giovedì 17 settembre 2026

IL VECCHIO DEL MARE: IL MOSTRO CHE TI CHIEDE DI SALVARLO

 


Immaginate di camminare lungo la riva di un fiume. Avete viaggiato per ore, siete stanchi, avete sete e davanti a voi compare un vecchio. È magro, curvo, apparentemente fragile. Ha un aspetto miserabile. Non impugna una spada, non mostra zanne, non ruggisce. Non vi insegue. Non vi minaccia. Vi guarda e vi chiede semplicemente aiuto.

Ed è proprio lì che comincia l'errore.

Perché quello che avete davanti non è un povero vecchio. È una delle creature più inquietanti associate alle storie raccolte nelle Mille e una notte: il Vecchio del Mare, un essere che trasforma la compassione della sua vittima nella propria arma.

La sua caratteristica più terribile non è infatti la forza, né l'aspetto mostruoso. È l'inganno.

Il Vecchio del Mare appare in prossimità dell'acqua, in un luogo nel quale la sua richiesta di aiuto può sembrare perfettamente plausibile. Può essere difficile immaginare un ambiente migliore per una creatura del genere: un fiume da attraversare, una riva isolata, un viaggiatore lontano da casa. Il vecchio sembra incapace di muoversi da solo e chiede al malcapitato di trasportarlo dall'altra parte.

Chi accetta pensa di compiere un gesto elementare di umanità.

Lo prende sulle spalle.

E scopre troppo tardi che il vecchio non aveva mai avuto bisogno di essere salvato.

Una volta sistemato sulla schiena della vittima, il Vecchio del Mare rivela la propria vera natura. Le sue gambe si stringono attorno al corpo e al collo del malcapitato con una forza sproporzionata rispetto al suo aspetto. Sono descritte come dure e tenaci, quasi fossero strisce di pelle estremamente resistente. La vittima tenta di liberarsi, ma il problema è ormai diventato quasi insolubile: il mostro non deve più inseguirla.

È la vittima stessa a trasportarlo.

Questa è la genialità sinistra della creatura.

Il Vecchio del Mare non ha bisogno di catturare qualcuno con un agguato spettacolare. Gli basta convincerlo a fare volontariamente il primo passo. Non deve abbattere la propria preda: deve soltanto convincerla ad avvicinarsi abbastanza.

Da quel momento comincia una forma di prigionia che ha qualcosa di particolarmente crudele. L'uomo costretto a trasportarlo deve continuare a camminare mentre il vecchio rimane aggrappato al suo corpo. E non si limita a cavalcarlo: pretende che la vittima procuri anche il cibo necessario a mantenerlo in vita.

Il paradosso è mostruoso.

Più la vittima cerca di sopravvivere, più deve alimentare il proprio carnefice.

Con il passare del tempo, il prigioniero diventa sempre più debole. Il corpo si consuma, le forze diminuiscono, la fame e la fatica fanno il resto. Il Vecchio del Mare, invece, continua a utilizzare il corpo della propria vittima come se fosse un animale da trasporto.

Ed è qui che questa creatura supera il semplice repertorio dei mostri fantastici.

Molti mostri fanno paura perché hanno un aspetto mostruoso. Il Vecchio del Mare fa paura perché non sembra un mostro quando lo incontri.

È una differenza enorme.

Un drago, una creatura gigantesca o un demone con le zanne ti danno almeno un vantaggio: sai che devi scappare. Il loro aspetto costituisce un avvertimento. Il Vecchio del Mare, invece, sfrutta proprio ciò che normalmente consideriamo una virtù.

La compassione.

Se vediamo una persona anziana in difficoltà, la nostra prima reazione non è necessariamente quella di sospettare che voglia divorarci o trasformarci in una bestia da soma. È quella di aiutarla.

Ed è precisamente questa reazione che la creatura utilizza contro di noi.

