venerdì 31 luglio 2026

Torrita di Siena, 1978: l’incontro di Rivo Faralli e le due misteriose figure davanti alla Fiat 127


 
Il 17 settembre 1978, nelle campagne di Torrita di Siena, accadde qualcosa che ancora oggi appartiene alla categoria dei casi più controversi dell’ufologia italiana. Non perché esista una prova definitiva dell'origine extraterrestre dell'episodio, ma perché attorno alla testimonianza di un giovane automobilista si accumularono altri racconti, un improvviso fenomeno luminoso, un'interruzione dell'elettricità e persino alcune presunte tracce sul terreno. Il protagonista era Rivo Faralli, 25 anni, barbiere. Quella sera stava tornando a casa dopo essere passato dalla madre Santina. Non poteva sapere che pochi minuti dopo avrebbe vissuto un'esperienza destinata a essere discussa per decenni.

Prima ancora che Faralli uscisse di casa, nella zona era stato segnalato qualcosa di insolito. Ultimina Boscagli e suo figlio Riccardo, appena dodicenne, si trovavano all'esterno quando udirono un rumore violentissimo, successivamente descritto quasi come una scarica d'artiglieria. Guardando verso il cielo avrebbero visto una luce particolare, una sorta di sfera luminosa con tonalità giallo-arancioni e rossastre, accompagnata da un bagliore bianco molto intenso. Poco dopo il fenomeno scomparve. Anche Santina Faralli, mentre si trovava davanti alla televisione, avrebbe udito il forte rumore e assistito a un'interruzione temporanea della corrente elettrica. Sono dettagli importanti, ma devono essere trattati per quello che sono: testimonianze, non prove dell'origine del fenomeno.

Rivo rimase dalla madre per circa mezz'ora. Poi, intorno alle nove di sera, salutò Santina e raggiunse la propria Fiat 127. Salì, chiuse la portiera e mise in moto. Il motore inizialmente funzionò normalmente. Percorse soltanto pochi metri quando improvvisamente si spense. Non sarebbe stato soltanto un problema al motore. Secondo il racconto di Faralli, anche l'impianto elettrico cessò di funzionare: fari spenti, cruscotto inattivo, automobile completamente ferma.

Mentre cercava di capire cosa fosse successo, davanti alla Fiat comparve una luce rossa molto intensa. Attraverso il parabrezza Faralli avrebbe visto qualcosa avvicinarsi alla strada. L'oggetto, secondo la sua descrizione, aveva una parte inferiore larga e discoidale e una struttura superiore emisferica molto luminosa. La dimensione sarebbe stata di circa tre metri e l'oggetto si sarebbe fermato a pochissima distanza dalla vettura, all'altezza del cofano.

La luminosità era tale da illuminare la strada, il muretto e la vegetazione circostante. Sotto l'oggetto Faralli avrebbe notato tre fasci luminosi diretti verso il terreno, caratterizzati da colori differenti, tra cui giallo, verde, rosso e azzurro. La scena doveva essere surreale: una Fiat 127 completamente immobile, una strada notturna improvvisamente illuminata e qualcosa di sconosciuto sospeso davanti all'automobile.

Ma il dettaglio destinato a rendere celebre la vicenda doveva ancora arrivare.

Secondo Faralli, sul corpo dell'oggetto comparve un'apertura. La struttura sembrò dividersi in due parti, come una porta che si apriva lateralmente. Dietro l'apertura c'era oscurità. Poi apparve una figura.

Era piccola, molto più bassa di un adulto normale. Faralli avrebbe stimato l'altezza intorno al metro, forse poco più. La figura non sarebbe scesa utilizzando una scaletta o appoggiando semplicemente i piedi sull'asfalto. Nel suo racconto sembrava piuttosto fluttuare, scendendo lentamente fino a fermarsi a pochi centimetri dal terreno.

Poi comparve una seconda figura.

Le due presenze erano descritte come esseri di piccola statura, con il corpo apparentemente coperto da una tuta aderente e la testa protetta da qualcosa che Faralli interpretò come un casco. Non riuscì però a distinguere chiaramente i volti. Ed è proprio qui che bisogna separare la testimonianza dalle ricostruzioni successive: molte delle immagini oggi associate ai cosiddetti "alieni di Torrita" sono rappresentazioni artistiche, non fotografie dell'evento.

Le due figure si mossero verso la Fiat.

Non sembravano aggredire Faralli. Non tentarono di aprire la portiera e, secondo il racconto, non stabilirono alcun contatto verbale con lui. Sembravano piuttosto interessate all'automobile. Una delle due si avvicinò alla parte anteriore della Fiat e percorse lateralmente la vettura. L'altra si spostò verso il retro.

Faralli rimase al volante.

A un certo punto perse di vista una delle figure. La cercò attraverso il finestrino e gli specchietti e la vide dietro la macchina. La sagoma continuava a muoversi intorno alla Fiat, mentre l'altra rimaneva nella zona anteriore.

Non sappiamo cosa stessero facendo. Ed è importante non trasformare un'interpretazione in un fatto. Faralli ebbe l'impressione che quelle figure stessero esaminando la vettura, ma non poteva conoscere le loro intenzioni.

Dopo alcuni istanti le due figure tornarono verso l'oggetto. Una dopo l'altra sarebbero entrate nell'apertura, apparentemente sollevandosi dal terreno. L'apertura si richiuse e la struttura rimase sospesa sulla strada.

Poi iniziò ad allontanarsi.

L'oggetto aumentò progressivamente la propria altezza, quindi accelerò fino a scomparire nel cielo. Faralli rimase per qualche secondo fermo nella Fiat. La strada tornò buia.

Provò quindi a riavviare l'automobile.

La Fiat 127 ripartì.

Anche l'impianto elettrico tornò a funzionare e i fari si riaccesero. È uno degli elementi più suggestivi della storia, ma anche uno dei più difficili da verificare: non esiste una registrazione tecnica effettuata durante l'episodio che permetta di stabilire cosa abbia realmente provocato l'arresto e il successivo ritorno alla normalità dell'automobile.

Faralli tornò a casa, ma l'episodio non rimase confinato alla sua esperienza personale.

La mattina successiva qualcuno avrebbe cercato nella zona indicata dal testimone eventuali segni lasciati dall'oggetto. Vennero segnalate alcune zone scure sull'asfalto, tra cui una macchia quasi circolare, larga circa mezzo metro, apparentemente simile a una bruciatura. Considerato il racconto della sera precedente, il collegamento sembrava immediato.

Ma proprio qui il caso comincia a complicarsi.

Una traccia sull'asfalto non dimostra automaticamente che sia stata prodotta da un oggetto volante sconosciuto. Furono raccolte informazioni e campioni e la vicenda venne sottoposta ad analisi. Le successive verifiche non produssero una sostanza misteriosa o un materiale impossibile da ricondurre alla realtà terrestre. Le presunte bruciature, inoltre, non poterono essere considerate una prova conclusiva dell'atterraggio o della presenza dell'oggetto descritto da Faralli.

Il 20 settembre 1978, appena pochi giorni dopo l'episodio, la vicenda arrivò sulla stampa attraverso La Nazione. Il caso cominciò a circolare e attirò l'attenzione degli appassionati di UFO e dei ricercatori.

Eppure, se eliminiamo progressivamente gli elementi più spettacolari, rimane una questione interessante.

Faralli aveva realmente raccontato questa storia nel 1978. Non era un personaggio costruito successivamente intorno a una leggenda nata molti anni dopo. La testimonianza era contemporanea all'evento. Inoltre, prima del suo incontro, altre persone avevano riferito qualcosa di insolito nella stessa zona.

Questo non significa che tutti avessero visto la stessa cosa. Un forte rumore e una luce nel cielo potrebbero avere spiegazioni completamente differenti rispetto a ciò che Faralli dichiarò di aver visto sulla strada. Anche l'interruzione dell'elettricità potrebbe essere stata indipendente dal fenomeno. Tuttavia, la coincidenza temporale costituisce uno degli aspetti che hanno contribuito alla longevità del caso.

