sabato 7 marzo 2026

U Diavulu e la Donna Rizza: La Tentazione nei Vicoli di Sicilia

Nell’affascinante e complesso universo delle leggende siciliane, popolato di donne de fora, animulari e ‘ntuppatedde, esiste una figura che incarna forse la paura più profonda dell’immaginario maschile isolano: la donna rizza. Se il Draugr difende il suo tesoro con la forza del non-morto e la Dama del Male trasforma l’asfodelo in un esercito di vendetta, la leggenda siciliana di U Diavulu e la donna rizza gioca su un registro più sottile, fatto di tentazione, magia notturna e sospetto. Non si tratta di uno scontro epico, ma di un patto silenzioso, di un’intimità violata e di una paura che serpeggiava nelle stanze matrimoniali della Sicilia di un tempo.

Ma chi è esattamente la “donna rizza”? E cosa c’entra il Diavolo con lei? Per rispondere, dobbiamo addentrarci nei vicoli del folklore siciliano, dove il confine tra la moglie devota e la creatura notturna è labile come la luce di un lampione a olio.

Partiamo dal nome. “Rizza” in siciliano non è un complimento. Deriva probabilmente dal termine “rizzari” o da un’accezione che indica qualcosa di duro, ruvido, ostinato, ma anche “arricciato” o “ispido” . Nel contesto delle leggende di stregoneria, la “donna rizza” è la donna che ha qualcosa che non va, che è “storta” dentro, che non si piega alle regole. È l’antesignana della strega, ma con una specificità tutta siciliana.

Spesso, nella tradizione orale, la “donna rizza” viene confusa o affiancata alle Animulari (o Anìmuli), tipiche della zona trapanese . Le Animulari erano donne (spesso mogli di marinai) che avevano stretto un patto col diavolo. Di giorno, conducevano una vita normale, cucinavano, rammendavano le reti. Di notte, però, la loro anima lasciava il corpo: uscivano dal buco della serratura, dalla finestra o dal camino e volavano via, portando con sé un arcolaio (l’anùnulu che dà loro il nome) . La “donna rizza” incarna questo doppio: la madre di famiglia che di notte si trasforma.

Il nucleo della leggenda di “U Diavulu e la donna rizza” è agghiacciante nella sua semplicità. Si narra che esistessero donne che, avendo venduto l’anima al Maligno (spesso in cambio di bellezza eterna, ricchezza o poteri magici), fossero costrette a concedersi a lui fisicamente.

La leggenda più raccontata dai nonni siciliani recita più o meno così:
C’era una volta un uomo che sospettava che sua moglie fosse una “donna rizza”. La notte, mentre lui dormiva, lei spariva. L’uomo, fingendosi addormentato, la seguì una notte. La vide uscire dalla stanza come un’ombra, scivolare per i vicoli del paese fino a raggiungere un crocevia o un albero di fico (luoghi tipici dei sabba). Lì, in un cerchio di luce scura, sua moglie ballava nuda con il Diavolo in persona, spesso rappresentato come un caprone o un uomo vestito di rosso.

La variante più intima e terrificante, però, non parla di sabba lontani. Alcune versioni della leggenda, raccolte da studiosi come Giuseppe Pitrè, suggeriscono che il Diavolo visitasse queste donne direttamente nei loro letti, mentre i mariti giacevano accanto, vittime di un sonno magico . La mattina dopo, la donna si svegliava con lividi, stanchezza inspiegabile o—dettaglio macabro—con i capelli annodati in modo strano (i famosi nodi delle streghe). Se il marito tentava di scioglierli, la donna urlava dal dolore, perché quei nodi erano il sigillo del diavolo.

Questa leggenda va letta con gli occhi della Sicilia dei secoli scorsi, dove l’onore era tutto e il controllo della donna era ferreo. La “donna rizza” rappresentava l’incubo del tradimento non controllabile. Se la donna era fedele, era un angelo del focolare. Se era “rizza”, cioè ribelle o semplicemente troppo bella e sicura di sé, allora doveva per forza aver fatto un patto con Satana .

Le cronache dell’Inquisizione spagnola in Sicilia (tra il XVI e il XVII secolo) sono piene di denunce per “stregoneria” che ricalcano questo schema. Donne accusat di essere “donne de fora” (donne d’altrove) o “donne rizza” perché uscivano troppo spesso, perché erano guaritrici, o semplicemente perché rifiutavano le avances di un uomo potente .

Giuseppe Pitrè, il grande demologo palermitano, documentò che per capire se una donna fosse una strega, si cercava sul suo corpo il “terzo capezzolo” o un segno insensibile al dolore, il famoso marchio del diavolo . La “donna rizza” era quindi una figura reale per la mentalità popolare, non solo una fiaba. Era la vicina di casa che tutti rispettavano ma di cui tutti sussurravano.

Confrontiamo la “donna rizza” con le creature che abbiamo esplorato in precedenza:

  • Il Draugr (nordico) è un nemico esterno, un mostro da decapitare.

  • La Dama del Male (sarda) è un’aristocratica che distrugge per amore respinto.

  • La Donna Rizza (siciliana) è l’intrusa interna. È la moglie, la madre, la figlia. Non vive in un castello o in un tumulo: vive nella stanza accanto. Il suo tradimento (reale o presunto) è una minaccia all’ordine sociale della famiglia patriarcale.

Mentre la Dama del Male combatte il Principe con eserciti di fiori, la Donna Rizza combatte con il silenzio, la notte e l’inganno. È una figura molto più cinica e realistica.

Cosa succedeva quando un uomo scopriva che sua moglie era una “donna rizza”? La leggenda (e i processi dell’epoca) offrono solo una strada: la morte. O la donna veniva uccisa dal marito (giustiziata per “onore”), oppure, se il marito era troppo devoto o spaventato, correva dal prete per un esorcismo. Nei casi più estremi, si racconta che per liberare una “donna rizza” dal giogo del diavolo, bisognasse percuoterla senza sosta con un ramo di olivo benedetto fino a farle confessare il patto.

Oggi, la leggenda di “U Diavulu e la donna rizza” sopravvive nei proverbi siciliani. Quando una donna è particolarmente furba, astuta o semplicemente fortunata, si dice ancora: “Chidda è na fimmina rizza, avi pattu cu lu diavulu” (Quella è una donna tosta, ha un patto con il diavolo). È un modo per esorcizzare la paura della forza femminile, relegandola ancora una volta al soprannaturale.

Ma forse, come suggeriva la serva nella fiaba del Pappagallo del Diavolo, la vera magia non era tanto nel patto infernale, quanto nell’intelligenza di una donna che, in una società che la soffocava, trovava il modo di essere, anche solo per una notte, “padrona di sé” .



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