C'è qualcosa di ironico nella storia di Dracula.
L'uomo che ha creato una delle immagini più celebri della Transilvania non mise mai piede in Transilvania.
Bram Stoker era irlandese. Nato a Dublino nel 1847, vissuto tra l'Irlanda e Londra, lavorò per anni come amministratore del Lyceum Theatre e come assistente del celebre attore Henry Irving. Era un uomo di teatro, di libri, di archivi e di immaginazione.
Non era un viaggiatore dell'Europa orientale.
Eppure nel 1897 pubblicò Dracula, il romanzo destinato a trasformare per sempre la percezione occidentale della Transilvania.
La cosa sorprendente è che Stoker non inventò quella terra dal nulla.
La costruì a distanza.
La cercò nei libri.
La inseguì sulle mappe.
La ricostruì attraverso racconti di viaggio, testi geografici, folklore, testimonianze e opere dedicate all'Europa orientale.
La Transilvania di Dracula, dunque, non è esattamente la Transilvania reale.
È una Transilvania filtrata dalla fantasia di un vittoriano britannico.
Ed è proprio questa distanza ad aver contribuito alla sua potenza.
Quando Jonathan Harker parte da Londra e si dirige verso il castello del conte, non sta semplicemente attraversando una carta geografica.
Sta uscendo dal mondo conosciuto.
L'Inghilterra rappresenta la modernità.
Il treno.
La burocrazia.
Gli orari.
I giornali.
La tecnologia.
La razionalità.
Poi, lentamente, tutto cambia.
Harker attraversa l'Europa centrale, raggiunge Klausenburg, l'attuale Cluj-Napoca, passa attraverso Bistritz e si avvicina ai Carpazi. Il paesaggio diventa sempre più remoto. Le lingue cambiano. Le tradizioni cambiano. Le persone che incontra conoscono superstizioni che per il giovane inglese sembrano appartenere a un altro mondo.
Ed è qui che Stoker compie il suo capolavoro.
Non ha bisogno di aver visto quelle montagne.
Ha bisogno che il lettore le immagini.
E Stoker era un uomo che sapeva benissimo come funzionava l'immaginazione.
Nel romanzo, infatti, Jonathan Harker racconta di aver consultato a Londra libri e mappe sulla Transilvania prima del viaggio. È un dettaglio apparentemente secondario, ma quasi autobiografico: Stoker stava raccontando attraverso il suo personaggio il proprio metodo di ricerca. Nel testo Harker osserva di aver cercato informazioni alla biblioteca del British Museum e di non essere riuscito a trovare una mappa sufficientemente precisa della zona in cui avrebbe dovuto trovarsi il castello di Dracula.
La realtà, quindi, entrava nel romanzo attraverso la carta.
E tra le fonti utilizzate da Stoker ce n'era una particolarmente importante: An Account of the Principalities of Wallachia and Moldavia, pubblicato nel 1820 da William Wilkinson, ex console britannico a Bucarest. Wilkinson aveva realmente vissuto nell'area e aveva scritto un resoconto dettagliato delle due principate danubiane.
Stoker non si limitò a leggere genericamente dell'Europa orientale.
Prese appunti.
Confrontò informazioni.
Cercò nomi.
Consultò materiale geografico e folklorico.
Tra le altre fonti utilizzate per la costruzione della Transilvania letteraria vengono generalmente ricordati anche i testi di Emily Gerard sulle superstizioni transilvane e opere di viaggio dedicate ai Carpazi.
E poi arrivò quella parola.
Dracula.
Oggi sembra quasi impossibile immaginare il nome senza associarlo immediatamente al vampiro.
Ma per Stoker non era ancora così.
Era un nome trovato nei suoi studi.
Nel libro di Wilkinson compariva un voivoda chiamato Dracula. Una nota spiegava inoltre il significato attribuito al termine nella lingua valacca, associandolo al "diavolo". Stoker copiò questa informazione nei propri appunti.
Fu sufficiente.
Il conte che nella fase iniziale della progettazione del romanzo aveva avuto altri nomi assunse quello che sarebbe diventato uno dei nomi più famosi della letteratura mondiale.
E qui bisogna sfatare un'altra leggenda.
Dracula non è semplicemente Vlad l'Impalatore travestito da vampiro.
Il rapporto tra il personaggio di Stoker e Vlad III è molto più sottile.