Negli anni successivi la vicenda venne ripresa e studiata più volte. Tra i ricercatori che si occuparono del caso vi fu Marco Bianchini del Centro Italiano Studi Ufologici, che cercò di ricostruire l'episodio attraverso le fonti disponibili e di distinguere ciò che poteva essere documentato dalle ricostruzioni aggiunte successivamente.

Ed è proprio questo il punto fondamentale.

Un caso ufologico non deve necessariamente essere trasformato in una scelta tra "era tutto vero" e "era tutto falso". Esiste una terza possibilità, molto più rigorosa: stabilire quali elementi possediamo, quali possiamo verificare e quali invece appartengono esclusivamente alla testimonianza.

Le tracce fisiche non offrono una conferma definitiva. Non esiste una fotografia dell'oggetto. Non esiste una fotografia delle due figure. Non esiste un filmato. Non abbiamo dati strumentali registrati durante l'episodio. Il comportamento della Fiat non può essere ricostruito tecnicamente a distanza di decenni.

Rimane quindi soprattutto la testimonianza di Rivo Faralli.

Una testimonianza che può essere creduta, messa in dubbio oppure studiata senza pregiudizi, ma che non può essere trasformata automaticamente in una prova dell'esistenza di visitatori extraterrestri.

E forse è proprio questa la parte più interessante della storia.

Perché quando si eliminano le ricostruzioni artistiche, le interpretazioni, le presunte bruciature e tutto ciò che è stato aggiunto nel corso dei decenni, rimane un uomo di 25 anni che nel settembre del 1978 dichiarò di essersi trovato davanti a qualcosa che non riusciva a identificare.

Quasi cinquant'anni dopo possiamo discutere le sue conclusioni. Possiamo cercare spiegazioni alternative. Possiamo mettere in dubbio il significato delle tracce. Possiamo domandarci se il guasto della Fiat avesse una causa perfettamente normale e se le luci osservate da altri testimoni fossero collegate all'episodio.

Ma non possiamo ricostruire la scena dal punto di vista di Faralli.

Non sappiamo cosa vide realmente attraverso quel parabrezza.

Ed è forse proprio questo che rende Torrita di Siena uno dei misteri italiani più affascinanti: non la certezza di avere davanti un'astronave extraterrestre, ma l'impossibilità, ancora oggi, di trasformare completamente una testimonianza così dettagliata in una spiegazione definitiva.

La notte del 17 settembre 1978 una Fiat 127 si fermò su una strada di Torrita di Siena. Il suo conducente raccontò di avere visto un oggetto luminoso e due piccole figure. Altre persone, quella stessa sera, riferirono fenomeni insoliti nella zona. Alcune presunte tracce vennero fotografate e analizzate, ma non produssero la prova decisiva che gli appassionati avrebbero voluto.

Alla fine resta una domanda semplice e inquietante: se foste stati voi al posto di Rivo Faralli, con la vostra automobile spenta e due piccole figure che si avvicinavano attraverso quella luce, sareste rimasti dentro la macchina oppure avreste aperto la portiera?

Cesio Endrizzi

















giovedì 30 luglio 2026

I boati misteriosi del Fadalto: per mesi la montagna sembrò esplodere

 




Tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011, nella zona del Fadalto, tra le montagne venete e il Bellunese, qualcosa cominciò a disturbare il silenzio della notte. Erano boati improvvisi, secchi e profondi, talvolta abbastanza forti da far vibrare i vetri delle finestre e muovere leggermente gli oggetti nelle abitazioni. Il rumore durava pochissimo. Un colpo. Poi il silenzio. E soprattutto non sembrava esserci nulla, in superficie, che potesse spiegare ciò che gli abitanti stavano sentendo.

La prima reazione fu quella più naturale. Qualcuno pensò a esplosioni, altri a lavori notturni, a cacciatori, a massi precipitati dai versanti o a qualche incidente avvenuto lontano dalle case. Ma ogni volta che qualcuno usciva per controllare non trovava niente. Nessun incendio, nessun crollo, nessuna automobile distrutta, nessuna detonazione visibile. Soltanto la montagna immersa nel buio.

Il problema era che quei boati non rappresentavano un episodio isolato. Gli abitanti della zona avevano cominciato a notarli già alla fine del 2010 e, con l'inizio del 2011, gli episodi sembrarono diventare più frequenti. Alcune persone raccontavano non soltanto di aver sentito il rumore, ma anche di aver percepito leggere vibrazioni: vetri che tremavano, mobili che sembravano muoversi appena, oggetti che risentivano per un istante di qualcosa proveniente dal terreno.

A quel punto comparve una possibilità molto meno rassicurante: il terremoto.

Il Fadalto e la Vallapisina non sono infatti territori geologicamente semplici. La zona presenta una storia fatta di fratture, movimenti delle masse rocciose, fenomeni carsici e grandi eventi franosi che nel corso del tempo hanno modificato profondamente il paesaggio. Pensare che quei colpi potessero avere origine nel sottosuolo non era affatto assurdo.

Ma c'era un problema: le normali registrazioni della sismicità della zona non sembravano spiegare adeguatamente ciò che gli abitanti stavano percependo.

Così il fenomeno passò dalla dimensione del racconto locale a quella dell'indagine scientifica. Il 26 gennaio 2011 arrivarono gli specialisti dell'OGS, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, insieme alla Protezione Civile del Veneto. La risposta non fu immediata e non arrivò sotto forma di una teoria spettacolare. Arrivò attraverso degli strumenti.

Vennero installate stazioni sismiche portatili nella zona interessata dai boati. L'obiettivo era semplice: se la montagna avesse prodotto nuovamente uno di quei colpi, i ricercatori avrebbero potuto confrontare ciò che sentivano gli abitanti con ciò che registravano i sensori.

E prima o poi accadde.

Un nuovo boato attraversò la valle. Le persone lo sentirono. I vetri vibrarono. Ma questa volta, contemporaneamente, gli strumenti registrarono un segnale.

Quello fu il momento decisivo.

Gli abitanti non stavano immaginando tutto. Non si trattava semplicemente di suggestione collettiva, di rumori amplificati dal silenzio della montagna o di una leggenda nata attorno a un fenomeno incomprensibile. Sotto il Fadalto stava realmente accadendo qualcosa.

Il passo successivo fu capire dove.

Una singola stazione non sarebbe stata sufficiente. Per localizzare con maggiore precisione l'origine dei segnali era necessario confrontare il momento in cui le onde arrivavano ai diversi sensori. La rete di monitoraggio venne quindi ampliata e, tra febbraio e marzo del 2011, la montagna fu circondata da una piccola rete sismica temporanea.

Ogni nuovo evento lasciava una traccia.

Ora, durata, intensità e posizione potevano essere confrontate. E lentamente il fenomeno cominciò a prendere una forma.

Gli eventi non erano distribuiti casualmente sotto tutta la valle. La maggior parte sembrava concentrarsi in un'area relativamente ristretta del Fadalto. Ancora più interessante era la loro profondità: molti risultavano estremamente superficiali, nell'ordine di poche centinaia di metri.

La montagna non stava producendo un unico grande terremoto.

Stava producendo centinaia di piccoli eventi sismici.

Nel corso del monitoraggio ne sarebbero stati registrati più di 500 associati alla sequenza. Alcuni erano così deboli da non essere percepiti dagli abitanti. Altri, invece, erano abbastanza vicini alla superficie e sufficientemente energetici da trasformarsi, per chi si trovava sopra di essi, in qualcosa di molto diverso dal terremoto che immaginiamo normalmente.

Un terremoto profondo può produrre oscillazioni percepibili su un'area molto vasta. Un evento estremamente superficiale e localizzato può invece essere percepito come un colpo improvviso. Un rumore secco. Un'esplosione senza esplosione.

Ed ecco che il mistero cominciava a cambiare natura.

Non era più necessario cercare qualcosa che esplodesse sulla superficie. La sorgente poteva trovarsi sotto la montagna.

Ma perché?

La Vallapisina presenta una struttura geologica estremamente complessa. Nel sottosuolo esistono fratture e discontinuità attraverso le quali l'acqua può circolare. La zona è inoltre legata a un sistema idrico e idroelettrico importante e alla presenza del lago di Santa Croce. Era quindi inevitabile che l'acqua entrasse tra le ipotesi considerate.

