mercoledì 18 marzo 2026

Le Pleiadi: la storia più antica del mondo


Nel mese di dicembre, se alziamo lo sguardo verso il cielo settentrionale, possiamo scorgere un piccolo e brillante ammasso di stelle: le Pleiadi. A occhio nudo, chi ha una vista acuta riesce a contare al massimo sei punti luminosi. Eppure, da migliaia di anni, quasi tutte le culture del mondo chiamano quest’ammasso con lo stesso nome: "le sette sorelle". Perché sette, se se ne vedono solo sei? E perché popoli separati da oceani e millenni – dagli antichi Greci agli aborigeni australiani, dai nativi americani ai popoli africani – raccontano storie incredibilmente simili su di loro?

La risposta potrebbe essere sconvolgente: queste storie potrebbero essere vecchie 100.000 anni. Potrebbero essere il più antico racconto tramandato dall’umanità.

Nella mitologia greca, le Pleiadi erano le sette figlie del Titano Atlante e dell’Oceanina Pleione. I loro nomi sono Alcione, Celeno, Elettra, Maia, Merope, Sterope (o Asterope) e Taigete. Il termine "Pleiadi" ha due possibili significati: "colombe" o, secondo un’altra etimologia, "navigare" (da plein), perché queste stelle erano utilizzate come riferimento dai marinai dell’antichità per orientarsi durante la stagione della navigazione.

Atlante, condannato da Zeus a sostenere il cielo per l’eternità, non poteva proteggere le sue figlie. Per salvarle dalle violente attenzioni del gigante cacciatore Orione, Zeus le trasformò in stelle, ponendole in cielo. Ma una delle sette – Merope, secondo la versione più diffusa – si innamorò di un mortale (Sisifo, il celebre re di Corinto) e si nascose per la vergogna. Per questo, spiega il mito, una delle sette sorelle è invisibile a occhio nudo. Oppure, in altre versioni, è la stella più debole, quasi spenta.

È una storia poetica, fatta di violenza evitata, amori impossibili e una perdita che spiega l’apparente mancanza celeste.

Se ci spostiamo in Australia, troviamo una sorpresa sconcertante. Le culture aborigene, che vivono in isolamento dal resto del mondo da almeno 50.000 anni, raccontano storie quasi identiche. Per molti popoli aborigeni, le Pleiadi sono un gruppo di giovani ragazze, spesso associate a cerimonie femminili sacre e a calendari stagionali: il loro primo sorgere all’alba segna l’inizio dell’inverno.

Accanto alle Pleiadi, nel cielo australiano, si trova la costellazione di Orione. I Greci lo chiamavano "il cacciatore". Gli aborigeni lo chiamano spesso "la pentola" o, più significativamente, "un cacciatore di donne". L’antropologa e scrittrice Daisy Bates documentò che le popolazioni dell’Australia centrale consideravano Orione come un essere lussurioso che insegue incessantemente le sette sorelle.

E il finale? Anche nelle storie aborigene, una delle sorelle muore, o si nasconde, o viene rapita, o è troppo giovane per essere visibile. Così, nel cielo, se ne vedono solo sei.

La somiglianza è talmente evidente che per decenni gli antropologi hanno pensato a un fenomeno semplice: i colonizzatori europei avrebbero portato il mito greco in Australia, e gli aborigeni lo avrebbero adattato alle loro tradizioni. C’è però un problema: molte di queste storie aborigene sono state raccolte nei primi contatti con gli europei, quando l’influenza culturale era ancora minima. E soprattutto, sono state trovate anche tra popolazioni che non avevano mai avuto contatti con l’esterno.

Se non c’è stato scambio culturale recente, allora queste storie devono essere molto, molto più antiche. Antiche abbastanza da risalire a prima che gli antenati degli aborigeni si separassero dal resto dell’umanità, circa 50-60.000 anni fa. Ma forse anche di più.

