C’è un angolo delle Alpi piemontesi dove l’aria è così sottile che sembra di respirare il silenzio, e i boschi di conifere e faggi si stringono intorno ai pendii del Monte Rosa, la seconda vetta più alta d’Europa. È qui, tra Macugnaga, la Valle Anzasca e le terre dove da secoli vive la comunità walser di origine germanica, che si nasconde una delle leggende più affascinanti e meno conosciute del folklore italiano: la storia dei Gottwjarchi, il piccolo popolo degli gnomi montanari.
Il loro nome, che suona antico e misterioso, significa letteralmente “buoni lavoratori” . E in effetti, se c’è una cosa che distingue questi gnomi dai loro cugini di altre tradizioni europee, è la loro instancabile dedizione al lavoro. Ma attenzione: non aspettatevi creature lugubri e silenziose. I Gottwjarchi sono allegri, burloni, vestiti di colori sgargianti, e amano fare scherzi tanto quanto amano accumulare tesori. Purché nessuno li prenda in giro. Perché se c’è una cosa che non sopportano, è essere derisi.
Descrivere un Gottwjarchi non è difficile, purché si abbia la fortuna (o la sfortuna) di incontrarne uno. Si presentano come esserini alti circa 50-60 centimetri, con una lunga barba incolta che i maschi più anziani sbiancano con l’acqua di calce per sembrare ancora più vecchi e saggi . L’età, presso di loro, è segno di prosperità e rispetto.
Il loro aspetto fisico ha però una caratteristica che lascia subito sbalorditi: hanno i piedi girati all’indietro . Invece di essere una disabilità, questa particolarità li rende incredibilmente agili nel correre e saltare, permettendo loro di percorrere distanze enormi senza alcuna fatica. Sono sempre scalzi, del resto come potrebbero allacciarsi un paio di scarpe con i piedi così fatti? .
Il loro abbigliamento è un tripudio di colori. Indossano casacche variopinte che ricordano sia gli abiti degli antichi Celti sia le tradizionali camicie dei montanari walser . A volte, se ne capitano all’asciutto, arraffano qualche camicia sgargiante stesa al sole e se ne fanno una palandrana.
Ma l’elemento più distintivo è il copricapo: un lungo cappello a punta di feltro azzurro . A esso sono appesi tanti piccoli campanellini, uno per ogni anno di vita dello gnomo. E siccome i Gottwjarchi vivono molto a lungo — a volte fino a due o tre secoli — i più vecchi ne sono letteralmente ricoperti . Quando corrono o saltano, emettono un tintinnio allegro e incessante che ne annuncia la presenza ancor prima di vederli.
Il carattere dei Gottwjarchi è complesso e affascinante. Sono creature benevole e giocherellone, ma hanno un limite invalicabile: non sopportano di essere presi in giro né di essere osservati troppo a lungo . La tradizione walser insegna che, se si incontra un Gottwjarchi, bisogna fare finta di non vederlo. Altrimenti, offeso, lo gnomo si eclissa nel nulla e può scomparire per decenni.
Una delle leggende più celebri racconta di una mamma che passeggiava per i prati di Formazza-Pomatt con il suo bambino. Da dietro un grande faggio saltò fuori un Gottwjarchi che giocava a rincorrersi con un coniglio. La donna, che conosceva bene le abitudini dello gnomo, fece finta di niente e continuò per la sua strada. Ma il bambino, incuriosito, gli si avvicinò e gli chiese perché avesse i piedi girati all’indietro. La donna cercò di fermarlo, ma era troppo tardi. Lo gnomo, profondamente offeso, sparì nel bosco. Per quarant’anni, né lui né i suoi amici si fecero più vedere da quelle parti .
Al contrario, se trattati con rispetto e discrezione, i Gottwjarchi si rivelano generosissimi. Amano fare scherzi — sempre benevoli — e lasciano regali a chi accetta le loro burle con spirito allegro .
Come molti membri del “piccolo popolo” delle Alpi, i Gottwjarchi sono instancabili lavoratori e risparmiatori. Trascorrono gran parte del loro tempo nelle miniere nascoste nel cuore delle montagne, dove estraggono minerali preziosi, gemme e oro . La loro laboriosità ha permesso loro di accumulare ricchezze immense, custodite in profonde caverne segrete. Se si tende l’orecchio all’imboccatura di una miniera abbandonata, si può ancora sentire il delicato tintinnio dei loro attrezzi che rompono la roccia dura .
