché, come spiega la storica della cultura francese Marjolaine Boutet, "è la metafora perfetta dell’essere umano, sospeso tra l’istinto animale, la sete di potere e il desiderio di immortalità". Il vampiro siamo noi, con le nostre pulsioni più oscure, liberate dal peso della coscienza e della moralità.

Con il tempo, il mostro si è umanizzato. Anne Rice, con Intervista col Vampiro (1976), ci ha regalato vampiri tormentati, romantici, pieni di rimpianti. Louis, Lestat, e poi i vampiri di Buffy l’ammazzavampiri o di The Vampire Diaries, hanno sentimenti, amano, soffrono, vanno al liceo. Infine, è arrivato Edward Cullen. Il vampiro di Twilight è il punto di arrivo di questa evoluzione: non succhia sangue umano, ma animale, e il suo più grande desiderio non è uccidere, ma proteggere la sua amata. È la riattualizzazione della fiaba in una società ipersessualizzata, un eroe romantico che incarna il desiderio di un amore totale, eterno e, paradossalmente, puro.

Edward ha soppiantato Dracula nell’immaginario degli adolescenti. Ma Dracula non è morto. È semplicemente mutato. Perché il vampiro, in fondo, è uno specchio. In epoca di guerre e pestilenze, rifletteva la paura della morte e del diverso. In epoca vittoriana, dava voce alla sessualità repressa. Oggi, in un mondo che corre verso l’immateriale, incarna il nostro desiderio di eternità, di passioni così forti da sfidare il tempo e la stessa morte. Il mito del vampiro non parla di loro, creature della notte. Parla di noi, esseri umani, e della nostra eterna lotta tra la ragione e l’istinto, tra la paura di morire e la paura di vivere. Finché esisterà questa lotta, Dracula continuerà a camminare tra noi. Immortale.


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