C'è un episodio del Vangelo di Matteo talmente strano da sembrare quasi appartenere a un altro libro.
Non è l'Arca di Noè.
Non è la Torre di Babele.
Non è nemmeno la resurrezione di Lazzaro.
È qualcosa di ancora più inquietante.
Secondo il Vangelo di Matteo, nel momento della morte di Gesù accadde questo:
«La terra tremò, le rocce si spaccarono e i sepolcri si aprirono».
Fin qui, siamo ancora all'interno di una narrazione apocalittica relativamente comprensibile.
Ma Matteo prosegue.
«Molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono».
E poi arriva la parte più sorprendente:
«E, uscendo dai sepolcri, dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti».
È uno dei passaggi più enigmatici dell'intero Nuovo Testamento.
Perché significa che, secondo il racconto di Matteo, dopo la morte di Gesù alcuni morti tornarono alla vita, uscirono dalle loro tombe e furono visti da diverse persone a Gerusalemme.
Eppure quasi nessuno sembra averne parlato.
Non Marco.
Non Luca.
Non Giovanni.
Non Paolo.
Nessun altro autore del Nuovo Testamento racconta questo episodio nello stesso modo.
Ed è proprio questa caratteristica a renderlo così affascinante.
Se prendiamo il testo come una cronaca letterale, abbiamo davanti uno degli eventi soprannaturali più spettacolari mai descritti nei Vangeli.
Se invece lo interpretiamo come un racconto teologico e simbolico, il problema diventa altrettanto interessante.
Perché Matteo avrebbe sentito il bisogno di inserirlo?
La prima cosa da fare è leggere attentamente ciò che il testo dice realmente.
Matteo non parla di migliaia di persone.
Non fornisce un numero.
Non dice che tutta Gerusalemme vide una processione di cadaveri resuscitati.
Non racconta cosa accadde loro successivamente.
Non dice quanto tempo rimasero in vita.
Non spiega se tornarono definitivamente alle loro famiglie.
Non racconta se morirono nuovamente.
Non descrive una seconda sepoltura.
E non dice nemmeno che questi "santi" fossero necessariamente persone morte da pochi anni.
Il testo lascia tutto nel mistero.
È proprio questa brevità a rendere l'episodio così inquietante.
Matteo introduce un evento enorme e poi lo abbandona quasi immediatamente.
Come se il lettore dovesse comprendere il significato senza pretendere una cronaca dettagliata.
E infatti il contesto suggerisce che il significato potrebbe essere molto più importante della meccanica dell'evento.
La morte di Gesù, nel Vangelo di Matteo, è accompagnata da una serie di fenomeni straordinari.
Il velo del tempio si squarcia.
La terra trema.
Le rocce si spezzano.
I sepolcri si aprono.
E i morti ritornano.
Non sembra una semplice descrizione di un terremoto.
È una scena costruita come un evento cosmico.
La morte di Gesù non riguarda soltanto un uomo che muore sulla croce.
Secondo Matteo, qualcosa nell'ordine stesso della creazione viene sconvolto.
E qui entra in gioco l'Antico Testamento.
L'immaginario della resurrezione dei morti non nasce dal nulla.
Uno dei riferimenti più impressionanti è il capitolo 37 del libro di Ezechiele.
Il profeta racconta di una valle piena di ossa secche.
Sono ossa di persone morte da molto tempo.
Dio ordina al profeta di parlare loro.
Le ossa si ricompongono.
Tornano a essere ricoperte di carne.
E infine ricevono lo spirito della vita.
La scena è una delle immagini più potenti della letteratura biblica.
Ma c'è un dettaglio fondamentale.
Ezechiele spiega che la visione rappresenta la restaurazione di Israele.
Le ossa simboleggiano un popolo apparentemente morto che Dio farà nuovamente vivere.
Matteo conosce profondamente le Scritture ebraiche.
