La prima reazione fu quella più naturale. Qualcuno pensò a esplosioni, altri a lavori notturni, a cacciatori, a massi precipitati dai versanti o a qualche incidente avvenuto lontano dalle case. Ma ogni volta che qualcuno usciva per controllare non trovava niente. Nessun incendio, nessun crollo, nessuna automobile distrutta, nessuna detonazione visibile. Soltanto la montagna immersa nel buio.
Il problema era che quei boati non rappresentavano un episodio isolato. Gli abitanti della zona avevano cominciato a notarli già alla fine del 2010 e, con l'inizio del 2011, gli episodi sembrarono diventare più frequenti. Alcune persone raccontavano non soltanto di aver sentito il rumore, ma anche di aver percepito leggere vibrazioni: vetri che tremavano, mobili che sembravano muoversi appena, oggetti che risentivano per un istante di qualcosa proveniente dal terreno.
A quel punto comparve una possibilità molto meno rassicurante: il terremoto.
Il Fadalto e la Vallapisina non sono infatti territori geologicamente semplici. La zona presenta una storia fatta di fratture, movimenti delle masse rocciose, fenomeni carsici e grandi eventi franosi che nel corso del tempo hanno modificato profondamente il paesaggio. Pensare che quei colpi potessero avere origine nel sottosuolo non era affatto assurdo.
Ma c'era un problema: le normali registrazioni della sismicità della zona non sembravano spiegare adeguatamente ciò che gli abitanti stavano percependo.
Così il fenomeno passò dalla dimensione del racconto locale a quella dell'indagine scientifica. Il 26 gennaio 2011 arrivarono gli specialisti dell'OGS, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, insieme alla Protezione Civile del Veneto. La risposta non fu immediata e non arrivò sotto forma di una teoria spettacolare. Arrivò attraverso degli strumenti.
Vennero installate stazioni sismiche portatili nella zona interessata dai boati. L'obiettivo era semplice: se la montagna avesse prodotto nuovamente uno di quei colpi, i ricercatori avrebbero potuto confrontare ciò che sentivano gli abitanti con ciò che registravano i sensori.
E prima o poi accadde.
Un nuovo boato attraversò la valle. Le persone lo sentirono. I vetri vibrarono. Ma questa volta, contemporaneamente, gli strumenti registrarono un segnale.
Quello fu il momento decisivo.
Gli abitanti non stavano immaginando tutto. Non si trattava semplicemente di suggestione collettiva, di rumori amplificati dal silenzio della montagna o di una leggenda nata attorno a un fenomeno incomprensibile. Sotto il Fadalto stava realmente accadendo qualcosa.
Il passo successivo fu capire dove.
Una singola stazione non sarebbe stata sufficiente. Per localizzare con maggiore precisione l'origine dei segnali era necessario confrontare il momento in cui le onde arrivavano ai diversi sensori. La rete di monitoraggio venne quindi ampliata e, tra febbraio e marzo del 2011, la montagna fu circondata da una piccola rete sismica temporanea.
Ogni nuovo evento lasciava una traccia.
Ora, durata, intensità e posizione potevano essere confrontate. E lentamente il fenomeno cominciò a prendere una forma.
Gli eventi non erano distribuiti casualmente sotto tutta la valle. La maggior parte sembrava concentrarsi in un'area relativamente ristretta del Fadalto. Ancora più interessante era la loro profondità: molti risultavano estremamente superficiali, nell'ordine di poche centinaia di metri.
La montagna non stava producendo un unico grande terremoto.
Stava producendo centinaia di piccoli eventi sismici.
Nel corso del monitoraggio ne sarebbero stati registrati più di 500 associati alla sequenza. Alcuni erano così deboli da non essere percepiti dagli abitanti. Altri, invece, erano abbastanza vicini alla superficie e sufficientemente energetici da trasformarsi, per chi si trovava sopra di essi, in qualcosa di molto diverso dal terremoto che immaginiamo normalmente.
Un terremoto profondo può produrre oscillazioni percepibili su un'area molto vasta. Un evento estremamente superficiale e localizzato può invece essere percepito come un colpo improvviso. Un rumore secco. Un'esplosione senza esplosione.
Ed ecco che il mistero cominciava a cambiare natura.
Non era più necessario cercare qualcosa che esplodesse sulla superficie. La sorgente poteva trovarsi sotto la montagna.
Ma perché?
La Vallapisina presenta una struttura geologica estremamente complessa. Nel sottosuolo esistono fratture e discontinuità attraverso le quali l'acqua può circolare. La zona è inoltre legata a un sistema idrico e idroelettrico importante e alla presenza del lago di Santa Croce. Era quindi inevitabile che l'acqua entrasse tra le ipotesi considerate.
Una variazione della pressione dell'acqua all'interno delle fratture può, in determinate condizioni, influenzare lo stato di tensione delle rocce. Ma questo non significa automaticamente che l'acqua fosse “la causa” dei boati. Il problema scientifico era molto più complesso: bisognava capire se esistesse una relazione concreta tra precipitazioni, condizioni idrologiche, funzionamento degli impianti e sequenza sismica.
