sabato 13 giugno 2026

Il kraken era un calamaro, il tuono un avvoltoio gigante: quando la mitologia insegue la paleontologia

C'è un'antica, fascinosa ipotesi che attraversa la storia naturale come un fiume carsico: e se i mostri delle leggende non fossero frutto di fantasia, ma memoria involontaria? Se il drago delle caverne, l'uccello del tuono dei nativi americani, il kraken dei marinai norreni fossero stati in realtà gli ultimi, spettrali avvistamenti di creature reali, poi estinte, che l'umanità primitiva ha incontrato e tramandato? La risposta, negli ultimi decenni, ha cominciato a prendere corpo nei lavori di paleontologi ed etnologi, e suona come un deciso "sì, è possibile". Anzi, è probabile.


Prendiamo l'Uccello del Tuono, il temibile spirito alato delle leggende dei nativi americani delle Grandi Pianure. Descritto come un rapace così grande da oscurare il sole e da sollevare tempeste con il battito delle ali, è stato per decenni accantonato come pura mitologia. Poi, nel 2009, uno studio sui fossili del Pleistocene nordamericano ha ridato fiato alla leggenda: i Teratornithidae, giganteschi avvoltoi del genere Teratornis, avevano un'apertura alare che poteva superare i sei metri e ali così possenti da poter volare per ore senza battere un colpo. L'ultimo esemplare si sarebbe estinto circa 10.000 anni fa, ma i primi esseri umani che colonizzarono il continente – i cacciatori di mammut della cultura Clovis – lo hanno certamente incontrato. E raccontato.

Il caso del kraken è ancora più clamoroso, perché la scienza ha dovuto fare marcia indietro. Fino a pochi decenni fa, i calamari giganti (Architeuthis dux) erano considerati leggenda, frutto della fantasia di marinai ubriachi. Poi, nel 2004, un team giapponese li ha fotografati vivi nelle profondità dell'oceano, e abbiamo scoperto che possono raggiungere i 13 metri di lunghezza. I vichinghi, che solcavano l'Atlantico del Nord mille anni fa, li incontravano certamente. Le loro storie di mostri marini con tentacoli capaci di affondare le navi non erano una esagerazione: erano cronaca.


L'Amarok degli Inuit, il lupo gigante che cacciava da solo nelle notti d'inverno e che secondo la leggenda era tanto feroce da poter uccidere un cacciatore esperto, trova una sorprendente corrispondenza nell'Anficione (Amphicyon), un mammifero estinto della famiglia degli Anficionidi, vissuto tra i 20 e i 5 milioni di anni fa. "Cane-orso", lo chiamano i paleontologi, perché ne aveva la mole (fino a 600 kg) e la potenza del morso. Non un lupo, ma qualcosa di più grande e terribile. Gli Inuit non potevano averlo incontrato – l'Anficione era estinto da milioni di anni quando arrivarono nell'Artico – ma le loro leggende potrebbero essere il ricordo di un incontro con una specie di lupo gigante, forse il Canis dirus, il "lupo terribile", che questo sì, si estinse solo 9.500 anni fa e condivise il territorio con i primi esseri umani.

La Pantera d'acqua dei Cherokee, chiamata anche "gatto wampus", è un felino acquatico dalle abitudini notturne, temuto e rispettato. La sua descrizione – corpo allungato, zampe corte, coda lunga – corrisponde sorprendentemente a quella del Miracinonyx, il cosiddetto "ghepardo americano". Non un vero ghepardo, ma un felide imparentato con il puma, che correva quasi veloce come il suo cugino africano e che si estinse circa 20.000 anni fa, quando le praterie del Nord America si ridussero a causa dei cambiamenti climatici. I Cherokee, arrivati nel continente solo 5.000 anni fa, non l'hanno mai visto. Ma le ossa del Miracinonyx, disseppellite dalle alluvioni, potrebbero aver contribuito a forgiare la leggenda.

E che dire del Bunyip australiano, un mostro palustre che terrorizzava gli aborigeni e che gli allevatori europei del Settecento descrissero come "un diavolo con la testa di cavallo e la coda di pesce"? Oggi sappiamo che il Diprotodon, il più grande marsupiale mai esistito, vagava per le zone umide dell'Australia fino a 40.000 anni fa. Era un erbivoro, grosso quanto un rinoceronte, con una testa massiccia e una coda muscolosa. L'acqua, il fango, l'aspetto bizzarro: tutto combacia. E il Te Pouakai dei Maori neozelandesi, l'uccello mostruoso che secondo le cronache indigene rapiva gli adulti e portava via i bambini? Era l'aquila di Haast (Harpagornis moorei), il più grande rapace noto, con un'apertura alare fino a tre metri e un peso di quasi 15 chili. Si estinse intorno al 1400, dopo che i Maori avevano già colonizzato le isole, e le leggende di rapimenti erano probabilmente il ricordo di attacchi reali.

La morale di questa ricognizione paleo-mitologica è duplice. Da un lato, ci ricorda che l'immaginazione umana non è così potente come crediamo: anche i mostri più fantastici, di solito, hanno un fondamento reale. Dall'altro, ci consegna un monito: le specie che abbiamo visto estinguersi – la aquila di Haast, il ghepardo americano, il Teratornis – sono solo le ultime, visibili di una lunga scia di sparizioni che l'uomo ha accelerato. Quando guardiamo il kraken nei film o il drago nei libri, stiamo forse guardando l'ombra di ciò che abbiamo distrutto. E il fatto che queste creature sopravvivano solo nella leggenda è, in fondo, una forma di giustizia poetica: le abbiamo uccise, ma non abbiamo potuto ucciderne il ricordo. E il ricordo, a volte, ha le ali più lunghe di qualsiasi uccello del tuono.

Cesio Endrizzi



0 commenti:

Posta un commento

 
Wordpress Theme by wpthemescreator .
Converted To Blogger Template by Anshul .