Stoker trovò nella documentazione storica il nome Dracula e alcuni elementi relativi ai voivodi valacchi, ma il conte del romanzo è soprattutto una creazione letteraria. Gli studiosi hanno sottolineato quanto fosse limitata la conoscenza diretta che Stoker aveva della biografia storica di Vlad III.
Il Vlad storico era un principe della Valacchia.
Il Dracula di Stoker è un aristocratico immortale che vive in un castello remoto, domina le tenebre, si nutre di sangue e progetta di penetrare nel cuore dell'Inghilterra.
Sono due figure completamente diverse.
Una appartiene alla storia.
L'altra alla notte.
Eppure il loro incontro accidentale tra le pagine di un libro del 1820 avrebbe cambiato per sempre entrambi.
Perché senza Stoker, probabilmente il nome Dracula non avrebbe assunto il significato universale che possiede oggi.
E senza quella ricerca libresca, forse il romanzo avrebbe avuto un altro titolo e un altro protagonista.
C'è poi un'altra curiosità.
Stoker non inventò neppure tutta la componente soprannaturale della Transilvania.
Attinse a un immaginario europeo già ricchissimo.
La tradizione dei vampiri era molto più antica di lui. Le storie di morti che tornavano dalle tombe, creature che succhiavano il sangue dei vivi, cadaveri sospettati di provocare malattie o morti improvvise appartenevano già al folklore dell'Europa orientale e balcanica.
Stoker fece qualcosa di diverso.
Prese quelle paure.
Le portò dentro un romanzo moderno.
E soprattutto le fece viaggiare verso Londra.
Questo è il dettaglio fondamentale.
Il vampiro non rimane nella sua terra.
Arriva in Occidente.
Il pericolo attraversa il confine.
La paura non è più confinata al villaggio remoto, alla foresta o al castello.
Sale su una nave.
Prende un treno.
Entra nella capitale dell'Impero britannico.
È il mondo moderno che scopre di non essere così invulnerabile come credeva.
Ed è probabilmente per questo che Dracula continua a funzionare dopo più di un secolo.
Non è soltanto una storia di vampiri.
È una storia sull'incontro tra modernità e superstizione.
Tra razionalità e paura.
Tra ciò che l'uomo vittoriano crede di conoscere e ciò che non riesce a spiegare.
E la Transilvania diventa il luogo perfetto per rappresentare questo confine.
Una terra reale trasformata in territorio dell'immaginazione.
Una regione geografica che, grazie a un romanzo scritto da un irlandese che non l'aveva mai visitata, sarebbe diventata inseparabile dal mito del vampiro.
Il paradosso è quasi perfetto.
Stoker non vide i Carpazi.
Non attraversò quei villaggi.
Non dormì in una locanda transilvana.
Non percorse la strada notturna verso un castello sperduto.
Eppure riuscì a convincere milioni di persone di conoscere quella terra.
Lo fece attraverso qualcosa che oggi tendiamo a sottovalutare: la documentazione.
Prima di Google Maps c'erano le mappe.
Prima dei documentari c'erano i libri di viaggio.
Prima delle fotografie istantanee c'erano i racconti degli uomini che erano partiti.
Stoker prese tutto questo materiale e lo trasformò in atmosfera.
La sua Transilvania non doveva essere una guida turistica.
Doveva essere una soglia.
Una frontiera.
Un luogo nel quale il lettore occidentale potesse sentire, pagina dopo pagina, che qualcosa si stava avvicinando.
E forse è proprio questo il segreto.
Non serve sempre aver visto un luogo per renderlo immortale.
A volte basta averlo immaginato abbastanza bene da farlo vedere agli altri.
Oggi milioni di turisti arrivano in Romania cercando il castello di Dracula. Fotografano torri, montagne e foreste. Comprano souvenir con zanne, mantelli e pipistrelli.
E da qualche parte, in mezzo a tutto questo commercio turistico, c'è ancora l'ombra di un uomo irlandese seduto davanti a una pila di libri a Londra.
Non aveva visto la Transilvania.
Ma l'aveva letta.
L'aveva studiata.
L'aveva sognata.
E poi l'aveva trasformata in una notte che non è mai finita.
Forse questa è la forma più inquietante del potere di uno scrittore: non aver bisogno di esserci stato per convincerti che, una volta chiuso il libro, quella terra continuerà ad aspettarti oltre la finestra.
Cesio Endrizzi
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