Prima di addentrarci nelle possibili spiegazioni, vale la pena osservare i tratti comuni che accomunano la maggior parte dei miti del diluvio. Prendiamo i più celebri:
La Bibbia (Genesi 6-9): Noè, uomo giusto, viene avvertito da Dio del diluvio imminente. Costruisce un'arca, vi carica la sua famiglia e coppie di tutti gli animali. Dopo quaranta giorni di pioggia, l'arca si arena sul monte Ararat. Noè libera una colomba che torna con un ramoscello d'ulivo, segno che le acque si sono ritirate.
L'epopea di Gilgamesh (Babilonia, circa 2000 a.C.): Il dio Ea avvisa Utnapishtim del diluvio deciso dagli dèi. Costui costruisce un'arca, vi carica la famiglia e gli animali. Dopo sette giorni, l'arca si arena su una montagna. Utnapishtim libera una colomba, poi una rondine, poi un corvo. Quando il corvo non torna, sa che le acque si sono ritirate.
La mitologia greca: Zeus e Poseidone decidono di sterminare l'umanità dopo il gesto empio del re Licaone. Prometeo, il Titano che aveva donato il fuoco agli uomini, avverte Deucalione. Costruisce un'arca e vi sale con la moglie Pirra. Dopo nove giorni e nove notti, l'arca si arena sul monte Parnaso. Anch'egli libera una colomba.
La mitologia indiana: Il dio Vishnu si incarna in un pesce (Matsya) e avverte il re Manu del diluvio imminente. Manu costruisce una barca, vi carica semi e animali, e il pesce lo trascina in salvo su una montagna.
La mitologia cinese: L'eroe Nuwa (o la coppia Fu-Xi e Nuwa) sopravvive a un grande diluvio che sommerge la terra, rifugiandosi su una zattera o una montagna, per poi ripopolare il mondo.
Le somiglianze sono impressionanti: un diluvio inviato da dèi (o un dio) per punire l'umanità corrotta; un eroe giusto avvertito in anticipo; la costruzione di una barca o arca; il salvataggio di animali; l'approdo su una montagna; l'invio di uccelli per verificare il ritiro delle acque; il ripopolamento della terra.
Come è possibile una tale convergenza?
Ipotesi 1: un evento storico realmente accaduto
La spiegazione più suggestiva è anche la più semplice: un diluvio catastrofico, di proporzioni tali da essere ricordato per millenni, si è effettivamente verificato in un'area cruciale per lo sviluppo delle prime civiltà. E da lì, il racconto si è diffuso.
L'ipotesi archeologica e geologica più accreditata è quella formulata dagli studiosi William Ryan e Walter Pitman nel 1997. Secondo la loro ricostruzione, alla fine dell'ultima era glaciale (circa 12.000 anni fa), lo scioglimento dei ghiacci fece innalzare il livello dei mari di circa 120 metri. Il Mediterraneo, sempre più gonfio, premeva contro l'istmo di terra che lo separava dal Mar Nero (allora un lago d'acqua dolce molto più piccolo dell'attuale).
Intorno all'anno 5600 a.C., la diga naturale sul Bosforo cedette. Con una violenza inaudita, l'acqua del Mediterraneo si riversò nel bacino del Mar Nero, innalzandone il livello di decine di metri e allagando in pochi mesi o addirittura settimane un'area vastissima, allora abitata da prospere comunità agricole. La superficie del Mar Nero aumentò del 50% e il suo livello salì di circa 150 metri.
Per le popolazioni che vivevano in quella pianura rigogliosa, l'evento dovette apparire esattamente come un diluvio universale: l'acqua che saliva inarrestabile, la perdita di tutto, la fuga disperata verso le alture. I sopravvissuti si dispersero in tutte le direzioni, portando con sé il racconto di quella catastrofe. E, cosa affascinante, proprio in quelle aree (Mesopotamia, Anatolia, Medio Oriente, Egitto) fiorirono in seguito le prime grandi civiltà agricole, quelle stesse che ci hanno lasciato le più antiche versioni scritte del mito.