Una variazione della pressione dell'acqua all'interno delle fratture può, in determinate condizioni, influenzare lo stato di tensione delle rocce. Ma questo non significa automaticamente che l'acqua fosse “la causa” dei boati. Il problema scientifico era molto più complesso: bisognava capire se esistesse una relazione concreta tra precipitazioni, condizioni idrologiche, funzionamento degli impianti e sequenza sismica.

Anche gli impianti idroelettrici finirono sotto osservazione. In una zona caratterizzata da laghi, condotte e infrastrutture legate all'acqua era naturale chiedersi se variazioni di pressione o operazioni degli impianti potessero produrre quei segnali.

Ma nessuna spiegazione artificiale sembrava sufficiente a descrivere l'intera sequenza.

A quel punto l'attenzione tornò inevitabilmente alla montagna.

Il Fadalto porta ancora le tracce di una storia geologica molto antica. Grandi masse rocciose si sono mosse, fratture si sono formate, superfici di contatto sono rimaste sepolte sotto il paesaggio che oggi appare immobile. Una montagna può sembrare completamente ferma per migliaia di anni e, allo stesso tempo, contenere al proprio interno strutture capaci di accumulare e liberare piccole quantità di energia.

Una frattura può rimanere sotto tensione. Una porzione di roccia può deformarsi lentamente. Poi, improvvisamente, un piccolo segmento cede.

Non è una nuova grande frana.

Non è un'esplosione.

È un microsisma.

L'energia liberata attraversa la roccia e raggiunge la superficie. Se l'evento avviene abbastanza vicino alle abitazioni, qualcuno può sentirlo come un colpo secco proveniente apparentemente da nessun luogo.

Questo modello permetteva di comprendere anche un altro particolare della vicenda. Non tutti i microsismi venivano avvertiti. Gli strumenti erano molto più sensibili dell'orecchio umano. Centinaia di piccoli eventi potevano quindi essere registrati senza che nessuno se ne accorgesse. Solo una parte di essi aveva le caratteristiche necessarie per produrre quei misteriosi boati che avevano terrorizzato gli abitanti.

Nel frattempo, però, la storia aveva già cominciato a vivere di vita propria.

Quando un fenomeno reale non possiede ancora una spiegazione facilmente comprensibile, le ipotesi si moltiplicano. I boati vennero collegati alle acque, alle grotte, alle cavità sotterranee, agli impianti e a presunte attività nascoste. Il lago di Santa Croce entrò inevitabilmente nella narrazione e, come spesso accade, il mistero scientifico finì per alimentare anche racconti decisamente più fantastici.

Persino l'idea di un misterioso “mostro del lago” trovò spazio nell'immaginario costruito attorno alla vicenda.

Ma gli strumenti stavano raccontando una storia molto meno fantastica e, forse proprio per questo, più affascinante.

Non c'era bisogno di un mostro.

Non c'era bisogno di una gigantesca caverna sconosciuta.

Non c'era bisogno di esplosivi nascosti sotto la montagna.

La montagna stessa era sufficiente.

La sequenza sismica continuò per un periodo, alternando fasi di maggiore e minore attività. Poi lentamente cominciò ad attenuarsi. Gli eventi diventarono meno frequenti, gli intervalli tra un segnale e l'altro aumentarono e la valle tornò progressivamente al suo abituale silenzio.

Non ci fu un'ultima esplosione spettacolare. Nessun grande evento concluse la vicenda. Semplicemente, l'attività diminuì.

Ed è proprio questo comportamento a rendere il caso così interessante. La sequenza aveva molte delle caratteristiche di un fenomeno naturale: una fase di attività, centinaia di piccoli eventi, una concentrazione spaziale e infine una progressiva attenuazione.

Questo non significa che ogni dettaglio sia stato definitivamente risolto. Stabilire che i boati erano associati a microsismi superficiali è diverso dal determinare con assoluta precisione quale combinazione di fattori abbia innescato quella particolare sequenza nel 2010-2011. La circolazione dell'acqua nelle fratture, lo stato di tensione della roccia e la complessa struttura geologica del Fadalto possono contribuire a interpretare il fenomeno, ma il sottosuolo rimane un ambiente che non possiamo osservare direttamente.

Possiamo soltanto ascoltarlo.

Ed è forse questa la parte più inquietante della storia.

Per mesi gli abitanti hanno sentito qualcosa sotto le loro case senza riuscire a vederlo. Hanno cercato la causa fuori: sulle strade, sui versanti, nei boschi, vicino alle abitazioni. Poi gli strumenti hanno dimostrato che la risposta era esattamente dove nessuno poteva guardare.

Sotto i loro piedi.

Oggi attraversare il Fadalto significa vedere una valle apparentemente tranquilla, boschi, strade, montagne e il lago. Nulla, osservando il paesaggio, suggerisce ciò che accadde durante quei mesi. Eppure sotto quella superficie apparentemente immobile furono registrati centinaia di piccoli eventi.

Il mistero, in fondo, non era che la montagna nascondesse qualcosa di impossibile.

Era che una montagna potesse parlare senza che nessuno sapesse inizialmente come ascoltarla.

Gli abitanti avevano sentito i boati.

Gli scienziati avevano ascoltato la roccia.

E quando finalmente le due cose furono messe insieme, quello che sembrava un mistero inspiegabile si trasformò nella testimonianza di una montagna che, per alcuni mesi, aveva semplicemente mostrato di essere molto meno immobile di quanto apparisse.

Cesio Endrizzi














mercoledì 29 luglio 2026

Gli spiriti devastatori di via Bava: il mistero della bottiglieria che sconvolse Torino nel 1900

 


Nel novembre del 1900, in una bottiglieria di Torino, cominciarono ad accadere cose che sembravano impossibili. Bottiglie che sparivano, oggetti che cadevano dagli scaffali, caraffe che si rovesciavano, casseruole che si staccavano dalle pareti e mobili che sembravano spostarsi senza che nessuno li toccasse. La vicenda attirò curiosi, giornalisti, autorità e perfino Cesare Lombroso, uno degli uomini più celebri della scienza italiana dell'epoca. Ma il dettaglio più inquietante era un altro: tutto sembrava essere collegato alla presenza di un giovane ragazzo. Quando il ragazzo venne allontanato, i fenomeni cessarono.

La storia cominciò al numero 6 di via Bava, non lontano da Piazza Vittorio. Il locale apparteneva a Bartolomeo Fumero e alla sua famiglia ed era, almeno fino a quel momento, una normalissima bottiglieria torinese. Tavoli per i clienti, scaffali pieni di bottiglie, una cucina sul retro e una cantina dove venivano conservate le scorte. Nulla che potesse far pensare a uno dei casi più curiosi della Torino di inizio Novecento.

Poi arrivarono le prime sparizioni.

Alcune bottiglie, sistemate la sera precedente in un armadio della cucina, risultarono mancanti il mattino seguente. La spiegazione più semplice era anche la più logica: qualcuno le aveva rubate. La famiglia controllò il locale, cercò di capire se qualcuno potesse essersi introdotto durante la notte e rimise tutto in ordine. Ma il giorno successivo mancavano altre bottiglie.

E poi cominciarono i fenomeni.

Gli oggetti non si limitavano più a scomparire. Secondo le testimonianze raccolte all'epoca, alcune caraffe si inclinavano e rovesciavano il contenuto, bottiglie cadevano dagli scaffali e diversi oggetti della cucina finivano improvvisamente a terra. Casseruole appese alle pareti si staccavano senza una causa apparentemente visibile. Sedie venivano trovate spostate e bicchieri cadevano.

La situazione divenne rapidamente ingestibile.

Il 10 novembre 1900 la stampa torinese cominciò a occuparsi della vicenda, contribuendo a trasformare quella piccola bottiglieria in una sorta di teatro del mistero. Il nome con cui la storia sarebbe passata alla memoria era inquietante: gli spiriti devastatori di via Bava.

La notizia si diffuse rapidamente. Curiosi e appassionati di spiritismo cominciarono a raggiungere il locale nella speranza di assistere personalmente a qualche fenomeno. La bottiglieria, che fino a pochi giorni prima era semplicemente un esercizio commerciale, divenne improvvisamente un'attrazione.

Ma il luogo più interessante non era la sala.

Era la cantina.

