CERNUNNOS È DAVVERO IL DIO DELLA CACCIA? – NON BASTANO LE CORNA DI CERVO: ECCO COSA RACCONTANO DAVVERO IL PILASTRO DEI NAUTI, IL CALDERONE DI GUNDESTRUP, I TORQUES, IL SERPENTE ARIETE, GLI ANIMALI E LE BORSE DI MONETE – E PERCHÉ CHIAMARLO SEMPLICEMENTE “DIO DELLA CACCIA” È PROBABILMENTE RIDUTTIVO
Se prendiamo una qualsiasi ricostruzione popolare di Cernunnos, la prima cosa che vediamo sono le corna. E siccome le corna sono quelle di un cervo, il passaggio successivo sembra quasi automatico: cervo, foresta, animali selvatici, dunque caccia. Cernunnos sarebbe il dio della caccia celtico.
Il problema è che non abbiamo una fonte antica che lo dica.
Non una.
Nessun autore classico ci ha lasciato un passo nel quale un sacerdote, un guerriero o un romano della Gallia spieghi che Cernunnos presiede alla caccia. Nessun mito conservato racconta le sue imprese. Nessun testo antico ci offre una biografia divina del personaggio. Quello che possediamo è soprattutto archeologia: immagini, iscrizioni, altari, rilievi e oggetti rituali. E quando manca un testo che spieghi un'immagine, bisogna essere molto cauti nel trasformare ciò che vediamo in una funzione religiosa precisa.
La prima cosa da correggere, quindi, è già il titolo: Cernunnos non è documentato semplicemente come “il dio della caccia”.
È una figura divina cornuta, associata agli animali, alla natura selvatica e, in alcune rappresentazioni, a simboli di ricchezza e abbondanza. La caccia può rientrare plausibilmente nel suo campo simbolico, ma non è l'unica interpretazione e probabilmente nemmeno quella che spiega meglio l'intero dossier iconografico.
La prova più importante parte da Parigi.
Nel 1710, durante lavori sotto l'area della cattedrale di Notre-Dame, furono rinvenuti frammenti del cosiddetto Pilier des Nautes, il Pilastro dei Nautes, un monumento votivo eretto dai battellieri della Lutetia gallo-romana durante il regno di Tiberio, quindi nella prima parte del I secolo d.C. Su uno dei pannelli compare una testa maschile con grandi corna di cervo e, accanto, il nome che gli studiosi leggono come Cernunnos — oggi l'iscrizione è lacunosa, ma antichi disegni conservano una lettura più completa.
Questo reperto è fondamentale perché qui abbiamo finalmente nome + immagine.
Ed è proprio questa combinazione a permettere agli studiosi di utilizzare il nome Cernunnos anche per altre immagini che presentano caratteristiche analoghe.
Ma attenzione: non significa che ogni figura cornuta dell'Europa celtica sia automaticamente Cernunnos.
Questo è uno dei problemi più interessanti della questione.
Prendiamo il celeberrimo calderone di Gundestrup, trovato in Danimarca e generalmente collocato fra la fine del II e il I secolo a.C., anche se origine, datazione e ambiente culturale sono state oggetto di discussione. Su una delle placche interne compare una figura maschile seduta a gambe incrociate, con grandi corna di cervo. Tiene un torques nella mano destra e porta un altro torques al collo; vicino a lui compare un serpente con testa di ariete, mentre tutt'intorno sono rappresentati animali.
Questa è l'immagine che ha praticamente costruito il Cernunnos della cultura popolare moderna.
Eppure c'è un particolare decisivo: sul calderone non c'è scritto “Cernunnos”.
Lo chiamiamo Cernunnos perché la somiglianza con il dio del Pilastro dei Nautes è talmente forte da rendere l'identificazione plausibile. Ma rimane un'identificazione iconografica, non una didascalia lasciata dall'artista.
Ed è qui che la domanda sulle corna diventa davvero interessante.
Le corna non dicono necessariamente «questo è il dio della caccia».
Dicono innanzitutto: questo essere possiede una natura o un'autorità legata al cervo e al mondo animale.
È una differenza enorme.
Se il messaggio fosse semplicemente «dio della caccia», infatti, ci aspetteremmo di trovare con una certa frequenza gli strumenti e le scene della caccia: arco, lancia, cani, prede abbattute, cacciatori, inseguimenti.
Ma l'iconografia di Cernunnos non insiste principalmente su questo.
Insiste sulla relazione con gli animali.
Sul Gundestrup, per esempio, la figura cornuta è immersa in un vero bestiario. Il cervo è presente, ma non è semplicemente una preda. La divinità è rappresentata al centro di un sistema nel quale l'umano, l'animale e il divino sembrano appartenere allo stesso ordine simbolico.
Per questo una delle interpretazioni più utilizzate in ambito accademico è quella del “Lord of the Animals”, il Signore degli Animali: non necessariamente il cacciatore, ma una figura che manifesta una relazione di dominio, protezione, mediazione o controllo sul mondo animale.
E questo cambia completamente prospettiva.
Il cacciatore sta fuori dal branco.
Il Signore degli Animali, simbolicamente, sta al centro del branco.
Cernunnos non viene rappresentato mentre insegue un cervo con una lancia. Viene rappresentato con gli animali.
È un dettaglio apparentemente piccolo, ma iconograficamente enorme.
Poi c'è il torques, il caratteristico collare metallico celtico.
Sul Pilastro dei Nautes le corna sono associate ai torques; sul Gundestrup il dio ne porta uno e ne tiene un altro. E il torques non è un semplice accessorio ornamentale. Nel mondo celtico era un oggetto dotato di forte valore sociale e simbolico, legato allo status e all'identità, e nelle immagini divine può funzionare come attributo di potere o prestigio.