Ma c'è di più. La fine dell'era glaciale non provocò solo l'inondazione del Mar Nero. In ogni parte del globo, lo scioglimento delle immense calotte polari causò inondazioni catastrofiche: vaste pianure costiere furono sommerse, interi ecosistemi scomparvero. È possibile che molte culture, indipendentemente l'una dall'altra, abbiano conservato la memoria orale di questi eventi locali, trasformandoli col tempo in miti del diluvio universale. Non ci sarebbe stato bisogno di una "trasmissione" da un popolo all'altro: ogni popolazione avrebbe elaborato il proprio racconto a partire dalla propria esperienza.
Ipotesi 2: la trasmissione culturale
L'altra spiegazione possibile è che il mito del diluvio sia nato una volta sola in una regione specifica (probabilmente la Mesopotamia, dove abbiamo le testimonianze scritte più antiche) e si sia poi diffuso per contatto culturale a tutte le civiltà circostanti, attraverso il commercio, le migrazioni, le conquiste. Il fatto che la Bibbia, il Gilgamesh e il mito greco di Deucalione condividano dettagli cosí specifici (l'arca, la montagna, la colomba) rende questa ipotesi assai plausibile. Non è necessario postulare un evento universale: basta una storia ben raccontata che viaggia.
Il problema di questa ipotesi è che miti del diluvio si trovano anche in culture che non hanno avuto contatti con la Mesopotamia prima dell'epoca moderna: i nativi americani, gli aborigeni australiani, i popoli dell'Estremo Oriente. O la trasmissione è stata molto più antica e pervasiva di quanto pensiamo (forse risalente a prima della migrazione verso le Americhe, circa 15.000-20.000 anni fa), oppure dobbiamo cercare altre spiegazioni.
Ipotesi 3: un archetipo universale
C'è poi una terza scuola di pensiero, di matrice psicologica e antropologica, che vede nel diluvio un archetipo universale, un simbolo radicato nella psiche umana. L'acqua che cancella il mondo e rigenera la vita rappresenta la morte e la rinascita, la purificazione e il perdono, la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo. Non avremmo bisogno di un evento storico reale: il diluvio sarebbe un mito che l'umanità inventa continuamente perché risponde a bisogni profondi di senso, di giustizia divina, di speranza in una seconda possibilità.
Questa ipotesi spiega perché il diluvio compare anche in culture che non hanno mai sperimentato inondazioni catastrofiche, ma non spiega la sorprendente uniformità dei dettagli narrativi (l'arca, gli animali, la colomba).
La verità, come spesso accade, è probabilmente una combinazione di tutte queste ipotesi. Un evento storico realmente accaduto (l'inondazione del Mar Nero o analoghe catastrofi post-glaciali) fornì l'esperienza traumatica originaria, impressa nella memoria collettiva delle popolazioni che lo subirono. Questo racconto, trasmesso oralmente per generazioni, si diffuse per contatto culturale in un'ampia area del Vecchio Mondo (Medio Oriente, Europa, Asia). Successivamente, ogni cultura lo rielaborò secondo le proprie sensibilità religiose e narrative, aggiungendo dettagli locali ma conservando la struttura fondamentale. Infine, in arei completamente isolate (Americhe, Australia, Pacifico), miti indipendenti del diluvio sorsero a partire da eventi locali analoghi (tsunami, inondazioni fluviali catastrofiche, scioglimenti glaciali) o dalla stessa esperienza universale della potenza distruttiva e rigeneratrice dell'acqua.
In ogni caso, il dato certo è questo: l'umanità racconta il diluvio da almeno 4.000 anni (data delle prime tavolette sumere con il mito di Ziusudra), e continua a raccontarlo. Che sia storia, leggenda o archetipo, il diluvio universale è uno dei pochi miti veramente globali, una prova tangibile che, al di là delle differenze culturali, gli esseri umani condividono le stesse paure, le stesse speranze, gli stessi bisogni di spiegare il mondo e di immaginare una seconda possibilità.
E forse, in fondo, non abbiamo bisogno di scegliere tra le spiegazioni. Il fascino del diluvio sta proprio nella sua ambiguità: può essere allo stesso tempo una memoria geologica, un racconto viaggiante, e un simbolo eterno. Come scrisse lo storico Mircea Eliade, i miti non hanno bisogno di essere veri per essere veri. Raccontano una verità più profonda dei fatti: raccontano chi siamo.
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