Ci sono dipendenze che hanno un odore, un volto e perfino un luogo preciso. E poi ce n’è una che può accompagnarci dalla camera da letto al bagno, dalla cucina al posto di lavoro, senza che quasi ce ne accorgiamo. Non ha bisogno di una sostanza, non richiede una bottiglia o una siringa e non presenta necessariamente i sintomi spettacolari delle dipendenze tradizionali.
Ha uno schermo.
Il telefono è diventato il primo oggetto che molte persone cercano al risveglio e l'ultimo che guardano prima di dormire. Una notifica, un video, un commento, una fotografia, una discussione politica, una notizia catastrofica: basta un gesto del pollice e il flusso ricomincia.
Il video di Visual Venture, Your Brain After 372 Days Without Social Media..., pubblicato nel 2021, parte proprio da questa situazione quotidiana. L'esempio è volutamente banale: lunedì mattina, ore sette. La sveglia suona, ma invece di alzarsi si prende il telefono. Instagram, TikTok, YouTube, Facebook. Poi ci si alza, si va in bagno e il telefono torna in mano mentre ci si lava i denti. Il meccanismo è già cominciato.
Non siamo ancora usciti dal letto e abbiamo già cominciato a consumare il mondo.
Secondo i dati citati nel video, nel 2020 l'americano medio trascorreva più di 1.300 ore all'anno sui social media, equivalenti a circa 3,6 ore al giorno. Al di là dell'esatta quantificazione e delle differenze tra piattaforme e popolazioni, il dato serve a porre una domanda molto più interessante: quanta parte della nostra vita digitale è realmente scelta e quanta è diventata automatismo?
È qui che entra in scena il cosiddetto doomscrolling, termine ormai entrato nel linguaggio comune. Significa scorrere continuamente contenuti, spesso negativi, senza avere un obiettivo preciso. Una notizia conduce a un'altra. Un commento porta a una discussione. Una discussione porta a un'altra pagina. Poi arrivano altri commenti, altri video, altre polemiche.
A un certo punto ci si accorge di essere davanti allo schermo da mezz'ora senza ricordare nemmeno perché lo si fosse acceso.
Il fenomeno è particolarmente interessante perché non riguarda necessariamente il piacere. A volte continuiamo a leggere proprio ciò che ci fa stare peggio.
Perché?
Una delle spiegazioni proposte dagli psicologi citati nel video è il bisogno di mantenere una sensazione di controllo. In un mondo percepito come caotico e imprevedibile, continuare a leggere notizie può dare l'impressione di essere informati, preparati, pronti a reagire. Il problema è che l'informazione può trasformarsi in consumo compulsivo.
«Devo sapere cosa sta succedendo» diventa facilmente «devo sapere cosa è successo negli ultimi trenta secondi».
E il meccanismo non ha una fine naturale.
Un giornale cartaceo prima o poi finisce. Un libro ha un'ultima pagina. Un telegiornale termina. Il social network, invece, è potenzialmente infinito.
Non esiste l'ultima notizia.
Non esiste l'ultimo video.
Non esiste l'ultimo commento.
È probabilmente questo uno degli aspetti più inquietanti dell'economia dell'attenzione: il prodotto non è soltanto ciò che vediamo, ma il tempo che continuiamo a concedere alla piattaforma.
Il video collega questo comportamento al sistema della ricompensa e alla dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto in numerosi processi legati alla motivazione, alla ricompensa e all'apprendimento. La spiegazione proposta da Visual Venture è quella di un cervello sottoposto continuamente a stimoli rapidi e variabili, che finisce per cercare sempre nuove ricompense.
Qui è però necessario fare una distinzione importante. La questione non può essere ridotta semplicemente alla formula «social network uguale troppa dopamina uguale cervello danneggiato». Il funzionamento cerebrale è molto più complesso. La dopamina non è semplicemente una sostanza che ci rende felici e l'uso dei social non può essere assimilato automaticamente alla dipendenza da droghe o alcol.
Il problema, semmai, è il comportamento ripetitivo.
Il telefono è sempre disponibile. Le piattaforme non terminano mai. Gli stimoli cambiano continuamente. Il sistema è costruito per ridurre al minimo il momento in cui potremmo dire: «Basta, ho finito».
E questo può produrre un comportamento estremamente simile a un riflesso.
Prendiamo il telefono senza averne realmente bisogno.