In questo senso il Vecchio del Mare appartiene a una categoria di mostri molto più sofisticata di quanto il suo aspetto possa far pensare: le creature che non devono conquistare la fiducia della vittima attraverso la seduzione o la forza, ma possono limitarsi a presentarsi come qualcuno che ha bisogno di essere aiutato.

Il terrore nasce quindi da un ribaltamento.

Il soccorritore diventa prigioniero.

La vittima diventa mezzo di trasporto.

L'atto di altruismo diventa la porta d'ingresso della schiavitù.

E soprattutto, una volta commesso l'errore, non è detto che sia possibile tornare indietro.

Questa è una delle ragioni per cui il Vecchio del Mare è rimasto una figura così memorabile nel patrimonio fantastico legato alle Mille e una notte. La raccolta non è soltanto un catalogo di meraviglie, geni, principesse, mercanti, maghi e creature soprannaturali. È anche un universo nel quale il viaggiatore può trovarsi improvvisamente davanti a qualcosa che non comprende e che non può affrontare secondo le regole del mondo normale.

E il Vecchio del Mare rappresenta perfettamente questa logica.

Il pericolo non arriva necessariamente urlando.

Può chiedere educatamente di essere aiutato.

È interessante anche il modo in cui la creatura sfrutta l'acqua. Fiumi, torrenti e mari rappresentano da sempre una delle grandi frontiere dell'immaginario umano. Sono luoghi di passaggio, ma anche luoghi nei quali il viaggiatore perde parte del controllo sull'ambiente. La riva è il confine tra due mondi: quello conosciuto e quello che ancora non conosciamo.

Ed è proprio sul confine che può comparire il Vecchio del Mare.

Non serve costruire un castello infestato né evocare un cimitero sotto la luna piena. Basta una riva, un uomo apparentemente inerme e una richiesta d'aiuto.

Il resto lo fa la fiducia.

Naturalmente, oggi nessuno deve aspettarsi di incontrare letteralmente una creatura capace di aggrapparsi al collo di un viaggiatore e costringerlo a trasportarla per giorni. Il valore di queste storie non sta nella loro plausibilità biologica. Sta nella loro capacità di trasformare paure umane molto reali in immagini impossibili da dimenticare.

E quella del Vecchio del Mare è particolarmente efficace perché parla di una paura antichissima: che ciò che sembra innocuo non lo sia affatto.

Il mostro può avere le zanne, ma può anche avere il volto di un vecchio.

Può minacciarti.

Oppure può chiederti gentilmente di aiutarlo.

E forse è proprio questa la parte più inquietante della storia: quando finalmente capisci chi hai fatto salire sulle tue spalle, potrebbe essere già troppo tardi.

Cesio Endrizzi


mercoledì 16 settembre 2026

QUANDO UNA RELIGIONE VIENE SOSTITUITA DAL POTERE: LA SCOMPARSA E LA SOPRAVVIVENZA DELLA MITOLOGIA MEITEI

 



Come può una mitologia antica essere quasi cancellata dalla memoria del popolo che l'aveva costruita?

La risposta, nel caso dei Meitei del Manipur, passa attraverso una delle trasformazioni religiose e politiche più radicali dell'India nord-orientale: l'affermazione del vaisnavismo nel XVIII secolo e la progressiva marginalizzazione della tradizione religiosa indigena conosciuta oggi soprattutto come Sanamahismo.

Ma raccontare questa storia semplicemente come “gli induisti sostituirono la religione Meitei” sarebbe troppo facile. La realtà è più interessante e molto più complessa.

Perché la trasformazione non avvenne soltanto attraverso la predicazione religiosa.

Avvenne attraverso il potere della monarchia.

Per secoli i Meitei svilupparono un proprio sistema religioso, popolato da divinità, spiriti, antenati, rituali e tradizioni locali. I Puyas, manoscritti redatti in lingua e scrittura Meitei, costituivano una parte fondamentale della memoria religiosa, mitologica e culturale della società.

