Poche città al mondo possono vantare un patrimonio mitologico ricco e affascinante come Siracusa. Fondata dai Greci nel 734 a.C., l'antica Siracusa è stata per secoli la più potente e splendida colonia della Magna Grecia. E come tutte le città greche, anche Siracusa ha raccolto intorno a sé un fitto intreccio di leggende, in cui dei, eroi, ninfe e amori impossibili si mescolano alla storia, trasformando i luoghi in scenari di eterni racconti. Dalla ninfa che sfugge all'amore diventando fonte, al tiranno che vive con una spada sospesa sul capo, alla grotta dove un'amante infelice attende ancora il suo marinaio: ecco i miti e le leggende che rendono Siracusa unica al mondo.
Aretusa era una ninfa al seguito di Artemide, la dea della caccia e della castità. Come tutte le compagne della dea, Aretusa aveva giurato di rimanere vergine e di fuggire l'amore degli uomini. Un giorno, mentre correva libera tra i boschi del Peloponneso (l'odierna Grecia meridionale), fu notata dal giovane dio fluviale Alfeo. Questi se ne innamorò perdutamente e iniziò a inseguirla.
Aretusa, che non ricambiava il suo sentimento, fuggì per monti e valli, stanca e terrorizzata dalle insistenze del giovane dio. Quando ormai le forze stavano per abbandonarla, chiese aiuto ad Artemide. La dea, impietosita, la avvolse in una spessa nube e la trasformò in una fonte d'acqua dolce proprio sul lido di Ortigia, l'isola su cui sorse la prima Siracusa.
Ma Alfeo non si arrese. Si rivolse agli dèi, implorando di poter raggiungere l'amata. Gli dèi lo trasformarono in un fiume. E così Alfeo, dalle acque dolci, attraversò il Mar Ionio e si riunì alla sua amata Aretusa, mescolando le proprie acque con quelle della fonte.
Ancora oggi, la Fonte Aretusa è uno dei luoghi più suggestivi di Ortigia. Uno specchio d'acqua dolce che affiora tra i papiri, a pochi passi dal Porto Grande. Il viale che la costeggia si chiama Lungomare Alfeo, e i siracusani raccontano che le acque della fonte, se osservate in certe condizioni, mostrano ancora il riflesso del dio che si unisce alla sua amata.
Curiosità: nello specchio d'acqua della Fonte Aretusa e lungo le rive del vicino fiume Ciane crescono gli unici papireti selvatici di tutta Europa. Il papiro, la pianta che nell'antichità forniva la carta per i rotoli, cresce spontaneamente solo in Egitto... e qui, a Siracusa. Un piccolo miracolo botanico che sembra confermare la natura magica di questi luoghi.
Secondo il racconto, Persefone (chiamata anche Core, "la fanciulla"), figlia di Zeus e di Demetra, dea della vegetazione e dell'agricoltura, era intenta a cogliere fiori insieme ad alcune ninfe sulle rive del Lago Pergusa, vicino a Enna. Improvvisamente, la terra si squarciò e dal regno sotterraneo emerse Ade (Plutone per i Romani), innamorato della fanciulla. Innamorato e impaziente: per non perdere tempo in corteggiamenti e per evitare di chiedere il permesso al fratello Zeus, decise semplicemente di rapirla.
Fu la ninfa Ciane (dal greco kyanos, "turchino") a reagire. Con coraggio, si aggrappò al cocchio di Ade nel tentativo disperato di trattenere la fanciulla. Il dio, furioso, la percosse con il suo scettro trasformandola in una doppia sorgente dalle acque di un intenso colore turchino. Il giovane Anapo, innamorato di Ciane, alla vista dell'amata liquefatta in acqua, chiese agli dèi di essere trasformato a sua volta in un fiume. E così i due corsi d'acqua, ancora oggi, si incontrano e si uniscono prima di gettarsi nel Porto Grande di Siracusa.
Esiste anche una seconda versione, più cupa, del mito. Racconta che Cianippo, padre di Ciane, aveva compiuto sacrifici a tutti gli dèi tranne che a Bacco. Il dio, offeso, lo fece ubriacare in modo tale che, nel delirio, violentò la propria figlia. Ciane, durante l'atto, riuscì a sottrargli un anello e lo consegnò alla nutrice perché il padre, il giorno dopo, capisse l'orrore che aveva commesso. Scoppiò poi un'epidemia di peste, e l'oracolo rivelò che l'unico modo per placarla era il sacrificio dell'uomo più malvagio della città. Ciane, riconosciuto nel padre il colpevole, lo uccise con un pugnale e poi si suicidò, nello stesso luogo in cui oggi sgorga la fonte. Proserpina (Persefone), commossa dalle sue lacrime, creò la fonte.
Quale che sia la versione preferita, il fiume Ciane e il suo affluente Anapo sono oggi una delle aree naturalistiche più preziose della Sicilia, con i loro papireti e la loro ricca fauna. E il mito, ancora una volta, si fa natura.
Secondo il racconto, Eracle, giunto a Siracusa, volle onorare le dee Kore (Persefone) e Demetra. Fu in quell'occasione che istituì un rito destinato a durare nel tempo: immolò un bellissimo toro alla fonte del fiume Ciane e ordinò ai cittadini di compiere ogni anno lo stesso gesto.
Diodoro aggiunge un dettaglio inquietante: probabilmente questo rito sostituiva un più antico sacrificio umano, di cui il mito conserva una traccia oscura. Si raccontava che Plutone (Ade), dopo aver rapito Kore, avesse aperto la terra proprio a Siracusa, e che da quella fenditura fosse scaturita la fonte Ciane. In suo onore, ogni anno i Siracusani sacrificavano tori, sommergendoli nel lago. E sarebbe stato proprio Eracle a introdurre quest'uso.
