La storia cominciò al numero 6 di via Bava, non lontano da Piazza Vittorio. Il locale apparteneva a Bartolomeo Fumero e alla sua famiglia ed era, almeno fino a quel momento, una normalissima bottiglieria torinese. Tavoli per i clienti, scaffali pieni di bottiglie, una cucina sul retro e una cantina dove venivano conservate le scorte. Nulla che potesse far pensare a uno dei casi più curiosi della Torino di inizio Novecento.
Poi arrivarono le prime sparizioni.
Alcune bottiglie, sistemate la sera precedente in un armadio della cucina, risultarono mancanti il mattino seguente. La spiegazione più semplice era anche la più logica: qualcuno le aveva rubate. La famiglia controllò il locale, cercò di capire se qualcuno potesse essersi introdotto durante la notte e rimise tutto in ordine. Ma il giorno successivo mancavano altre bottiglie.
E poi cominciarono i fenomeni.
Gli oggetti non si limitavano più a scomparire. Secondo le testimonianze raccolte all'epoca, alcune caraffe si inclinavano e rovesciavano il contenuto, bottiglie cadevano dagli scaffali e diversi oggetti della cucina finivano improvvisamente a terra. Casseruole appese alle pareti si staccavano senza una causa apparentemente visibile. Sedie venivano trovate spostate e bicchieri cadevano.
La situazione divenne rapidamente ingestibile.
Il 10 novembre 1900 la stampa torinese cominciò a occuparsi della vicenda, contribuendo a trasformare quella piccola bottiglieria in una sorta di teatro del mistero. Il nome con cui la storia sarebbe passata alla memoria era inquietante: gli spiriti devastatori di via Bava.
La notizia si diffuse rapidamente. Curiosi e appassionati di spiritismo cominciarono a raggiungere il locale nella speranza di assistere personalmente a qualche fenomeno. La bottiglieria, che fino a pochi giorni prima era semplicemente un esercizio commerciale, divenne improvvisamente un'attrazione.
Ma il luogo più interessante non era la sala.
Era la cantina.
Lì sotto erano conservate file di bottiglie, alcune piene e altre vuote. Ed è proprio nella cantina che vennero segnalati alcuni degli episodi più difficili da spiegare. Si sentivano rumori, poi il rumore del vetro che si rompeva. Quando qualcuno scendeva a controllare, trovava bottiglie a terra. Alcune sembravano essere precipitate dagli scaffali senza che questi risultassero manomessi.
A quel punto la domanda non era più semplicemente chi stesse rubando le bottiglie.
La domanda era: chi le stava lanciando?
E soprattutto: come?
La spiegazione dello scherzo rimaneva naturalmente la prima da prendere in considerazione. Fili sottilissimi, complici nascosti, meccanismi rudimentali o semplicemente qualcuno che approfittava della confusione per spostare gli oggetti. Se però si trattava di una frode, bisognava trovare il responsabile.
Fu allora che la vicenda attirò l'attenzione di Cesare Lombroso.
Lombroso non era un curioso qualsiasi. Era medico, antropologo, professore e una delle personalità intellettuali più conosciute dell'Italia dell'epoca. Ma aveva anche un rapporto particolare con i fenomeni spiritici e medianici. Negli anni precedenti si era interessato alla medium Eusapia Palladino e aveva partecipato a esperimenti che lo avevano progressivamente portato a prendere in considerazione fenomeni che inizialmente aveva guardato con scetticismo.
Quando arrivò in via Bava, dunque, non si limitò ad ascoltare i racconti dei proprietari. Voleva vedere il luogo.
E soprattutto voleva controllare la cantina.
Se qualcuno utilizzava fili, corde o altri sistemi nascosti, quello avrebbe dovuto essere il posto ideale per scoprirli. Lombroso osservò l'ambiente e cercò una spiegazione concreta. Ma secondo i resoconti successivi avrebbe assistito personalmente ad alcuni movimenti di oggetti che non riuscì a ricondurre immediatamente a un meccanismo evidente.
È un particolare fondamentale, ma deve essere interpretato con cautela.
Dire che Lombroso dichiarò di avere osservato un fenomeno che non seppe spiegare è una cosa.
Dire che Lombroso dimostrò l'esistenza di un fenomeno paranormale è completamente un'altra.
La seconda affermazione non è sostenuta da ciò che abbiamo.
E proprio mentre Lombroso cercava una spiegazione, l'attenzione cominciò a concentrarsi su una persona apparentemente secondaria nella vicenda: un giovane garzone che viveva e lavorava nella bottiglieria.
Le fonti successive non sono perfettamente concordi sulla sua identità e sul suo rapporto con la famiglia Fumero. In alcune ricostruzioni viene indicato semplicemente come un giovane garzone, in altre come un ragazzo molto giovane, addirittura il figlio quattordicenne dei proprietari.
Ma una cosa rimane centrale: era presente nel luogo durante il periodo in cui si verificavano i fenomeni.
Lombroso prese in considerazione l'idea che fosse necessario allontanare alcune delle persone che vivevano o lavoravano nella bottiglieria. La logica era semplice. Se i fenomeni erano provocati volontariamente da qualcuno, togliendo quella persona dalla scena avrebbero dovuto cessare.
La proprietaria venne allontanata temporaneamente. Anche il ragazzo fu separato dal locale.
E qui la storia assume una svolta ancora più interessante.
Perché il fenomeno, dopo alcune ulteriori segnalazioni, finì.
Dopo alcune settimane di confusione, rumori, bottiglie cadute e oggetti spostati, la bottiglieria tornò alla normalità.
