Il 2 settembre 1978, nella frazione di San Michele, ad Alessandria, un ragazzo di quattordici anni si affacciò alla finestra della propria casa e vide qualcosa che avrebbe ricordato per tutta la vita. Erano circa le 8:10 del mattino. Davanti alla cascina, oltre il campo di mais, Roberto Pozzi udì uno strano sibilo e si mise a osservare la campagna. Quello che vide non sembrava un aereo, né un elicottero, né qualcosa che riuscisse a ricondurre immediatamente a un oggetto conosciuto. Secondo la sua testimonianza, sopra il campo si trovava una struttura metallica allungata, simile a un enorme sigaro, lunga approssimativamente sette o otto metri.
La cosa più insolita, però, non sarebbe stata soltanto la forma dell'oggetto, ma il modo in cui si mosse. Roberto raccontò di averlo visto sollevarsi verticalmente dal campo, guadagnare rapidamente quota e poi allontanarsi verso sud, fino a diventare un punto indistinto nel cielo e scomparire. Tutto sarebbe durato pochissimo. Per un ragazzo di quattordici anni avrebbe potuto essere semplicemente un episodio impossibile da comprendere e destinato a rimanere un ricordo personale. Ma Roberto decise immediatamente di raccontare quello che aveva visto alla madre e, soprattutto, volle andare a controllare il punto esatto sopra il quale aveva osservato l'oggetto.
Quando i due raggiunsero il campo, trovarono qualcosa che rese la vicenda molto più interessante.
In mezzo al mais esisteva una zona apparentemente alterata. Le piante risultavano piegate in maniera particolare e l'area interessata aveva una forma approssimativamente ovale, con dimensioni indicate intorno ai cinque metri per tre. Alcune piante apparivano ingiallite o secche e diverse pannocchie risultavano fortemente inclinate, in alcuni casi quasi ad angolo retto.
Naturalmente una zona di mais piegato non costituisce, di per sé, la prova dell'atterraggio di un oggetto volante. Una coltivazione può essere danneggiata dal vento, dalla pioggia, dagli animali, dall'intervento umano o da numerosi altri fattori. Ma in quel caso esisteva un elemento che rendeva la coincidenza difficile da ignorare: il ragazzo aveva indicato proprio quel punto prima che venisse effettuato qualsiasi rilievo.
La vicenda attirò rapidamente l'attenzione e sul posto intervenne anche la polizia scientifica di Alessandria. Vennero effettuati rilievi e furono scattate fotografie della zona interessata. Questo particolare è importante perché permette di distinguere almeno in parte la leggenda successiva dalla documentazione contemporanea al fatto. Non abbiamo soltanto un racconto ricostruito decenni dopo: esisteva una testimonianza iniziale e venne effettivamente documentata un'anomalia nella vegetazione.
Ma c'è una differenza fondamentale. La polizia scientifica poteva documentare la traccia, non poteva dimostrare che fosse stata provocata dall'oggetto descritto da Roberto. Nessuno aveva fotografato il presunto mezzo mentre si trovava sopra il mais. Nessuno aveva recuperato un frammento metallico. Nessuna analisi scientifica poteva stabilire che quelle piante fossero state alterate da una tecnologia sconosciuta.
Il caso, dunque, rimaneva aperto.
E proprio mentre si cercava di capire che cosa fosse accaduto a San Michele, cominciarono ad arrivare altre segnalazioni.
Il fatto che rende l'episodio di Alessandria particolarmente interessante è infatti che il racconto di Roberto non rimase isolato. Nei giorni e nelle settimane successive, diverse persone della provincia iniziarono a riferire di aver osservato luci insolite, oggetti apparentemente sospesi nel cielo o movimenti che non riuscivano a identificare. Alcuni episodi avvennero durante gli spostamenti in automobile, altri nelle vicinanze delle abitazioni, altri ancora in aperta campagna.
Il 7 settembre, appena cinque giorni dopo il caso di San Michele, una coppia che viaggiava nella zona di Castellazzo Bormida riferì di avere osservato una luce particolarmente intensa. Secondo la testimonianza, l'oggetto sembrò avvicinarsi, attirando l'attenzione dei due automobilisti.
Da quel momento le segnalazioni aumentarono.
I giornali locali iniziarono a seguire la vicenda e anche le emittenti radiofoniche raccolsero le testimonianze. Tra queste, Radio Alessandria International ebbe un ruolo particolarmente interessante perché permise di conservare le voci di alcune persone mentre l'ondata di avvistamenti era ancora in corso.
Questo aspetto è molto importante quando si analizzano fenomeni di questo genere. Una testimonianza raccolta immediatamente dopo un avvistamento non è necessariamente più accurata, ma conserva qualcosa che una ricostruzione effettuata quarant'anni dopo non può più restituire: il modo in cui il testimone descriveva spontaneamente ciò che aveva visto, prima che giornali, televisione, racconti altrui e memoria potessero modificare il ricordo.
Eppure proprio l'aumento delle segnalazioni introduceva un nuovo problema.
Più persone cominciavano a guardare il cielo aspettandosi di vedere qualcosa, più aumentava la possibilità che fenomeni perfettamente normali venissero interpretati come insoliti. Una stella particolarmente luminosa poteva sembrare un oggetto sospeso. Un aereo osservato frontalmente poteva apparire immobile. Una distanza valutata male poteva trasformare un fenomeno molto lontano in qualcosa che sembrava trovarsi a poche centinaia di metri.
E il 1978 era un anno particolarmente significativo per l'ufologia italiana.
