domenica 3 maggio 2026

La Befana: da dea pagana a strega buona, la storia millenaria della vecchietta più amata d'Italia

 


"La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, col cappello alla romana, viva, viva la Befana!"

Quante volte abbiamo canticchiato questa filastrocca da bambini, con il naso incollato al vetro della finestra, scrutando il cielo nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, sperando di scorgere una scopa volante o l'ombra di una vecchietta gobba carica di doni. La Befana è forse la figura più amata e insieme più ambigua del folklore italiano: è una strega o una nonna? Fa paura o rassicura? Porta dolci o carbone? La risposta, come spesso accade con i miti popolari, è che è tutto questo insieme. Ed è proprio questa complessità a renderla immortale.

Il termine "Befana" è la storpiatura popolare di "Epifania", la festa cristiana che celebra la manifestazione (dal greco epipháneia, "apparizione", "rivelazione") di Gesù ai Re Magi. Il passaggio linguistico è semplice: Epiphania – Befania – Befana. Ma se la parola è cristiana, le radici della figura che essa designa sono molto più antiche, e affondano in un terreno decisamente pagano.

Molto prima che il 6 gennaio diventasse la festa dei Re Magi, le culture agrarie dell'antichità celebravano in questo periodo la fine dell'anno solare e il solstizio d'inverno. Era un momento di passaggio, di morte e rinascita della natura, e in queste notti di confine si credeva che figure femminili arcane volassero sui campi coltivati per benedirli e augurare fertilità e abbondanza.

Tra queste divinità, una delle più importanti era Strenia, una dea sabina (un popolo italico vicino ai Romani) che proteggeva la salute, la forza e la fortuna. A lei era dedicato un bosco sacro, e durante la sua festa – che cadeva proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno – ci si scambiava doni: rametti di sempreverde (simbolo di vita che resiste all'inverno), candele, frutta secca, statuine di terracotta. Da Strenia deriva la parola "strenna", che ancora oggi indica il regalo natalizio. Con l'avvento del cristianesimo, la figura ideale e mitica della dea fu progressivamente denigrata: la sua bellezza e nobiltà lasciarono il posto a tratti sempre più grotteschi e spaventosi. Strenia, che in origine guidava un cocchio alato trainato da cavalli bianchi, divenne la strega che vola su una scopa logora, vestita di stracci.

Un'altra divinità che ha plasmato la Befana è Diana, la dea romana della caccia, della luna e della natura selvaggia. Nel folklore medievale, Diana (talvolta confusa con Erodiade o con figure come Abundia, Satia o Perchta) era considerata la guida di un corteo notturno di figure femminili alate. Nelle dodici notti che seguivano il Natale, queste "donne che volano" (le Bonus Mulieres o Donne di Fuora) sorvolavano le campagne, entravano nelle case, assaggiavano il cibo lasciato sulle tavole e decidevano il destino delle famiglie: abbondanza o carestia, fortuna o sfortuna. La moderna Befana, con la sua scopa volante e il suo vagare notturno, è l'erede diretta di queste processioni notturne.

In area germanica e alpina, la corrispondente della Befana si chiamava Berchta (o Perchta). Anche lei volava nei cieli durante le notti di mezzo, seguita da un codazzo di elfi, fate e spiriti di bambini. Berchta aveva un duplice volto: con i bambini buoni era generosa, ma con i cattivi e i fannulloni era spietata. Sventrava i loro ventri, li riempiva di paglia e li ricuceva. Una crudeltà che ricorda da vicino le minacce del "carbone" della Befana, seppur in versione molto più soft.

Con l'avvento del cristianesimo, le feste pagane non furono abolite, ma reinterpretate. L'Epifania divenne la celebrazione dell'arrivo dei Re Magi alla grotta di Betlemme. E la cultura popolare, che non amava rinunciare alle sue vecchie credenze, cucì sulla figura della dea volante una nuova leggenda, dal sapore edificante.