Lo sblocchiamo.
Controlliamo una notifica.
Apriamo un'app.
Scorriamo.
Scorriamo ancora.
E poi ancora.
La cosa più inquietante è che spesso non siamo nemmeno interessati a ciò che stiamo guardando.
Il problema diventa allora anche sociale. I social network promettevano di avvicinare le persone, ma possono produrre una curiosa contraddizione: essere contemporaneamente circondati da milioni di individui e sentirsi soli.
Possiamo conoscere le opinioni di centinaia di sconosciuti senza parlare con la persona seduta nella stanza accanto.
Possiamo pubblicare una fotografia invece di raccontare a qualcuno come stiamo.
Possiamo discutere per un'ora con una persona che non incontreremo mai e dedicare dieci minuti a chi vive con noi.
Il mondo virtuale diventa così una specie di gigantesca città nella quale tutti parlano e quasi nessuno ascolta.
E poi c'è il confronto.
Sui social vediamo corpi perfetti, famiglie perfette, vacanze perfette, carriere perfette, case perfette. Razionalmente sappiamo che quella rappresentazione è selezionata, modificata e spesso costruita. Eppure continuiamo a confrontare la nostra vita reale con la vetrina degli altri.
Il risultato può essere una sensazione permanente di inadeguatezza.
Visual Venture propone allora una provocazione: cosa succederebbe se interrompessimo completamente il rapporto con i social per un periodo estremamente lungo?
Non tre giorni.
Non una settimana.
Non un mese.
372 giorni.
Il numero è volutamente simbolico. Un anno contiene 365 giorni; andare oltre quella soglia significa trasformare una semplice sfida in un cambiamento di abitudine. Il messaggio del video è che, dopo un periodo sufficientemente lungo, il rapporto con la tecnologia può essere completamente ripensato.
E qui compare forse la parte più interessante dell'esperimento mentale.
Immaginiamo di recuperare tutte quelle ore.
Il tempo passato a leggere discussioni inutili.
Il tempo trascorso a osservare persone che non conosciamo.
Il tempo impiegato a controllare continuamente notifiche.
Il tempo perso a seguire notizie che dopo poche ore non ricorderemo più.
Che cosa ne faremmo?
Potremmo leggere.
Studiare.
Allenarsi.
Uscire.
Parlare.
Costruire qualcosa.
Dormire.
Persino annoiarsi.
Ed è proprio la noia, oggi, a essere diventata quasi intollerabile.
Appena compare un momento vuoto, il telefono arriva a riempirlo. In fila, sull'autobus, al ristorante, sul divano, persino durante una conversazione. Abbiamo sviluppato una tecnologia capace di eliminare quasi ogni istante di silenzio.
Ma il silenzio potrebbe essere proprio ciò che ci serve.
Per questo la sfida proposta dal video è molto più semplice del suo titolo: cominciare con tre giorni.
Tre giorni senza social.
Oppure, per chi non riesce a immaginare una rinuncia completa, una regola ancora più elementare: non prendere TikTok, Instagram, Facebook o YouTube come prima cosa appena apriamo gli occhi.
Prima di guardare uno schermo, guardiamo il mondo.
Sembra una banalità.
Forse non lo è.
Il vero mistero dei social network non è infatti capire se il nostro cervello «si rovini» dopo migliaia di ore davanti allo schermo. La domanda più inquietante è un'altra: quanto del nostro comportamento rimane veramente sotto il nostro controllo?
Quando prendiamo il telefono perché abbiamo deciso di farlo, stiamo utilizzando uno strumento.
Quando prendiamo il telefono automaticamente ogni volta che compare un momento vuoto, forse lo strumento sta iniziando a utilizzare noi.
Ed è qui che la storia diventa perfetta per Salem1437.
Perché il mistero non è nascosto in una casa abbandonata, in un'antica leggenda o in un'apparizione notturna.
È nella nostra tasca.
È illuminato.
Ha uno schermo.
E spesso siamo noi stessi ad accenderlo.
Il video di Visual Venture conclude la sua provocazione con una frase destinata a rimanere impressa: la grandezza comincia dove finisce il comfort.
Forse non occorre aspettare 372 giorni per scoprirlo.
Forse basta cominciare con il primo.
Poi il secondo.
Poi il terzo.
E vedere cosa rimane quando, finalmente, il rumore si spegne.
Cesio Endrizzi
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