Esiste una creatura leggendaria che sembra uscita da un romanzo fantasy, ma che affonda le proprie radici in una tradizione antichissima legata al territorio laziale: l’Uoltam, conosciuto anche come Olta o Volta nelle diverse rielaborazioni del racconto. Non sarebbe stato un semplice drago sputafuoco, ma una minaccia capace di terrorizzare gli abitanti dell’antica città etrusca di Volsinii, identificata generalmente con l’area dell’odierna Bolsena. La sua storia è affascinante perché ci conduce in un mondo nel quale la paura della natura, la religione e il mito si intrecciavano fino a diventare un'unica spiegazione degli eventi più inquietanti.
La testimonianza più importante si trova nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, precisamente nel libro II, al paragrafo 140. Plinio riferisce una tradizione secondo cui, mentre un mostro chiamato Olta si avvicinava a Volsinii dopo aver devastato i campi, il re Porsenna sarebbe intervenuto invocando un fulmine per fermarlo. Il racconto appartiene alla tradizione religiosa etrusca e romana relativa ai fulmini e ai rituali con cui si riteneva possibile interpretarli o invocarli. È un dettaglio fondamentale: la storia non è una prova dell'esistenza biologica di un drago, ma una testimonianza antica dell'esistenza di una leggenda associata a una città e a un territorio reali.
E già questo basta a renderla straordinaria. Perché Plinio non era un autore fantasy che inventava mostri per intrattenere il pubblico. Era un erudito romano del I secolo d.C., autore di un'enciclopedia dedicata al sapere del suo tempo. Nella sua opera raccolse informazioni naturalistiche, geografiche, storiche e religiose, ma anche credenze e racconti tramandati dalle generazioni precedenti. Quando riferisce la vicenda di Olta, ci permette dunque di osservare come gli antichi cercassero di dare un significato a fenomeni che li spaventavano e che non riuscivano a spiegare con gli strumenti a loro disposizione.
Ma come immaginavano questo mostro? Le raffigurazioni e le rielaborazioni moderne lo descrivono spesso come un drago dalle fauci enormi, capace di sputare fuoco e devastare i campi. Alcuni racconti gli attribuiscono un aspetto serpentino, altri lo trasformano in una creatura mostruosa dotata di una potenza distruttiva sovrumana. Bisogna però distinguere ciò che Plinio effettivamente riferisce dalle descrizioni aggiunte nelle versioni successive della leggenda: non tutti i dettagli oggi associati all'Uoltam sono attestati nella testimonianza antica.
Il cuore del racconto rimane comunque impressionante. Una comunità viene minacciata da una creatura mostruosa; i campi sono devastati; la sopravvivenza stessa degli abitanti sembra in pericolo. A intervenire è Porsenna, figura leggendaria della tradizione etrusca, ricordata anche per il suo legame con Chiusi. Secondo la narrazione riportata da Plinio, il sovrano ricorre alla conoscenza dei rituali legati ai fulmini per affrontare la minaccia. Non è il classico eroe che sguaina una spada e taglia la testa al drago: è una figura religiosa e politica che utilizza il potere attribuito alla disciplina sacra per ristabilire l'ordine.
Questo particolare rivela una differenza importante tra la leggenda dell'Uoltam e molti racconti medievali sui draghi. In numerose tradizioni cristiane, il mostro viene sconfitto da un santo che rappresenta la vittoria della fede sul male. Nel racconto antico, invece, la soluzione è collegata alla religione etrusca e alla capacità attribuita a Porsenna di governare i fenomeni celesti attraverso riti specifici. Il fulmine diventa così uno strumento di salvezza e il sovrano appare come colui che può proteggere la comunità quando le forze della natura sembrano sfuggire a ogni controllo.
Ma perché proprio un drago? Perché una creatura capace di incendiare e devastare il territorio?
Qui entra in gioco una possibile interpretazione. L'area di Bolsena si trova in un paesaggio di origine vulcanica, segnato dalla presenza del grande bacino lacustre e dalla storia geologica del territorio. Non possiamo dimostrare che la leggenda dell'Uoltam sia nata direttamente da eruzioni, terremoti o altri fenomeni geologici. Sarebbe scorretto presentare questa ipotesi come una certezza. Tuttavia, è plausibile chiedersi se il ricordo di eventi naturali impressionanti abbia contribuito a dare forma a un mostro associato alla distruzione dei campi e al fuoco.
Per gli antichi, un incendio improvviso, una scossa del terreno o un evento atmosferico eccezionale potevano apparire come manifestazioni di una volontà superiore. Quando la spiegazione scientifica mancava, il mito offriva una narrazione capace di organizzare la paura. Il drago non era soltanto un nemico: poteva diventare il volto mostruoso di una natura imprevedibile, una personificazione del pericolo che incombeva sulla comunità.
La tradizione materiale aggiunge un altro elemento interessante. Nell'area dell'antica Etruria sono state rinvenute raffigurazioni e statuette bronzee di creature draghiformi. Questi reperti testimoniano la presenza di immagini mostruose nell'universo simbolico delle popolazioni antiche, ma non è possibile attribuire automaticamente ogni figura di drago alla leggenda dell'Uoltam. Per stabilire un collegamento diretto servirebbero dati archeologici specifici, non una semplice somiglianza nell'aspetto.
Anche la diffusione delle storie sui santi che uccidono draghi nel Lazio settentrionale e nelle zone un tempo abitate dagli Etruschi offre uno spunto di riflessione. Il motivo del santo vincitore del mostro ricorre in numerose tradizioni europee e può rappresentare simbolicamente la vittoria dell'ordine religioso sul caos. In alcuni territori, queste narrazioni potrebbero essersi sovrapposte a credenze più antiche, trasformando progressivamente il significato di luoghi, immagini e racconti. Anche in questo caso, però, ogni singolo collegamento deve essere verificato: non tutte le leggende sui draghi derivano necessariamente da un unico mito originario.
La storia dell'Uoltam ci ricorda quindi che il folklore non è un archivio immobile di superstizioni. È un patrimonio che cambia, assorbe nuove influenze e conserva frammenti di modi antichi di interpretare il mondo. Un nome può attraversare i secoli, trasformarsi nella pronuncia e assumere caratteristiche nuove. Un mostro raccontato da un autore romano può diventare, nelle generazioni successive, un drago sputafuoco, un demone o una creatura che abita boschi e gole.
Ed è proprio qui che la leggenda diventa interessante anche per noi. Non abbiamo prove che un drago abbia davvero devastato Volsinii, né che l'Uoltam si aggiri ancora oggi tra i boschi del Viterbese. Abbiamo però una testimonianza antica che conserva il ricordo di una credenza associata a quel territorio. È una differenza essenziale: distinguere la realtà storica del racconto dalla realtà fisica del mostro non distrugge il fascino della leggenda. Al contrario, ci permette di comprenderla meglio.
Forse l'Uoltam non ha mai avuto artigli, ali o fauci capaci di divorare uomini. Ma la paura che rappresentava era reale. Reale era il bisogno di proteggere i raccolti, reale era il timore dei fenomeni naturali e reale era la necessità di trovare una spiegazione quando il mondo sembrava diventare improvvisamente ostile.
E così, tra la memoria etrusca, la testimonianza di Plinio e le rielaborazioni popolari, il mostro continua a vivere almeno nella dimensione più resistente di tutte: quella delle storie che gli uomini raccontano per dare un volto all'ignoto.
Cesio Endrizzi
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