Il folklore sardo è un universo sotterraneo e affascinante, popolato da creature che non assomigliano a nessun'altra. Non ci sono vampiri gotici con mantelli e accenti slavi, non ci sono lupi mannari che ululano alla luna piena. La Sardegna ha le sue creature, e sono radicate nella terra, nella fatica, nella paura quotidiana di chi viveva in case di pietra, circondato da un paesaggio aspro e da un silenzio che sembrava nascondere segreti antichi.
Tra queste, Sa Sùrbile è forse la più inquietante. Perché non è una creatura di importazione, non è un'ombra venuta dall'est Europa o dalle leggende nordiche. È sarda, specificamente campidanese e sulcitana. È una donna, maledetta senza colpa, che di notte si trasforma in mosca o in gatto, si insinua dalla serratura e succhia il sangue dei neonati dalla fontanella.
E per fermarla, non serve l'aglio. Serve un pettine.
La nascita di Sa Sùrbile non è una scelta, non è un patto col diavolo, non è un atto di volontà. È una condanna biologica e numerologica, una fatalità che colpisce senza pietà: la settima figlia nata da sette sorelle consecutive, tutte femmine, diventa automaticamente una di loro. Senza rito, senza possibilità di scampo, senza che nessuno possa fare nulla per impedirlo.
Questa idea della "settima figlia" è un motivo ricorrente nel folklore europeo, ma in Sardegna assume una sfumatura particolare. Il numero sette è magico, è il numero dei giorni della creazione, delle virtù, dei peccati capitali, dei sacramenti, delle meraviglie del mondo. Ma qui è anche il numero della maledizione. Essere la settima figlia significa portare un peso che non si è scelto, una natura che non si può cambiare, un destino che si compie ogni notte, quando il corpo si trasforma e l'istinto prende il sopravvento.
Di giorno, Sa Sùrbile è una donna normale. Lavora, parla, forse ride, forse piange. Ma quando cala la notte, il rito si compie. Si unge con oli speciali – un unguento che la tradizione non descrive nei dettagli, ma che probabilmente contiene erbe, grassi animali e sostanze che la separano dal mondo dei vivi – e pronuncia la formula magica: "Folla a subra de folla, très oras andai, très oras a torrai" – "Vola sulla folla, tre ore vado, tre ore torno".
Poi si trasforma. Non in pipistrello, come i vampiri slavi, ma in mosca o in gatto. È un dettaglio che la rende ancora più inquietante: una mosca che si infila dalle serrature, un gatto che si aggira silenzioso nell'oscurità. Creatura umile, quasi insignificante, che però porta con sé una fame terribile.
La vittima è sempre la stessa: il neonato non ancora battezzato, indifeso, con quel punto molle sulla testa che i genitori sanno bene cos'è, il luogo dove l'osso del cranio non si è ancora saldato. È lì che Sa Sùrbile succhia il sangue, un sangue che, una volta rubato, finisce nella cenere calda del focolare, dove si coagula e diventa sanguinaccio. Il suo cibo preferito.
Per secoli, i genitori del Campidano e del Sulcis hanno combattuto Sa Sùrbile con un oggetto che oggi ci sembra quasi assurdo: un pettine. Non un pettine magico, non un pettine benedetto da un prete, non un pettine di legno sacro. Un pettine normale, di quelli che si usano per sistemarsi i capelli.
Lo mettevano accanto alla culla, o talvolta sulla testa del bambino, e sapevano che la creatura si sarebbe fermata. Perché Sa Sùrbile, non si sa bene perché, era costretta a contare ogni singolo dente del pettine. Uno, due, tre... arrivava al sette, il numero magico, e ricominciava dall'inizio. E poi di nuovo. E di nuovo. Fino all'alba, quando il gallo cantava e lei era costretta a fuggire senza aver toccato il bambino.
Non serve l'aglio, non serve l'acqua santa, non serve la croce. Serve un pettine. Un oggetto da bagno, banale e quotidiano, che sconfigge l'incubo notturno. È una strategia di difesa che è insieme geniale e profondamente umana: trasforma la paura in un rituale controllabile, dà ai genitori un ruolo attivo nella protezione del figlio.
Il folklore sardo, come tutti i folklore, non è solo atmosfera. È ingegneria della paura: ogni creatura ha una regola precisa, e ogni regola ha una contromisura precisa. Sa Sùrbile esiste perché la mortalità infantile era altissima, e le morti improvvise dei neonati – quelle che oggi chiameremmo SIDS, sindrome della morte improvvisa del lattante – volevano una spiegazione. Non bastava dire "è successo e basta": serviva un nemico, un colpevole, un'entità da combattere.
E così è nata Sa Sùrbile: una creatura che succhia il sangue dalla fontanella, che si nutre della vita dei più piccoli, che si trasforma in mosca o in gatto e si infila dalle serrature. E il pettine è nato come risposta: un oggetto semplice, accessibile a tutti, che dava ai genitori la sensazione di poter fare qualcosa, di non essere impotenti di fronte alla morte.
Oggi Sa Sùrbile è quasi dimenticata. I neonati non muoiono più come una volta, la medicina ha spiegato ciò che il folklore cercava di raccontare, e le storie delle nonne si sono affievolite. Ma il suo ricordo sopravvive, come sopravvive il ricordo di tutte le creature che abbiamo inventato per dare un nome alle nostre paure.
E c'è qualcosa di profondamente umano in questa storia. La creatura più terrificante del sud Sardegna si blocca contando i denti di un pettine. Una donna trasformata in mosca, che succhia sangue, che vola di notte, che è una maledizione senza colpa, si ferma davanti a un oggetto da toeletta. È quasi comico, se non fosse così triste. Ma forse è proprio questo che rende Sa Sùrbile così speciale: non è un mostro invincibile, è un mostro che ha una debolezza, una debolezza che chiunque può sfruttare. È una paura che si può vincere, un incubo che si può tenere a bada con un oggetto di tutti i giorni.
E in questo, forse, c'è la speranza. Che anche le nostre paure più profonde, le più oscure, le più irrazionali, possono essere fermate da qualcosa di semplice. Un pettine. Un oggetto da toeletta. Un gesto che ci ricorda che, anche di fronte all'indicibile, possiamo fare qualcosa.
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