La mitologia greca è piena di eroi. Ma la maggior parte di loro ha una cosa in comune: muoiono male. Non in battaglia, non da vecchi, non circondati dai figli. Muoiono perché hanno dimenticato il loro posto. E nessuno lo ha dimenticato più spettacolarmente di Bellerofonte.
Il nome, in greco originale, significa letteralmente "uccisore di Bellero". Già dal nome, una promessa di sangue. Non si sa chi fosse Bellero. Forse un uomo, forse un mostro. Forse un re che l'eroe dovette ammazzare per guadagnarsi l'aggettivo. Ma i nomi, nella mitologia, non sono decorazioni. Sono condanne.
Bellerofonte, secondo la versione più accreditata, era della famiglia reale di Corinto. Figlio di Glauco e di Eurinome. Nipote di Sisifo – quel furbo che ingannò la morte e fu condannato a rotolare un masso per l'eternità. Una famiglia di gente che non sapeva stare al proprio posto. E il sangue, si sa, non mente.
Secondo Igino, invece, Bellerofonte sarebbe stato uno dei numerosi figli di Poseidone. Il dio del mare, quello che scuote la terra, era famoso per generare eroi in ogni anfratto della Grecia. Che Bellerofonte fosse figlio suo o no, una cosa è certa: aveva il mare nelle vene. E la superbia che il mare porta con sé.
La storia comincia con un'ingiusta accusa. Come sempre.
Nipote di Sisifo, il giovane Bellerofonte è costretto ad abbandonare Corinto per un delitto commesso involontariamente. Un omicidio. Non sappiamo chi, non sappiamo come. Solo che doveva purificarsi. Così arriva a Tirinto, dal re Preto. Cerca espiazione. Invece trova una donna.
Stenebea, la moglie di Preto, si innamora di lui. O forse è solo lussuria. O forse è noia. Le regine, quando i mariti sono lontani, si guardano intorno. E Bellerofonte era giovane, bello, famoso. Lei gli si offre. Lui la rifiuta.
E qui arriva la prima lezione: una donna rifiutata è più pericolosa di un esercito armato.
Stenebea non esita ad accusarlo presso il marito di averle tentato violenza. Va dal re, piange, si strappa i capelli, grida: "Il tuo ospite ha cercato di stuprare tua moglie". Preto ci crede. O forse non ci crede, ma deve fare finta. Un re che non difende l'onore della regina è un re finito.
Ma Preto ha ritegno a uccidere il giovane. Bellerofonte è suo ospite, è sotto la protezione degli dei. Ammazzarlo direttamente porterebbe la maledizione di Zeus. Così escogita un piano più subdolo. Lo invia dal suocero Iobate, re di Licia. Gli consegna delle tavolette sigillate. Sulle tavolette c'è scritto: "Uccidi il portatore".
Bellerofonte non lo sa. Parte felice. Porta la sua condanna a mano.
Iobate, però, è un re furbo quanto Preto. Apre le tavolette, legge, annuisce. Ma non esegue l'ordine direttamente. Sarebbe troppo sporco. Invece affida a Bellerofonte un'impresa che ritiene impossibile: uccidere la Chimera. Il mostro che semina strage e devastazione in tutta la regione. Una bestia che nessuno ha mai nemmeno avvicinato, figuriamoci sconfiggere.
La Chimera. Non un leone. Non un drago. Un orrendo ibrido: un enorme leone con una testa di capra che spunta dal dorso e una coda che è un serpente vivo. E sputa fuoco. Dalle fauci, dagli occhi, dalle narici. Un'arma vivente.
Iobate pensa: "O il mostro lo uccide, o se lo tiene". Invece Bellerofonte vince.
Come? Con l'aiuto di Pegaso. Il cavallo alato.
Bellerofonte aveva trovato Pegaso un giorno a Corinto, mentre si abbeverava alla fonte Pirene. Il cavallo era selvaggio, impossibile da avvicinare. Ma Atena, la dea della saggezza, gli apparve in sogno. Gli diede un morso d'oro – il primo morso mai usato da un uomo per domare un cavallo. Bellerofonte si svegliò, andò alla fonte, e Pegaso si lasciò domare.
Non perché fosse più forte. Perché gli dei volevano così.
Librandosi in alto sul suo destriero divino, Bellerofonte si sottrae alle lingue di fuoco del mostro. Vola sopra la Chimera, fuori portata. E colpisce. Non con la spada, non con la lancia. Con un pezzo di piombo attaccato alla punta della lancia. Lo scaglia nella gola della Chimera. Il piombo si scioglie col fuoco, le scende dentro, la soffoca.