Il passo di Diodoro, con la sua allusione a sacrifici umani, ci ricorda che i miti spesso conservano la memoria di pratiche religiose antiche e crude, che il tempo ha reso simboliche ma che un tempo erano tragiche realtà.
Damone e Finzia, giovani pitagorici, si trovavano a Siracusa durante la tirannide di Dionisio il Vecchio (IV secolo a.C.). Finzia, uomo dal carattere schietto, contestò pubblicamente il dominio del tiranno. Per questo fu condannato a morte.
Finzia chiese allora di poter fare ritorno a casa per un'ultima volta, per salutare la famiglia e mettere ordine nelle sue cose. Dionisio, naturalmente, rifiutò: era convinto che Finzia ne avrebbe approfittato per fuggire e non tornare mai più. Fu allora che Damone si fece avanti: offrì di prendere il posto dell'amico mentre questi era via. Sarebbe rimasto in prigione e, se Finzia non fosse tornato, sarebbe stato giustiziato al suo posto. Dionisio, divertito dall'audacia di Damone, accettò.
Finzia partì. Passarono i giorni. Quando giunse il momento dell'esecuzione, Finzia ancora non si vedeva. Dionisio, beffardo, ordinò i preparativi per uccidere Damone. Ma quando il boia stava per colpire, Finzia irruppe sulla scena, trafelato, scusandosi per il ritardo: la nave su cui viaggiava era stata colta da una tempesta e, una volta sbarcato, era stato aggredito da dei banditi. Ma era tornato. Aveva mantenuto la parola.
Dionisio, sbalordito da tanta fedeltà, non solo graziò entrambi, ma chiese di poter diventare loro amico. La leggenda di Damone e Finzia è diventata un classico della cultura occidentale, rievocata da poeti, scrittori e persino da Schiller, che ne trasse un dramma. Ancora oggi, l'espressione "l'amicizia di Damone e Finzia" indica un legame indissolubile e disinteressato.
Il racconto è tramandato da Cicerone. Damocle era un cortigiano che, vedendo il tiranno circondato da ricchezze e onori, non perdeva occasione per dichiarare quanto Dionisio fosse fortunato. Un giorno il tiranno, stanco di queste lusinghe, propose a Damocle uno scambio: "Vuoi provare tu stesso questa fortuna? Prendi il mio posto per un giorno." Damocle, entusiasta, accettò.
Vennero allestiti banchetti sontuosi, musiche, danze. Damocle si accomodò sul trono, circondato dai migliori cibi e dai più bei servitori. Ma, alzando gli occhi al cielo, vide una spada appesa sopra la sua testa, sostenuta da un solo, sottilissimo crine di cavallo. Dionisio l'aveva fatta sospendere per fargli capire che il potere del tiranno è sempre accompagnato da una minaccia mortale, che può cadere da un momento all'altro.
Damocle, terrorizzato, perse immediatamente ogni gusto per il cibo e i piaceri. Chiese di poter terminare lo scambio e scongiurò il tiranno di riprendersi la sua "fortuna".
L'espressione "avere una spada di Damocle sulla testa" è entrata nel linguaggio comune per indicare un pericolo costante e incombente, che impedisce di vivere serenamente anche nei momenti di apparente benessere.
Si narra di una giovane donna che si innamorò di un marinaio. Il loro amore era contrastato dalla famiglia di lei, che avrebbe preferito per la figlia un partito più ricco. Nascostamente, i due amanti si incontravano nelle notti di luna piena all'interno di una grotta sulla costa siracusana, la Grotta della Pillirina. Su un tappeto di alghe, trasportati dal mare sin dentro la cavità, i giovani si amavano, lontani da occhi indiscreti.
Ma un giorno il mare si agitò e le tempeste resero impossibile la navigazione. Il marinaio non poté venire all'appuntamento notturno. La giovane attese. Le notti passarono. La bonaccia tornò, ma il marinaio non si fece più vedere. Forse era naufragato, forse aveva trovato un altro amore, forse aveva semplicemente dimenticato la sua promessa.
La donna, disperata e ferita, decise di gettarsi in mare e togliersi la vita. Da allora, raccontano i marinai, nelle notti di luna piena, quando i raggi di luce penetrano nella grotta attraverso un foro naturale, appare l'ombra di una donna che attende ancora il suo amato. E aspetta. Guarda il mare. E spera.
Una leggenda triste, dolcissima, che testimonia come anche i miti minori, quelli nati dalla fantasia del popolo e non dai poemi degli scrittori, abbiano la stessa forza di quelli antichi.
Siracusa non è solo una città di pietra e mare. È una città di parole, racconti, metamorfosi. Ogni fonte, ogni fiume, ogni grotta, ogni edificio storico racconta una storia. I miti di Aretusa, Ciane, Damone e Finzia, la spada di Damocle e la Pillirina non sono solo "antiche leggende". Sono il modo in cui gli uomini hanno provato a dare un senso ai luoghi, a spiegare l'inspiegabile, a trasformare la natura in poesia.
Camminare oggi per Ortigia, fermarsi davanti alla Fonte Aretusa, percorrere il Lungomare Alfeo, è un po' come camminare dentro un mito. E forse, se si ascolta con attenzione, si può ancora sentire il pianto di una ninfa, il passo di un eroe, il sospiro di un'amante infelice. Perché le leggende, a Siracusa, non sono mai morte. Aspettano solo di essere raccontate.
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