Lì sotto erano conservate file di bottiglie, alcune piene e altre vuote. Ed è proprio nella cantina che vennero segnalati alcuni degli episodi più difficili da spiegare. Si sentivano rumori, poi il rumore del vetro che si rompeva. Quando qualcuno scendeva a controllare, trovava bottiglie a terra. Alcune sembravano essere precipitate dagli scaffali senza che questi risultassero manomessi.

A quel punto la domanda non era più semplicemente chi stesse rubando le bottiglie.

La domanda era: chi le stava lanciando?

E soprattutto: come?

La spiegazione dello scherzo rimaneva naturalmente la prima da prendere in considerazione. Fili sottilissimi, complici nascosti, meccanismi rudimentali o semplicemente qualcuno che approfittava della confusione per spostare gli oggetti. Se però si trattava di una frode, bisognava trovare il responsabile.

Fu allora che la vicenda attirò l'attenzione di Cesare Lombroso.

Lombroso non era un curioso qualsiasi. Era medico, antropologo, professore e una delle personalità intellettuali più conosciute dell'Italia dell'epoca. Ma aveva anche un rapporto particolare con i fenomeni spiritici e medianici. Negli anni precedenti si era interessato alla medium Eusapia Palladino e aveva partecipato a esperimenti che lo avevano progressivamente portato a prendere in considerazione fenomeni che inizialmente aveva guardato con scetticismo.

Quando arrivò in via Bava, dunque, non si limitò ad ascoltare i racconti dei proprietari. Voleva vedere il luogo.

E soprattutto voleva controllare la cantina.

Se qualcuno utilizzava fili, corde o altri sistemi nascosti, quello avrebbe dovuto essere il posto ideale per scoprirli. Lombroso osservò l'ambiente e cercò una spiegazione concreta. Ma secondo i resoconti successivi avrebbe assistito personalmente ad alcuni movimenti di oggetti che non riuscì a ricondurre immediatamente a un meccanismo evidente.

È un particolare fondamentale, ma deve essere interpretato con cautela.

Dire che Lombroso dichiarò di avere osservato un fenomeno che non seppe spiegare è una cosa.

Dire che Lombroso dimostrò l'esistenza di un fenomeno paranormale è completamente un'altra.

La seconda affermazione non è sostenuta da ciò che abbiamo.

E proprio mentre Lombroso cercava una spiegazione, l'attenzione cominciò a concentrarsi su una persona apparentemente secondaria nella vicenda: un giovane garzone che viveva e lavorava nella bottiglieria.

Le fonti successive non sono perfettamente concordi sulla sua identità e sul suo rapporto con la famiglia Fumero. In alcune ricostruzioni viene indicato semplicemente come un giovane garzone, in altre come un ragazzo molto giovane, addirittura il figlio quattordicenne dei proprietari.

Ma una cosa rimane centrale: era presente nel luogo durante il periodo in cui si verificavano i fenomeni.

Lombroso prese in considerazione l'idea che fosse necessario allontanare alcune delle persone che vivevano o lavoravano nella bottiglieria. La logica era semplice. Se i fenomeni erano provocati volontariamente da qualcuno, togliendo quella persona dalla scena avrebbero dovuto cessare.

La proprietaria venne allontanata temporaneamente. Anche il ragazzo fu separato dal locale.

E qui la storia assume una svolta ancora più interessante.

Perché il fenomeno, dopo alcune ulteriori segnalazioni, finì.

Dopo alcune settimane di confusione, rumori, bottiglie cadute e oggetti spostati, la bottiglieria tornò alla normalità.

Il ragazzo non era più lì.

E le bottiglie smisero di muoversi.

Questa coincidenza può essere interpretata in due modi completamente differenti.

La prima è razionale: il ragazzo era responsabile degli scherzi. Forse aveva trovato un modo ingegnoso per provocare i fenomeni, approfittando della confusione e della presenza dei curiosi. Quando venne allontanato, semplicemente non poté più farlo.

È probabilmente la spiegazione più semplice.

Ma manca un elemento decisivo: la prova.

Non abbiamo una confessione del ragazzo. Non abbiamo un meccanismo scoperto dietro uno scaffale. Non abbiamo un testimone che lo abbia sorpreso mentre tirava un filo. Non abbiamo una ricostruzione completa del metodo che avrebbe utilizzato.

Esiste quindi un forte indizio, ma non una dimostrazione.

Lombroso prese invece in considerazione un'interpretazione completamente diversa.

All'epoca alcuni studiosi interessati allo spiritismo ritenevano possibile che determinate persone, soprattutto giovani, potessero essere involontariamente associate a fenomeni fisici apparentemente inspiegabili. Il ragazzo non avrebbe quindi dovuto necessariamente spostare personalmente gli oggetti.

Avrebbe potuto essere, secondo questa teoria, il centro inconsapevole del fenomeno.

Oggi questa spiegazione non dispone di prove scientifiche accettate. Ma è importante comprenderla nel suo contesto storico. All'inizio del Novecento le discussioni sulla medianità, sull'ipnotismo e sui fenomeni psichici erano molto più diffuse di quanto immaginiamo oggi.

E Lombroso era personalmente coinvolto in quel dibattito.

Questo rende la sua testimonianza interessante dal punto di vista storico, ma non la trasforma automaticamente in una prova dell'esistenza del paranormale.

C'è poi un altro elemento che nel corso degli anni ha reso la storia ancora più spettacolare: lo scheletro nella cantina.

Secondo alcune versioni successive, nella cantina della bottiglieria sarebbe stato scoperto uno scheletro umano appartenente a una persona assassinata molti anni prima. La storia è perfetta per una leggenda: un cadavere nascosto, una cantina, bottiglie che volano e spiriti che tornano per vendicare un antico delitto.

Il problema è che questa versione è molto più difficile da collegare alle fonti vicine agli avvenimenti del 1900.

Le ricostruzioni successive presentano infatti versioni differenti su dove sarebbe stato trovato il corpo e sulle circostanze della presunta scoperta. E soprattutto manca quella conferma contemporanea e inequivocabile che ci aspetteremmo da un ritrovamento tanto clamoroso, avvenuto proprio mentre la stampa seguiva la vicenda.

Per questo lo scheletro dovrebbe essere trattato con prudenza.

Non possiamo necessariamente affermare che non sia mai esistito, ma non possiamo utilizzarlo come fatto certo per spiegare gli eventi della bottiglieria.

Ed è curioso perché, eliminando proprio gli elementi più spettacolari aggiunti dalla tradizione, il caso diventa forse ancora più affascinante.

Rimangono una famiglia realmente esistita, una bottiglieria realmente esistita, cronache dell'epoca, numerosi testimoni, un'indagine che coinvolse Lombroso e un giovane la cui presenza sembra coincidere con gran parte degli episodi.

E soprattutto rimane il silenzio.

Perché alla fine non ci fu una grande rivelazione.

Non venne scoperto un fantasma. Non venne smascherato pubblicamente un illusionista. Non arrivò una confessione capace di chiudere definitivamente il caso.

Semplicemente, a un certo punto, tutto finì.

Via Bava tornò a essere una normale strada torinese. Gli scaffali tornarono a essere semplici scaffali. Le bottiglie rimasero al loro posto. La folla scomparve.

E il ragazzo uscì dalla storia.

Forse era un abilissimo burlone che riuscì a ingannare una quantità impressionante di persone. Forse alcuni episodi furono provocati da lui e altri vennero amplificati dalla suggestione collettiva, dalla stampa e dalla presenza dei curiosi. Forse i testimoni interpretarono movimenti perfettamente normali come qualcosa di straordinario.

Oppure Lombroso vide realmente qualcosa che non riuscì a spiegare.

Ma c'è una distinzione che vale la pena mantenere: non riuscire a spiegare un fenomeno non significa aver dimostrato che sia soprannaturale.

Ed è probabilmente questa la lezione più interessante della vicenda di via Bava.

Dopo oltre un secolo possiamo eliminare molte delle aggiunte leggendarie, possiamo mettere da parte lo scheletro finché non emerge una fonte contemporanea sufficientemente solida e possiamo evitare di trasformare automaticamente ogni bottiglia caduta in una manifestazione spiritica.

