Quando il dolore incontrò l'antico
Avevo sempre sognato di vedere i Carpazi.
Non per i castelli di Dracula, né per le fotografie che riempiono le guide turistiche. Volevo i boschi. I villaggi dimenticati. Quelle strade che sembrano condurre da qualche parte e invece finiscono nel nulla.
Avevo bisogno di un luogo che non sapesse chi ero.
Da qualche mese, infatti, non riconoscevo più nemmeno me stessa.
La mia relazione con Diego stava lentamente morendo.
Non perché avessimo smesso di amarci. Forse era proprio questo il problema.
Ci amavamo ancora, ma avevamo davanti un futuro che sembrava essersi ristretto fino a diventare quasi invisibile.
Dopo anni di tentativi, visite, esami e speranze continuamente rimandate, era arrivata la diagnosi.
Non avrei potuto avere figli.
Diego non me lo aveva mai rinfacciato. Mai una parola, mai un'accusa.
Ma io vedevo il dolore nei suoi occhi.
E quel dolore mi faceva più male di qualsiasi diagnosi.
Così avevo deciso di lasciarlo.
Non perché non lo amassi.
Perché lo amavo abbastanza da pensare che meritasse una vita diversa.
Prima, però, avevo bisogno di stare sola.
E così partii.
Dopo tre giorni trascorsi in Slovacchia attraversai il confine rumeno e mi spinsi verso la Transilvania.
Il pomeriggio in cui arrivai a Vadu faceva freddo.
Una nebbia bassa avvolgeva le colline e il cielo aveva quel colore grigio che precede la pioggia.
Il navigatore aveva smesso di funzionare diversi chilometri prima.
Dopo aver lasciato i bagagli in albergo, uscii a piedi.
Non avevo una meta precisa.
Volevo soltanto camminare.
Fu allora che incontrai il vecchio.
Era seduto davanti a una casa di pietra, avvolto in un cappotto troppo grande per lui.
Gli chiesi indicazioni.
Mi studiò per qualche secondo prima di rispondere.
«Sei straniera.»
Non era una domanda.
«Sì.»
Indicò la collina alle mie spalle.
«Allora non andare lassù.»
Sorrisi.
«Perché?»
Il vecchio abbassò la voce.
«C'è il vecchio cimitero.»
«E quindi?»
Mi fissò.
«È il cimitero delle streghe.»
Pensai che stesse scherzando.
Non lo era.
Mi raccontò che secoli prima alcune donne del villaggio erano state accusate di stregoneria. Curavano con le erbe, conoscevano le piante, sapevano preparare rimedi che gli altri ignoravano.
Quando arrivarono carestie, malattie e morti inspiegabili, qualcuno doveva essere colpevole.
Furono loro.
Alcune vennero uccise.
Altre scomparvero.
Le più temute furono sepolte sulla collina.
«Perché?»
Il vecchio si fece il segno della croce.
«Perché avevano paura che tornassero.»
Avrei dovuto ringraziarlo e tornare in albergo.
Invece sorrisi.
«Adesso voglio proprio vederlo.»
Il vecchio non sorrise.
«Non tutto ciò che è sepolto vuole essere trovato.»
Quella frase mi rimase dentro.
Ma non abbastanza da fermarmi.
Il cancello comparve dopo circa mezz'ora di cammino.
Era arrugginito e quasi completamente nascosto dalla vegetazione.
Lo spinsi.
Il cigolio sembrò attraversare l'intera collina.
Oltre il cancello c'erano decine di tombe.
Alcune erano crollate.
Altre erano inclinate.
Su molte lapidi le iscrizioni erano ormai quasi cancellate.
Mi avvicinai alla prima.
Una data.
Poi un'altra.
Alcune sembravano incredibilmente antiche.
Ma furono i simboli a inquietarmi.
Non erano croci.
Non erano iscrizioni religiose.
Erano segni che non riconoscevo.
Mi chinai per osservarne uno.
Fu allora che sentii il primo rumore.
Un fruscio.
Dietro di me.
Mi voltai.
Niente.
Solo alberi.
Il vento era aumentato.
Poi sentii un secondo rumore.
Questa volta sembrava un passo.
«C'è qualcuno?»
Nessuna risposta.
Guardai verso il cancello.
E mi accorsi che non riuscivo più a vederlo.
Mi spostai di qualche metro.
Niente.
Un altro passo.
Poi un sussurro.
Non riuscivo a distinguere le parole.
«Chi c'è?»
Il sussurro arrivò di nuovo.
Più vicino.
Cominciai a camminare.
Poi a correre.
Ma il cimitero sembrava non finire mai.
Le tombe aumentavano.
Gli alberi sembravano spostarsi.
Il sentiero che avevo percorso non esisteva più.
Ero terrorizzata.
Caddi.
Quando rialzai la testa, vidi una figura.
Era una donna.
Indossava un abito scuro, consumato dal tempo.
Il volto era quasi completamente nascosto da un velo.
Dietro di lei ne apparvero altre.
Una.
Due.
Cinque.
Forse dieci.
Non riuscivo più a contarle.
Non camminavano.
Scivolavano lentamente sull'erba.
Avrei voluto gridare.
Non uscì alcun suono.
Una di loro si avvicinò.
Mi posò una mano sulla spalla.
Il freddo mi attraversò il corpo.
Poi persi conoscenza.
Quando riaprii gli occhi pioveva.
Ero ancora a terra.
Le figure erano intorno a me.
Ma qualcosa era cambiato.
Non sembravano più minacciose.
La donna con il velo si inginocchiò.
«Tu porti dolore.»