Il ragazzo non era più lì.
E le bottiglie smisero di muoversi.
Questa coincidenza può essere interpretata in due modi completamente differenti.
La prima è razionale: il ragazzo era responsabile degli scherzi. Forse aveva trovato un modo ingegnoso per provocare i fenomeni, approfittando della confusione e della presenza dei curiosi. Quando venne allontanato, semplicemente non poté più farlo.
È probabilmente la spiegazione più semplice.
Ma manca un elemento decisivo: la prova.
Non abbiamo una confessione del ragazzo. Non abbiamo un meccanismo scoperto dietro uno scaffale. Non abbiamo un testimone che lo abbia sorpreso mentre tirava un filo. Non abbiamo una ricostruzione completa del metodo che avrebbe utilizzato.
Esiste quindi un forte indizio, ma non una dimostrazione.
Lombroso prese invece in considerazione un'interpretazione completamente diversa.
All'epoca alcuni studiosi interessati allo spiritismo ritenevano possibile che determinate persone, soprattutto giovani, potessero essere involontariamente associate a fenomeni fisici apparentemente inspiegabili. Il ragazzo non avrebbe quindi dovuto necessariamente spostare personalmente gli oggetti.
Avrebbe potuto essere, secondo questa teoria, il centro inconsapevole del fenomeno.
Oggi questa spiegazione non dispone di prove scientifiche accettate. Ma è importante comprenderla nel suo contesto storico. All'inizio del Novecento le discussioni sulla medianità, sull'ipnotismo e sui fenomeni psichici erano molto più diffuse di quanto immaginiamo oggi.
E Lombroso era personalmente coinvolto in quel dibattito.
Questo rende la sua testimonianza interessante dal punto di vista storico, ma non la trasforma automaticamente in una prova dell'esistenza del paranormale.
C'è poi un altro elemento che nel corso degli anni ha reso la storia ancora più spettacolare: lo scheletro nella cantina.
Secondo alcune versioni successive, nella cantina della bottiglieria sarebbe stato scoperto uno scheletro umano appartenente a una persona assassinata molti anni prima. La storia è perfetta per una leggenda: un cadavere nascosto, una cantina, bottiglie che volano e spiriti che tornano per vendicare un antico delitto.
Il problema è che questa versione è molto più difficile da collegare alle fonti vicine agli avvenimenti del 1900.
Le ricostruzioni successive presentano infatti versioni differenti su dove sarebbe stato trovato il corpo e sulle circostanze della presunta scoperta. E soprattutto manca quella conferma contemporanea e inequivocabile che ci aspetteremmo da un ritrovamento tanto clamoroso, avvenuto proprio mentre la stampa seguiva la vicenda.
Per questo lo scheletro dovrebbe essere trattato con prudenza.
Non possiamo necessariamente affermare che non sia mai esistito, ma non possiamo utilizzarlo come fatto certo per spiegare gli eventi della bottiglieria.
Ed è curioso perché, eliminando proprio gli elementi più spettacolari aggiunti dalla tradizione, il caso diventa forse ancora più affascinante.
Rimangono una famiglia realmente esistita, una bottiglieria realmente esistita, cronache dell'epoca, numerosi testimoni, un'indagine che coinvolse Lombroso e un giovane la cui presenza sembra coincidere con gran parte degli episodi.
E soprattutto rimane il silenzio.
Perché alla fine non ci fu una grande rivelazione.
Non venne scoperto un fantasma. Non venne smascherato pubblicamente un illusionista. Non arrivò una confessione capace di chiudere definitivamente il caso.
Semplicemente, a un certo punto, tutto finì.
Via Bava tornò a essere una normale strada torinese. Gli scaffali tornarono a essere semplici scaffali. Le bottiglie rimasero al loro posto. La folla scomparve.
E il ragazzo uscì dalla storia.
Forse era un abilissimo burlone che riuscì a ingannare una quantità impressionante di persone. Forse alcuni episodi furono provocati da lui e altri vennero amplificati dalla suggestione collettiva, dalla stampa e dalla presenza dei curiosi. Forse i testimoni interpretarono movimenti perfettamente normali come qualcosa di straordinario.
Oppure Lombroso vide realmente qualcosa che non riuscì a spiegare.
Ma c'è una distinzione che vale la pena mantenere: non riuscire a spiegare un fenomeno non significa aver dimostrato che sia soprannaturale.
Ed è probabilmente questa la lezione più interessante della vicenda di via Bava.
Dopo oltre un secolo possiamo eliminare molte delle aggiunte leggendarie, possiamo mettere da parte lo scheletro finché non emerge una fonte contemporanea sufficientemente solida e possiamo evitare di trasformare automaticamente ogni bottiglia caduta in una manifestazione spiritica.
Ma, anche dopo avere tolto tutto questo, rimane una storia straordinaria.
Per alcune settimane del 1900, in una bottiglieria torinese, oggetti e bottiglie furono descritti come protagonisti di fenomeni inspiegabili. La stampa ne parlò. Una folla accorse. La polizia cercò una spiegazione. E Cesare Lombroso entrò personalmente nella cantina per capire cosa stesse succedendo.
Poi tutto terminò.
Forse il mistero era un ragazzo.
Forse era la suggestione.
Forse era una combinazione di scherzi, coincidenze, errori di osservazione e racconti progressivamente ingigantiti.
E forse, dal punto di vista storico, la cosa più onesta da dire è proprio questa: non sappiamo con certezza che cosa accadde al numero 6 di via Bava.
Ed è proprio perché non lo sappiamo che la storia continua a essere raccontata.
Cesio Endrizzi
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