Ma, anche dopo avere tolto tutto questo, rimane una storia straordinaria.

Per alcune settimane del 1900, in una bottiglieria torinese, oggetti e bottiglie furono descritti come protagonisti di fenomeni inspiegabili. La stampa ne parlò. Una folla accorse. La polizia cercò una spiegazione. E Cesare Lombroso entrò personalmente nella cantina per capire cosa stesse succedendo.

Poi tutto terminò.

Forse il mistero era un ragazzo.

Forse era la suggestione.

Forse era una combinazione di scherzi, coincidenze, errori di osservazione e racconti progressivamente ingigantiti.

E forse, dal punto di vista storico, la cosa più onesta da dire è proprio questa: non sappiamo con certezza che cosa accadde al numero 6 di via Bava.

Ed è proprio perché non lo sappiamo che la storia continua a essere raccontata.

Cesio Endrizzi







martedì 28 luglio 2026

La Villa delle Streghe: il mistero della casa dalle trenta finestre che domina la valle

 


Ci sono luoghi che diventano misteriosi perché custodiscono una storia realmente drammatica. E poi ce ne sono altri che diventano misteriosi semplicemente perché nessuno, dopo molti anni, riesce più a separare ciò che è accaduto davvero da ciò che è stato raccontato. La cosiddetta Villa delle Streghe di Tivegna, nell'entroterra della provincia della Spezia, appartiene decisamente alla seconda categoria. Ed è proprio questo a renderla interessante.

La villa esiste realmente. Si trova sulle alture della Val di Vara, nel territorio di Tivegna, frazione di Follo, e da decenni è associata a un soprannome inquietante che nessuna fonte sembra riuscire a spiegare con certezza. Le informazioni storiche verificabili sono sorprendentemente poche, mentre intorno all'edificio è cresciuta una quantità considerevole di racconti, leggende e testimonianze.

Ed è qui che bisogna fare attenzione. Perché una ricerca sul luogo permette di scoprire una cosa molto diversa da quella raccontata da alcuni recenti video dedicati al paranormale: la vera Villa delle Streghe è già abbastanza affascinante senza avere bisogno di inventare rapporti di polizia, sopralluoghi misteriosi o fenomeni soprannaturali mai verificati.

La villa è conosciuta anche come la “casa dalle trenta finestre”. Le descrizioni disponibili parlano di un edificio dalle forme insolite, sviluppato su tre piani, con oltre trenta finestre, numerosi accessi e una grande terrazza affacciata sulla valle. La sua architettura, oggi segnata dall'abbandono, contribuisce certamente all'atmosfera particolare del luogo.

Ma quando sarebbe stata costruita?

Anche su questo punto le fonti non sono perfettamente concordi con la narrazione più fantasiosa che circola online. Una pubblicazione dedicata alla villa indica il 1927 come anno di costruzione, mentre altre ricostruzioni locali si limitano a collocarla genericamente nel passato senza fornire una documentazione storica dettagliata.

Questo particolare è importante perché ridimensiona immediatamente una delle versioni più spettacolari della storia: quella secondo cui la villa sarebbe una residenza ottocentesca costruita da una ricca famiglia e successivamente abbandonata a causa di inspiegabili fenomeni paranormali. Non ho trovato fonti attendibili che confermino questa ricostruzione nei termini in cui viene spesso raccontata.

La leggenda più famosa riguarda invece alcune donne considerate streghe o eretiche. Secondo la tradizione locale, sarebbero state allontanate dal paese e avrebbero costruito, in una sola notte di luna piena, una chiesa sul crinale della montagna. La stessa esistenza della chiesa, però, non è documentata con certezza. Alcune versioni della leggenda raccontano addirittura che le donne, dopo averla costruita, l'avrebbero distrutta e si sarebbero rifugiate nella villa.

È una storia suggestiva, ma rimane appunto una leggenda.

E forse proprio questa incertezza ha contribuito a dare il nome alla casa.

Un'altra parte della tradizione riguarda gli ultimi proprietari. Le fonti locali ricordano una famiglia genovese, gli Oldoini, e descrivono l'ultimo abitante come un uomo riservato, impegnato in attività commerciali e abituato a vivere in maniera estremamente appartata.

Anche questo elemento ha alimentato la fantasia.

Una casa enorme e isolata, una famiglia eccentrica, luci visibili attraverso decine di finestre e un proprietario che conduceva una vita lontana dagli altri abitanti: in un piccolo paese non serviva molto altro per trasformare una normale residenza in un luogo avvolto dal mistero.

Le leggende, del resto, funzionano proprio così.

Non hanno bisogno necessariamente di un evento straordinario. È sufficiente una combinazione di isolamento, architettura insolita, pochi documenti disponibili e una comunità che conserva racconti tramandati oralmente.

Con il passare del tempo la villa venne abbandonata. Le fonti che si sono occupate dell'edificio parlano di decenni di abbandono, di crolli e di un progressivo deterioramento della struttura. Una documentazione fotografica del luogo descrive il cedimento delle scale interne e di parte del tetto, mentre altre testimonianze ricordano le condizioni sempre più precarie dell'edificio.

Ed è proprio in questa fase che la Villa delle Streghe è diventata una meta per gli appassionati di esplorazione urbana.

L'urbex ha avuto un ruolo enorme nella costruzione della reputazione moderna del luogo. Fotografi e curiosi hanno documentato la villa quando era ancora facilmente raggiungibile, mostrando gli interni degradati, le stanze vuote, le scale rovinate e soprattutto quella straordinaria quantità di finestre che le ha fatto guadagnare l'altro soprannome: la casa dalle trenta finestre.

Le immagini sono sufficienti a capire perché l'edificio abbia alimentato tante storie.

Ma c'è un particolare che spesso viene dimenticato: l'atmosfera inquietante di un edificio abbandonato non costituisce una prova dell'esistenza di fenomeni paranormali.

Una casa vuota produce rumori. Il legno cambia volume con temperatura e umidità. Le strutture deteriorate si assestano. Le finestre possono muoversi. Gli animali possono entrare. Il vento può produrre effetti acustici difficili da interpretare. E quando una persona entra in un ambiente che già conosce attraverso racconti inquietanti, la percezione può essere condizionata dalle aspettative.

Questo non rende false le testimonianze di chi ha avuto paura.

Significa semplicemente che una testimonianza descrive un'esperienza, non necessariamente la sua causa.

Ed è qui che la storia della Villa delle Streghe diventa molto più interessante del semplice racconto horror.

In rete circolano infatti narrazioni molto più elaborate nelle quali vengono attribuiti alla villa episodi estremamente precisi: tecnici comunali che avrebbero sentito passi, carabinieri intervenuti per porte che si muovevano da sole, odori di bruciato percepiti senza una fonte, filmati nei quali porte e finestre si chiuderebbero misteriosamente e perfino rapporti ufficiali contenenti frasi particolarmente teatrali.

Il problema è che queste affermazioni non risultano confermate dalle fonti che ho trovato sulla villa.

Le fonti locali e i reportage sull'edificio parlano certamente del mistero, dell'abbandono, delle leggende sulle streghe, degli eccentrici proprietari e dell'interesse degli esploratori urbani. Ma non ho trovato una documentazione affidabile che permetta di affermare come fatti storici tutti gli episodi presentati nei recenti racconti video.

E questa distinzione è fondamentale.

Perché dire che “la Villa delle Streghe è un luogo misterioso” è perfettamente legittimo.

Dire invece che “nel 1972 un rapporto comunale documentò passi al piano superiore” oppure che “nel 2017 i vigili del fuoco registrarono un'anomalia olfattiva” significa fare un'affermazione molto precisa che dovrebbe essere accompagnata dall'indicazione dell'archivio, del documento, della data e dell'autorità che lo ha prodotto.

Altrimenti siamo già entrati nel territorio della leggenda contemporanea.

Ed è forse proprio questo il vero mistero.

Come nasce una storia?

Una vecchia villa abbandonata esiste realmente. Una comunità ne conserva un nome enigmatico. Nessuno ricorda con certezza perché sia nata quella denominazione. Attorno all'edificio sopravvive una leggenda sulle streghe. I proprietari sono descritti come eccentrici e riservati. La casa rimane vuota per decenni. Arrivano i fotografi, poi gli esploratori urbani, poi internet.

