Come può una mitologia antica essere quasi cancellata dalla memoria del popolo che l'aveva costruita?
La risposta, nel caso dei Meitei del Manipur, passa attraverso una delle trasformazioni religiose e politiche più radicali dell'India nord-orientale: l'affermazione del vaisnavismo nel XVIII secolo e la progressiva marginalizzazione della tradizione religiosa indigena conosciuta oggi soprattutto come Sanamahismo.
Ma raccontare questa storia semplicemente come “gli induisti sostituirono la religione Meitei” sarebbe troppo facile. La realtà è più interessante e molto più complessa.
Perché la trasformazione non avvenne soltanto attraverso la predicazione religiosa.
Avvenne attraverso il potere della monarchia.
Per secoli i Meitei svilupparono un proprio sistema religioso, popolato da divinità, spiriti, antenati, rituali e tradizioni locali. I Puyas, manoscritti redatti in lingua e scrittura Meitei, costituivano una parte fondamentale della memoria religiosa, mitologica e culturale della società.
L'arrivo dell'influenza hindu non fu però improvviso.
Elementi vaisnaviti erano presenti nel Manipur già prima della grande trasformazione del XVIII secolo. La corte reale aveva avuto contatti con forme di culto hindu e alcuni sovrani avevano adottato pratiche vaisnavite. Ma una cosa era che un sovrano o una famiglia reale venerassero Krishna; un'altra completamente diversa era trasformare quella religione in un progetto politico per l'intero regno.
La svolta arrivò con Pamheiba, noto anche come Garibniwaz, che regnò dal 1709 al 1748.
Suo padre Charairongba aveva ricevuto un'iniziazione vaisnavita, ma non aveva imposto la nuova religione all'intera popolazione. Le fonti disponibili indicano che continuò a patrocinare anche i culti tradizionali Meitei. Fu il figlio a trasformare progressivamente l'orientamento religioso della monarchia in una vera politica di Stato.
Il vaisnavismo divenne così uno degli strumenti attraverso cui il sovrano cercò di rifondare la società.
Non si trattava soltanto di cambiare il nome delle divinità alle quali rivolgere una preghiera.
Cambiarono rituali, norme sociali, pratiche religiose e rapporti di potere. I sacerdoti della tradizione indigena persero spazio a favore dei nuovi specialisti religiosi legati alla cultura hindu. La monarchia patrocinò nuovi templi e nuovi culti e impose progressivamente pratiche associate alla nuova ortodossia.
E quando una religione diventa religione di Stato, la conversione smette di essere soltanto una questione spirituale.
Diventa politica.
È qui che entra in scena il capitolo più drammatico della storia: il Puya Meithaba, letteralmente la “bruciatura dei Puyas”.
Secondo la tradizione Meitei, durante il regno di Garibniwaz numerosi manoscritti sacri e testi antichi furono raccolti e distrutti. La memoria di questo episodio è rimasta potentissima nella coscienza culturale Meitei e viene ancora oggi interpretata come un tentativo di cancellare la religione e la cultura indigene. Alcuni studi indicano il 1732 come data dell'episodio e parlano di un numero molto elevato di manoscritti distrutti.
Ma qui bisogna fare una distinzione importante.
L'evento è reale come memoria storica e culturale, e la repressione delle pratiche tradizionali è documentata. Tuttavia, gli storici discutono ancora sulla portata esatta della distruzione dei manoscritti e sulla ricostruzione degli avvenimenti. Uno studio recente sottolinea esplicitamente che alcuni storici contestano la versione secondo cui Garibniwaz avrebbe distrutto personalmente tutti i manoscritti tradizionali in un'unica operazione.
Questa cautela non rende la vicenda meno importante.
Anzi.
La rende più interessante.
Perché anche se non possiamo trasformare ogni elemento della memoria del Puya Meithaba in un fatto documentato nei minimi dettagli, sappiamo che il XVIII secolo produsse una trasformazione profonda della cultura Meitei e che la nuova religione godette del sostegno diretto della monarchia. La letteratura precedente fu colpita, i culti tradizionali furono repressi e nuovi modelli religiosi furono imposti dall'alto.
Eppure accadde qualcosa che il potere non riuscì a impedire.
La vecchia religione non scomparve.
Si nascose.
Sopravvisse nelle famiglie, nei rituali, nei santuari domestici, nei sacerdoti tradizionali, nelle feste e nella trasmissione orale. Alcuni elementi della religione indigena furono assorbiti o reinterpretati all'interno della nuova società hindu. Altri continuarono a esistere parallelamente al vaisnavismo.
