Nessuno ricorda il momento esatto in cui Crysa smise di essere un dio e divenne un fiume. Forse non ci fu un istante preciso, un taglio netto tra l'immortale e il terreno. Forse fu un lento disfare, come la neve che diventa acqua senza che nessuno veda il passaggio. C'è chi dice che sia sempre stato entrambe le cose: una presenza che scorre, che mormora, che osserva dal fondo limaccioso del tempo. Ma un tempo, raccontano le rocce e le radici, aveva spalle larghe come colonne doriche e occhi chiari come sorgenti di montagna. E solo quando fu dimenticato dagli uomini, si lasciò andare. Si distese sulla terra, abbracciò i campi e iniziò a dormire.
Essere un dio fluviale in Sicilia era tutt'altro che facile. La terra era generosa e crudele, madre e matrigna. Le stagioni sfilavano come spettri tra lunghi mesi di aridità e piogge che portavano via tutto, case raccolti speranze. Ma i Siculi, i primi, quelli che conoscevano ancora il nome delle pietre, veneravano l'acqua come si venera ciò che dà la vita — e la prende. Lo sapevano bene, loro che vivevano sospesi tra la sete e l'alluvione.
Per loro i fiumi erano maschi, impetuosi e fertili, e le sorgenti femmine, segrete e cullanti. Era un mondo denso d'anime. Di silenzi. Di poteri nascosti nelle foglie e nelle cavità degli alberi. Ogni ruscello aveva un nome, ogni fonte un volto, ogni gorgoglio una voce.
E Crysa c'era. Non perché fosse stato costruito da mani umane, non perché un poeta lo avesse inventato in un verso. Era stato pensato, sognato, respirato da generazioni che avevano sete e sapevano a chi chiedere. Il clima allora era più piovoso, e la terra intorno ad Assoro era ricca di fonti e ruscelli. Forse era merito suo. Forse era solo il mondo che allora ricordava ancora come essere magico.
Crysa non amava la guerra. Non guidava carri celesti, non brandiva fulmini, non chiedeva sangue. Preferiva l'orzo che cresce in silenzio, le donne che lavavano vestiti e peccati nelle acque chiare, i bambini che nascevano lungo le rive tra un lamento e un canto. Era un dio domestico, quasi timido. Accettava doni semplici e sinceri: un fico appena colto, una focaccia bruciacchiata, una canzone steccata e felice cantata da una voce che non sapeva tenere il tempo.
Il suo tempio non era imponente come quelli di Zeus o di Atena. Non aveva colonne di marmo né frontoni scolpiti con battaglie di giganti. Era un santuario di campagna, umile come la terra che lo circondava. Ma era vivo. E aveva una statua — bella, dicono, come un tramonto dentro l'acqua. Teneva una cornucopia nella mano sinistra, simbolo dell'abbondanza che sapeva donare. E un'anfora nella destra, da cui l'acqua scorreva in un gesto perenne di offerta. Era un dio che dava. Versava. Nutriva.
Persino Cicerone, il grande oratore romano, ne parlò, quasi distrattamente, in una delle sue arringhe: "Fanum eius est in agro, prope ipsam viam qua ab Assoro Ilinam itur" — "Il suo tempio è in campagna, proprio vicino alla strada che da Assoro va a Ilina". Un tempio di campagna. Una presenza tra i rovi e le strade polverose. Un dio che abitava i margini.
Quando i Siculi decisero di combattere con i Cartaginesi — o forse furono i Cartaginesi a volere loro — Crysa non gridò. Non tuonò dal cielo. Fece ciò che sapeva fare meglio: sussurrò. Disse agli Assorini di stare con Siracusa. Non comandò, mai. Crysa non aveva il carattere per dare ordini. Ma il suo consiglio fu saggio, e la storia, per una volta, seguì i sussurri anziché le urla. Siracusa vinse, Assoro prosperò, e il piccolo dio fluviale ricevette onori che non aveva mai cercato.