Qui entra in gioco l’astronomia. Le stelle non sono fisse: si muovono lentamente nello spazio. Il telescopio spaziale Gaia, insieme ad altri osservatori, ha misurato con precisione il movimento delle Pleiadi. Oggi, nell’ammasso, due stelle – Atlas e Pleione – sono così vicine tra loro che a occhio nudo appaiono come un unico punto luminoso.

Ma se "riavvolgiamo il nastro" del tempo, se calcoliamo la posizione delle stelle 100.000 anni fa, scopriamo qualcosa di straordinario: a quell’epoca, Pleione era molto più lontana da Atlas. Le due stelle erano perfettamente distinguibili a occhio nudo. Centomila anni fa, chiunque guardasse il cielo vedeva davvero sette stelle brillanti nell’ammasso delle Pleiadi.

Oggi ne vediamo sei. Ma la memoria collettiva dell’umanità ricorda ancora che dovevano essere sette.

I ricercatori Barnaby Norris e Ray Norris, in uno studio pubblicato nel libro Advancing Cultural Astronomy (Springer, 2021), hanno formulato un’ipotesi audace. E se le storie delle Sette Sorelle e del Cacciatore Orione fossero state raccontate per la prima volta in Africa, più di 100.000 anni fa, prima che l’Homo sapiens iniziasse la sua lunga migrazione fuori dal continente?

Tutti gli esseri umani moderni discendono da una piccola popolazione che viveva in Africa circa 100-150.000 anni fa. Quando questi gruppi si dispersero verso l’Asia, l’Europa, l’Australia e infine le Americhe, portarono con sé le loro storie. Tra queste, il racconto di sette sorelle inseguite da un cacciatore, e di una sorella che scompare.

Con il passare dei millenni, le stelle si sono spostate. Il fenomeno astronomico che aveva generato il mito – sette stelle visibili – è gradualmente cambiato. Ma il racconto no. Gli esseri umani hanno continuato a tramandare la storia delle sette sorelle, anche quando in cielo ne vedevano solo sei. Perché le storie, a differenza delle stelle, non obbediscono alle leggi della fisica. Si fissano nella memoria collettiva e viaggiano attraverso i secoli, i millenni, le ere.

Se questa ipotesi è corretta, le storie delle Pleiadi sarebbero il più antico racconto ancora vivo dell’umanità. Non si tratta di testi scritti su pietra o argilla – quelle sono invenzioni recenti, di appena 5.000 anni fa. Si tratta di una tradizione orale ininterrotta che ci lega direttamente ai nostri antenati del Paleolitico.

Immaginate la scena: 100.000 anni fa, in una notte africana senza inquinamento luminoso, un gruppo di esseri umani è accovacciato intorno al fuoco. Un narratore alza lo sguardo e indica sette stelle luminose, vicine tra loro. "Vedete quelle?" dice. "Sono sette sorelle. Un cacciatore le insegue da sempre. Ma una di loro... una di loro si è nascosta, ed è per questo che ora la vediamo appena." I bambini ascoltano a bocca aperta. Quella stessa storia, con piccole variazioni locali, sarà raccontata sulle rive del Mediterraneo, nei deserti dell’Australia, nelle foreste dell’Amazzonia, nelle steppe della Siberia.

Non è solo una curiosità etnografica o astronomica. È la prova che la narrazione è forse la più antica tecnologia umana. Molto prima della ruota, della scrittura, dell’agricoltura, noi eravamo raccontatori. Usavamo le storie per spiegare il mondo, per tramandare conoscenza, per sentirci parte di qualcosa di più grande.

Oggi, quando guardiamo le Pleiadi in una notte di dicembre, vediamo sei stelle. Ma sappiamo che un tempo erano sette. E sappiamo che i nostri antenati, decine di migliaia di anni fa, le hanno viste brillare tutte e sette e hanno deciso di raccontare una storia per non dimenticarle.

Forse quella storia è arrivata fino a noi attraverso un filo sottile come la luce di quelle stelle, ma resistente come la voce umana. Le Pleiadi non sono solo un ammasso stellare. Sono la memoria del cielo. Sono la storia più antica del mondo, che continua a brillare – anche quando una sorella non si vede più.







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