Il problema non è se l'Alber esista. Il problema è che la leggenda, quella vera, quella che i contadini si passavano di bocca in bocca nelle sere d'inverno, non ti dice come è fatto. Ti dice solo una cosa: se lo vedi, sei già morto. Non c'è descrizione, non c'è ritratto, non c'è un'illustrazione da mettere sui libri per bambini. C'è solo il vuoto, e quel vuoto è la cosa più spaventosa di tutte.
Le raccolte ottocentesche, quelle che hanno fissato sulla carta quello che le nonne raccontavano ai nipoti, sono stranamente precise su un punto e vaghe su tutto il resto. L'Alber è il diavolo stesso che scende dal Teufelseck, l'Angolo del Diavolo, una montagna nella Floitenthal, vicino alla Zillertal, nel Tirolo. Scende sotto forma di un enorme drago fiammeggiante, che brilla come fuoco elettrico, e vola attraverso il Bleiarzkar, uno stretto buco nella roccia che porta nella valle . Quando appare, porta con sé peste, carestia e guerra. Sempre. Non è una creatura neutrale, non è un guardiano buono, non è un protettore della natura. È il male che arriva, e quando arriva, non chiede permesso.
Eppure, la leggenda che tutti ripetono, quella dell'Alber come drago protettore delle Dolomiti, come custode della natura contro l'avidità umana, non regge alla prova delle fonti. Le storie originali non parlano di protezione. Parlano di punizione. Parlano di un essere che vola sopra le teste dei contadini e lascia dietro di sé morte e distruzione. La versione edulcorata, quella che fa dell'Alber una specie di ambientalista ante litteram, è una rilettura moderna, probabilmente nata per rendere la figura più digeribile a un pubblico che vuole spaventarsi ma non troppo. Ma le leggende non si addomesticano, e l'Alber, quello vero, non protegge niente. Colpisce e basta.
C'è un episodio, tra quelli tramandati, che vale più di mille descrizioni. Due uomini salgono di notte su un ciliegio vicino a una croce di missione, nei pressi di Merano. Uno è un sarto, Hanser, un ubriacone e un poco di buono, che ha scommesso con i suoi compagni di crapula che avrebbe rubato le ciliegie da quell'albero sacro. L'altro è il vecchio Loaserer Sepp, un contadino onesto, trascinato lì contro la sua volontà. Hanser riempie il cappello di ciliegie a manciate, Sepp non ne trova nemmeno una. E all'improvviso, l'Alber passa. Illumina la scena con una luce accecante, come un fulmine che squarcia il buio. Hanser trema al punto che Sepp deve trattenerlo per evitare che cada. E Sepp, l'uomo giusto, quello che non doveva essere lì, fa una cosa che nessuno si aspetterebbe: si rivolge al drago e gli dice di aspettare, che anche lui deve raccogliere le sue ciliegie. L'Alber se ne va, velocissimo, senza toccarlo . Perché il male, quello vero, non ha potere su chi è nel giusto. Non è una lezione di morale, è una constatazione. La leggenda non dice che Sepp era coraggioso. Dice che era buono, e che per questo il diavolo non lo ha toccato.
Ma il punto non è Sepp. Il punto è che l'Alber, in tutta la tradizione, non viene mai descritto nei dettagli. Sappiamo che ha ali possenti, che il suo battito si sente come un tuono, che il suo fiato è così caldo da incenerire qualsiasi cosa. Ma non sappiamo che faccia ha. Non sappiamo che colore ha la sua pelle, se ha corna, se ha denti, se ha occhi. E questa assenza non è un caso. È una scelta narrativa precisa: chi lo vede, muore. Non c'è nessun superstite che possa raccontare l'aspetto della creatura. La leggenda si tramanda proprio perché nessuno l'ha mai guardata in faccia e è tornato indietro per descriverla. È il contrario del turismo moderno, che vuole tutto fotografato, catalogato, reso innocuo. L'Alber è l'ultima cosa che resta di un mondo in cui il mistero non si spiegava, si temeva.
E allora la domanda amara, quella che dovrebbe far riflettere chi oggi trasforma i draghi in attrazioni per famiglie e in sculture di legno da selfie, è questa: che cosa abbiamo perso, esattamente, quando abbiamo deciso che ogni mostro doveva diventare buono, ogni paura doveva essere rassicurata, ogni leggenda doveva finire con un messaggio edificante? L'Alber non proteggeva le Dolomiti. Non era un guardiano ecologista. Era il terrore che arrivava dal cielo, e la gente che lo raccontava sapeva una cosa che noi abbiamo dimenticato: che la natura non è nostra amica, e che l'uomo, davanti a certe cose, farebbe meglio a stare zitto e a non guardare.
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