Ora guardiamo un altro particolare: il denaro.
Alcune rappresentazioni gallo-romane associate a Cernunnos lo mostrano con una borsa o un contenitore dal quale sembrano fuoriuscire monete o grani. A Reims, per esempio, la figura compare con una borsa; altre immagini della stessa famiglia iconografica ripropongono simboli di ricchezza e abbondanza.
Questo è un problema enorme per l'interpretazione esclusivamente venatoria.
Se Cernunnos fosse semplicemente «il dio della caccia», come spieghiamo il denaro?
La risposta potrebbe essere che la caccia produce ricchezza, prestigio e nutrimento. Ma questa è già un'interpretazione secondaria. Il dato visibile è che l'iconografia collega il dio anche a abbondanza, prosperità e ricchezza materiale.
E allora emerge una figura molto più complessa: un dio del rapporto fra uomo, animali, natura e prosperità.
Poi arriva il serpente con testa di ariete.
È uno degli attributi più enigmatici della religione gallo-romana. Sul Gundestrup compare vicino alla figura cornuta; altre immagini gallo-romane associano il serpente cornuto ad altre divinità. La creatura sembra avere un significato religioso autonomo e non può essere semplicemente tradotta come «animale da caccia».
Serpente, ariete e cervo mettono insieme simbolismi diversi: animali, rigenerazione, forza, fecondità, mondo sotterraneo, abbondanza. Ma qui bisogna fermarsi prima di commettere un altro errore molto comune: non sappiamo esattamente che cosa significassero questi simboli per i fedeli che li veneravano.
Possiamo formulare ipotesi.
Non possiamo trasformarle in dogmi.
È questa la parte più affascinante — e più frustrante — della religione celtica.
Abbiamo moltissime immagini e pochissimi testi esplicativi.
Cernunnos non ci ha lasciato un mito nel quale dica: «Io sono il dio della caccia». Non abbiamo un testo gallo-romano che racconti le sue funzioni. Cesare, quando descrive le principali divinità dei Galli nella Guerra gallica, non nomina Cernunnos. Parla invece di divinità che interpreta con nomi romani, come Mercurio, Apollo, Marte, Giove e Minerva. Nessuna di queste identificazioni può essere collegata con certezza al dio cornuto.
E questo spiega perché Cernunnos sia diventato una specie di calamita per le interpretazioni moderne.
Natura.
Foresta.
Animali.
Fertilità.
Ricchezza.
Morte.
Rinascita.
Mondo sotterraneo.
Caccia.
Persino il cosiddetto “Wild Hunt”.
Ma più ci si allontana dall'archeologia e più bisogna fare attenzione: molte delle immagini moderne di Cernunnos come grande divinità pan-celtica della natura, signore della morte e della rinascita o capo della Caccia Selvaggia sono ricostruzioni moderne, non descrizioni conservate da una mitologia celtica antica.
E qui arriviamo finalmente al cervo.
Perché proprio il cervo?
Perché nelle società dell'Europa antica il cervo non era soltanto una preda. Era un animale selvatico straordinariamente importante sul piano simbolico: possente, veloce, dotato di un palese ciclo stagionale del palco, che cresce, cade e ricresce. Le corna sono dunque una caratteristica animale che rende immediatamente visibile un'idea di potenza, rigenerazione e connessione con il mondo selvatico.
Ma attenzione anche qui: non significa che gli antichi Celti pensassero necessariamente «le corna cadono e ricrescono, quindi Cernunnos rappresenta la morte e la rinascita». È un'interpretazione moderna possibile, non una frase tramandata da un druido.
Il dato archeologico è più solido e più interessante.
C'è una divinità cornuta.
È associata a torques.
È frequentemente associata ad animali.
In alcune immagini compare il cervo.
In altre compare il serpente cornuto.
In altre ancora compaiono simboli di ricchezza.
La figura può essere seduta a gambe incrociate.
E compare in un'area geografica ampia del mondo gallo-romano e celtico.
Questo insieme di elementi permette di ricostruire un profilo.
Ma non permette di ridurlo a una sola parola.
Anzi, forse la definizione più prudente è proprio quella di dio cornuto associato al mondo animale e alla prosperità, oppure, seguendo una terminologia utilizzata dagli studiosi, una sorta di Signore degli Animali. La caccia può essere compresa all'interno di questo universo simbolico, ma non ne costituisce necessariamente l'intero significato.
E c'è un'ultima ironia.
Il nome stesso Cernunnos è generalmente collegato alla radice celtica cern-/karn-, associata al corno o alla caratteristica cornuta. Dunque sì: le corna sono fondamentali anche linguisticamente. Ma proprio questo ci dice che il nome identifica il “Cornuto”, non il “Cacciatore”.
È una distinzione che dovrebbe essere scolpita nella pietra.
Cernunnos non è “il dio della caccia perché ha le corna”.
È una divinità che conosciamo attraverso una iconografia nella quale le corna di cervo costituiscono il segno più evidente di una relazione con il mondo animale. Quando aggiungiamo cervi, altri animali, torques, serpenti cornuti, simboli di ricchezza e la posizione centrale della figura, emerge qualcosa di molto più ampio della semplice caccia.
E proprio perché non possediamo il manuale teologico dei suoi sacerdoti, dobbiamo resistere alla tentazione di scrivergliene uno noi.
Il paradosso è magnifico: del dio cornuto che tutti credono di conoscere sappiamo pochissimo; e proprio perché sappiamo pochissimo, ogni sua corna sembra autorizzare qualcuno a raccontare tutto il resto.
Cesio Endrizzi
0 commenti:
Posta un commento