La tentazione è sempre stata un affare sporco, e non solo in senso morale. Lo dimostra la vicenda di sant’Antonio abate, quel poveraccio del III secolo che si ritirò nel deserto egiziano per pregare e combattere le insidie del demonio, e che finì invece per vedere diavoli dappertutto – sotto forma di donne procaci, di serpenti viscidi, di orribili creature alate che lo picchiavano e lo seducevano in egual misura. Per secoli la Chiesa ha letto queste visioni come un trionfo della fede sulla carne, un’ascesi così eroica da costringere Satana a scendere in campo in prima persona. Oggi, con il senno della chimica organica e della micologia, possiamo offrire una spiegazione meno edificante ma più verosimile: Antonio era semplicemente intossicato.
Il santo, come si legge nelle fonti agiografiche, viveva in condizioni igieniche disastrose – il deserto non offre docce, e i vestiti non si cambiavano spesso – ma soprattutto si nutriva esclusivamente di pane nero ammuffito, quello che i suoi fedeli (e qualche occasionale corvo, secondo la leggenda) gli portavano ogni tanto. Il pane, in quelle condizioni di umidità e caldo, era quasi certamente contaminato da Claviceps purpurea, il fungo della segale cornuta che produce un cocktail di alcaloidi – ergotamina, ergotossina, acido lisergico – capaci di scatenare allucinazioni intense, spasmi muscolari, dolori urenti alle estremità e una sensazione di fuoco che divorava la carne. Un quadro clinico che nel Medioevo venne chiamato “fuoco di sant’Antonio” (ignis sacer), sia perché l’Ordine ospedaliero fondato dal santo si distinse nella cura di questa intossicazione, sia perché l’aspetto più caratteristico – la cancrena secca delle dita dei piedi e delle mani, che annerivano e cadevano come carboni – sembrava davvero opera di una punizione divina. Solo più tardi il nome “fuoco di sant’Antonio” sarebbe passato a indicare l’herpes zoster, che di bruciore ha solo l’apparenza, non la sostanza.
Ora, proviamo a chiudere gli occhi e immaginare Antonio nel suo eremo, dopo una settimana di pane ammuffito. Le sue pupille sono dilatate, il cuore accelera, il respiro si fa affannoso. A un tratto, dalla parete rocciosa si staccano forme indistinte: donne danzanti, ma con artigli di aquila; maiali neri con occhi di brace; soldati armati di fruste di fuoco. Antonio urla, prega, si flagella, ma le visioni non cessano – anzi, si fanno più intense con l’aumentare della dose di alcaloidi nel sangue. Lui crede di essere assediato dal demonio. Noi sappiamo che la sua mente è solo il teatro di una reazione neurochimica perfettamente spiegabile. Ma la differenza, forse, non è così grande come sembra. Perché il demonio, in fondo, è anche un nome che abbiamo dato a ciò che non capiamo – e la segale cornuta produce effetti tanto radicali da meritarsi l’appellativo.
La storia della medicina ha impiegato secoli a districare l’intreccio tra funghi e follia. Solo nel XVIII secolo si cominciò a sospettare che il “male delle convulsioni” che decimava i villaggi europei fosse legato al consumo di farina contaminata. Nel 1764, il medico svizzero Abraham Tissot osservò che l’ignis sacer colpiva quasi esclusivamente i poveri, quelli che non potevano permettersi pane bianco e mangiavano la segale più vecchia e mal conservata. Ancora oggi, in Etiopia o in India, si registrano epidemie di ergotismo quando le piogge abbondanti favoriscono la crescita del fungo sul grano. Ma la scoperta più sconvolgente doveva ancora arrivare: nel 1938, il chimico svizzero Albert Hofmann sintetizzò dal principio attivo della segale cornuta una sostanza che chiamò LSD – dietilamide dell’acido lisergico – e che avrebbe cambiato per sempre il rapporto tra l’uomo e la percezione. Hofmann, come Antonio, sperimentò sulla propria pelle l’effetto della molecola: il 19 aprile 1943, dopo un’involontaria assorbimento cutaneo, saltò sulla bicicletta e tornò a casa attraversando un mondo in cui le forme si piegavano, i colori esplodevano, il tempo si dilatava. Quella fu la prima “Bike Ride” della storia, e il primo viaggio psichedelico documentato. Antonio aveva fatto lo stesso viaggio, ma senza bicicletta e senza saperlo.
E qui arriviamo al punto, che è insieme filosofico e cinico: quanto della nostra spiritualità è solo chimica? Quanto delle visioni dei santi, delle estasi dei mistici, delle torture demoniache raccontate nei libri sacri, è ascrivibile a ciò che oggi chiameremmo un “bad trip” da funghi contaminati? Non c’è, in questa domanda, alcuna volontà riduzionista. Non sto dicendo che sant’Antonio non fosse un uomo di fede. Dico che la sua fede ha dovuto fare i conti con un corpo digiuno, con un ambiente ostile, con un’alimentazione che oggi definiremmo “a rischio”. E che i diavoli che lo tormentavano – quelle creature mostruose che popolano i dipinti della Temptation di Schongauer o di Bosch – avevano una consistenza neurochimica oltre che simbolica. Il diavolo, in fondo, si nasconde nei dettagli. Ma anche tra le molecole. E a volte sono la stessa cosa.
C’è, in questa consapevolezza, una lezione che andrebbe applicata senza sentimentalismi a molte altre pretese di rivelazione. Quanti profeti, santi, asceti hanno costruito interi sistemi teologici su fondamenta di carenze vitaminiche, avvelenamenti accidentali, infezioni parassitarie? Quante volte l’assoluto è stato visto attraverso il filtro di un fegato intossicato? Non per sminuire la grandezza di queste esperienze, ma per collocarle nella loro giusta dimensione: corporea, terrena, fallibile. Antonio non vedeva diavoli perché era un grande santo. Antonio vedeva diavoli perché il suo pane era ammuffito. La santità è consistita nel sopportare quelle visioni senza impazzire del tutto, nel trasformare il delirio in preghiera, la cancrena in purificazione. Ma la causa prima, quella che i devoti preferiscono dimenticare, era un banale contaminante agricolo.
Oggi, naturalmente, sappiamo riconoscere la segale cornuta e evitarla. Abbiamo farmaci antipsicotici, abbiamo la terapia intensiva, abbiamo il pane bianco. Eppure, continuiamo a produrre diavoli a palate: li chiamiamo crisi economiche, crolli di borsa, conflitti religiosi. Anche lì, forse, basterebbe un po’ di igiene mentale e un’analisi dei dettagli. Ma è più comodo credere che il male venga da fuori, da un tentatore metafisico, piuttosto che da un pezzo di pane andato a male. Così Antonio continua ad abitare i nostri eremi, e noi continuiamo a vederlo lottare contro i suoi diavoli, senza chiederci mai che cosa avesse mangiato, la sera prima.
Cesio Endrizzi
0 commenti:
Posta un commento