L'arrivo dell'influenza hindu non fu però improvviso.

Elementi vaisnaviti erano presenti nel Manipur già prima della grande trasformazione del XVIII secolo. La corte reale aveva avuto contatti con forme di culto hindu e alcuni sovrani avevano adottato pratiche vaisnavite. Ma una cosa era che un sovrano o una famiglia reale venerassero Krishna; un'altra completamente diversa era trasformare quella religione in un progetto politico per l'intero regno.

La svolta arrivò con Pamheiba, noto anche come Garibniwaz, che regnò dal 1709 al 1748.

Suo padre Charairongba aveva ricevuto un'iniziazione vaisnavita, ma non aveva imposto la nuova religione all'intera popolazione. Le fonti disponibili indicano che continuò a patrocinare anche i culti tradizionali Meitei. Fu il figlio a trasformare progressivamente l'orientamento religioso della monarchia in una vera politica di Stato.

Il vaisnavismo divenne così uno degli strumenti attraverso cui il sovrano cercò di rifondare la società.

Non si trattava soltanto di cambiare il nome delle divinità alle quali rivolgere una preghiera.

Cambiarono rituali, norme sociali, pratiche religiose e rapporti di potere. I sacerdoti della tradizione indigena persero spazio a favore dei nuovi specialisti religiosi legati alla cultura hindu. La monarchia patrocinò nuovi templi e nuovi culti e impose progressivamente pratiche associate alla nuova ortodossia.

E quando una religione diventa religione di Stato, la conversione smette di essere soltanto una questione spirituale.

Diventa politica.

È qui che entra in scena il capitolo più drammatico della storia: il Puya Meithaba, letteralmente la “bruciatura dei Puyas”.

Secondo la tradizione Meitei, durante il regno di Garibniwaz numerosi manoscritti sacri e testi antichi furono raccolti e distrutti. La memoria di questo episodio è rimasta potentissima nella coscienza culturale Meitei e viene ancora oggi interpretata come un tentativo di cancellare la religione e la cultura indigene. Alcuni studi indicano il 1732 come data dell'episodio e parlano di un numero molto elevato di manoscritti distrutti.

Ma qui bisogna fare una distinzione importante.

L'evento è reale come memoria storica e culturale, e la repressione delle pratiche tradizionali è documentata. Tuttavia, gli storici discutono ancora sulla portata esatta della distruzione dei manoscritti e sulla ricostruzione degli avvenimenti. Uno studio recente sottolinea esplicitamente che alcuni storici contestano la versione secondo cui Garibniwaz avrebbe distrutto personalmente tutti i manoscritti tradizionali in un'unica operazione.

Questa cautela non rende la vicenda meno importante.

Anzi.

La rende più interessante.

Perché anche se non possiamo trasformare ogni elemento della memoria del Puya Meithaba in un fatto documentato nei minimi dettagli, sappiamo che il XVIII secolo produsse una trasformazione profonda della cultura Meitei e che la nuova religione godette del sostegno diretto della monarchia. La letteratura precedente fu colpita, i culti tradizionali furono repressi e nuovi modelli religiosi furono imposti dall'alto.

Eppure accadde qualcosa che il potere non riuscì a impedire.

La vecchia religione non scomparve.

Si nascose.

Sopravvisse nelle famiglie, nei rituali, nei santuari domestici, nei sacerdoti tradizionali, nelle feste e nella trasmissione orale. Alcuni elementi della religione indigena furono assorbiti o reinterpretati all'interno della nuova società hindu. Altri continuarono a esistere parallelamente al vaisnavismo.

È uno dei grandi paradossi della storia delle religioni.

Puoi distruggere un tempio.

Puoi bruciare un manoscritto.

Puoi proibire un rituale.

Puoi sostituire il pantheon ufficiale.