In tutta Italia si verificò infatti una notevole concentrazione di segnalazioni UFO. Alessandria non rappresentava quindi un episodio completamente isolato, ma una parte di un fenomeno più ampio che in quei mesi alimentò l'interesse di appassionati, ricercatori, giornalisti e semplici cittadini.
Questo rende ancora più difficile stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Quando un fenomeno insolito diventa famoso, infatti, può prodursi un effetto particolare: l'attenzione collettiva modifica il modo in cui vengono interpretati gli eventi successivi. Una persona vede una luce e, dopo aver letto per giorni di UFO, può essere portata a considerarla immediatamente come un oggetto misterioso. Un'altra racconta la propria esperienza e la descrizione può influenzare quella di chi verrà dopo.
Per questo motivo, quando gli investigatori iniziarono a confrontare le diverse segnalazioni, molti casi persero progressivamente parte del loro mistero.
Alcuni potevano essere collegati a fenomeni astronomici. Altri apparivano compatibili con il traffico aereo. In altri ancora mancavano informazioni sufficienti per stabilire qualcosa. Una testimonianza vaga, priva di orario preciso, posizione, durata e riferimenti visivi verificabili, può essere interessante dal punto di vista storico ma difficilmente può trasformarsi in una prova.
E proprio questa distinzione permette di comprendere meglio il caso di San Michele.
Se eliminiamo le segnalazioni più deboli, il racconto di Roberto rimane comunque particolare. Non aveva semplicemente osservato una luce nel cielo. Aveva descritto un oggetto strutturato, relativamente vicino, ne aveva indicato la posizione e aveva sostenuto che da quel punto fosse avvenuta una salita verticale.
Poi, nel luogo indicato, era stata trovata un'area di vegetazione piegata e alterata.
Il collegamento fra i due elementi, però, rimane una questione diversa.
Possiamo dire che Roberto raccontò di aver visto qualcosa? Sì.
Possiamo dire che nel campo fu trovata una zona anomala? Sì, secondo la documentazione del caso.
Possiamo dimostrare che quella zona fosse stata provocata dall'oggetto? No.
Ed è proprio qui che il mistero diventa interessante senza bisogno di trasformarlo automaticamente in una storia extraterrestre.
Perché il vero punto non è stabilire a tutti i costi che Roberto avesse visto un'astronave. Il punto è capire quanto possiamo realmente sapere.
Potrebbe aver osservato un mezzo convenzionale da una prospettiva insolita. Potrebbe aver interpretato male dimensioni e distanza. Potrebbe esserci stata una coincidenza tra l'avvistamento e il danneggiamento della vegetazione. Potrebbero esserci state cause naturali o umane per la traccia nel mais. E non si può nemmeno escludere, sulla base dei soli elementi disponibili, che ciò che vide fosse un fenomeno che ancora oggi non siamo in grado di identificare.
Ma quest'ultima possibilità non è una dimostrazione di origine extraterrestre. "Non identificato" significa semplicemente che non abbiamo abbastanza informazioni per identificarlo.
È una distinzione spesso dimenticata quando si parla di UFO.
Con il passare degli anni, il caso di Alessandria 1978 venne progressivamente ricostruito attraverso articoli, fotografie, testimonianze e registrazioni radiofoniche. La grande ondata venne riletta alla luce delle spiegazioni convenzionali disponibili e molti episodi furono ridimensionati. Ma alcuni casi conservarono la loro capacità di interrogare gli investigatori proprio perché le informazioni disponibili non consentivano una conclusione definitiva.
Roberto Pozzi, nel frattempo, era diventato adulto.
Quando, molti anni dopo, tornò a parlare di quella mattina, avrebbe potuto modificare il proprio racconto, renderlo più spettacolare o trasformarlo nella prova di qualcosa di straordinario. Invece rimase sostanzialmente davanti alla stessa domanda che lo aveva accompagnato per decenni: che cosa aveva visto?
La risposta più onesta era anche la più semplice: non lo sapeva.
Ed è forse proprio questa la parte più affascinante dell'intera vicenda.
Non abbiamo una fotografia dell'oggetto. Non abbiamo un reperto. Non abbiamo un'analisi scientifica capace di collegare la vegetazione al presunto mezzo. Non abbiamo quindi gli elementi necessari per affermare che quella mattina del 2 settembre 1978 un veicolo extraterrestre sia atterrato, o decollato, dal campo di San Michele.
Abbiamo però una testimonianza, una localizzazione precisa, una traccia documentata e una successiva ondata di segnalazioni che trasformò Alessandria in uno dei luoghi più discussi dell'ufologia italiana del 1978.
Quarantotto anni dopo, la domanda rimane sorprendentemente intatta.
Che cosa vide realmente Roberto Pozzi quella mattina?
Forse un oggetto terrestre osservato in condizioni insolite. Forse un insieme di coincidenze che il clima dell'ondata UFO trasformò in qualcosa di molto più grande. Oppure un fenomeno autenticamente insolito che, semplicemente, non abbiamo ancora gli strumenti o i dati necessari per classificare.
La storia del campo di San Michele non dimostra che gli extraterrestri siano arrivati ad Alessandria.
Dimostra qualcosa di più modesto, ma forse anche più interessante: a volte un mistero non nasce perché abbiamo trovato una risposta straordinaria, ma perché, dopo aver eliminato tutte le spiegazioni che possiamo verificare, rimane una domanda alla quale non sappiamo ancora rispondere.
E quella domanda, iniziata alle 8:10 del mattino davanti alla finestra di un ragazzo di quattordici anni, continua a tornare ogni volta che qualcuno ricostruisce l'ondata UFO di Alessandria del 1978.
Che cosa si sollevò davvero dal campo di San Michele?
Cesio Endrizzi
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