venerdì 13 febbraio 2026

L'enigma di Giza: e se la Grande Piramide avesse 40.000 anni?

Giza, altopiano fuori dal tempo. Davanti ai nostri occhi si staglia lei, l'unica sopravvissuta tra le Sette Meraviglie del mondo antico. La Grande Piramide, tomba del faraone Cheope, monumento alla gloria dell'Antico Regno, scrigno di misteri millenari. O almeno, questa è la versione che conosciamo. Quella che ci hanno insegnato a scuola, quella ripetuta nei documentari, quella incisa nei libri di storia.

Ma se tutto fosse sbagliato? Se quelle pietre, che la scienza ufficiale data al 2560 avanti Cristo, fossero testimoni di un'epoca molto, molto più remota? Se sotto il rivestimento calcareo voluto da Khufu si celasse una struttura preistorica, eretta quando l'uomo non aveva ancora inventato la scrittura, né la ruota, né la ceramica?

Uno studio appena pubblicato dall'ingegnere italiano Alberto Donini, dell'Università di Bologna, ha gettato una bomba nel placido stagno dell'egittologia. Utilizzando un metodo innovativo e controverso, il "Metodo dell'Erosione Relativa" (REM), Donini ha calcolato che la base della piramide potrebbe risalire a un'epoca compresa tra il 36.800 e l'8.900 a.C., con un picco di probabilità intorno al 22.900 a.C. . Praticamente ieri, se consideriamo che la Terra era allora nel pieno dell'ultima era glaciale. Un'ipotesi che, se confermata, riscriverebbe non solo la storia dell'Egitto, ma l'intera storia della civiltà umana.

Ma come si data una pietra? Donini ha avuto un'intuizione geniale nella sua semplicità. Alla base della piramide esistono due tipi di superfici calcaree contigue. Alcune lastre sono rimaste esposte agli agenti atmosferici fin dalla costruzione originaria. Altre, invece, sono state protette per millenni dal rivestimento in pregiato calcare bianco di Tura che ricopriva l'intero monumento. Quel rivestimento, come sappiamo dalle cronache medievali, fu progressivamente smantellato dopo il terremoto del 1303 d.C. per costruire moschee e palazzi al Cairo . Le lastre sottostanti sono quindi esposte all'aria aperta da circa 675 anni .

Il principio del REM è disarmante: se l'erosione procede in modo lineare, confrontando il grado di usura delle pietre "giovani" (esposte da 675 anni) con quello delle pietre "antiche" (esposte da sempre), si può calcolare il tempo necessario affinché queste ultime raggiungano quel livello di degrado. Donini ha misurato l'erosione in dodici punti diversi attorno alla base, distinguendo tra vaiolatura superficiale e usura uniforme. I risultati sono sconcertanti: le sue stime vanno da 5.700 a oltre 54.000 anni di esposizione per le superfici più erose . La media statistica, con un margine di probabilità del 68,2%, colloca la costruzione della piramide in un'epoca che la storiografia tradizionale definisce Paleolitico superiore .

Di fronte a questi numeri, la comunità scientifica ufficiale reagisce con un misto di scetticismo e sufficienza. "L'erosione non è mai un criterio particolarmente affidabile, proprio perché non è costante né nel tempo né nello spazio", ha dichiarato a Geopop l'egittologa Corinna Rossi del Politecnico di Milano. "Le basi delle piramidi di Giza sono state coperte da sabbia e detriti fino a quando l'area non è diventata zona turistica, quindi la teoria dell'erosione differenziata non sta in piedi anche solo per questo semplice motivo" .

La Rossi tocca un punto cruciale. Il tasso di erosione del calcare non è lineare. Dipende dalle variazioni climatiche (l'Egitto, migliaia di anni fa, era molto più umido di oggi), dall'inquinamento moderno, dall'azione del vento carico di sabbia, dall'umana frequentazione. Inoltre, periodi di seppellimento sotto le sabbie del deserto potrebbero aver protetto alcune superfici, interrompendo il processo erosivo per secoli .

D'altronde, la piramide è piena di anomalie. All'interno non è mai stata trovata una mummia, né un corredo funerario degno di un faraone della IV dinastia. La "Camera del Re" ospita un sarcofago di granito troppo largo per passare attraverso i corridoi, come se fosse stato messo lì prima della costruzione delle pareti. E poi ci sono i "canali di aerazione", stretti condotti che puntano direttamente verso specifiche costellazioni, un'accuratezza astronomica che sembra quasi uno spreco per una semplice tomba .

L'egittologia ufficiale ha una risposta per tutto: la mummia è stata rubata dai tombaroli già nell'antichità, il sarcofago è stato posato in fase di costruzione, i canali hanno funzione rituale. Ma resta un fatto: il consenso scientifico, basato su datazioni al radiocarbonio di materiali organici, iscrizioni e contesto archeologico, è solido e colloca la piramide nell'Antico Regno . Lo stesso Donini riconosce che le sue datazioni non saranno accettate dall'"archeologia ufficiale", ma ritiene importante verificare le prove di ogni ipotesi senza preconcetti .

La diatriba ci riporta a un tema antico quanto l'archeologia stessa: la tensione tra la conoscenza consolidata e le teorie eretiche. Spesso, quest'ultime si sono rivelate solo fantasie. A volte, come nel caso della civiltà minoica o delle città della Valle dell'Indo, hanno costretto gli studiosi a rivedere i loro manuali.

Per ora, la piramide di Cheope resta saldamente ancorata al 2560 a.C. Ma la domanda è legittima: abbiamo davvero compreso tutto della nostra storia? O, come suggerisce lo studio di Donini, ci sono pagine dimenticate, interi capitoli di una civiltà perduta che aspettano solo di essere riscoperti sotto strati di preconcetti? La pietra parla. Sta a noi imparare ad ascoltarla.


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