Nell’ampio pantheon delle creature fantastiche, esiste una categoria di esseri che non uccide con artigli o zanne, ma con la sottile lama della profezia e la magia della trasformazione. Mentre il Draugr difende il suo tumulo con la forza bruta del non-morto e il Boe Muliache annuncia la morte con il suo muggito ineluttabile, esiste una figura più elegante e, per certi versi, più terribile: la Dama del Male.
Non è una semplice strega. Non è un fantasma vendicativo. È l’incarnazione dell’amore rifiutato che si corrode fino a diventare veleno puro, una figura che la letteratura italiana conosce grazie alla penna di una delle sue più grandi scrittrici: Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura nel 1926. La sua creatura più celebre, nata dalle leggende popolari della Gallura, è la protagonista di una storia che mescola passione, patto demoniaco e vendetta cosmica: la maledizione di Castel Doria .
La vicenda è ambientata nell’aspra e rocciosa Sardegna del Rinascimento, tra le mura di Castel Doria, un'imponente fortezza che dominava il fiume Coghinas. Protagonista è il principe Andrea Doria (personaggio storico, sebbene la leggenda lo collochi in un contesto romanzato), un cavaliere devoto, forte e, cosa fondamentale, protetto da una fede incrollabile in San Giovanni .
Tra i suoi vassalli, o forse tra gli ospiti del castello, vive una dama di nobili origini. Il suo nome non viene tramandato: è la “dama innamorata”, l’anonima vittima dell’indifferenza. Secondo la leggenda, costei si invaghì perdutamente del principe. Gli scrisse lettere appassionate, gli dichiarò il suo amore in ogni modo, ma Andrea Doria, uomo integerrimo o forse semplicemente distratto da questioni più alte, la respinse con durezza. Infastidito dalle sue attenzioni, la minacciò persino di cacciarla dal castello se non avesse smesso di importunarlo .
L’umiliazione fu totale. L’amore, respinto e calpestato, cominciò a marcire nel petto della dama. Ma non si trasformò subito in odio: prima divenne disperazione. Fu in questo stato di abbandono che la donna prese una decisione irrevocabile.
Rifiutata dagli uomini, la dama si rivolse all’aldilà. Cercò l’aiuto di una potente maga che viveva eremita sulle rocce desolate della costa, colei che “dominava le due isole vicine con le sue magie” .
Tuttavia, la risposta della maga fu una doccia gelida. La vegliarda, scrutando i suoi incantesimi, spiegò che il principe Andrea era protetto da San Giovanni. Nessun filtro d’amore, nessuna pozione avrebbe mai scalfito il suo cuore. Sembrava la fine della speranza. Ma la maga offrì alla dama un’alternativa ben più pericolosa: rinunciare all’amore per ottenere il potere.
“Io posso mettervi in contatto con qualcuno che ne può più di me” – sussurrò la vegliarda .
E così avvenne. La dama acconsentì. In cambio della sua anima immortale, il Demonio le donò il potere di trasformare la realtà, di lanciare malefici e di compiere stregonerie. Invasa dallo spirito infernale, la donna tentò ancora una volta di conquistare il cavaliere, ma invano. San Giovanni continuò a proteggerlo, rendendo vani tutti gli incantesimi d’amore.
Fu allora che la trasformazione si compì. L’amore si spense del tutto. Nel vuoto lasciato dal sentimento negato, crebbe rigoglioso l’Odio.
La dama, ormai divenuta una maga a tutti gli effetti, escogitò una vendetta perfetta: non avrebbe ucciso l’amato con un pugnale, ma lo avrebbe costretto a uccidersi con le proprie mani, strappandolo alla sua stessa fede.
Un giorno, assunse le sembianze di una vecchia mendicante, si introdusse nel sotterraneo che collegava il castello alla chiesa di San Giovanni, e attese il principe durante il suo tragitto verso la messa. Fermandolo, gli rivelò una profezia terribile:
“Nobile Messere, mi ha mandato a te San Giovanni di Viddacuia, per dirti: bada, ti sovrasta una grande disgrazia! Il giorno che vedrai i campi del Coghinas ricoperti di cavalli e cavalieri verdi, quel giorno il tuo castello sarà espugnato e tu con la tua corte sarete appiccati per la gola su gli spalti del Castel Doria!”