La guardai senza riuscire a parlare.
«Sei venuta qui per fuggire.»
Quelle parole mi colpirono più della paura.
«Da chi?»
La donna inclinò la testa.
«Da te stessa.»
Cominciai a piangere.
Non riuscivo più a trattenermi.
Le raccontai tutto.
Diego.
Gli anni trascorsi ad aspettare.
La diagnosi.
La decisione di lasciarlo.
Il senso di colpa.
La paura.
La donna ascoltò senza interrompermi.
Quando terminai, mi accarezzò la testa.
«Noi conosciamo il dolore.»
Indicò le tombe.
«Siamo morte per la paura degli altri.»
Poi pronunciò una frase che ancora oggi non riesco a dimenticare.
«Non lasciare che la paura decida per te.»
Chiusi gli occhi.
Sentii qualcosa di caldo attraversarmi il corpo.
Non so quanto durò.
Secondi.
Minuti.
Forse ore.
Quando riaprii gli occhi, il cimitero era vuoto.
La pioggia era cessata.
E il cancello era davanti a me.
Tornai in albergo senza sapere se ciò che avevo visto fosse accaduto davvero.
Non avevo fotografie.
Non avevo prove.
Soltanto una sensazione.
Per la prima volta dopo mesi respiravo senza sentire un peso sul petto.
Presi il telefono.
Chiamai Diego.
Rispose dopo pochi squilli.
«Margherita?»
Sentire la sua voce mi fece crollare.
«Ti amo.»
Dall'altra parte ci fu silenzio.
«Mi manchi.»
Diego respirò lentamente.
«Anche tu mi manchi.»
«Non voglio decidere per te. Non voglio decidere che cosa devi desiderare. Voglio soltanto tornare a casa e parlarti.»
Un'altra pausa.
Poi disse:
«Allora torna.»
Quando tornai in Italia, qualcosa tra noi era cambiato.
Non perché il problema fosse scomparso.
Ma perché avevamo smesso di affrontarlo separatamente.
Parlammo per ore.
Piangemmo.
Ci dicemmo cose che per mesi avevamo avuto paura di dire.
E decidemmo di rimanere insieme.
Non avevamo una soluzione.
Avevamo soltanto noi.
Per il momento bastava.
Tre mesi dopo, ero in bagno.
Avevo tra le mani un test di gravidanza.
Non volevo guardarlo.
Lo avevo già fatto troppe volte.
Poi trovai il coraggio.
Due linee.
Rimasi immobile.
Una parte di me cercava una spiegazione.
Un errore.
Un falso positivo.
Qualunque cosa.
L'altra parte stava già piangendo.
Chiamai Diego.
Quando arrivò, non riuscivo nemmeno a parlare.
Gli mostrai il test.
Mi guardò.
Poi guardò me.
«È vero?»
Annuii.
Mi abbracciò.
E per qualche minuto non esistettero né diagnosi, né paure, né medici, né futuro.
Esistevamo soltanto noi.
Laura oggi ha quattro anni.
È una bambina curiosa, rumorosa e terribilmente testarda.
Ogni tanto mi chiede perché tengo una vecchia fotografia dei Carpazi dentro un cassetto.
Non gliel'ho mai raccontato.
Non ancora.
Perché non so cosa sia successo davvero quella notte.
Non so se ho incontrato delle streghe.
Non so se il dolore, la paura e la pioggia abbiano costruito nella mia mente una storia di cui avevo bisogno.
E non so nemmeno spiegare la gravidanza.
I medici hanno cercato risposte.
Io non ne ho una.
Diego dice che a volte la vita semplicemente accade.
Forse ha ragione.
Ma qualche mese fa siamo tornati in Romania.
Siamo saliti sulla collina.
Il cancello era ancora lì.
Il cimitero anche.
Ma non abbiamo trovato nessuno.
Prima di andare via, Laura si fermò davanti a una vecchia tomba.
«Mamma.»
«Cosa c'è?»
Indicò la lapide.
«Questa signora è triste.»
Mi avvicinai.
Non c'era nessuna fotografia.
Nessun nome.
Soltanto uno di quei simboli che avevo visto anni prima.
Mi inginocchiai.
Passai una mano sulla pietra.
Era gelida.
Poi sentii una voce.
Un sussurro così leggero che per un istante pensai fosse il vento.
«Non lasciare che la paura decida per te.»
Mi voltai.
Dietro di me non c'era nessuno.
Laura mi prese la mano.
«Mamma, andiamo?»
La strinsi forte.
«Sì.»
Ci allontanammo.
Non mi voltai più.
Ma mentre scendevamo dalla collina, il vento cominciò a soffiare tra gli alberi.
E per un istante, soltanto per un istante, mi sembrò di sentire delle donne ridere.
Non era una risata cattiva.
Era una risata libera.
Come quella di chi, finalmente, non ha più paura.
E ancora oggi, quando guardo mia figlia dormire, penso a quella collina.
Non so se le streghe esistessero davvero.
So soltanto che quella notte qualcosa mi ha restituito la speranza.
E forse, a volte, è tutto ciò che serve perché un miracolo cominci.
Nota dell'editore
La storia di Margherita ci è stata inviata in forma anonima. I nomi dei protagonisti sono stati modificati.
Non abbiamo potuto verificare gli elementi soprannaturali del racconto.
E forse è proprio questo il punto.
Perché esistono luoghi nei quali la leggenda sopravvive molto più a lungo della memoria degli uomini.
E alcune storie non chiedono di essere credute.
Chiedono soltanto di essere ascoltate.
Cesio Endrizzi
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