È uno dei grandi paradossi della storia delle religioni.
Puoi distruggere un tempio.
Puoi bruciare un manoscritto.
Puoi proibire un rituale.
Puoi sostituire il pantheon ufficiale.
Ma è molto più difficile distruggere una religione quando quella religione è diventata parte della struttura familiare e dell'identità di una popolazione.
Ancora oggi esistono elementi pre-vaisnaviti nella vita religiosa dei Meitei Hindu. Studi sulla mitologia d'origine Meitei sottolineano proprio la persistenza del culto di divinità tradizionali all'interno delle famiglie Meitei che si identificano come hindu.
È un fenomeno fondamentale per comprendere ciò che realmente accadde.
Non si trattò semplicemente della sostituzione di una religione con un'altra.
Fu piuttosto una sovrapposizione.
Il nuovo sistema religioso impose nuove categorie, nuovi rituali e nuovi riferimenti, ma la tradizione precedente continuò a vivere sotto la superficie.
Il Lai Haraoba, per esempio, è rimasto una delle principali manifestazioni della tradizione indigena Meitei e conserva rituali e concezioni anteriori alla piena affermazione del vaisnavismo.
Questa sopravvivenza spiega anche perché la questione religiosa sia ancora così importante nell'identità Meitei contemporanea.
Il Sanamahismo non è semplicemente un reperto archeologico.
È diventato anche il centro di un movimento di recupero dell'identità indigena. Studi recenti descrivono infatti una contemporanea competizione tra identità vaisnavita e revival sanamahista all'interno della stessa comunità Meitei.
Ed è proprio questo a rendere la storia del Manipur molto più interessante di una semplice storia di conversione.
Quando una comunità cambia religione, non cambia necessariamente tutto.
Può cambiare il nome delle divinità senza dimenticare quelle precedenti.
Può adottare nuovi rituali conservandone di antichi.
Può costruire un nuovo tempio accanto a un antico santuario.
Può dichiararsi appartenente a una religione e continuare contemporaneamente a praticare elementi provenienti dalla tradizione precedente.
Le religioni non sono computer nei quali si cancella un sistema operativo e se ne installa un altro.
Sono memorie viventi.
E la memoria è terribilmente difficile da bruciare.
Perfino la distruzione dei Puyas produsse un risultato inatteso: trasformò quei manoscritti perduti in simboli potentissimi della memoria culturale Meitei. La loro assenza divenne parte della memoria stessa.
E il fatto che molti manoscritti tradizionali siano comunque sopravvissuti dimostra quanto sia difficile cancellare completamente una tradizione. La conservazione e la circolazione clandestina o privata dei testi sono parte delle ricostruzioni moderne della storia Meitei, mentre la sopravvivenza di un corpus significativo di manoscritti permette ancora oggi agli studiosi di confrontare testi, tradizioni viventi e altre fonti storiche.
La vicenda del Manipur mostra quindi una regola molto più generale della storia umana.
Il potere può imporre una religione molto più rapidamente di quanto possa cancellare una cultura.
Un re può stabilire quale culto debba essere favorito dalla corte.
Può costruire nuovi templi.
Può reprimere sacerdoti e rituali.
Può ordinare la distruzione di libri.
Ma non può controllare completamente ciò che una madre insegna ai propri figli, ciò che una famiglia conserva nel proprio santuario domestico, ciò che una comunità ripete durante una festa o ciò che sopravvive nella lingua.
Per questo la domanda “come ha fatto la mitologia hindu a sostituire quella Meitei?” contiene già una premessa che va corretta.
Non l'ha completamente sostituita.
Ha conquistato la posizione dominante nella società Meitei attraverso un processo storico nel quale la monarchia ebbe un ruolo decisivo. Ha trasformato profondamente la religione, la cultura e l'identità del Manipur. Ha lasciato tracce enormi nella letteratura, nelle arti, nella danza, nell'architettura e nella vita sociale.
Ma la tradizione precedente non morì.
Si trasformò, si nascose, si adattò, sopravvisse e infine riemerse.
E forse è proprio questa la lezione più affascinante della storia Meitei: una religione può essere sconfitta politicamente senza essere completamente sconfitta nella memoria.
Perché i templi possono essere demoliti.
I libri possono essere bruciati.
I nomi possono essere cambiati.
Ma finché qualcuno continua a ricordare ciò che esisteva prima, quella religione non è ancora completamente morta.
Cesio Endrizzi
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