lunedì 9 febbraio 2026

La fine del mondo: verità o bufala?

Ci risiamo. Ogni volta che l'umanità volta la pagina del calendario, un'ombra si allunga sul futuro. Alla fine del primo millennio, le folle terrorizzate si radunavano nelle basiliche in pietra, aspettando che le trombe dell'Apocalisse squarciassero il velo del cielo. Oggi, l'aspettiamo comodamente seduti sul divano, con lo smartphone in una mano e lo smartwatch al polso che ci monitora le pulsazioni mentre scorriamo titoli sempre più allarmanti.

La domanda che serpeggia nei forum, nei talk show e nelle cene tra amici è sempre la stessa: questa volta è quella giusta? La fine è veramente dietro l'angolo, o è solo l'ennesima bufala studiata a tavolino per venderci qualcosa?

La risposta, forse più inquietante di una profezia certa, è che ormai la differenza non conta più. Perché abbiamo trasformato l'apocalisse in un prodotto. E come tutti i prodotti di successo, non deve essere consumato una volta sola, ma perpetuato all'infinito.

C'è un motivo se le teorie del collasso globale non passano mai di moda. Il brivido della fine è una droga potente. In un mondo che ci bombarda di dati, dove siamo costantemente connessi ma paradossalmente sempre più soli, l'idea di un "reset" globale possiede una sinistra attrattiva. È la fantasia di ricominciare da zero. Di vedere il mondo liberarsi dal peso della sua complessità. I film post-apocalittici ci hanno insegnato ad amare l'idea di essere tra i pochi sopravvissuti, eroi solitari in un paesaggio desolato e romantico. Ma nella realtà, il fascino per la fine è diventato un motore economico.

Oggi la profezia non arriva più solo dai santoni con gli occhi spiritati o dai veggenti improvvisati. Arriva da youtuber in camicia di flanella che analizzano grafici sul collasso economico, da guru del wellness che vendono bunker di lusso in Kansas, da politici che cavalcano l'onda del "grande sostituto" o del "nuovo ordine mondiale". La paura della fine è diventata un business plan.

Viviamo in una società che ha perfezionato l'arte di vendere ombre. Prendiamo il climate change. La comunità scientifica è quasi unanime: la situazione è grave, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche se non invertiamo la rotta. Ma nel momento in cui questa verità viene filtrata dai media, dall'industria dell'intrattenimento e dalle agende politiche, si trasforma. Da un lato abbiamo gli "apocalittici" da salotto, che condividono articoli su come Venezia sarà sommersa entro il 2050, per poi dimenticarsene un minuto dopo mentre ordinano l'ennesimo pacco su Amazon. Dall'altro, i "negazionisti" professionisti, pronti a bollare qualsiasi allarme come una bufala ordita dai poteri forti per controllarci.

In questo circo mediatico, la verità oggettiva è la prima a morire. Non conta più se il mondo finirà davvero o se è solo una bufala. Conta che il dibattito ci intrattenga. Conta che ci schieriamo, come fossimo tifosi di calcio: "Sei un catastrofista!" "No, tu sei una nave!". La fine del mondo è diventata un reality show di cui siamo allo stesso tempo spettatori e concorrenti. E come in ogni buon reality, la tensione deve essere mantenuta alta. Se la puntata di oggi non fa abbastanza paura, ne cerchiamo un'altra più cruenta.

Mai come oggi abbiamo avuto così tanti dati a disposizione. Possiamo monitorare l'innalzamento dei mari in tempo reale, contare le scosse di terremoto, seguire le traiettorie degli asteroidi. Eppure, mai come oggi siamo stati così confusi. Vent'anni fa, se un millennial vi avesse parlato del 2012 come data della fine del mondo basandosi sul calendario Maya, avreste alzato gli occhi al cielo. Oggi, se qualcuno vi parla di microchip sottopelle, scie chimiche o del progetto Blue Beam, non potete liquidarlo con la stessa sicurezza, perché il rumore di fondo è assordante.

