C'è un luogo, nel cuore del Sannio, dove il fiume Sabato si getta nel Calore e la storia si stratifica come le rocce di una falesia, e dove un albero, piantato da mani longobarde in un'epoca di ferro e di sangue, divenne il simbolo di una resistenza che nessuna scure, nessun rogo e nessun trattato inquisitoriale sarebbe mai riuscito a cancellare. Benevento, la città che i Sanniti chiamavano sacra e i Romani ribattezzarono col nome di un buon auspicio, fu il crocevia di civiltà e di dei, il luogo dove le acque erano divine e gli alberi parlavano con le forze dell'oltremondo, e dove la geografia stessa, con la sua confluenza di fiumi e di strade, la rendeva un punto di passaggio obbligato tra il mondo latino e quello greco, tra la pianura e la montagna, tra il visibile e l'invisibile. I Sanniti, guerrieri pastori che conoscevano ogni sentiero come le linee del proprio palmo, avevano già individuato quel luogo come sacro, dedicandolo a divinità delle sorgenti e dei boschi, e quando i Longobardi giunsero dal nord nel 571 d.C., con le loro asce e i loro riti ancestrali, riconobbero in quel noce, cresciuto lungo le rive del fiume sacro, il punto di contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e ne fecero il centro delle loro notti di danza e di sacrificio.
Fu sotto quel noce che i nobili longobardi appesero le pelli di capro, simbolo delle forze selvagge e liminari, che le donne intonarono le loro formule e custodirono un oggetto di bellezza folgorante: una vipera d'oro, animale ctonio per eccellenza, connesso alla terra e alle sue profondità, alla guarigione, al veleno, alla morte e alla rinascita, un'immagine che affondava le sue radici nei culti preromani e orientali di Iside, e che i cronisti Carolingi, secoli dopo, avrebbero descritto con un misto di orrore e di fascino. I riti notturni, che si svolgevano quando il sole era tramontato e il cielo era pieno di stelle, prevedevano danze circolari, banchetti in cui il cibo diventava comunione tra i vivi e i morti, e l'uso di erbe che alteravano la coscienza, come la belladonna e il giusquiamo, per aprire canali di percezione che la mente ordinaria teneva chiusi. Era una religiosità pagana, un ecumenismo tra morti di epoche diverse, presieduto da un albero che aveva radici così profonde da toccare entrambi i mondi, e che per questo rappresentava una minaccia per il cristianesimo trionfante.
Il cristianesimo, con il suo monoteismo esclusivo e la sua gerarchia di uomini che parlavano a nome di un Dio unico, non poteva tollerare quella che considerava un'aberrazione diabolica, e quando Barbato, un vescovo nato intorno al 602 d.C. in un villaggio della campagna campana, uomo ostinato e convinto, capace di aspettare decenni prima che i fatti gli dessero ragione, riuscì a strappare al duca Romualdo, figlio del re longobardo Grimoaldo, il voto di distruggere il luogo sacro in cambio della salvezza della città, minacciata dall'assedio dell'imperatore bizantino Costante II nel 663 d.C., l'albero fu abbattuto, le radici estirpate e la vipera fusa per diventare un calice per la messa. La vittoria di Barbato, però, fu solo apparente, perché la memoria del noce non morì con il suo tronco, ma si fece sotterranea, si nascose nelle pieghe del quotidiano, nelle ricette tramandate da madre in figlia, nei nomi di un luogo che, nella fantasia popolare, era diventato il sabba per eccellenza, e nelle figure delle Ianare, donne di confine che di giorno erano guaritrici e levatrici, depositarie di un sapere pratico che la medicina ufficiale non distribuiva alle masse, e di notte, grazie all'unguento e alla potenza delle aspettative culturali, vivevano esperienze di volo e di liberazione che la Chiesa interpretava come patti col diavolo.
E fu proprio la formula di una donna, Matteuccia da Todi, bruciata sul rogo il 20 marzo 1428, a fissare per sempre il legame tra quella terra e il mito, con le sue parole che attraversarono i secoli: "Un guento, un guento, portami al noce di Benevento, sopra l'acqua e sopra il vento e sopra ogni maltempo". Quel grido di volo, estorto dalla tortura e salvato dalla scrittura di un notaio, divenne il ponte tra il paganesimo longobardo e la stregoneria europea, alimentando il Malleus Maleficarum del 1487 e le grandi cacce alle streghe, che per secoli seminarono terrore e morte tra le donne del Sannio, processate per aver volato al noce, per aver partecipato ai banchetti e alle danze del sabba, per aver posseduto un sapere che il potere non controllava. Eppure, anche quando i corpi bruciavano e gli archivi venivano dispersi, il noce continuava a vivere, non più come albero fisico, ma come idea, come immagine potente che i secoli successivi avrebbero trasformato, dapprima in un liquore ambrato, lo Strega, creato nel 1860 da Giuseppe Alberti, poi nel più prestigioso premio letterario italiano, il Premio Strega, istituito nel 1947, in una metamorfosi che ha dell'incredibile e che trasforma la persecuzione in riscatto, la paura in identità. Oggi, Benevento è ancora la città delle streghe, e chi passeggia sotto l'arco di Traiano, costruito all'inizio del II secolo d.C. per celebrare l'apertura della via Traiana, o lungo le rive del Sabato, il cui nome potrebbe derivare da una radice osca che significa "fiume sacro", può ancora sentire, nelle sere d'estate, il crepitio di un fuoco lontano e il fruscio di passi che danzano intorno a un albero che non c'è più, ma che non ha mai smesso di esistere, perché la memoria, come il fiume, scorre e si rinnova, portando con sé tutto ciò che ha incontrato lungo il percorso, e trasformando la storia in leggenda, la leggenda in simbolo, e il simbolo in un racconto che non smette mai di parlare a chi sa ascoltare.
Cesio Endrizzi
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