La Chimera muore. E Bellerofonte diventa leggenda.
Ma Iobate non si arrende. Gli ordina di combattere contro il popolo dei Solimi. Bellerofonte vince. Lo invia contro le Amazzoni. Bellerofonte le stermina. Gli tende un'imboscata con i migliori guerrieri Lici. Bellerofonte li sgomina tutti.
A questo punto, Iobate capisce. Il giovane è protetto dagli dei. Non puoi combattere contro chi ha Zeus dalla sua parte. Così fa pace. Gli dà in sposa sua figlia. Gli cede metà del regno.
Bellerofonte ha tutto. Gloria, potere, una moglie, un regno. Potrebbe fermarsi. Invece no.
Torna a Corinto. Si vendica di Stenebea. Fingendo di cedere al suo amore, la convince a salire su Pegaso. Le dice: "Vieni con me, ti porterò nel mio regno di Caria". Lei sale. Lui la porta in volo. Quando sono sopra l'isola di Melo, la butta giù. Stenebea precipita in mare. Si schianta sulle rocce. Muore.
Bellerofonte ha avuto la sua vendetta. Ma la vendetta, nella mitologia, non porta mai felicità. Porta solo la prossima vendetta.
Il figlio di Stenebea, Megapente, giura di ucciderlo. Ci prova, ma fallisce. Bellerofonte ormai è troppo potente, troppo famoso, troppo sicuro di sé. E la sicurezza di sé è il primo passo verso la caduta.
Agitato da dubbi circa la giustizia divina – "Perché gli dei permettono il male? Perché i buoni soffrono e i cattivi trionfano?" – Bellerofonte decide di fare una cosa che nessun mortale ha mai osato. Vuole verificare se gli dei esistano davvero. Vuole vedere l'Olimpo con i suoi occhi. Così sale su Pegaso. E vola verso il cielo.
Non per chiedere, non per pregare, non per ringraziare. Per controllare. Per mettere alla prova. Per dire: "Io sono come voi".
Zeus, il padre degli dei, guarda questo puntino che si alza dal mondo e capisce. Non è l'uomo che vuole incontrare gli dei. È l'uomo che vuole diventare dio. E Zeus sa che una cosa del genere non si può permettere. Non perché sia cattivo. Perché se gli uomini pensano di essere dei, l'ordine del mondo crolla.
Zeus punisce la superbia intellettuale di Bellerofonte. Non con un fulmine. Sarebbe troppo pietoso. Fa imbizzarrire Pegaso. Il cavallo alato, che aveva obbedito per anni, sente la mano del dio. Si impenna. Si scrolla di dosso il cavaliere. Bellerofonte cade. Giù, giù, giù. Per minuti interminabili. Il vento che gli strappa la pelle. Il suolo che si avvicina.
Non muore. Ma è peggio.
La caduta lo rende zoppo. Le gambe spezzate, la schiena rotta, il volto sfigurato. Bellerofonte sopravvive, ma è un relitto. Costretto a vagare cencioso per la pianura di Aleion, nell'Asia Minore. In preda al rimorso. Alla paura. Alla consapevolezza di aver voluto troppo.
Gli antichi dicevano che camminava da solo, evitando gli uomini. Perché la sua vista era troppo triste. Perché vedere un eroe ridotto a mendicante fa male anche ai nemici. E forse, nelle notti di tempesta, qualcuno sentiva il suo pianto mescolarsi al vento. E pensava: "Potevo essere io".
Bellerofonte non è un eroe da ammirare. È un eroe da studiare. Perché la sua storia insegna una cosa semplice: puoi uccidere la Chimera, puoi domare Pegaso, puoi sposare una principessa e governare un regno. Ma se alzi troppo lo sguardo, il cielo ti rispedisce a terra. E a terra, sei solo un uomo. Con le gambe rotte. E un rimorso che non guarisce mai.
La Chimera, oggi, è diventata una parola. Significa "sogno irrealizzabile". Ma i greci sapevano che la Chimera era reale. Era il mostro che devi uccidere per diventare qualcuno. E sapevano anche che dopo averla uccisa, il vero pericolo non sono i mostri. È la tua stessa testa che si gonfia fino a scoppiare.
Bellerofonte uccise la Chimera. Ma non uccise il suo orgoglio. E l'orgoglio, alla fine, lo uccise. Lento. Giorno dopo giorno. Nella pianura. Da solo.
Non c'è morale, qui. Solo un fatto: gli eroi cadono. Sempre. E quelli che non cadono, non sono eroi. Sono statue.
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