Poi vennero i Romani. I Romani fanno ciò che fanno gli imperi: misurano, rinominano, spiegano, tassano. Non aboliscono gli dèi, li mettono in ordine, li catalogano, li riducono a voci di un dizionario amministrativo. Il culto di Crysa sbiadì come un affresco sotto la pioggia battente. Non fu distrutto. Fu semplicemente ignorato. E per un dio, essere ignorato è molto peggio che essere combattuto.
Ma qualcuno, tra i suoi ultimi fedeli, fece un gesto estremo e tenero: mise il suo volto sulle monete. Giovane, nudo, eterno. Un tentativo di ricordarlo spendendolo, di tenerlo in circolazione, di farlo passare di mano in mano come un segreto che non voleva morire. Forse per sbaglio. Forse per amore. Le monete con il volto di Crysa sono arrivate fino a noi, piccoli dischi di bronzo che hanno viaggiato per duemila anni portando con sé l'ombra di un dio dimenticato.
E poi venne Verre. Gaio Licinio Verre, governatore romano della Sicilia, l'avido, il crudele, quello che aveva il cuore vuoto e le mani piene di fame. Voleva la statua di Crysa. Non per devozione, naturalmente. La voleva perché era bella, perché era preziosa, perché poteva metterla nel suo palazzo come trofeo. Mandò i suoi uomini a prenderla.
Ma ogni volta che provavano a spostarla, accadeva qualcosa di strano. Il fiume — il corpo ormai disteso del dio — si gonfiava fuori stagione. L'acqua diventava scura, quasi nera. E cominciava a parlare. Non in latino. Non in greco. Non in nessuna lingua che gli uomini di Verre potessero capire. Era una lingua così antica che persino le pietre smettevano di ascoltarla per non offendersi. E gli uomini che la sentivano… beh, si ritrovavano con il sangue che usciva loro dalle orecchie. Non morivano. Impazzivano. Tornavano da Verre barcollanti, gli occhi vuoti, e non furono più in grado di dire una parola sensata.
Verre desistette. Non perché fosse diventato saggio, ma perché non poteva vendere un dio che ammattiva i compratori.
Poi arrivò il nuovo dio. Quello che era uno e tre. E con lui i suoi seguaci, zelanti, convinti, spietati nella loro certezza. Non volevano compagni. Solo sudditi. Trasformarono Crysa in un demone. Gli misero corna di caprone e zoccoli fessi. Distrussero i suoi templi, abbatterono la sua statua, bruciarono i suoi campi. Persino un suo antico sacerdote, Firmico Materno, che aveva conosciuto il dio da ragazzo e gli aveva offerto fichi e focacce, si fece loro alleato. Scrisse parole terribili, incitando alla distruzione: "Tollite, tollite! Incendite eorum templa, redigite in quaestum eorum sacra. Gloriam vobis acquiretis" — "Togliete, togliete! Bruciate i loro templi, convertite in rendita i loro riti. Otterrete gloria".
E così fecero. E così il dio fluviale, che non aveva mai amato la guerra e non sapeva combattere, si addormentò. Non morì. Gli dèi non muoiono. Si stancano. Si ritirano. Diventano lenti.
Vennero altri uomini, con lingue nuove e mappe diverse. Gli Arabi, che chiamarono la Sicilia l'Eden e, come nuovi Adamo, rinominarono ogni cosa, ogni fiume, ogni monte, ogni stella. E il fiume Crysa divenne Dittaino. Un nome nuovo. Un nome arabo. Per un dio dimenticato.
Oggi nessuno gli porta fichi. Nessuno canta le sue lodi. Nessuno si siede sulla riva ad aspettare un suo segno.
Ma a volte, quando l'acqua danza tra i sassi e il vento si infila tra le gole, qualcuno — solo qualcuno — vede un'ombra. È una figura dalle spalle larghe come colonne doriche. Porta ancora la cornucopia, ormai vuota. Sorride. Un sorriso triste, stanco, che non promette vendetta né miracoli. Promette solo memoria.
Crysa non è morto. È solo diventato lento. Come tutti gli dèi che non servono più. E forse, se il mondo imparerà di nuovo ad avere sete nel modo giusto, lui si desterà. Si siederà sulla riva. E ricomincerà a parlare.
Ma fino ad allora, scorre. In silenzio. E dimentica, ogni giorno un po' di più, di essere stato un dio.
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