Si narra che i tre Re Magi, in viaggio verso Betlemme seguendo la cometa, fossero stanchi e smarriti. Bussarono alla porta di una vecchina chiedendole indicazioni. Lei, presa dalle faccende domestiche o forse semplicemente scostante, non volle seguirli. Ma quando i Re Magi si allontanarono, la vecchia si pentì. Preso un sacco di dolci e regali, uscì a cercarli. Non li trovò più. E da quel giorno, vaga per il mondo, fermandosi in ogni casa dove c'è un bambino, per lasciare un dono nella speranza che quel bambino sia il Gesù che non ha saputo accogliere.

Questa leggenda, tenera e malinconica, spiega sia il viaggio notturno della Befana che la sua generosità, e la lega indissolubilmente alla tradizione cristiana dei regali ai bambini.

La figura della Befana come la conosciamo oggi – una vecchia brutta, vestita di stracci, con il naso adunco e un cappello a cono – comincia a delinearsi nel Medioevo. Nel XIII secolo si diffusero in Italia le prime processioni e rappresentazioni legate alla "Befana", accompagnate da falò, danze e canti popolari.

Nel Cinquecento, la sua immagine si era già cristallizzata in quella di una "strega" che spaventava i bambini. In alcune regioni italiane, la tradizione era addirittura duale: esisteva una Befana buona (che portava doni) e una Befana cattiva (che rubava i bambini o li puniva). Solo più tardi, con l'illuminismo e l'epoca moderna, la Befana perse i suoi tratti più terrificanti e divenne la vecchietta goffa ma amabile che conosciamo, una sintesi della generosità di Strenia, della fecondità di Diana, del volo notturno delle Donne di Fuora e dell'aspetto grottesco delle streghe medievali.

Ogni elemento della Befana ha un significato profondo:

  • La scopa: non è solo un mezzo di trasporto. Nell'immaginario contadino, la scopa serve a spazzare via il vecchio anno, a purificare la casa dal male e a volare sopra i problemi. È simbolo di liberazione e rinascita.

  • La calza: appesa al camino (o alla finestra), è un ricettacolo di attesa. Un tempo si usavano calzini veri, quelli che i bambini indossavano tutto l'anno, rattoppati e stinti. Riceverla piena era un segno di abbondanza.

  • Il carbone: una volta era vero carbone o cenere, simbolo di punizione ma anche di purificazione. Ricordava ai bambini che i doni si conquistano con il buon comportamento.

  • I doni semplici: ai tempi dei nostri nonni, la calza veniva riempita con ciò che la povera economia contadina poteva offrire: mandarini, noci, castagne, frutta secca, un uovo sodo, qualche caramella dura, e raramente un soldino. I giocattoli erano un lusso. Mangiare un po' più del solito era già una gran festa.

In un'epoca in cui Babbo Natale globalizzato rischia di omologare le tradizioni natalizie, la Befana resiste. È una figura orgogliosamente italiana, radicata nei borghi e nelle campagne, ancora capace di incantare i bambini. Nella notte del 5 gennaio, Piazza Navona a Roma si riempie di bancarelle e di famiglie; in molte regioni si organizzano "calate" della Befana dal campanile; in Veneto si bruciano fantocci; in Lombardia si accendono falò.

E la Befana continua a volare, goffa e instancabile, con le scarpe tutte rotte e il sacco pieno di sogni.

La Befana non è mai stata una strega cattiva, e nemmeno solo una nonna bonaria. È una figura complessa, stratificata, che racchiude in sé migliaia di anni di storia: il culto delle dee madri, le religioni agrarie, la paura medievale, la tenerezza cristiana, la povertà contadina. È la saggezza antica delle nonne, la conoscenza delle erbe e dei rimedi, il sapere popolare tramandato a voce. È colei che spazza via il vecchio e accoglie il nuovo.

Oggi, come ieri, continua ad affacciarsi alla finestra nella notte più magica dell'inverno, a chiedersi se questa volta troverà quel Bambino, e a lasciare un dono. Perché la Befana, in fondo, siamo noi: il bisogno di credere che anche un gesto piccolo e maldestro possa portare gioia. E che non è mai troppo tardi per rimediare a un "no" detto con distrazione.

Viva la Befana! Viva la vecchia che non muore mai, che vola sulle scope di saggina e ci ricorda che la magia, se la vuoi, esiste ancora. Basta alzare gli occhi al cielo, la notte del 5 gennaio. E aspettare.





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