La tecnologia che avrebbe dovuto illuminarci è diventata la cassa di risonanza perfetta per le ombre. L'algoritmo non premia la complessità, premia l'emozione. E quale emozione è più potente e immediata della paura? Le notizie false corrono più veloci di quelle vere proprio perché sono costruite per colpire il nostro cervello rettiliano, quello che ci fa scattare in piedi al minimo fruscio tra i cespugli. Così, mentre la comunità scientifica ci avverte che la finestra per evitare il punto di non ritorno si sta chiudendo, noi siamo troppo impegnati a litigare sui social se quella finestra sia vera o sia un fotomontaggio.

In questo scenario apocalittico da fine del mondo, che ironia, ci sono due figure che prosperano. La prima è il Profeta di Sventura 2.0. Non è più l'eremita sulla montagna, ma un imprenditore digitale. Ha un sito web curato, un canale Telegram con migliaia di iscritti e vende corsi su "Come sopravvivere al Grande Collasso". La sua profezia è volutamente vaga: può essere una guerra nucleare, un EMP solare o un collasso finanziario. L'importante è che sia abbastanza vicina da far paura, ma abbastanza lontana da non poter essere verificata subito. Il suo scopo non è avvertirvi, è farvi sentire parte di un'élite di "risvegliati", l'unica in grado di vedere la verità che i pecoroni non vedono.

La seconda figura è il Mercante di Speranza. È il politico che promette di riportare l'oro e chiudere le frontiere per salvarci dal caos. È il venditore di integratori che promette di "alcalinizzare il corpo" per resistere alle frequenze maligne del 5G. È lo youtuber che vi dice che "in realtà è tutta una bugia, e noi vi sveleremo la verità". Anche lui vende qualcosa: un'identità, un senso di appartenenza, la rassicurazione che qualcuno ha le risposte.

Forse, la domanda "fine del mondo: verità o bufala?" è la domanda sbagliata. Dovremmo invece chiederci: perché ne abbiamo un bisogno così disperato? L'ossessione per la fine è lo specchio del nostro malessere presente. Non riusciamo a immaginare un futuro diverso, migliore, più equo. L'unico futuro che la nostra cultura sa produrre è la sua stessa negazione. È più facile immaginare la fine di tutto che immaginare la fine del capitalismo, diceva qualcuno. Ed è vero. È più facile fantasticare su un asteroide che uccide i dinosauri 2.0 piuttosto che impegnarsi nella fatica noiosa e poco glamour di rendere il mondo un posto migliore, giorno dopo giorno.

La verità è che il mondo non finirà con un botto. O forse sì, ma non nel modo in cui lo immaginiamo. La fine, se ci sarà, sarà silenziosa. Sarà l'accumularsi di piccole sconfitte: un ghiacciaio che si ritira, una specie che si estingue, un diritto che viene meno, la capacità di distinguere un fatto da un'opinione che si atrofizza definitivamente.

Forse, la risposta più coraggiosa a questo clima di apocalisse perenne non è cercare di scoprire se sia vero o falso. La risposta più coraggiosa è imparare a convivere con l'incertezza. Il mondo è complesso. Non finirà domani, ma nemmeno sarà lo stesso tra cinquant'anni. Ci saranno crisi, ci saranno cambiamenti, ci saranno sfide epocali. Ma ci sarà anche la vita, con la sua testarda capacità di adattarsi e resistere.

La prossima volta che vi imbattete in un titolo che grida alla catastrofe imminente, fermatevi un attimo. Chiedetevi: questa notizia mi sta informando o mi sta semplicemente usando? Mi sta offrendo strumenti per capire, o mi sta solo regalando l'ebbrezza di un brivido a buon mercato? Perché alla fine, la più grande bufala non è la fine del mondo in sé. La più grande bufala è farci credere che non possiamo fare nulla per cambiare il presente. È farci accettare l'idea che il nostro unico ruolo sia quello di spettatori in attesa dello schianto finale. In fondo, se siamo così affascinati dall'apocalisse, forse è perché abbiamo smesso di credere di meritare un futuro migliore.

E questa, più di qualsiasi profezia Maya o allarme climatico, è la vera, gelida, fine del mondo.



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