La Sfinge di Giza: il mistero della pioggia, del faraone e della seconda Sfinge
La Grande Sfinge di Giza è uno di quei monumenti davanti ai quali la storia sembra avere ancora qualche carta nascosta. Un corpo di leone lungo oltre settanta metri, una testa umana, scavato direttamente nella roccia del pianoro di Giza. Per l'archeologia tradizionale il monumento appartiene alla IV dinastia e viene generalmente collegato al faraone Chefren, il sovrano che fece costruire la seconda grande piramide di Giza. Il Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità colloca infatti la Sfinge nel regno di Chefren, sulla base della sua posizione nel complesso monumentale e delle relazioni architettoniche con il tempio della valle e la piramide. Ma proprio qui comincia una delle controversie più affascinanti dell'archeologia egizia: quanto è veramente antica la Sfinge?
La questione esplose soprattutto negli anni Novanta, quando il geologo Robert Schoch e lo scrittore John Anthony West sostennero che alcune caratteristiche dell'erosione visibili sul corpo della Sfinge e sulle pareti del suo recinto fossero compatibili con una lunga esposizione all'acqua piovana. La loro interpretazione conduceva a una conclusione radicale: se quelle forme fossero state prodotte principalmente da precipitazioni intense, il monumento avrebbe dovuto essere stato scavato in un periodo in cui il clima dell'area di Giza era molto più umido di quello dell'Antico Regno. La proposta avrebbe quindi spostato la costruzione della Sfinge indietro di migliaia di anni rispetto alla cronologia tradizionale.
L'argomento è affascinante perché non nasce dall'interpretazione di un geroglifico ambiguo, ma dalla lettura della pietra. Le superfici della Sfinge presentano infatti forme arrotondate, solchi e profonde irregolarità verticali che alcuni geologi hanno interpretato come il risultato di fenomeni di dilavamento. Schoch e West sostennero che l'erosione provocata dalla pioggia spiegasse meglio queste caratteristiche rispetto alla semplice abrasione prodotta dal vento e dalla sabbia. Non si tratta però di una questione definitivamente risolta. Il geologo K. Lal Gauri e altri studiosi hanno proposto spiegazioni alternative, sottolineando il ruolo della particolare stratificazione calcarea della Sfinge, della circolazione delle acque sotterranee e di processi di alterazione che possono produrre forme apparentemente compatibili con l'azione della pioggia anche in un ambiente arido.
La faccenda diventa ancora più interessante perché non tutti gli studiosi che hanno preso sul serio l'erosione da acqua hanno necessariamente accettato la versione più radicale dell'ipotesi di Schoch. Colin Reader, per esempio, ha studiato la geomorfologia dell'area e ha sostenuto che il dilavamento provocato dalle piogge possa effettivamente aver avuto un ruolo importante nella degradazione della Sfinge e del suo recinto. La sua conclusione è però più prudente: il problema non sarebbe necessariamente una gigantesca pioggia continua caduta per migliaia di anni, ma il deflusso superficiale prodotto da periodi climaticamente più umidi. Reader ha inoltre osservato che l'erosione potrebbe indicare una storia più antica del monumento rispetto a quella tradizionalmente attribuita a Chefren.
Questo dettaglio è fondamentale. Dire che “la Sfinge è sicuramente vecchia di 10.000 anni” significa trasformare un'ipotesi controversa in un fatto. Dire invece che “alcuni dati geomorfologici sono stati interpretati come indizio di una fase più antica” significa descrivere correttamente il problema scientifico.
E il problema è tutt'altro che banale. L'Egitto non è sempre stato l'ambiente desertico che conosciamo oggi. Durante le fasi climatiche precedenti e all'inizio dell'Olocene, il Nord Africa attraversò periodi molto più umidi. Anche durante l'epoca faraonica le condizioni climatiche non erano identiche a quelle moderne. Studi geomorfologici hanno documentato la possibilità di precipitazioni intense e fenomeni di ruscellamento sull'altopiano di Giza anche durante l'Antico Regno.
Questo significa che la frase secondo cui “in Egitto non piove significativamente da almeno 5.000 anni” è troppo semplicistica. La pioggia attuale a Giza è scarsa, ma ricostruire il clima di quattromila o cinquemila anni fa sulla base delle condizioni meteorologiche moderne sarebbe un errore. Il vero problema è stabilire quanto fosse intensa l'azione dell'acqua, quando si verificò e soprattutto quanto dell'erosione oggi visibile debba essere attribuito alla pioggia rispetto agli altri processi.
Perché sulla Sfinge non agisce un solo agente. La roccia è composta da differenti strati calcarei con caratteristiche meccaniche diverse. Alcuni sono relativamente resistenti, altri molto più friabili. Il vento, la sabbia, l'acqua sotterranea, la cristallizzazione dei sali, l'umidità e le variazioni termiche hanno contribuito nel corso dei secoli alla degradazione del monumento. Studi sul deterioramento del calcare della Sfinge hanno documentato, tra gli altri fenomeni, l'azione dei sali, dell'umidità e dell'erosione eolica.
Quindi la Sfinge potrebbe conservare sulla propria superficie la memoria di un clima più umido? È possibile. Ma questo, da solo, non dimostra che sia stata costruita migliaia di anni prima di Chefren.
Ed è proprio qui che il mistero diventa interessante.
Perché esiste anche un'altra questione, ancora più suggestiva: la Sfinge rappresentata due volte.
