C'è un'antica,
fascinosa ipotesi che attraversa la storia naturale come un fiume
carsico: e se i mostri delle leggende non fossero frutto di fantasia,
ma memoria involontaria? Se il drago delle caverne, l'uccello del
tuono dei nativi americani, il kraken dei marinai norreni fossero
stati in realtà gli ultimi, spettrali avvistamenti di creature
reali, poi estinte, che l'umanità primitiva ha incontrato e
tramandato? La risposta, negli ultimi decenni, ha cominciato a
prendere corpo nei lavori di paleontologi ed etnologi, e suona come
un deciso "sì, è possibile". Anzi, è probabile.

Prendiamo l'Uccello
del Tuono, il temibile spirito alato delle leggende dei nativi
americani delle Grandi Pianure. Descritto come un rapace così grande
da oscurare il sole e da sollevare tempeste con il battito delle ali,
è stato per decenni accantonato come pura mitologia. Poi, nel 2009,
uno studio sui fossili del Pleistocene nordamericano ha ridato fiato
alla leggenda: i Teratornithidae, giganteschi avvoltoi del genere
Teratornis, avevano un'apertura alare che poteva superare i sei metri
e ali così possenti da poter volare per ore senza battere un colpo.
L'ultimo esemplare si sarebbe estinto circa 10.000 anni fa, ma i
primi esseri umani che colonizzarono il continente – i cacciatori
di mammut della cultura Clovis – lo hanno certamente incontrato. E
raccontato.
Il caso del kraken è
ancora più clamoroso, perché la scienza ha dovuto fare marcia
indietro. Fino a pochi decenni fa, i calamari giganti (Architeuthis
dux) erano considerati leggenda, frutto della fantasia di marinai
ubriachi. Poi, nel 2004, un team giapponese li ha fotografati vivi
nelle profondità dell'oceano, e abbiamo scoperto che possono
raggiungere i 13 metri di lunghezza. I vichinghi, che solcavano
l'Atlantico del Nord mille anni fa, li incontravano certamente. Le
loro storie di mostri marini con tentacoli capaci di affondare le
navi non erano una esagerazione: erano cronaca.

L'Amarok degli
Inuit, il lupo gigante che cacciava da solo nelle notti d'inverno e
che secondo la leggenda era tanto feroce da poter uccidere un
cacciatore esperto, trova una sorprendente corrispondenza
nell'Anficione (Amphicyon), un mammifero estinto della famiglia degli
Anficionidi, vissuto tra i 20 e i 5 milioni di anni fa. "Cane-orso",
lo chiamano i paleontologi, perché ne aveva la mole (fino a 600 kg)
e la potenza del morso. Non un lupo, ma qualcosa di più grande e
terribile. Gli Inuit non potevano averlo incontrato – l'Anficione
era estinto da milioni di anni quando arrivarono nell'Artico – ma
le loro leggende potrebbero essere il ricordo di un incontro con una
specie di lupo gigante, forse il Canis dirus, il "lupo
terribile", che questo sì, si estinse solo 9.500 anni fa e
condivise il territorio con i primi esseri umani.
La Pantera d'acqua
dei Cherokee, chiamata anche "gatto wampus", è un felino
acquatico dalle abitudini notturne, temuto e rispettato. La sua
descrizione – corpo allungato, zampe corte, coda lunga –
corrisponde sorprendentemente a quella del Miracinonyx, il cosiddetto
"ghepardo americano". Non un vero ghepardo, ma un felide
imparentato con il puma, che correva quasi veloce come il suo cugino
africano e che si estinse circa 20.000 anni fa, quando le praterie
del Nord America si ridussero a causa dei cambiamenti climatici. I
Cherokee, arrivati nel continente solo 5.000 anni fa, non l'hanno mai
visto. Ma le ossa del Miracinonyx, disseppellite dalle alluvioni,
potrebbero aver contribuito a forgiare la leggenda.
E che dire del
Bunyip australiano, un mostro palustre che terrorizzava gli aborigeni
e che gli allevatori europei del Settecento descrissero come "un
diavolo con la testa di cavallo e la coda di pesce"? Oggi
sappiamo che il Diprotodon, il più grande marsupiale mai esistito,
vagava per le zone umide dell'Australia fino a 40.000 anni fa. Era un
erbivoro, grosso quanto un rinoceronte, con una testa massiccia e una
coda muscolosa. L'acqua, il fango, l'aspetto bizzarro: tutto
combacia. E il Te Pouakai dei Maori neozelandesi, l'uccello mostruoso
che secondo le cronache indigene rapiva gli adulti e portava via i
bambini? Era l'aquila di Haast (Harpagornis moorei), il più grande
rapace noto, con un'apertura alare fino a tre metri e un peso di
quasi 15 chili. Si estinse intorno al 1400, dopo che i Maori avevano
già colonizzato le isole, e le leggende di rapimenti erano
probabilmente il ricordo di attacchi reali.
La morale di questa
ricognizione paleo-mitologica è duplice. Da un lato, ci ricorda che
l'immaginazione umana non è così potente come crediamo: anche i
mostri più fantastici, di solito, hanno un fondamento reale.
Dall'altro, ci consegna un monito: le specie che abbiamo visto
estinguersi – la aquila di Haast, il ghepardo americano, il
Teratornis – sono solo le ultime, visibili di una lunga scia di
sparizioni che l'uomo ha accelerato. Quando guardiamo il kraken nei
film o il drago nei libri, stiamo forse guardando l'ombra di ciò che
abbiamo distrutto. E il fatto che queste creature sopravvivano solo
nella leggenda è, in fondo, una forma di giustizia poetica: le
abbiamo uccise, ma non abbiamo potuto ucciderne il ricordo. E il
ricordo, a volte, ha le ali più lunghe di qualsiasi uccello del
tuono.
Cesio
Endrizzi
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