Perché Cupido porta un arco? E soprattutto, perché l'amore dovrebbe essere rappresentato da una freccia?
La risposta più immediata è anche quella che conosciamo tutti: Cupido, il dio romano dell'amore, colpisce con le sue frecce il cuore degli esseri umani e li fa innamorare. Una persona può essere perfettamente tranquilla, convinta di sapere cosa vuole dalla propria vita, e poi incontrare qualcuno. Un istante dopo qualcosa è cambiato. Non necessariamente perché abbia deciso di innamorarsi, ma perché si è sentita colpita.
È proprio questa l'intuizione contenuta nella metafora della freccia.
Una freccia non chiede il permesso al bersaglio. Parte, attraversa lo spazio e colpisce. L'amore, almeno nell'immaginario mitologico, funziona allo stesso modo: non è sempre il risultato di una decisione razionale. Può arrivare prima della spiegazione.
Ed è significativo che Cupido non venga raffigurato mentre convince qualcuno ad amare. Lo colpisce.
L'immagine contiene una verità psicologica che gli antichi conoscevano bene: possiamo cercare l'amore, desiderarlo, programmarlo persino, ma non possiamo ordinare a noi stessi di innamorarci di una determinata persona. Possiamo scegliere cosa fare di un sentimento, ma molto meno facilmente possiamo scegliere il momento esatto in cui quel sentimento nasce.
La freccia diventa così l'immagine perfetta dell'irruzione improvvisa dell'amore.
Ma c'è un'altra metafora, ancora più profonda, che nasce dal linguaggio greco.
Il verbo greco ἁμαρτάνω (hamartánō) significa, in senso generale, mancare, sbagliare, fallire il bersaglio. Da questa famiglia linguistica deriva ἁμαρτία (hamartía), parola che nel greco del Nuovo Testamento assumerà il significato teologico di “peccato”.
Qui però occorre evitare una semplificazione molto diffusa: non è corretto sostenere che per i Greci classici “peccato” significasse semplicemente “mancare il bersaglio” nel senso morale moderno. La storia semantica della parola è più complessa. Il significato di hamartía si sviluppa nel tempo e cambia profondamente quando entra nel vocabolario religioso ebraico-cristiano.
La metafora del bersaglio, tuttavia, è potente.
Perché la vita umana è davvero piena di bersagli.
Cerchiamo la felicità e spesso la manchiamo. Cerchiamo l'amore e qualche volta scegliamo la persona sbagliata. Cerchiamo il successo e scopriamo che quello che volevamo ottenere non era ciò di cui avevamo bisogno. Cerchiamo sicurezza e finiamo per costruire una prigione. Cerchiamo di evitare il dolore e qualche volta, nel tentativo di non soffrire, finiamo per smettere di vivere.
Tiriamo.
E manchiamo.
Poi ritiriamo.
E manchiamo di nuovo.
La metafora dell'arco diventa allora sorprendentemente adatta all'esistenza umana. Vivere significa continuamente prendere la mira verso qualcosa che non possediamo ancora.
Il problema è che Cupido introduce un elemento completamente diverso.
Noi siamo abituati a pensare di essere gli arcieri. Vogliamo scegliere il bersaglio, tendiamo l'arco, calcoliamo la distanza e scagliamo la freccia. L'amore, invece, rovescia la situazione.
Per una volta siamo noi il bersaglio.
Ed è questo che può renderlo tanto sconvolgente.
Non siamo più quelli che controllano la traiettoria. Siamo quelli che vengono colpiti.
La mitologia romana ha trasformato questa idea in un'immagine diventata universale: un essere divino, spesso raffigurato come un giovane o come un bambino alato, armato di arco e frecce. Cupido è la versione romana di Eros, la divinità greca associata all'amore e al desiderio. Le sue frecce rendono visibile qualcosa che altrimenti sarebbe difficile rappresentare: il carattere improvviso, involontario e penetrante dell'innamoramento.
L'amore entra.
E qualcosa dentro di noi cambia.
Da qui nasce anche una delle più belle ambiguità dell'immagine. Una freccia ferisce. L'amore può fare male. Può rendere vulnerabili. Può produrre euforia, ma anche paura, gelosia, perdita e dolore.
Per questo l'immaginario amoroso ha sempre oscillato tra due immagini apparentemente contraddittorie: l'amore come guarigione e l'amore come ferita.
Essere innamorati significa, in un certo senso, lasciare che qualcuno abbia accesso a una parte di noi che normalmente proteggiamo.
Ecco perché l'immagine del cuore trafitto è molto più efficace di quella di un semplice cuore sorridente.
Il cuore trafitto è un cuore che sente.
Ma proprio qui comincia una seconda storia, quella religiosa e filosofica, nella quale la metafora della freccia viene trasformata ulteriormente. Nella rilettura cristiana proposta da alcuni autori contemporanei, le frecce di Cupido vengono reinterpretate come immagine dell'amore divino: l'essere umano non trova necessariamente la felicità attraverso il controllo assoluto della propria esistenza, ma attraverso la disponibilità a lasciarsi raggiungere da qualcosa che non controlla.
È una reinterpretazione spirituale, non il significato originario della mitologia romana.
Ed è importante mantenerle distinte.
Il Cupido antico non era semplicemente un emissario cristiano in anticipo sui tempi, e hamartía non era già la dottrina cristiana del peccato nascosta dentro una parola greca. Queste sono letture posteriori.
Ma le metafore possono evolvere.
Una civiltà prende un'immagine, un'altra la eredita, la modifica e le attribuisce nuovi significati.
Ed è precisamente ciò che è accaduto con il bersaglio, la freccia, la ferita e il cuore.
Alla fine rimane una domanda che non appartiene soltanto alla mitologia.
Quante delle nostre infelicità nascono dal fatto che continuiamo a voler essere noi gli arcieri?
Vogliamo decidere chi amare, quando amare, quanto amare, quanto rischiare, quando soffrire e quando smettere di sentire. Cerchiamo di costruire una traiettoria perfetta attraverso la vita, come se esistesse un modo per eliminare completamente l'errore.
Ma un essere umano non è una macchina per il tiro con l'arco.
Sbaglia mira.
Cambia bersaglio.
Tira troppo presto.
Tira troppo tardi.
E qualche volta, quando ha finalmente smesso di cercare, scopre che la freccia era già arrivata.
Forse è questo il motivo per cui la freccia di Cupido è sopravvissuta per secoli. Non perché gli antichi pensassero davvero che un bambino alato potesse nascondersi dietro un cespuglio e colpirci con un arco dorato.
È sopravvissuta perché descrive magnificamente una cosa che continuiamo a sperimentare: possiamo passare anni a cercare qualcosa e poi essere raggiunti da essa nel momento in cui avevamo smesso di aspettarcela.
La freccia vola.
Noi non possiamo sempre controllarne la traiettoria.
Ma quando arriva al cuore, almeno per un istante, scopriamo di non essere più l'arcere.
Siamo il bersaglio.
Cesio Endrizzi
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