Anche gli impianti idroelettrici finirono sotto osservazione. In una zona caratterizzata da laghi, condotte e infrastrutture legate all'acqua era naturale chiedersi se variazioni di pressione o operazioni degli impianti potessero produrre quei segnali.
Ma nessuna spiegazione artificiale sembrava sufficiente a descrivere l'intera sequenza.
A quel punto l'attenzione tornò inevitabilmente alla montagna.
Il Fadalto porta ancora le tracce di una storia geologica molto antica. Grandi masse rocciose si sono mosse, fratture si sono formate, superfici di contatto sono rimaste sepolte sotto il paesaggio che oggi appare immobile. Una montagna può sembrare completamente ferma per migliaia di anni e, allo stesso tempo, contenere al proprio interno strutture capaci di accumulare e liberare piccole quantità di energia.
Una frattura può rimanere sotto tensione. Una porzione di roccia può deformarsi lentamente. Poi, improvvisamente, un piccolo segmento cede.
Non è una nuova grande frana.
Non è un'esplosione.
È un microsisma.
L'energia liberata attraversa la roccia e raggiunge la superficie. Se l'evento avviene abbastanza vicino alle abitazioni, qualcuno può sentirlo come un colpo secco proveniente apparentemente da nessun luogo.
Questo modello permetteva di comprendere anche un altro particolare della vicenda. Non tutti i microsismi venivano avvertiti. Gli strumenti erano molto più sensibili dell'orecchio umano. Centinaia di piccoli eventi potevano quindi essere registrati senza che nessuno se ne accorgesse. Solo una parte di essi aveva le caratteristiche necessarie per produrre quei misteriosi boati che avevano terrorizzato gli abitanti.
Nel frattempo, però, la storia aveva già cominciato a vivere di vita propria.
Quando un fenomeno reale non possiede ancora una spiegazione facilmente comprensibile, le ipotesi si moltiplicano. I boati vennero collegati alle acque, alle grotte, alle cavità sotterranee, agli impianti e a presunte attività nascoste. Il lago di Santa Croce entrò inevitabilmente nella narrazione e, come spesso accade, il mistero scientifico finì per alimentare anche racconti decisamente più fantastici.
Persino l'idea di un misterioso “mostro del lago” trovò spazio nell'immaginario costruito attorno alla vicenda.
Ma gli strumenti stavano raccontando una storia molto meno fantastica e, forse proprio per questo, più affascinante.
Non c'era bisogno di un mostro.
Non c'era bisogno di una gigantesca caverna sconosciuta.
Non c'era bisogno di esplosivi nascosti sotto la montagna.
La montagna stessa era sufficiente.
La sequenza sismica continuò per un periodo, alternando fasi di maggiore e minore attività. Poi lentamente cominciò ad attenuarsi. Gli eventi diventarono meno frequenti, gli intervalli tra un segnale e l'altro aumentarono e la valle tornò progressivamente al suo abituale silenzio.
Non ci fu un'ultima esplosione spettacolare. Nessun grande evento concluse la vicenda. Semplicemente, l'attività diminuì.
Ed è proprio questo comportamento a rendere il caso così interessante. La sequenza aveva molte delle caratteristiche di un fenomeno naturale: una fase di attività, centinaia di piccoli eventi, una concentrazione spaziale e infine una progressiva attenuazione.
Questo non significa che ogni dettaglio sia stato definitivamente risolto. Stabilire che i boati erano associati a microsismi superficiali è diverso dal determinare con assoluta precisione quale combinazione di fattori abbia innescato quella particolare sequenza nel 2010-2011. La circolazione dell'acqua nelle fratture, lo stato di tensione della roccia e la complessa struttura geologica del Fadalto possono contribuire a interpretare il fenomeno, ma il sottosuolo rimane un ambiente che non possiamo osservare direttamente.
Possiamo soltanto ascoltarlo.
Ed è forse questa la parte più inquietante della storia.
Per mesi gli abitanti hanno sentito qualcosa sotto le loro case senza riuscire a vederlo. Hanno cercato la causa fuori: sulle strade, sui versanti, nei boschi, vicino alle abitazioni. Poi gli strumenti hanno dimostrato che la risposta era esattamente dove nessuno poteva guardare.
Sotto i loro piedi.
Oggi attraversare il Fadalto significa vedere una valle apparentemente tranquilla, boschi, strade, montagne e il lago. Nulla, osservando il paesaggio, suggerisce ciò che accadde durante quei mesi. Eppure sotto quella superficie apparentemente immobile furono registrati centinaia di piccoli eventi.
Il mistero, in fondo, non era che la montagna nascondesse qualcosa di impossibile.
Era che una montagna potesse parlare senza che nessuno sapesse inizialmente come ascoltarla.
Gli abitanti avevano sentito i boati.
Gli scienziati avevano ascoltato la roccia.
E quando finalmente le due cose furono messe insieme, quello che sembrava un mistero inspiegabile si trasformò nella testimonianza di una montagna che, per alcuni mesi, aveva semplicemente mostrato di essere molto meno immobile di quanto apparisse.
Cesio Endrizzi
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