Il suo Vangelo è pieno di riferimenti alle profezie ebraiche che, secondo la sua interpretazione, trovano compimento nella vita e nella morte di Gesù.
Per questo la resurrezione dei "santi" potrebbe avere una funzione precisa.
La morte di Gesù inaugura una nuova era.
La morte non possiede più l'ultima parola.
I sepolcri che si aprono diventano un'immagine della vittoria sulla morte.
È però proprio qui che nasce la domanda più difficile.
Matteo sta raccontando qualcosa che secondo lui è realmente accaduto oppure sta utilizzando un linguaggio simbolico per comunicare una verità teologica?
Il testo non ci permette di rispondere con certezza.
Matteo presenta l'episodio all'interno di una narrazione che tratta Gesù come una persona realmente vissuta.
Ma questo non significa che ogni dettaglio debba essere letto come una cronaca moderna.
Gli antichi autori non scrivevano necessariamente la storia con gli stessi criteri documentari di uno storico contemporaneo.
Un racconto poteva contemporaneamente riferirsi a una persona reale e utilizzare simboli, allusioni bibliche, immagini apocalittiche e costruzioni narrative per comunicare un significato religioso.
Questo è particolarmente evidente proprio nel racconto della Passione.
La morte di Gesù è accompagnata da terremoti, oscurità e fenomeni soprannaturali.
Matteo non sta semplicemente dicendo:
"Gesù morì alle tre del pomeriggio".
Sta costruendo una scena nella quale il cosmo stesso sembra reagire alla morte del protagonista.
Ed è possibile che la resurrezione dei santi debba essere letta proprio all'interno di questa logica.
Rimane però una domanda affascinante.
Perché soltanto Matteo racconta questo episodio?
Non abbiamo una risposta definitiva.
Potrebbe dipendere dalle diverse tradizioni utilizzate dagli evangelisti.
Potrebbe essere una tradizione conosciuta da Matteo e non dagli altri.
Potrebbe essere una costruzione narrativa propria dell'evangelista.
Potrebbe inoltre essere collegata al modo particolare in cui Matteo interpreta le Scritture ebraiche.
L'assenza negli altri Vangeli non dimostra automaticamente che l'episodio sia inventato.
Ma certamente impedisce di trattarlo come se fosse un evento universalmente documentato dalle prime comunità cristiane.
E questo è un punto importante.
Il silenzio degli altri autori non risolve il problema.
Lo rende più interessante.
Perché se davvero numerosi morti fossero usciti dalle tombe e avessero camminato per Gerusalemme, ci aspetteremmo naturalmente qualche conseguenza narrativa.
Famiglie sconvolte.
Testimonianze.
Discussioni.
Reazioni delle autorità.
Nuovi interrogativi.
Invece Matteo non racconta nulla di tutto questo.
Il racconto si chiude quasi immediatamente.
Ed è proprio questa brevità a suggerire che non dovremmo immaginare necessariamente una specie di apocalisse zombie nella Gerusalemme del I secolo.
Matteo non sembra interessato alla vita quotidiana dei resuscitati.
Gli interessa ciò che la loro comparsa significa.
C'è poi un'altra stranezza.
Il testo afferma che questi santi risuscitarono, ma specifica che entrarono nella città santa dopo la risurrezione di Gesù.
Questa formulazione ha prodotto per secoli interrogativi.
Gesù muore.
I sepolcri si aprono.
I santi risorgono.
Ma poi, secondo il testo, entrano nella città dopo la resurrezione di Gesù.
La sequenza è volutamente particolare.
Sembra quasi che la resurrezione di Gesù costituisca il punto culminante che permette agli altri morti di manifestarsi.
Questo dettaglio è importante perché impedisce di interpretare necessariamente l'episodio come una semplice serie di resurrezioni indipendenti.
Il protagonista rimane Gesù.
Gli altri morti sono un segno.
Un'anticipazione.
Un'immagine della vittoria sulla morte.
Ed è proprio questo che rende il passaggio molto più interessante di una semplice storia "bizzarra".
