Tutti i popoli hanno una storia sulle origini. Per alcuni, l’umanità nacque dall’argilla modellata da un dio; per altri, da un uovo cosmico o dal sudore di un gigante addormentato. Per i Lakota, i nativi nordamericani delle Grandi Pianure, la nostra storia non inizia con la creazione degli uomini, ma con la loro emigrazione. Perché un tempo, raccontano gli anziani, gli uomini non vivevano sulla terra. Vivevano sotto la terra. E fu un ragno imbroglione, stanco di prendersi gioco degli animali, a decidere che era ora di farci salire alla superficie.
Questo mito, ricco di inganni, scetticismo e una sorprendente dose di compassione, è una delle chiavi per comprendere l’anima lakota.
Nel mondo sotterraneo, gli esseri umani vivevano in una sorta di beatitudine grezza. Non conoscevano la fame vera, ma neppure il piacere della carne cotta. Non avevano case da trasportare, né vestiti. La loro esistenza era semplice, forse felice, ma certamente limitata.
A osservarli dal suo regno c’era Iktomi, lo spirito imbroglione. Iktomi non è un dio nel senso occidentale del termine. È un trickster: un essere dalla fisionomia di ragno, capace di assumere qualsiasi forma (umana compresa), ma sempre animato da una pulsione irrefrenabile: quella di stravolgere l’ordine stabilito da Wakan Tanka, il Grande Spirito creatore.
Iktomi amava fare scherzi agli animali. Rideva delle loro disgrazie, li faceva cadere in trappole e poi osservava le loro reazioni. Ma c’era un problema: gli animali, per quanto vittime dei suoi inganni, non provavano mai vergogna. Potevano cadere, sporcarsi, sbagliare, ma si rialzavano senza quel bruciore interiore che rende lo scherzo davvero gustoso per un burlone come Iktomi.
Così il ragno decise di cambiare bersaglio. Voleva qualcuno che, umiliato, provasse vergogna. Voleva provare a giocare con gli esseri umani.
Iktomi si rivolse ad Anog-Ite, la misteriosa "Donna con Due Facce". Anog-Ite è una figura ambivalente: da un lato è bella, affascinante, capace di sedurre; dall’altro nasconde un volto mostruoso, la parte oscura della natura femminile e del destino. Iktomi le chiese: qual è il tuo più grande desiderio?
La risposta di Anog-Ite fu sorprendente. Non chiese potere, né ricchezza, né vendetta. Disse: "Desidero vivere con la mia gente sulla terra. Desidero che gli uomini imparino a costruirsi i tepee, a gustare la carne cotta, a muoversi liberi sul territorio in cerca di cibo, con dimore confortevoli."
Non era un desiderio malvagio. Era il desiderio di progresso, di autonomia, di vita migliore. Ma era un desiderio che, per realizzarsi, avrebbe richiesto un inganno.
Iktomi, felice di avere una scusa per burlarsi degli umani, concluse un patto con i lupi. In cambio della loro alleanza, avrebbe rinunciato per sempre a tormentarli. I lupi, che non erano mai stati particolarmente amici degli uomini, accettarono. Avrebbero fatto da messaggeri.
Un lupo, seguendo le istruzioni di Iktomi, si avvicinò all’apertura di una caverna che conduceva al mondo sotterraneo. Lì notò un giovane coraggioso, Tokahe (che significa "Il Primo"), che insieme alla moglie se ne stava in disparte rispetto al resto del gruppo. Forse erano già dei sognatori, degli insoddisfatti.
Il lupo porse loro dei regali: carne gustosa, già cotta, e vestiti belli e caldi. Poi disse: "Sulla terra c’è una gran quantità di queste cose. Venite e prendetele."
Tokahe assaggiò la carne. Era un sapore che non aveva mai conosciuto: ricco, soddisfacente, quasi magico. Indossò i vestiti e sentì il calore avvolgergli il corpo. Per la prima volta, provò il desiderio di altro. Tornò dai suoi compagni, mostrò loro i doni e raccontò la promessa del lupo.
La reazione della comunità sotterranea fu umana, fin troppo umana. Molti erano entusiasti. Ma un anziano saggio alzò la mano: "Forse è una trappola. Per sicurezza, che siano solo in quattro ad andare." Così Tokahe e altri tre uomini (quattro in tutto) seguirono il lupo verso la superficie.