E a quel punto il racconto comincia a crescere.

Ogni generazione aggiunge qualcosa.

Una porta diventa una porta che si apre da sola.

Un rumore diventa un passo.

Un'ombra diventa una presenza.

Una vecchia storia diventa un rapporto ufficiale.

Ed è così che un luogo reale può trasformarsi lentamente in un luogo leggendario.

Oggi la Villa delle Streghe continua comunque ad attirare l'attenzione. Nel 2024 Liguria Oggi ha raccontato l'edificio sottolineandone l'alone di mistero e riferendo anche di un possibile progetto di recupero da parte di una coppia inglese interessata a trasformarlo in una struttura destinata al soggiorno e alla meditazione. La stessa fonte segnalava però che i progetti sembravano essere rimasti fermi.

Una cosa, quindi, possiamo affermarla senza bisogno di fantasmi.

La Villa delle Streghe esiste.

La sua architettura è particolare.

Il suo abbandono è reale.

Le sue leggende sono reali nel senso storico e folkloristico del termine.

Il soprannome è documentato, ma la sua origine rimane incerta.

La storia delle streghe appartiene alla tradizione locale, ma non abbiamo prove sufficienti per trasformarla in un fatto storico.

E soprattutto, molte delle presunte manifestazioni paranormali raccontate online non possono essere considerate documentate soltanto perché vengono presentate con date precise e attribuite genericamente ad autorità o tecnici.

Forse è proprio questa la lezione più interessante della Villa delle Streghe.

Non abbiamo bisogno di decidere se sia infestata.

Possiamo semplicemente porci una domanda più difficile: quanto di ciò che sappiamo è storia e quanto è leggenda?

Per un luogo come questo, la risposta non è affatto semplice.

E forse, dopo quasi un secolo, è proprio questa zona grigia tra realtà, memoria popolare e immaginazione ad aver trasformato una casa abbandonata sulle alture liguri in una delle dimore più enigmatiche dell'entroterra italiano.

La villa non ha bisogno di fantasmi per essere inquietante.

Le bastano le sue trenta finestre, una valle sotto di sé, decenni di silenzio e una storia che nessuno sembra più in grado di raccontare completamente.

Cesio Endrizzi

lunedì 27 luglio 2026

 


La Sfinge di Giza: il mistero della pioggia, del faraone e della seconda Sfinge

La Grande Sfinge di Giza è uno di quei monumenti davanti ai quali la storia sembra avere ancora qualche carta nascosta. Un corpo di leone lungo oltre settanta metri, una testa umana, scavato direttamente nella roccia del pianoro di Giza. Per l'archeologia tradizionale il monumento appartiene alla IV dinastia e viene generalmente collegato al faraone Chefren, il sovrano che fece costruire la seconda grande piramide di Giza. Il Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità colloca infatti la Sfinge nel regno di Chefren, sulla base della sua posizione nel complesso monumentale e delle relazioni architettoniche con il tempio della valle e la piramide. Ma proprio qui comincia una delle controversie più affascinanti dell'archeologia egizia: quanto è veramente antica la Sfinge?

La questione esplose soprattutto negli anni Novanta, quando il geologo Robert Schoch e lo scrittore John Anthony West sostennero che alcune caratteristiche dell'erosione visibili sul corpo della Sfinge e sulle pareti del suo recinto fossero compatibili con una lunga esposizione all'acqua piovana. La loro interpretazione conduceva a una conclusione radicale: se quelle forme fossero state prodotte principalmente da precipitazioni intense, il monumento avrebbe dovuto essere stato scavato in un periodo in cui il clima dell'area di Giza era molto più umido di quello dell'Antico Regno. La proposta avrebbe quindi spostato la costruzione della Sfinge indietro di migliaia di anni rispetto alla cronologia tradizionale.

L'argomento è affascinante perché non nasce dall'interpretazione di un geroglifico ambiguo, ma dalla lettura della pietra. Le superfici della Sfinge presentano infatti forme arrotondate, solchi e profonde irregolarità verticali che alcuni geologi hanno interpretato come il risultato di fenomeni di dilavamento. Schoch e West sostennero che l'erosione provocata dalla pioggia spiegasse meglio queste caratteristiche rispetto alla semplice abrasione prodotta dal vento e dalla sabbia. Non si tratta però di una questione definitivamente risolta. Il geologo K. Lal Gauri e altri studiosi hanno proposto spiegazioni alternative, sottolineando il ruolo della particolare stratificazione calcarea della Sfinge, della circolazione delle acque sotterranee e di processi di alterazione che possono produrre forme apparentemente compatibili con l'azione della pioggia anche in un ambiente arido.

La faccenda diventa ancora più interessante perché non tutti gli studiosi che hanno preso sul serio l'erosione da acqua hanno necessariamente accettato la versione più radicale dell'ipotesi di Schoch. Colin Reader, per esempio, ha studiato la geomorfologia dell'area e ha sostenuto che il dilavamento provocato dalle piogge possa effettivamente aver avuto un ruolo importante nella degradazione della Sfinge e del suo recinto. La sua conclusione è però più prudente: il problema non sarebbe necessariamente una gigantesca pioggia continua caduta per migliaia di anni, ma il deflusso superficiale prodotto da periodi climaticamente più umidi. Reader ha inoltre osservato che l'erosione potrebbe indicare una storia più antica del monumento rispetto a quella tradizionalmente attribuita a Chefren.

Questo dettaglio è fondamentale. Dire che “la Sfinge è sicuramente vecchia di 10.000 anni” significa trasformare un'ipotesi controversa in un fatto. Dire invece che “alcuni dati geomorfologici sono stati interpretati come indizio di una fase più antica” significa descrivere correttamente il problema scientifico.

E il problema è tutt'altro che banale. L'Egitto non è sempre stato l'ambiente desertico che conosciamo oggi. Durante le fasi climatiche precedenti e all'inizio dell'Olocene, il Nord Africa attraversò periodi molto più umidi. Anche durante l'epoca faraonica le condizioni climatiche non erano identiche a quelle moderne. Studi geomorfologici hanno documentato la possibilità di precipitazioni intense e fenomeni di ruscellamento sull'altopiano di Giza anche durante l'Antico Regno.

Questo significa che la frase secondo cui “in Egitto non piove significativamente da almeno 5.000 anni” è troppo semplicistica. La pioggia attuale a Giza è scarsa, ma ricostruire il clima di quattromila o cinquemila anni fa sulla base delle condizioni meteorologiche moderne sarebbe un errore. Il vero problema è stabilire quanto fosse intensa l'azione dell'acqua, quando si verificò e soprattutto quanto dell'erosione oggi visibile debba essere attribuito alla pioggia rispetto agli altri processi.

Perché sulla Sfinge non agisce un solo agente. La roccia è composta da differenti strati calcarei con caratteristiche meccaniche diverse. Alcuni sono relativamente resistenti, altri molto più friabili. Il vento, la sabbia, l'acqua sotterranea, la cristallizzazione dei sali, l'umidità e le variazioni termiche hanno contribuito nel corso dei secoli alla degradazione del monumento. Studi sul deterioramento del calcare della Sfinge hanno documentato, tra gli altri fenomeni, l'azione dei sali, dell'umidità e dell'erosione eolica.

Quindi la Sfinge potrebbe conservare sulla propria superficie la memoria di un clima più umido? È possibile. Ma questo, da solo, non dimostra che sia stata costruita migliaia di anni prima di Chefren.

Ed è proprio qui che il mistero diventa interessante.

Perché esiste anche un'altra questione, ancora più suggestiva: la Sfinge rappresentata due volte.

Nel 2026 sono tornate a circolare ipotesi secondo cui alcune rappresentazioni della cosiddetta Stele del Sogno, collocata tra le zampe della Grande Sfinge da Thutmose IV intorno al 1400 a.C., potrebbero alludere a una seconda Sfinge. La teoria è stata però respinta dagli egittologi, che interpretano quelle immagini secondo le convenzioni simboliche dell'arte egizia e non come la rappresentazione di due monumenti fisicamente esistenti. Mark Lehner e Zahi Hawass hanno sottolineato che non esiste alcuna evidenza archeologica accettata dell'esistenza di una seconda Grande Sfinge a Giza.

