L'infelice folgoratore: Zeus, il potere e la solitudine del trono
La nascita di Zeus è già, di per sé, un atto di violenza e di astuzia. Crono, il padre titano, divorava i suoi figli per paura di essere detronizzato, come un vecchio leone che uccide i cuccioli per non essere sfidato. Rea, la madre, stanca di assistere a quel cannibalismo istituzionalizzato, salvò l’ultimo nato dando al marito una pietra avvolta in fasce. E Zeus crebbe in una caverna sul monte Ida, a Creta, allattato da una capra, protetto dai Coribanti che battevano le lance sugli scudi per coprirne i vagiti. Già da bambino, insomma, il dio imparò la prima lezione del potere: per sopravvivere, devi nasconderti. E per vincere, devi essere più furbo del nemico. Diventato giovane, si fece assumere da Crono come coppiere, gli fece bere una pozione che lo costrinse a rigurgitare i fratelli, e poi dichiarò guerra ai titani. Dieci anni di combattimenti, 130mila anni terrestri, fino a quando gli ecatonchiri – i giganti dalle cento braccia – forgiarono per lui le folgori con le quali piegò i vecchi dominatori. Fine della storia. Inizio dell’incubo.
Perché governare, per Zeus, si rivelò subito una condanna. L’ordine cosmico è una macchina complessa, fatta di equilibri fragili, e ogni volta che un dio litigava con un altro, ogni volta che un mortale osava sfidarlo, ogni volta che il Fato – l’unica divinità superiore a lui – decideva un destino diverso da quello che aveva immaginato, Zeus doveva intervenire. E i suoi ausiliari – Bia, Cratos, Zelos, Nike – non erano compagni di bevute, ma entità astratte, spettri di concetti: la forza, la potenza, l’ardore, la vittoria. Nessuno con cui scambiare una parola sincera. Nessuno che gli chiedesse: “Come stai, fratello?”. Solo il dovere, il peso, la bilancia su cui valutare i destini dei combattimenti, la folgore da scagliare quando qualcuno usciva dal seminato. Un lavoro di merda, insomma, anche per un dio.
E poi c’era Hera. La moglie. La sorella. La regina dell’Olimpo. Il loro matrimonio è un classico della letteratura antica: lui che la tradisce con qualsiasi cosa si muova, lei che si vendica non su di lui – perché contro il re degli dei non si può – ma sulle amanti e sui figli illegittimi. Un meccanismo perverso, destinato a ripetersi all’infinito. Ma il punto, come ben sintetizzato nel testo che ho davanti, è un altro: Zeus non tradisce per vizio, ma per necessità. L’Olimpo è una pentola a pressione. Dei litigiosi, sempre pronti a scatenare guerre per futili motivi. Ninfe che tramano contro ninfe. Mortali che sfidano i celesti. E lui, Zeus, deve stare lì a fare da arbitro, da giudice, da padre, da boia. Non c’è pace. Così, quando lo stress diventa insostenibile, il dio scappa. Si trasforma in toro, in cigno, in pioggia d’oro, e scende tra gli umani. Là, almeno per poche ore, non è il tonante: è un amante qualsiasi. E le donne che lo desiderano non vogliono il suo potere: vogliono la sua bellezza, la sua forza, la sua capacità di farle sentire vive. Un’illusione, naturalmente. Perché Zeus resta sempre Zeus, e la mattina dopo tornerà sull’Olimpo, con la folgore in pugno e la solitudine nel petto.
Ma c’è un’altra faccia di questa solitudine, più oscura e meno raccontata. Zeus, nel mito, è anche colui che ha sottratto agli uomini l’età dell’oro. Sotto Crono, i mortali vivevano senza fatica: giornate sempre soleggiate, terreni sempre fertili, morte serena, assenza di inverno. Poi arrivò Zeus, e con lui l’era d’argento. Gli uomini dovettero arare, allevare, costruire. Conobbero la fame, la malattia, la guerra, la morte violenta. E cominciarono a odiare gli dei. Alcuni, come Licaone, arrivarono persino a sfidarli, offrendo a Zeus banchetti di carne umana. E Zeus, disgustato, mandò il Diluvio Universale per sterminare l’umanità. Solo Deucalione e Pirra, avvertiti da Prometeo, si salvarono su un’arca. E ripopolarono il mondo gettando pietre alle spalle. Ma i mali peggiori – quelli che avevano reso gli uomini egoisti e violenti – erano già stati rinchiusi nel vaso di Pandora. Finché la curiosità della donna non li liberò di nuovo, avvelenando per sempre il genere umano.
Questa è la giustizia di Zeus: spietata, definitiva, senza appello. E anche qui, dietro la maschera del dio giusto, si intravede l’ombra del despota infelice. Perché governare con la paura è stancante. E perché sapere che i tuoi sudditi ti temono, ma non ti amano, è una verità che rode le viscere. Così Zeus si aggrappa alle sue tre mogli – Metis, Mnemosine, Hera – ma nessuna di queste unioni gli ha portato pace. Metis fu inghiottita perché un oracolo predisse che il figlio maschio lo avrebbe detronizzato. Mnemosine, madre delle Muse, fu presto abbandonata come tutte le altre. E Hera, l’ultima, è una prigione d’oro da cui non può fuggire perché il re non può divorziare. Il matrimonio, per Zeus, non è amore. È una gabbia dorata. Un'altra. Come il trono. Come l’Olimpo.
E allora, forse, il vero mito di Zeus non è quello della folgore e dei titani. È quello di un uomo – perché gli dei greci sono uomini, con le loro debolezze e le loro meschinità – che ha tutto il potere del mondo e non sa cosa farsene. Che cerca la felicità nel sesso occasionale, nella violenza, nella vendetta, e non la trova mai. Che è circondato da sudditi, ma non ha amici. Che è temuto da tutti, ma amato da nessuno. Un racconto antico, certo. Ma che suona ancora attuale, in un’epoca dove i potenti di turno – politici, imprenditori, dittatori – passano la vita a inseguire il piacere effimero per dimenticare il peso della loro solitudine. Zeus non è diverso da loro. Solo che lui, almeno, poteva trasformarsi in cigno. I moderni dèi, invece, si trasformano in tweet. E non è affatto la stessa cosa.
Cesio Endrizzi
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