Quando i quattro emersero dal sottosuolo, rimasero incantati. Il cielo era immenso. C’era un lago. E sulla riva del lago sorgeva un tepee, davanti al quale stavano Iktomi e Anog-Ite, ormai trasformati in una coppia di anziani maestosi.
Iktomi mostrò loro giochi mai visti. Anog-Ite era bellissima, con un solo volto (quello buono). La selvaggina abbondava. I due "anziani" dissero ai quattro uomini: "Noi siamo molto vecchi, ma nutrendoci del cibo di questa terra rimaniamo giovani e belli. Qui non si invecchia mai."
I quattro tornarono dai loro compagni pieni di entusiasmo. Raccontarono meraviglie. Insistettero perché tutti salissero. Ma un’anziana scettica, saggia come solo i vecchi sanno essere, li ammonì: "Attenzione. Potrebbe essere un inganno."
Alla fine, solo sei famiglie decisero di fidarsi di Tokahe. Abbandonarono il sicuro mondo sotterraneo per salire sulla superficie della terra. Fu la prima migrazione umana.
Appena arrivati in superficie, però, l’incanto si ruppe. Gli uomini cominciarono ad avere fame e sete. La selvaggina, che sembrava abbondante, era in realtà sfuggente. Il clima era duro. E Anog-Ite, la Donna con Due Facce, non era più bella come prima. I nuovi arrivati videro l’altro suo volto: quello orribile, spaventoso, mostruoso.
A quel punto Iktomi riprese le sue vere sembianze di ragno imbroglione e scoppiò a ridere. "Ecco! Finalmente la vergogna! Guardate come siete stupidi, come siete stati ingannati, come siete ridicoli!"
E gli uomini provarono vergogna. Per la prima volta. E fu atroce. Iktomi aveva ottenuto ciò che voleva: umani umiliati, smarriti, pentiti della loro scelta. Ma il burlone aveva sottovalutato una cosa: la capacità di imparare.
Proprio quando Tokahe e le sei famiglie stavano per morire di fame e disperazione, due figure emersero dai confini del mondo. Erano Waziya, il Vecchio, e Wakanaka, la Strega. Essi vivevano in esilio, ai margini della terra abitata, perché anch’essi erano stati ingannati o forse puniti. Ma l’esilio, a differenza dell’inganno, aveva insegnato loro qualcosa di prezioso: la compassione.
Waziya e Wakanaka non rimproverarono gli uomini. Non dissero "ve l’avevamo detto". Portarono loro da mangiare e da bere. Poi li guidarono verso la Terra dei Pini, che è il mondo delle Anime, un luogo di apprendimento spirituale.
Lì, gli esiliati insegnarono agli uomini ciò che Iktomi aveva promesso ma non aveva mantenuto: come cacciare gli animali rispettandoli, come conciare le pelli per fare vestiti duraturi, come piantare i pali per costruire un tepee, come smontarlo e trasportarlo seguendo le mandrie di bisonti.
Tokahe e i suoi compagni non tornarono mai più sottoterra. Diventarono i primi veri abitanti della superficie. I loro discendenti sarebbero stati i Lakota, il popolo delle Pianure.
Questo mito lakota è straordinariamente moderno. Non racconta di una creazione perfetta, ma di un errore, di un inganno, di una migrazione sofferta. Non c’è un dio benevolo che guida gli uomini per mano. C’è un ragno burlone che li vuole vedere soffrire per ridere della loro vergogna. Eppure, proprio da quella vergogna, da quell’errore, nasce la civiltà umana: la caccia, l’abbigliamento, la casa portatile, l’organizzazione sociale.
E c’è un altro insegnamento profondo: la salvezza non viene dall’alto (da Wakan Tanka) né dal basso (dal mondo sotterraneo). Viene dai margini, dagli esiliati, da coloro che hanno già sofferto e hanno imparato la compassione. Waziya e Wakanaka, il Vecchio e la Strega, sono figure ambigue, mezze dimenticate, ma sono loro a salvare gli uomini. Perché chi ha conosciuto il dolore sa meglio di chiunque altro come alleviare quello altrui.
Oggi, quando i Lakota raccontano questa storia ai loro figli, non dicono: "Siamo stati creati perfetti". Dicono: "Siamo partiti da un inganno, abbiamo sofferto, abbiamo avuto vergogna, ma abbiamo imparato. E abbiamo imparato grazie a coloro che erano già stati dimenticati." Forse, in fondo, è la più grande saggezza che un popolo possa tramandare.
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