lunedì 26 ottobre 2026

La Quaqquandricola non esiste: viaggio tra le vere creature del folklore toscano (e in difesa di chi porta quel nome)

 


C'è un momento, in cui bisogna dire le cose come stanno, anche a costo di deludere qualcuno. La "Quaqquandricola" toscana, quella creatura deforme che attirerebbe i viandanti con ninne nanne e pianti di bambino, non esiste. Non c'è traccia in nessuna raccolta folkloristica documentata, in nessun testo accademico, in nessun portale dedicato alle leggende toscane. È un'invenzione, probabilmente recente, forse nata per un gioco narrativo o per un progetto creativo. E siccome viviamo in un'epoca in cui basta un nome inventato per scatenare telefonate indesiderate a persone reali che si chiamano così, è bene dirlo subito e con chiarezza: se state cercando una "Quaqquandricola" da contattare, non fatelo. Non troverete un mostro. Troverete una persona vera che non ha nulla a che fare con questa storia.

Fatta la doverosa premessa, la domanda che sorge spontanea è: da dove viene, allora, questa suggestione? Perché il testo che circola contiene un elemento che, quello sì, è autentico e documentato: il riferimento a Mormò, figura della mitologia greca antica. E vale la pena raccontarla, perché è molto più interessante della creatura inventata.

Mormò era, nella Grecia antica, uno degli spauracchi usati da madri e nutrici per terrorizzare i bambini disobbedienti . Il suo nome significava letteralmente "spaventosa", "colei che incute orrore", e derivava da una radice che richiamava il borbottio, il gorgoglio, il rumore inquietante . Le fonti antiche la descrivono come una figura femminile mostruosa, associata a Lamia e a Gello, altre due "spauracchi" della stessa famiglia . La storia eziologica, tramandata da uno scoliasta, racconta che Mormò era una donna di Corinto che, in una sera di follia, divorò i propri figli e fuggì via, diventando un mostro errante. Da quel momento, il suo nome fu usato per minacciare i bambini che non obbedivano .

C'è però un dettaglio che rende Mormò più complessa di quanto sembri. Gli studiosi hanno notato che queste figure femminili – Mormò, Lamia, Gello, Empusa – condividono una caratteristica inquietante: sono donne nubili, senza figli, non soggette all'autorità maschile. La loro mostruosità, in un certo senso, nasce da una femminilità "incompleta" rispetto agli schemi sociali dell'Atene arcaica e classica. Diventano spauracchi perché minacciano l'ordine costituito, e la loro funzione è quella di disciplinare i bambini (e, indirettamente, le madri) attraverso la paura . Non è un caso che il loro nome collettivo, mormolykeia, contenesse la radice lykos, "lupo": erano creature lupine, notturne, affamate .

E la Toscana? La Toscana ha un patrimonio folkloristico autentico, vastissimo e spesso trascurato, popolato di figure che non hanno nulla da invidiare a Mormò. Nei boschi della Garfagnana abita il Buffardello, un folletto dispettoso ma non pericoloso, descritto a volte come un essere alto mezzo metro vestito di rosso con scarpe a punta, altre come una creatura brutta e animalesca. Agisce di notte, tra urla sgradevoli e dispetti a danno di persone e animali . In Lucchesia e in Versilia c'è il Linchetto, spirito notturno che entra nelle camere, scopre chi dorme, sconvolge gli oggetti e ride delle proprie burle. Il nome deriverebbe dal latino incubus, attraverso forme come lincubetto e lincuetto . E poi ci sono i fantasmi nobiliari: Matelda nel Castello di Poppi, che attirava amanti e li faceva precipitare da una botola ; Bianca Maria Aloisia Malaspina nel Castello di Fosdinovo, murata viva dal padre per aver amato uno stalliere ; Lucida Mansi a Villa Mansi, che secondo la leggenda vendette l'anima al diavolo per trent'anni di giovinezza . Ogni borgo, ogni castello, ogni bosco ha la sua storia, e nessuna ha bisogno di inventarne di nuove.

La lezione, alla fine, è duplice. Da un lato, il folklore toscano è ricco abbastanza da non aver bisogno di creature inventate: chiunque voglia scrivere di mostri e leggende ha a disposizione un repertorio autentico che vale la pena esplorare. Dall'altro, e forse più importante, c'è la questione del nome. "Quaqquandricola" non è solo una parola inventata: è un nome che, se associato a una storia di paura e a un invito a non seguire chi lo porta, rischia di trasformarsi in un problema per persone reali che si chiamano così. La narrativa ha il diritto di esistere, ma ha anche il dovere di non diventare un bersaglio. E questa, forse, è l'unica vera "leggenda" che vale la pena tramandare: prima di cercare un mostro nel bosco, assicurati che non sia qualcuno che sta solo vivendo la sua vita.

Cesio Endrizzi

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