C'è una domanda che ogni cultura, ogni religione, ogni essere umano si è posto dal principio dei tempi: i morti tornano?
La risposta breve è: sì. Secondo chi ci ha avuto a che fare, tornano eccome. La risposta lunga è molto più complicata e molto più sporca. Perché i morti non tornano per fare due chiacchiere, non tornano per rassicurarti che "c'è un posto bellissimo dall'altra parte", non tornano per dirti che ti vogliono bene. I morti tornano perché hanno un conto in sospeso. E quando hai un conto in sospeso con un morto, sei nei guai.
In tutte le tradizioni, lo spirito che torna è sempre uno spirito inquieto. Non è l'anima beata che ha trovato pace e ogni tanto fa un salto a trovare i nipoti. È quello che è morto male, che ha lasciato qualcosa in sospeso, che ha subito un'ingiustizia, che non ha potuto salutare, che è stato ucciso prima del tempo.
Il fantasma non è un'entità astratta. È una persona che ha smesso di vivere ma non ha smesso di esistere. E questa è la parte peggiore. Perché se esiste ancora, significa che da qualche parte, in qualche modo, continua a soffrire. E la sofferenza, si sa, rende cattivi.
I giapponesi hanno una parola per questo: yūrei. Sono gli spiriti di coloro che sono morti in modo violento o con odio nel cuore. Non possono attraversare il fiume Sanzu, l'equivalente del nostro Stige, e restano intrappolati tra i due mondi. Vagano, cercano, a volte si vendicano. Più o meno come fanno i vivi, ma con il vantaggio di essere invisibili e di non avere orari.
L'esperienza più comune con i morti, quella che capita alla gente normale senza cercarla, è la casa infestata. Compri una vecchia cascina in campagna, ristrutturi, passi le vacanze. Dopo un po' inizi a sentire passi in corridoio, porte che si aprono da sole, voci che chiamano il nome di qualcuno che non c'è.
La spiegazione razionale è sempre pronta: correnti d'aria, tubature che fanno rumore, infrasuoni che alterano la percezione, allucinazioni uditive, il vento. Funziona per un po'. Poi una notte vedi una figura in fondo al letto, e tutte le spiegazioni razionali vanno a farsi fottere.
Ho parlato con gente che ci è passata. Non sono matti, non sono suggestionabili, non hanno bevuto. Sono persone normali che una notte hanno visto l'ombra di un uomo con un cappello attraversare il corridoio, e da quella notte non hanno più dormito bene. Hanno venduto casa, perso soldi, cambiato città. Ma l'ombra, in certi sogni, torna ancora.
C'è una storia, documentata, di una fattoria in Pennsylvania negli anni '50. Una famiglia ci si trasferisce, tutto normale. Dopo poche settimane, iniziano a sentire rumori strani: passi in soffitta, oggetti che si spostano, voci che sussurrano. Pensano ai topi, al vento, ai vicini.
Poi una notte, il padre vede una figura femminile in piedi accanto al letto. Alta, vestita di nero, che lo guarda senza parlare. Lui urla, lei svanisce. La moglie non gli crede. La notte dopo, la vede anche lei.
Chiamano un medium, un prete, uno studioso di paranormale. Scoprono che nella fattoria, cent'anni prima, una donna era stata uccisa dal marito. Lui l'aveva sepolta in cantina, e nessuno aveva mai trovato il corpo. Fanno degli scavi, trovano ossa. Le tumulano in un cimitero. I fenomeni cessano.
Questa storia è stata raccontata in decine di libri, ha ispirato film, è diventata un classico. Ma chi c'era dentro, chi ha visto quella figura in piedi accanto al letto, non ne ha mai parlato volentieri. Perché certe cose non si dimenticano. Certe cose ti entrano dentro e non escono più.
Poi ci sono i casi più inquietanti. Quelli in cui il morto non sta in una casa, ma si attacca a una persona. Sono i cosiddetti "spiriti familiari" o, nella tradizione più cupa, le "entità". Non sono fantasmi qualsiasi: sono legati a te da un rapporto di sangue, di amore, di odio.
Una madre che non accetta la morte del figlio e continua a sentirlo parlare. Un marito che torna a tormentare la moglie che lo ha tradito. Un nemico che non si rassegna a essere morto e continua a farsi sentire.
In questi casi, la vita diventa un inferno. Perché non puoi scappare di casa, non puoi cambiare città. Il morto ce l'hai dentro, nelle orecchie, negli occhi, nei sogni. Ti parla quando sei solo, ti appare quando sei stanco, ti tocca quando dormi. E tu impazzisci, piano piano, giorno dopo giorno.
La scienza, ovviamente, ha le sue spiegazioni. Lutto non elaborato, sensi di colpa, depressione, allucinazioni da stress, epilessia del lobo temporale, infrasuoni, monossido di carbonio. Nel 90% dei casi, forse di più, la spiegazione è lì. La mente umana è fragile, suggestionabile, capace di creare mostri e fantasmi con una facilità impressionante.
Ma quel 10%? Quel residuo che non torna? Quelle storie raccontate da gente che non ha niente da guadagnare, che non cerca pubblicità, che spesso non vuole nemmeno parlarne? Quelli sono il problema. Perché se anche solo una di quelle storie è vera, allora tutto cambia.
Allora i morti tornano davvero. E se tornano, non è per rassicurarci. È perché hanno qualcosa da sistemare. E quando un morto deve sistemare qualcosa, di solito usa i vivi come strumenti. E i vivi, in genere, non sopravvivono all'esperienza.
Un amico, una volta, mi raccontò di sua nonna. Era morta quando lui aveva sette anni, in una casa in campagna. Lui era affezionatissimo, aveva pianto per settimane. Poi, un pomeriggio, mentre giocava in cortile, la vide. Era in piedi vicino al pozzo, con il vestito che metteva la domenica, e gli sorrideva.
Lui non ebbe paura. Era sua nonna, come poteva aver paura? Lei non parlò, ma gli fece cenno di avvicinarsi. Lui fece due passi, poi sentì la madre urlare dalla finestra: "Non ti muovere!". La madre era scesa di corsa, lo aveva preso in braccio, e non aveva più voluto che si avvicinasse a quel pozzo.
Anni dopo, ormai adulto, lui scoprì che il pozzo era stato chiuso perché una bambina, cinquant'anni prima, ci era caduta dentro ed era morta. Non sua nonna. Un'altra bambina. Che forse cercava qualcuno con cui giocare.
Lui ancora oggi, quando passa vicino a un pozzo, sente un brivido. E si chiede: se la mamma non avesse urlato, cosa sarebbe successo? Sarebbe caduto dentro? O la nonna, quella vera, lo stava proteggendo da qualcosa che voleva fargli del male? Non lo saprà mai.
I morti tornano? Non lo so. Nessuno lo sa veramente. Ma so che in tutte le culture, in tutte le epoche, gli uomini hanno creduto che tornassero. E una credenza così universale, così radicata, di solito ha un fondo di verità.
Forse i morti tornano perché non vogliono lasciarci. Forse tornano perché non vogliono andarsene. Forse tornano perché abbiamo ancora qualcosa da sistemare con loro. O forse tornano perché, semplicemente, non sanno di essere morti. E vagano, confusi, cercando una vita che non c'è più.
Quello che so è che se una notte senti un rumore in casa, e sei solo, e non c'è vento, e i tubi sono nuovi, e il gatto sta dormendo, e quel rumore si avvicina... forse è meglio non alzarsi a guardare.
Perché se è un morto, e ti vede, potrebbe non lasciarti più andare.
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