Nel 2026 sono tornate a circolare ipotesi secondo cui alcune rappresentazioni della cosiddetta Stele del Sogno, collocata tra le zampe della Grande Sfinge da Thutmose IV intorno al 1400 a.C., potrebbero alludere a una seconda Sfinge. La teoria è stata però respinta dagli egittologi, che interpretano quelle immagini secondo le convenzioni simboliche dell'arte egizia e non come la rappresentazione di due monumenti fisicamente esistenti. Mark Lehner e Zahi Hawass hanno sottolineato che non esiste alcuna evidenza archeologica accettata dell'esistenza di una seconda Grande Sfinge a Giza.
Questo non significa che l'antico Egitto non conoscesse affatto le rappresentazioni doppie o le Sfingi in coppia. Al contrario. L'arte egizia utilizzava frequentemente la duplicazione e la simmetria per esprimere concetti religiosi, cosmologici e politici. Esistono persino vere e proprie rappresentazioni di Sfingi doppie e statue realizzate in forme geminate.
La presenza di due immagini, quindi, non equivale automaticamente alla presenza di due monumenti.
Ed è qui che bisogna separare il mistero dalla fantasia.
Una cosa è chiedersi perché gli Egizi rappresentassero la Sfinge in forma duplicata. Un'altra è sostenere che sotto la sabbia esista necessariamente una seconda Sfinge identica alla prima. Per quest'ultima affermazione servirebbe una prova archeologica concreta: una struttura, una cava, blocchi, tracce di lavorazione, fondazioni, frammenti monumentali o almeno un contesto stratigrafico compatibile. Finora una simile prova non è stata accettata dalla comunità scientifica.
Eppure la domanda rimane affascinante: perché un monumento apparentemente unico può essere rappresentato attraverso una dualità?
La risposta potrebbe essere molto più egizia di quanto sembri. La cultura faraonica era profondamente fondata sul concetto di dualità: Alto e Basso Egitto, Oriente e Occidente, vita e morte, nascita e tramonto del sole. La Sfinge stessa, identificata in epoca faraonica con la manifestazione solare di Horemakhet, era inserita in una simbologia nella quale l'orizzonte e il viaggio quotidiano del sole avevano un'importanza centrale.
Perciò una rappresentazione doppia potrebbe non essere la fotografia di un monumento perduto. Potrebbe essere un'idea trasformata in immagine.
Ma c'è un'altra ragione per cui la Sfinge continua a resistere alle interpretazioni semplicistiche. Non possediamo un'iscrizione della IV dinastia che dica chiaramente: “Io, Chefren, ordinai di costruire questa Sfinge”. Il collegamento con Chefren deriva da un insieme di elementi archeologici, architettonici e iconografici. La posizione della Sfinge rispetto al complesso di Chefren è estremamente significativa, così come le caratteristiche del volto e i rapporti tra i monumenti circostanti. L'evidenza ufficiale è quindi molto più consistente di quanto suggeriscano alcune narrazioni alternative, ma non è corretto trasformare una ricostruzione archeologica complessa in una certezza documentaria assoluta.
La Grande Sfinge rimane dunque sospesa tra due estremi.
Da una parte c'è la versione secondo cui tutto sarebbe perfettamente risolto: Chefren, IV dinastia, monumento funerario, cronologia definita e nessun grande interrogativo.
Dall'altra c'è la versione secondo cui la Sfinge avrebbe 10.000 o 12.000 anni, sarebbe il prodotto di una civiltà sconosciuta e rappresenterebbe la sopravvivenza di una cultura completamente cancellata da una catastrofe globale.
Entrambe le posizioni rischiano di essere troppo comode.
La prima perché sottovaluta alcune questioni geomorfologiche reali. La seconda perché trasforma indizi controversi in conclusioni definitive.
La posizione più interessante è nel mezzo: la Sfinge è certamente un monumento egizio antico, ma alcune caratteristiche della sua erosione e della storia del suo paesaggio meritano ancora di essere studiate senza pregiudizi.
E forse è proprio questo il vero fascino di Giza.
La pietra non ci racconta necessariamente la storia che vorremmo sentirci raccontare. Ma nemmeno ci autorizza a inventarne una quando le prove non bastano.
La Sfinge continua a stare lì, da migliaia di anni, mentre intere civiltà sono scomparse. Ha perso il naso, ha perso parte della barba, è stata sepolta dalla sabbia e riportata alla luce più volte. È stata restaurata, studiata, fotografata, interpretata e trasformata in simbolo.
E ancora oggi, davanti a quelle pareti erose, resta una domanda straordinariamente semplice: quanto della storia di Giza è ancora scritto nella pietra e quanto, invece, abbiamo semplicemente imparato a leggere nel modo sbagliato?
Forse non esiste una seconda Sfinge nascosta sotto la sabbia.
Forse la pioggia non è stata l'unica responsabile delle profonde erosioni.
Forse Chefren commissionò davvero il monumento, come suggerisce il contesto archeologico.
Oppure alcune parti della storia del sito sono più antiche e complesse di quanto la ricostruzione tradizionale lasci intendere.
Per ora, la scienza non ha dimostrato una civiltà perduta né una seconda Sfinge. Ma ha dimostrato qualcosa di altrettanto importante: Giza non è un'immagine immobile del passato. È un sito geologico, archeologico e climatico nel quale ogni nuova analisi può costringerci a rivedere una parte delle nostre certezze.
Ed è forse questo il vero mistero della Sfinge: non che sappiamo troppo poco, ma che, dopo migliaia di anni, la pietra continua ancora a farci domande.
Cesio Endrizzi
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