Questo non significa che l'antico Egitto non conoscesse affatto le rappresentazioni doppie o le Sfingi in coppia. Al contrario. L'arte egizia utilizzava frequentemente la duplicazione e la simmetria per esprimere concetti religiosi, cosmologici e politici. Esistono persino vere e proprie rappresentazioni di Sfingi doppie e statue realizzate in forme geminate.

La presenza di due immagini, quindi, non equivale automaticamente alla presenza di due monumenti.

Ed è qui che bisogna separare il mistero dalla fantasia.

Una cosa è chiedersi perché gli Egizi rappresentassero la Sfinge in forma duplicata. Un'altra è sostenere che sotto la sabbia esista necessariamente una seconda Sfinge identica alla prima. Per quest'ultima affermazione servirebbe una prova archeologica concreta: una struttura, una cava, blocchi, tracce di lavorazione, fondazioni, frammenti monumentali o almeno un contesto stratigrafico compatibile. Finora una simile prova non è stata accettata dalla comunità scientifica.

Eppure la domanda rimane affascinante: perché un monumento apparentemente unico può essere rappresentato attraverso una dualità?

La risposta potrebbe essere molto più egizia di quanto sembri. La cultura faraonica era profondamente fondata sul concetto di dualità: Alto e Basso Egitto, Oriente e Occidente, vita e morte, nascita e tramonto del sole. La Sfinge stessa, identificata in epoca faraonica con la manifestazione solare di Horemakhet, era inserita in una simbologia nella quale l'orizzonte e il viaggio quotidiano del sole avevano un'importanza centrale.

Perciò una rappresentazione doppia potrebbe non essere la fotografia di un monumento perduto. Potrebbe essere un'idea trasformata in immagine.

Ma c'è un'altra ragione per cui la Sfinge continua a resistere alle interpretazioni semplicistiche. Non possediamo un'iscrizione della IV dinastia che dica chiaramente: “Io, Chefren, ordinai di costruire questa Sfinge”. Il collegamento con Chefren deriva da un insieme di elementi archeologici, architettonici e iconografici. La posizione della Sfinge rispetto al complesso di Chefren è estremamente significativa, così come le caratteristiche del volto e i rapporti tra i monumenti circostanti. L'evidenza ufficiale è quindi molto più consistente di quanto suggeriscano alcune narrazioni alternative, ma non è corretto trasformare una ricostruzione archeologica complessa in una certezza documentaria assoluta.

La Grande Sfinge rimane dunque sospesa tra due estremi.

Da una parte c'è la versione secondo cui tutto sarebbe perfettamente risolto: Chefren, IV dinastia, monumento funerario, cronologia definita e nessun grande interrogativo.

Dall'altra c'è la versione secondo cui la Sfinge avrebbe 10.000 o 12.000 anni, sarebbe il prodotto di una civiltà sconosciuta e rappresenterebbe la sopravvivenza di una cultura completamente cancellata da una catastrofe globale.

Entrambe le posizioni rischiano di essere troppo comode.

La prima perché sottovaluta alcune questioni geomorfologiche reali. La seconda perché trasforma indizi controversi in conclusioni definitive.

La posizione più interessante è nel mezzo: la Sfinge è certamente un monumento egizio antico, ma alcune caratteristiche della sua erosione e della storia del suo paesaggio meritano ancora di essere studiate senza pregiudizi.

E forse è proprio questo il vero fascino di Giza.

La pietra non ci racconta necessariamente la storia che vorremmo sentirci raccontare. Ma nemmeno ci autorizza a inventarne una quando le prove non bastano.

La Sfinge continua a stare lì, da migliaia di anni, mentre intere civiltà sono scomparse. Ha perso il naso, ha perso parte della barba, è stata sepolta dalla sabbia e riportata alla luce più volte. È stata restaurata, studiata, fotografata, interpretata e trasformata in simbolo.

E ancora oggi, davanti a quelle pareti erose, resta una domanda straordinariamente semplice: quanto della storia di Giza è ancora scritto nella pietra e quanto, invece, abbiamo semplicemente imparato a leggere nel modo sbagliato?

Forse non esiste una seconda Sfinge nascosta sotto la sabbia.

Forse la pioggia non è stata l'unica responsabile delle profonde erosioni.

Forse Chefren commissionò davvero il monumento, come suggerisce il contesto archeologico.

Oppure alcune parti della storia del sito sono più antiche e complesse di quanto la ricostruzione tradizionale lasci intendere.

Per ora, la scienza non ha dimostrato una civiltà perduta né una seconda Sfinge. Ma ha dimostrato qualcosa di altrettanto importante: Giza non è un'immagine immobile del passato. È un sito geologico, archeologico e climatico nel quale ogni nuova analisi può costringerci a rivedere una parte delle nostre certezze.

Ed è forse questo il vero mistero della Sfinge: non che sappiamo troppo poco, ma che, dopo migliaia di anni, la pietra continua ancora a farci domande.

Cesio Endrizzi



domenica 26 luglio 2026

Bram Stoker non visitò mai la Transilvania. Eppure la rese immortale

 

C'è qualcosa di ironico nella storia di Dracula.

L'uomo che ha creato una delle immagini più celebri della Transilvania non mise mai piede in Transilvania.

Bram Stoker era irlandese. Nato a Dublino nel 1847, vissuto tra l'Irlanda e Londra, lavorò per anni come amministratore del Lyceum Theatre e come assistente del celebre attore Henry Irving. Era un uomo di teatro, di libri, di archivi e di immaginazione.

Non era un viaggiatore dell'Europa orientale.

Eppure nel 1897 pubblicò Dracula, il romanzo destinato a trasformare per sempre la percezione occidentale della Transilvania.

La cosa sorprendente è che Stoker non inventò quella terra dal nulla.

La costruì a distanza.

La cercò nei libri.

La inseguì sulle mappe.

La ricostruì attraverso racconti di viaggio, testi geografici, folklore, testimonianze e opere dedicate all'Europa orientale.

La Transilvania di Dracula, dunque, non è esattamente la Transilvania reale.

È una Transilvania filtrata dalla fantasia di un vittoriano britannico.

Ed è proprio questa distanza ad aver contribuito alla sua potenza.

Quando Jonathan Harker parte da Londra e si dirige verso il castello del conte, non sta semplicemente attraversando una carta geografica.

Sta uscendo dal mondo conosciuto.

L'Inghilterra rappresenta la modernità.

Il treno.

La burocrazia.

Gli orari.

I giornali.

La tecnologia.

La razionalità.

Poi, lentamente, tutto cambia.

Harker attraversa l'Europa centrale, raggiunge Klausenburg, l'attuale Cluj-Napoca, passa attraverso Bistritz e si avvicina ai Carpazi. Il paesaggio diventa sempre più remoto. Le lingue cambiano. Le tradizioni cambiano. Le persone che incontra conoscono superstizioni che per il giovane inglese sembrano appartenere a un altro mondo.

Ed è qui che Stoker compie il suo capolavoro.

Non ha bisogno di aver visto quelle montagne.

Ha bisogno che il lettore le immagini.

E Stoker era un uomo che sapeva benissimo come funzionava l'immaginazione.

Nel romanzo, infatti, Jonathan Harker racconta di aver consultato a Londra libri e mappe sulla Transilvania prima del viaggio. È un dettaglio apparentemente secondario, ma quasi autobiografico: Stoker stava raccontando attraverso il suo personaggio il proprio metodo di ricerca. Nel testo Harker osserva di aver cercato informazioni alla biblioteca del British Museum e di non essere riuscito a trovare una mappa sufficientemente precisa della zona in cui avrebbe dovuto trovarsi il castello di Dracula.

La realtà, quindi, entrava nel romanzo attraverso la carta.

E tra le fonti utilizzate da Stoker ce n'era una particolarmente importante: An Account of the Principalities of Wallachia and Moldavia, pubblicato nel 1820 da William Wilkinson, ex console britannico a Bucarest. Wilkinson aveva realmente vissuto nell'area e aveva scritto un resoconto dettagliato delle due principate danubiane.

Stoker non si limitò a leggere genericamente dell'Europa orientale.

Prese appunti.

Confrontò informazioni.