Detto ciò, la falsa vecchia scomparve nel nulla, lasciando il principe e i suoi cavalieri nel terrore. Andrea Doria, uomo d’azione, non si perse d’animo: fortificò le mura, spedì i tesori a Genova e pregò, confidando nella protezione divina.
Passarono i mesi. Giunse la primavera, il mese di maggio. I campi intorno al Coghinas si coprirono di asfodelo e di fieno altissimo. La dama-maga, nascosta tra le sue rocce, attese il momento propizio.
In una notte di luna, scatenò tutta la potenza infernale che aveva comprato con la sua anima. Con un gesto della mano, trasformò ogni singolo stelo d’asfodelo e ogni filo d’erba in un guerriero verde.
La scena che si presentò agli occhi di Andrea Doria all’alba è una delle immagini più potenti della letteratura fantastica italiana. Affacciato sui bastioni, il principe vide un esercito immenso, silenzioso, terrificante: cavalli verdi, armature verdi, lance e scudi verdi, un mare di creature fatte di foglie e fieno che avanzava compatto verso le sue mura .
Non c’era scampo. Le sue catapulte e le sue spade non potevano nulla contro un nemico fatto di erba, un esercito che non sanguinava e non si stancava.
Ricordando la profezia (“Sarai appiccato per la gola…”), il prode Doria rifiutò l’onta della sconfitta e dell’impiccagione. Scelse la morte per mano propria: si gettò dai bastioni del castello, fracassandosi sulle rocce sottostanti.
Nell’istante in cui il principe morì, l’incantesimo si ruppe. L’armata verde scomparve come nebbia al sole, tornando a essere asfodelo e fieno ondeggiante. Ma nell’aria, tra le rovine del castello e il silenzio della piana, echeggiò una risata.
Non era una risata umana. Era una risata diabolica, triste, stridente: la risata di un’anima dannata che aveva appena assistito alla propria, agognata vendetta. Era la Dama del Male, che dal suo ballatoio segreto osservava il corpo del principe tra le rocce e gioiva, consapevole di aver vinto .
La Dama del Male raccolta da Grazia Deledda non è un semplice “mostro femminile”. Nel contesto della letteratura e del folklore sardo, essa incarna un archetipo complesso. Non è una strega cattiva a priori: è una donna ferita che sceglie il male come risposta al dolore. La sua storia riecheggia il mito di Medea, l’altra grande donna della classicità che, tradita da Giasone, uccide i propri figli per vendicarsi.
Ma c’è una differenza fondamentale. Mentre Medea agisce direttamente, la Dama del Male agisce per interposta magia, trasformando la natura stessa contro l’uomo. L’asfodelo, fiore simbolo dei Campi Elisi (il paradiso pagano), diventa qui strumento di morte. È una sovversione totale dei simboli: la bellezza della primavera si trasforma in esercito di annientamento.
Inoltre, la leggenda contiene una morale sottile: l’indifferenza maschile può essere più violenta di un rifiuto esplicito. Andrea Doria non uccide la dama, non la imprigiona. La “respinge rudemente” . È questa indifferenza, questo non riconoscere la sofferenza altrui, che scatena la reazione demoniaca.
Oggi, camminando tra le rovine di Castel Doria in Sardegna, se il vento soffia tra gli asfodeli, qualche pastore racconta ancora di aver sentito, nelle notti di luna piena, un lontano scalpitare di cavalli e un fruscio di lance invisibili. E qualcuno giura di aver udito, nell’eco del vento, una risata sottile, amara, eterna.
La Dama del Male non è mai morta. Non poteva, avendo venduto l’anima. Veglia ancora su quelle terre, testimone silenziosa di quanto l’amore rifiutato possa diventare la forza più distruttiva dell’universo. Perché, come insegna questa leggenda sarda, non c’è odio più puro di quello che nasce da un amore non corrisposto.
Se incontrate una donna dagli occhi troppo tristi che vi guarda da lontano, attenti a ferirla. Potreste risvegliare, senza saperlo, la prossima Dama del Male.
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