Non sono avari, tuttavia. A differenza di altri gnomi delle leggende europei, i Gottwjarchi sono piuttosto generosi. Regalano volentieri parte delle loro ricchezze agli umani che si comportano bene con loro. A volte, lasciano pepite d’oro o pietre preziose davanti alla porta di qualche fortunato .
Un racconto popolare narra di una giovane madre che chiese a un Gottwjarchi di nome Barba Pinotu di fare da padrino a suo figlio. Sapeva che lo gnomo era molto ricco e sperava in un bel regalo. L’allegro personaggio accettò con gioia (manifestata da un prolungato scampanellio) e fece trovare sul luogo convenuto un coloratissimo vestitino per il neonato, con le tasche piene di carbone. La donna, pur delusa, si profuse in ringraziamenti e tornò verso casa. Durante il percorso, però, buttò via il carbone considerandolo inutile. Una volta a casa, si accorse che un solo pezzetto era rimasto in una tasca. Quando lo estrasse per pulire il vestitino, il carbone si era trasformato in una pepita d’oro massiccio .
Tornò subito indietro per cercare gli altri pezzi, ma erano spariti. Glieli aveva nel frattempo raccolti l’accorto Barba Pinotu, che li fece ritrovare sul davanzale della finestra del suo figlioccio, uno all’anno, per tutto il tempo in cui visse .
I Gottwjarchi non si fanno vedere in qualsiasi momento. Preferiscono uscire dai loro nascondigli in quattro notti speciali dell’anno, che corrispondono alle principali festività di origine celtica :
Imbolc (inizi di febbraio)
Beltane (inizi di maggio)
Lughnasadh (inizi di agosto)
Samhain (inizi di novembre)
In quei giorni, i confini tra il mondo umano e quello degli spiriti si fanno sottili, e i Gottwjarchi si avvicinano ai sentieri e ai margini dei villaggi.
I luoghi dove è più probabile incontrarli sono i boschi di conifere e faggi, le zone ricche di funghi (che adorano), le cascate, i fossi, le rovine e naturalmente le miniere abbandonate . Nel comune di Macugnaga, un maestoso tiglio vicino alla chiesa e al cimitero, vecchio di cinquecento anni, era considerato un tempo la loro dimora prediletta . Oggi si dice che i Gottwjarchi si siano nascosti ancora più in profondità, offesi dall’incuria degli uomini, ma che ogni tanto si facciano ancora sentire, con un lontano tintinnio di campanelle nella notte.
A volte, in alcune varianti locali, questi gnomi vengono chiamati Götwiarchjini . Una suggestiva testimonianza della loro presenza è legata al Lago delle Fate, un bacino artificiale situato nei pressi di Macugnaga, formato dallo sbarramento del torrente Quarazza per sedimentare l’acqua dei ghiacciai del Monte Rosa . Lungo il sentiero che conduce al lago si trovano sculture di legno realizzate dall’artista locale Giuseppe Scaranto, che raffigurano proprio questi gnomi. Il toponimo del lago risale agli anni Cinquanta, dopo la costruzione della diga, e una leggenda più recente narra che di notte, al chiaro di luna, le fate camminino sull’acqua .
Oggi, i Gottwjarchi sono quasi scomparsi dalla memoria collettiva. Ne parlano solo gli anziani walser, o qualche raro appassionato di folklore che si avventura tra i sentieri del Monte Rosa. Ma la loro leggenda sopravvive, tenace come i boschi che li hanno visti nascere.
Forse, come vuole la tradizione, se ne sono andati perché gli uomini hanno smesso di credere in loro. O forse, semplicemente, si sono nascosti ancora più in profondità, nelle viscere della montagna, dove il loro tintinnio si confonde con il gocciolio dell’acqua nelle grotte.
Se capitate da queste parti, in una notte di novembre o di maggio, tendete l’orecchio. Se sentite un lontano scampanellio tra i faggi, ricordatevi la regola: fate finta di niente, abbassate lo sguardo e proseguite. E se siete fortunati, forse la mattina dopo troverete una pepita d’oro sul davanzale della finestra.
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