Cercò nomi.

Consultò materiale geografico e folklorico.

Tra le altre fonti utilizzate per la costruzione della Transilvania letteraria vengono generalmente ricordati anche i testi di Emily Gerard sulle superstizioni transilvane e opere di viaggio dedicate ai Carpazi.

E poi arrivò quella parola.

Dracula.

Oggi sembra quasi impossibile immaginare il nome senza associarlo immediatamente al vampiro.

Ma per Stoker non era ancora così.

Era un nome trovato nei suoi studi.

Nel libro di Wilkinson compariva un voivoda chiamato Dracula. Una nota spiegava inoltre il significato attribuito al termine nella lingua valacca, associandolo al "diavolo". Stoker copiò questa informazione nei propri appunti.

Fu sufficiente.

Il conte che nella fase iniziale della progettazione del romanzo aveva avuto altri nomi assunse quello che sarebbe diventato uno dei nomi più famosi della letteratura mondiale.

E qui bisogna sfatare un'altra leggenda.

Dracula non è semplicemente Vlad l'Impalatore travestito da vampiro.

Il rapporto tra il personaggio di Stoker e Vlad III è molto più sottile.

Stoker trovò nella documentazione storica il nome Dracula e alcuni elementi relativi ai voivodi valacchi, ma il conte del romanzo è soprattutto una creazione letteraria. Gli studiosi hanno sottolineato quanto fosse limitata la conoscenza diretta che Stoker aveva della biografia storica di Vlad III.

Il Vlad storico era un principe della Valacchia.

Il Dracula di Stoker è un aristocratico immortale che vive in un castello remoto, domina le tenebre, si nutre di sangue e progetta di penetrare nel cuore dell'Inghilterra.

Sono due figure completamente diverse.

Una appartiene alla storia.

L'altra alla notte.

Eppure il loro incontro accidentale tra le pagine di un libro del 1820 avrebbe cambiato per sempre entrambi.

Perché senza Stoker, probabilmente il nome Dracula non avrebbe assunto il significato universale che possiede oggi.

E senza quella ricerca libresca, forse il romanzo avrebbe avuto un altro titolo e un altro protagonista.

C'è poi un'altra curiosità.

Stoker non inventò neppure tutta la componente soprannaturale della Transilvania.

Attinse a un immaginario europeo già ricchissimo.

La tradizione dei vampiri era molto più antica di lui. Le storie di morti che tornavano dalle tombe, creature che succhiavano il sangue dei vivi, cadaveri sospettati di provocare malattie o morti improvvise appartenevano già al folklore dell'Europa orientale e balcanica.

Stoker fece qualcosa di diverso.

Prese quelle paure.

Le portò dentro un romanzo moderno.

E soprattutto le fece viaggiare verso Londra.

Questo è il dettaglio fondamentale.

Il vampiro non rimane nella sua terra.

Arriva in Occidente.

Il pericolo attraversa il confine.

La paura non è più confinata al villaggio remoto, alla foresta o al castello.

Sale su una nave.

Prende un treno.

Entra nella capitale dell'Impero britannico.

È il mondo moderno che scopre di non essere così invulnerabile come credeva.

Ed è probabilmente per questo che Dracula continua a funzionare dopo più di un secolo.

Non è soltanto una storia di vampiri.

È una storia sull'incontro tra modernità e superstizione.

Tra razionalità e paura.

Tra ciò che l'uomo vittoriano crede di conoscere e ciò che non riesce a spiegare.

E la Transilvania diventa il luogo perfetto per rappresentare questo confine.

Una terra reale trasformata in territorio dell'immaginazione.

Una regione geografica che, grazie a un romanzo scritto da un irlandese che non l'aveva mai visitata, sarebbe diventata inseparabile dal mito del vampiro.

Il paradosso è quasi perfetto.

Stoker non vide i Carpazi.

Non attraversò quei villaggi.

Non dormì in una locanda transilvana.

Non percorse la strada notturna verso un castello sperduto.

Eppure riuscì a convincere milioni di persone di conoscere quella terra.

Lo fece attraverso qualcosa che oggi tendiamo a sottovalutare: la documentazione.

Prima di Google Maps c'erano le mappe.

Prima dei documentari c'erano i libri di viaggio.

Prima delle fotografie istantanee c'erano i racconti degli uomini che erano partiti.

Stoker prese tutto questo materiale e lo trasformò in atmosfera.

La sua Transilvania non doveva essere una guida turistica.

Doveva essere una soglia.

Una frontiera.

Un luogo nel quale il lettore occidentale potesse sentire, pagina dopo pagina, che qualcosa si stava avvicinando.

E forse è proprio questo il segreto.

Non serve sempre aver visto un luogo per renderlo immortale.

A volte basta averlo immaginato abbastanza bene da farlo vedere agli altri.

Oggi milioni di turisti arrivano in Romania cercando il castello di Dracula. Fotografano torri, montagne e foreste. Comprano souvenir con zanne, mantelli e pipistrelli.

E da qualche parte, in mezzo a tutto questo commercio turistico, c'è ancora l'ombra di un uomo irlandese seduto davanti a una pila di libri a Londra.

Non aveva visto la Transilvania.

Ma l'aveva letta.

L'aveva studiata.

L'aveva sognata.

E poi l'aveva trasformata in una notte che non è mai finita.

Forse questa è la forma più inquietante del potere di uno scrittore: non aver bisogno di esserci stato per convincerti che, una volta chiuso il libro, quella terra continuerà ad aspettarti oltre la finestra.

Cesio Endrizzi

sabato 25 luglio 2026

La combustione spontanea umana



La cosiddetta combustione spontanea umana (Spontaneous Human Combustion, SHC) è il nome dato a una serie di casi nei quali una persona è stata trovata gravemente o completamente carbonizzata senza che sia stata immediatamente individuata una fonte evidente di incendio.

Nonostante siano stati riportati numerosi casi nel corso dei secoli, non esiste una prova scientifica convincente che dimostri che un corpo umano possa prendere fuoco spontaneamente, cioè senza una fonte esterna di ignizione.

Uno dei casi storici spesso citati risale al 1470 e riguarda Polonus Vorstius, descritto da alcune fonti come un uomo che avrebbe preso fuoco dopo aver bevuto vino. Tuttavia, le testimonianze di questo tipo appartengono alla letteratura storica e non possono essere considerate prove scientifiche secondo gli standard moderni.

Uno degli aspetti più sorprendenti dei presunti casi di combustione spontanea è il fatto che il corpo può risultare gravemente carbonizzato mentre l'ambiente circostante presenta danni relativamente limitati. In alcuni casi mani e piedi risultano inoltre meno danneggiati rispetto al tronco.

Questi fenomeni, però, possono essere spiegati senza ipotizzare una combustione spontanea.

La principale spiegazione proposta dagli studiosi è il cosiddetto effetto stoppino (wick effect).

Il modello funziona in modo simile a una candela. Una fonte esterna di calore, come una sigaretta, una brace o una fiamma, può incendiare gli abiti della persona. Il calore provoca successivamente la fusione e la combustione del grasso corporeo.

Il grasso funziona come il combustibile della candela, mentre gli indumenti agiscono come una sorta di stoppino.

In determinate condizioni questo processo può continuare per molto tempo, producendo una combustione relativamente lenta e localizzata. Questo spiega perché un corpo possa subire danni estremamente gravi senza provocare necessariamente un incendio generalizzato nell'ambiente.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel tronco, dove si trova una quantità significativa di tessuto adiposo. Le parti del corpo con meno grasso possono invece subire danni differenti.

È quindi importante distinguere tra combustione spontanea e incendio di un corpo con una fonte di ignizione non immediatamente identificata.

La prima richiederebbe che il corpo iniziasse a bruciare autonomamente, cosa per la quale non esiste una spiegazione scientifica dimostrata.

La seconda, invece, è perfettamente compatibile con la fisica della combustione e con il cosiddetto effetto stoppino.

Per questo motivo, oggi la combustione spontanea umana rimane soprattutto un termine storico e descrittivo, non la dimostrazione dell'esistenza di un fenomeno soprannaturale o di una capacità del corpo umano di incendiarsi spontaneamente.

Cesio Endrizzi


 

 
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