C’è un’immagine, nella memoria collettiva dell’Occidente, che forse più di ogni altra racchiude il sogno di elevarsi al di sopra della propria condizione. È l’immagine di un cavallo bianco, immenso, con due ali spiegate che solcano il cielo come le vele di una nave immaginaria. Si chiama Pegaso, e la sua storia inizia non con un parto ma con un omicidio. Quando Perseo tagliò la testa della Gorgone Medusa, dal sangue stillante nacque Pegaso, insieme al gigante Crisaore. Non una nascita nel senso comune del termine, ma un’irruzione: un essere perfetto che sgorga dalla violenza e dalla morte come un’eccezione alla regola, un dono inatteso della catastrofe. È già qui, in questo atto di nascita, il destino del cavallo alato: portare con sé l’impronta del sangue e insieme la promessa di un volo che quello stesso sangue, forse, può redimere.
Pegaso, scrive Esiodo nella Teogonia, nacque “al limite delle fonti dell’Oceano”. Ma la sua dimora più celebre è l’Elicona, il monte delle Muse, dove con un calpestio dello zoccolo fece scaturire la fonte Ippocrene, la sorgente che dona ispirazione poetica. È un gesto fondativo: non il dio che crea dal nulla, ma l’animale che con un movimento semplice, quasi distratto, apre una ferita nel suolo da cui sgorga l’acqua che disseta lo spirito. Ippocrene diventa così il simbolo di una poesia che nasce non dalla ragione ma dal gesto imprevedibile, dal salto, dall’energia incontenibile di una creatura che non si lascia imbrigliare. E in questo Pegaso assomiglia al poeta stesso: colui che non appartiene del tutto al mondo degli uomini, che calpesta il suolo ma vive nell’aria, che porta con sé la memoria della violenza originaria ma la trasforma in bellezza.
L’episodio più celebre del mito di Pegaso è però un altro: la sua cavalcata da parte di Bellerofonte. Eracle, racconta la tradizione, aveva donato al giovane eroe una briglia d’oro con cui domare il cavallo alato. Bellerofonte trovò Pegaso mentre beveva alla fonte di Pirene a Corinto, lo accostò con pazienza, lo domò con la dolcezza più che con la forza, e insieme volarono contro la Chimera, il mostro con la testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente che devastava la Licia. È il primo volo militare della mitologia: l’uomo che si solleva da terra grazie a una creatura che per natura gli è superiore, e che proprio per questo gli permette di compiere imprese altrimenti impossibili. Ma c’è un’altra lezione, più amara, in questa storia. Bellerofonte, dopo aver sconfitto la Chimera e aver compiuto altre gesta, si insuperbì. Pensò di essere degno degli dèi, e tentò di volare con Pegaso fino all’Olimpo. Zeus, per punire la sua hybris, mandò un tafano che punse il cavallo alato, facendolo impennare e disarcionare l’eroe. Bellerofonte cadde sulla pianura di Aleo e visse il resto dei suoi giorni “errare solo, lontano dagli uomini, rodendosi il cuore”. Pegaso, invece, raggiunse l’Olimpo, dove Zeus lo accolse tra le stelle. È una separazione che segna il destino di ogni creatura mitica: l’uomo che tenta di usare il divino per i propri fini viene punito, mentre l’animale che è stato strumento della sua gloria trova infine il suo posto nell’eternità.
Il mito di Pegaso, come tutti i grandi miti, ha avuto una seconda vita. I romani lo assorbirono senza difficoltà, e con loro tutta l’Europa cristiana. Nel Medioevo, Pegaso diventò un’allegoria della fama, della velocità del pensiero, talvolta della stessa anima che si eleva verso Dio. Dante non lo nomina esplicitamente, ma quando nel Purgatorio incontra la “dolce guida” che lo solleva da terra, si respira l’aria di quel volo impossibile che solo un cavallo alato potrebbe compiere. Nel Rinascimento, Pegaso tornò con prepotenza: fu il simbolo degli artisti, dei poeti, di chiunque volesse rivendicare la propria ispirazione come dono divino. Giorgio Vasari, nelle Vite, racconta che il suo amico e maestro Michelangelo amava disegnare Pegaso come emblema della creatività che non conosce ostacoli. E nelle accademie del Sei e Settecento, il cavallo alato divenne l’impresa per eccellenza di chi voleva associare la nobiltà della nascita alla nobiltà dell’ingegno.
Ma è forse nella poesia moderna che Pegaso trova la sua ultima, significativa metamorfosi. Non più cavalcatura degli eroi, non più simbolo astratto, ma figura della poesia stessa: fragile, ribelle, incapace di adattarsi alla prosa del mondo. Pier Paolo Pasolini, in un celebre frammento, parla del “Pegaso che scalpita nella gabbia della ragione”. E in effetti, nella nostra epoca di calcolo e di efficienza, Pegaso è diventato il nome di un’operazione di polizia, di un fondo di investimento, di un software di sorveglianza. Un cavallo alato, nella mitologia antica, era la cosa più vicina alla libertà assoluta che si potesse immaginare. Oggi, nel nostro lessico quotidiano, è diventato il nome di ciò che controlla, di ciò che imprigiona, di ciò che trasforma il volo in tracciabilità. Non c’è forse simbolo più potente del destino della poesia nel mondo contemporaneo.
Eppure, il mito resiste. Pegaso continua ad apparire nei cieli della letteratura, nell’immaginario dei bambini che ancora credono che si possa volare, nelle bandiere di città e nazioni che hanno voluto associare il proprio nome all’idea di ascesa. È nella scienza, come costellazione dell’emisfero settentrionale che in autunno domina il cielo. È nella psicoanalisi, come immagine dell’energia vitale che si libera dalle costrizioni. È nella pubblicità, ovviamente, dove la sua silhouette stilizzata promette di far decollare vendite e carriere. Ma resta, soprattutto, un racconto. Un racconto che ci dice che dal sangue può nascere la bellezza, che la forza può essere domata con la dolcezza, che il volo più alto è anche quello più pericoloso, e che l’hybris – la presunzione di essere diventati simili agli dèi – paga sempre un prezzo. Pegaso, in fondo, è il mito del limite e del suo superamento. Ci ricorda che si può volare, ma non troppo in alto. Ci ricorda che la grazia è un dono, non una conquista. E ci ricorda, infine, che anche le creature più perfette, nel momento del loro trionfo, possono essere punte da un tafano. E cadere.
Cesio Endrizzi
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