sabato 24 ottobre 2026

IL GIGIÀT, IL GIGANTE DELLE MONTAGNE LOMBARDE CHE NON DOVEVI SFIDARE

 


Ci sono creature che non hanno bisogno di esistere per diventare immortali. Basta che qualcuno ne racconti la storia davanti a un camino, mentre fuori il vento scende dai monti, la nebbia inghiotte i sentieri e il bosco sembra nascondere qualcosa che è meglio non incontrare. In alcune tradizioni popolari alpine, il Gigiàt appartiene proprio a questo mondo: quello in cui la montagna non è soltanto un paesaggio, ma una presenza viva, misteriosa e capace di incutere rispetto.

Associato alla Val Masino e alle montagne della Lombardia, il Gigiàt viene descritto nei racconti più fantastici come una creatura imponente, una sorta di gigantesco animale selvatico con caratteristiche che ricordano il cervo, il caprone e il camoscio. Un corpo massiccio, un manto folto, corna poderose e zampe capaci di muoversi con sorprendente agilità tra rocce, boschi e dirupi. Non è il genere di bestia che vorresti incontrare durante una passeggiata serale, soprattutto se hai dimenticato la torcia e il telefono non prende neppure una tacca.

Le descrizioni, naturalmente, possono cambiare da un racconto all'altro. È una delle caratteristiche più affascinanti delle leggende: non possiedono un manuale ufficiale, non hanno un certificato d'origine e non chiedono il permesso a nessuno prima di trasformarsi. Una creatura può diventare più grande, più feroce o più benevola a seconda di chi racconta la storia e di ciò che vuole trasmettere a chi ascolta.

Nelle narrazioni legate al Gigiàt, il bosco e le alte vallate diventano il suo regno. Lo si immagina ai margini della foresta, tra le ombre delle conifere, oppure immobile su una parete rocciosa, con gli occhi che sembrano riflettere una luce innaturale. La nebbia gli offre un nascondiglio perfetto: una sagoma intravista per un istante, un rumore improvviso tra gli alberi, una massa scura che scompare dietro uno sperone di roccia. Quando la fantasia incontra un ambiente simile, il confine tra ciò che si è visto e ciò che si crede di aver visto può diventare sottile come il ghiaccio.

Una delle storie attribuite al Gigiàt racconta di un alpinista chiamato Giacomo Fiorelli, sorpreso dal ghiaccio mentre attraversava un tratto pericoloso della montagna. L'uomo avrebbe perso l'equilibrio, rischiando di precipitare in un dirupo. Quando ormai sembrava impossibile salvarsi, una creatura enorme sarebbe comparsa accanto a lui e lo avrebbe trattenuto contro la roccia con una zampa possente. Poi, prima che l'alpinista riuscisse a distinguere chiaramente il suo soccorritore, il misterioso animale sarebbe scomparso nella nebbia.

È un'immagine potente: un uomo sospeso tra la vita e la morte, la montagna pronta a inghiottirlo e una creatura sconosciuta che interviene quando ogni speranza sembra perduta. Ma è importante distinguere il valore del racconto dalla sua attendibilità storica. Senza una fonte verificabile che documenti l'episodio e identifichi l'alpinista, la vicenda di Fiorelli va considerata una storia leggendaria, non un fatto accertato. Questo non la rende inutile: significa soltanto che appartiene, almeno per ora, al territorio della tradizione orale e dell'immaginario.

Il Gigiàt, infatti, non deve necessariamente essere un mostro cattivo. Nelle interpretazioni più suggestive assume il ruolo di guardiano della montagna, una presenza che osserva gli esseri umani e interviene quando il loro comportamento supera il limite. Non sarebbe dunque la semplice incarnazione della paura, ma un avvertimento: puoi attraversare il bosco, salire lungo un sentiero, raggiungere una cima, ma non sei il padrone assoluto di ciò che ti circonda.

Questa lettura si accorda con una funzione antica delle leggende alpine. Prima che mappe dettagliate, previsioni meteorologiche e dispositivi satellitari rendessero più accessibili molti itinerari, la montagna era un ambiente di lavoro, viaggio e sopravvivenza, ma anche un luogo pieno di pericoli difficili da prevedere. Valanghe, cadute, temporali, nebbia e cambiamenti improvvisi del tempo potevano trasformare una giornata ordinaria in una tragedia. Raccontare di esseri misteriosi significava anche dare una forma memorabile a paure reali e trasmettere prudenza alle generazioni successive.

Il messaggio del Gigiàt potrebbe essere riassunto così: non confondere il coraggio con l'imprudenza e non scambiare la familiarità con un territorio per il controllo assoluto su di esso. La montagna non si lascia impressionare dalla sicurezza di chi la percorre. Non sa chi sei, non conosce i tuoi progetti e non è tenuta a concederti una seconda possibilità.

Eppure c'è qualcosa di più tenero in questa leggenda. Il Gigiàt può essere immaginato come una creatura benevola, capace di aiutare chi si trova in difficoltà, purché non cerchi di dominare il suo ambiente. È una figura che appartiene a un tempo in cui gli animali, le foreste e le rocce non erano ancora soltanto elementi da fotografare, classificare o trasformare in attrazioni turistiche. Erano presenze con cui gli esseri umani dovevano imparare a convivere.

Naturalmente, non esistono prove scientifiche dell'esistenza del Gigiàt come creatura soprannaturale, né la storia del salvataggio attribuito a Giacomo Fiorelli può essere presentata come cronaca documentata senza riscontri. Ma la sopravvivenza di una leggenda non si misura soltanto sulla possibilità di fotografare il suo protagonista. Si misura anche sulla capacità di raccontare qualcosa di vero attraverso una figura immaginaria.

E il Gigiàt racconta una verità che non ha bisogno di corna gigantesche: la natura non è uno sfondo costruito per accompagnare le nostre avventure. È un mondo che esiste indipendentemente da noi, con le sue regole, la sua bellezza e la sua indifferenza. Possiamo studiarlo, esplorarlo e imparare a conoscerlo, ma non possiamo pretendere che si pieghi sempre ai nostri desideri.

Perciò, se una sera, in Val Masino, la nebbia dovesse avvolgere il sentiero e tra gli alberi comparisse una sagoma enorme, non occorre invocare il soprannaturale. Potrebbe essere un animale vero, un gioco di ombre o semplicemente la fantasia che cerca una forma per dare un volto all'ignoto. La cosa più saggia sarebbe fermarsi, mantenere le distanze e tornare al sicuro.

E se poi, davanti al fuoco, qualcuno ti raccontasse che lassù vive il Gigiàt, non c'è bisogno di ridere né di crederci ciecamente. Ascolta la storia, guarda il buio oltre la finestra e ricorda che le montagne custodiscono ancora molti silenzi.

Del resto, il Gigiàt ha un vantaggio enorme su noi esseri umani: non deve dimostrare niente a nessuno. Gli basta restare una leggenda. Siamo noi, semmai, che ogni tanto abbiamo bisogno di credere che nel bosco ci sia qualcuno più forte di noi, pronto a ricordarci che il mondo non ci appartiene soltanto perché abbiamo imparato a dargli un nome.

Cesio Endrizzi

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