Matteo potrebbe stare dicendo al lettore qualcosa di radicale: la morte di Gesù ha spezzato il potere della morte stessa.
Il terremoto, le rocce, il velo del tempio e i sepolcri aperti fanno parte della stessa grammatica simbolica.
Il mondo non è più quello di prima.
Il confine tra morte e vita è stato infranto.
Il problema nasce quando leggiamo questa scena con gli occhi di un cronista moderno.
Immaginiamo immediatamente le conseguenze pratiche.
Chi erano quei morti?
Da quanto tempo erano sepolti?
Le loro famiglie li riconobbero?
Dove andarono?
Cosa mangiavano?
Dove dormivano?
Morirono nuovamente?
Furono sepolti una seconda volta?
Furono assunti in cielo?
Rimasero vivi per anni?
Matteo non risponde a nessuna di queste domande.
E probabilmente non perché abbia dimenticato di farlo.
Semplicemente, quelle non erano le domande che gli interessavano.
Per il lettore moderno questo può essere frustrante.
Per il lettore antico poteva essere perfettamente comprensibile.
Il punto della scena non era costruire la biografia dei resuscitati.
Era mostrare che la morte di Gesù aveva un significato cosmico.
Questo non risolve naturalmente la questione storica.
Se qualcuno chiede:
"È realmente accaduto?"
la risposta più onesta è che non possiamo verificarlo indipendentemente.
Abbiamo una testimonianza antica, contenuta nel Vangelo di Matteo.
Non possediamo però altre fonti contemporanee indipendenti che descrivano un evento simile.
E gli altri Vangeli non lo raccontano.
Per questo uno storico non può trattare l'episodio come tratterebbe, per esempio, una battaglia documentata da più fonti indipendenti.
Ma c'è un'altra cosa che sarebbe altrettanto sbagliata.
Liquidarlo semplicemente come "una storia stupida".
Perché, anche se lo si interpreta simbolicamente, il passaggio rivela moltissimo sulla mentalità religiosa del cristianesimo delle origini.
Matteo sta comunicando una convinzione potentissima: con Gesù è iniziata qualcosa che riguarda non soltanto i vivi, ma anche i morti.
Il sepolcro non è più necessariamente il punto finale.
La morte non è più l'ultima parola.
Il mondo stesso sembra reagire alla crocifissione.
E i morti che entrano nella città diventano il simbolo più inquietante di questa trasformazione.
Forse è proprio questo il motivo per cui il passo è rimasto così poco conosciuto.
È troppo strano per essere una normale cronaca.
Troppo breve per essere una vera storia autonoma.
Troppo simbolico per essere facilmente separato dalla teologia di Matteo.
E troppo importante per essere ignorato.
La scena dei morti che escono dalle tombe non è quindi semplicemente uno degli episodi più "assurdi" della Bibbia.
È una finestra sulla maniera in cui gli autori cristiani del I secolo cercavano di raccontare la morte di Gesù.
Per Matteo, non era la morte di un uomo qualunque.
Era un evento capace di scuotere la terra, spezzare le rocce, aprire i sepolcri e trasformare il rapporto stesso tra vita e morte.
E forse la cosa più inquietante non è nemmeno immaginare quei morti che entrano a Gerusalemme.
È chiedersi perché Matteo abbia ritenuto necessario raccontarcelo.
Perché, tra tutti i possibili segni della morte di Gesù, abbia scelto proprio questo: i morti che tornano a camminare tra i vivi.
Non sappiamo chi fossero.
Non sappiamo quanti fossero.
Non sappiamo cosa accadde loro dopo.
Ma sappiamo una cosa.
In poche righe, Matteo ha lasciato alla storia uno dei più enigmatici e inquietanti enigmi del Nuovo Testamento.
E a quasi duemila anni di distanza, quei sepolcri continuano a essere aperti.
Almeno nelle pagine del Vangelo.
Cesio Endrizzi
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