La mitologia norrena non è gentile. Non è fatta per bambini, non è fatta per consolare, non è fatta per insegnarti una morale. La mitologia norrena è fatta per prepararti alla fine. Perché i vichinghi sapevano una cosa che noi abbiamo dimenticato: tutto finisce. Anche gli dei.
Prima dell'inizio non c'era niente. Ma non un niente quieto, pacifico, come quello dei monaci buddisti. Era un niente violento. Da una parte, Niflheim: il mondo delle nebbie, informe, senza contorni. Un gelo che gela l'anima. Dall'altra, Muspell: il mondo del fuoco, sempre in fiamme, che brucia senza consumarsi mai. E in mezzo, un vuoto cosmico. Lo chiamavano Ginnungagap. Il nulla assoluto.
Fuoco e ghiaccio. Due forze che non possono stare insieme. Eppure, nel vuoto, si incontrarono. La scintilla e la brina. L'urto e la fusione. Da quell'incontro violento, innaturale, nacque Ymir. Il primo gigante. Il primo essere.
E non era bello. Era una massa informe, fredda, assetata di sangue. Da Ymir nacquero i giganti del gelo. E da loro, generazione dopo generazione, discese Odino. Ma Odino non era un gigante. Era qualcosa di diverso. Qualcosa che guardava il mondo e voleva metterlo in ordine.
Peccato che per mettere in ordine, dovesse prima distruggere.
Odino, insieme ai fratelli Vili e Ve, uccise Ymir. Lo uccise come si uccide un animale. Lo squartò. E dal suo corpo costruì il mondo.
Con la carne di Ymir venne creata la terra. Con il suo sangue, il mare e i laghi. Con le ossa, le montagne. Con i denti, la sabbia e i sassi. Il suo cranio divenne la volta celeste. Il suo cervello, le nuvole. Le sue sopracciglia, la barriera che separa gli uomini dai giganti.
Le stelle, le comete, i pianeti che vedi nel cielo notturno? Scintille del fuoco di Muspell, impigliate nel cranio del morto. Il mondo intero è un cadavere. Cammini su carne gigante. Respiri cervello putrefatto. Bevi sangue antico.
Questa è la creazione secondo i vichinghi. Non un giardino. Non un atto d'amore. Un omicidio. E da quell'omicidio, la vita.
Il mondo è un disco piatto circondato dal mare. Ai confini vivono i giganti, quelli che non hanno perdonato l'assassinio del loro antenato. Negli abissi del mare, serpenti e mostri. Sotto tutto, Hel, il regno dei morti. Non un inferno di fuoco. Un inferno di freddo. Di noia. Di dimenticanza.
Odino, Vili e Ve crearono anche i primi uomini. Non dal fango, come nel mito ebraico. Non dal sangue di Titani, come in quello greco. Da due pezzi di legno. Un frassino e un olmo. Li intagliarono come falegnami. Poi ci soffiarono dentro la vita. E la volontà. Ask e Embla. Dal frassino e dall'olmo. Roba da falegnameria, non da teologia.
Eppure, c'è qualcosa di vero. Siamo legno. Siamo materia deperibile. E un giorno torneremo polvere, come Ymir. Come tutto.
La leggenda del martello di Thor comincia con uno scherzo. Ma gli scherzi di Loki non fanno ridere mai.
Una notte, Loki decise di giocare a Sif, la moglie di Thor. Le strappò tutti i capelli. Mentre dormiva. Immagina la scena: il dio dell'inganno che si avvicina furtivo, forbici in mano, e rapina la dea della sua bellezza. Perché Loki è così. Non può fare a meno di rompere le cose.
Thor si svegliò. Vide la testa calva della moglie. E la sua ira fu tale che i tuoni rimbombarono per tutti e nove i regni.
Loki, per salvarsi la pelle, promise: "Andrò dai nani. Fabbricheranno capelli nuovi per Sif. Capelli magici, che cresceranno come veri". Ma Loki è Loki. Non si ferma mai a fare solo quello che promette. Sfidò i migliori artigiani nani a creare tesori ancora più grandi. Una gara. Una scommessa. La sua testa in palio.
I nani Brokk e Eitri accettarono. E mentre lavoravano, Loki, per sabotarli, si trasformò in tafano e punse Eitri sulla palpebra. Il sangue gli colava negli occhi, ma lui continuò a martellare. E dal suo martello uscì Mjöllnir. Il martello di Thor.
Capace di cambiare dimensione. Di colpire qualsiasi bersaglio, grande o piccolo. Di tornare sempre nella mano del dio del tuono, come un boomerang di morte. Quando Thor lo impugnò per la prima volta, applaudì per l'entusiasmo. E in tutto Asgard si sentì tuonare. Perché il tuono non è solo un fenomeno atmosferico. È l'applauso di un dio che ha trovato la sua arma.
Ma il vero volto della mitologia norrena non è nel martello. È nella punizione.
Il più grande crimine di Loki fu la morte di Balder. Balder, il figlio di Odino. Il più bello. Il più amato. Quello che tutti gli dei pensavano fosse immortale. La madre, Frigg, aveva fatto giurare a ogni cosa – pietre, alberi, metalli, malattie – di non ferirlo. Ma si era dimenticata del vischio. Piccolo. Insignificante. Inutile. Loki lo scoprì. Fece una freccia di vischio. E la mise nelle mani di Hodr, il dio cieco, che per gioco la scagliò contro Balder.
Balder morì. E il mondo si oscurò.
Odino provò a riportarlo indietro. Mandò Hermod a Hel, il regno dei morti. Hel disse: "Se ogni cosa piangerà per Balder, lo lascerò tornare". E ogni cosa pianse. Tranne una: una gigantessa che era Loki travestito.
Balder rimase morto. E Loki, da quel giorno, non ebbe più scuse.
Il suo odio esplose. Cominciò a calunniare gli dei in ogni occasione. A una festa, li insultò uno per uno. Disse che Odino era un traditore. Che Frigg era una puttana. Che Thor era un codardo. Che tutti loro non erano migliori di lui. Aveva ragione, forse. Ma la verità, quando è detta troppo forte, uccide.
Poi presero un serpente velenoso. Lo misero su una roccia esattamente sopra la testa di Loki. Il veleno del serpente, gocciolando, gli ustionava il viso. Gli occhi. La bocca. La carne viva.
La moglie di Loki, Sigyn, non venne punita. Lei scelse di rimanere. Accanto a lui con un catino, raccogliendo il veleno. Quando il catino è pieno, si allontana per svuotarlo. E in quel momento, le gocce cadono. Loki si scuote. Si contorce. Trema. E la terra trema con lui.
Terremoti. Sono i sussulti di un dio che brucia.
Oggi, dicono le leggende, Loki è ancora lì. Nelle profondità. In attesa del Ragnarok. Il giorno in cui le catene si spezzeranno, e lui guiderà i giganti contro gli dei. E tutti moriranno. Thor contro il serpente. Odino contro il lupo. Fuoco contro ghiaccio. Di nuovo. Come all'inizio.
Perché la mitologia norrena non ha un lieto fine. Ha solo un ciclo. Creazione, distruzione, creazione. Ymir muore, il mondo nasce. Gli dei muoiono, il mondo rinasce. E noi, piccoli uomini di legno, stiamo in mezzo. A guardare. A tremare. A sperare che il martello torni indietro ancora una volta.
Ma un giorno non tornerà. E il mondo finirà. Non con un piagnisteo. Con un boato.
Come piaceva ai vichinghi.