Ma è molto più difficile distruggere una religione quando quella religione è diventata parte della struttura familiare e dell'identità di una popolazione.

Ancora oggi esistono elementi pre-vaisnaviti nella vita religiosa dei Meitei Hindu. Studi sulla mitologia d'origine Meitei sottolineano proprio la persistenza del culto di divinità tradizionali all'interno delle famiglie Meitei che si identificano come hindu.

È un fenomeno fondamentale per comprendere ciò che realmente accadde.

Non si trattò semplicemente della sostituzione di una religione con un'altra.

Fu piuttosto una sovrapposizione.

Il nuovo sistema religioso impose nuove categorie, nuovi rituali e nuovi riferimenti, ma la tradizione precedente continuò a vivere sotto la superficie.

Il Lai Haraoba, per esempio, è rimasto una delle principali manifestazioni della tradizione indigena Meitei e conserva rituali e concezioni anteriori alla piena affermazione del vaisnavismo.

Questa sopravvivenza spiega anche perché la questione religiosa sia ancora così importante nell'identità Meitei contemporanea.

Il Sanamahismo non è semplicemente un reperto archeologico.

È diventato anche il centro di un movimento di recupero dell'identità indigena. Studi recenti descrivono infatti una contemporanea competizione tra identità vaisnavita e revival sanamahista all'interno della stessa comunità Meitei.

Ed è proprio questo a rendere la storia del Manipur molto più interessante di una semplice storia di conversione.

Quando una comunità cambia religione, non cambia necessariamente tutto.

Può cambiare il nome delle divinità senza dimenticare quelle precedenti.

Può adottare nuovi rituali conservandone di antichi.

Può costruire un nuovo tempio accanto a un antico santuario.

Può dichiararsi appartenente a una religione e continuare contemporaneamente a praticare elementi provenienti dalla tradizione precedente.

Le religioni non sono computer nei quali si cancella un sistema operativo e se ne installa un altro.

Sono memorie viventi.

E la memoria è terribilmente difficile da bruciare.

Perfino la distruzione dei Puyas produsse un risultato inatteso: trasformò quei manoscritti perduti in simboli potentissimi della memoria culturale Meitei. La loro assenza divenne parte della memoria stessa.

E il fatto che molti manoscritti tradizionali siano comunque sopravvissuti dimostra quanto sia difficile cancellare completamente una tradizione. La conservazione e la circolazione clandestina o privata dei testi sono parte delle ricostruzioni moderne della storia Meitei, mentre la sopravvivenza di un corpus significativo di manoscritti permette ancora oggi agli studiosi di confrontare testi, tradizioni viventi e altre fonti storiche.

La vicenda del Manipur mostra quindi una regola molto più generale della storia umana.

Il potere può imporre una religione molto più rapidamente di quanto possa cancellare una cultura.

Un re può stabilire quale culto debba essere favorito dalla corte.

Può costruire nuovi templi.

Può reprimere sacerdoti e rituali.

Può ordinare la distruzione di libri.

Ma non può controllare completamente ciò che una madre insegna ai propri figli, ciò che una famiglia conserva nel proprio santuario domestico, ciò che una comunità ripete durante una festa o ciò che sopravvive nella lingua.

Per questo la domanda “come ha fatto la mitologia hindu a sostituire quella Meitei?” contiene già una premessa che va corretta.

Non l'ha completamente sostituita.

Ha conquistato la posizione dominante nella società Meitei attraverso un processo storico nel quale la monarchia ebbe un ruolo decisivo. Ha trasformato profondamente la religione, la cultura e l'identità del Manipur. Ha lasciato tracce enormi nella letteratura, nelle arti, nella danza, nell'architettura e nella vita sociale.

Ma la tradizione precedente non morì.

Si trasformò, si nascose, si adattò, sopravvisse e infine riemerse.

E forse è proprio questa la lezione più affascinante della storia Meitei: una religione può essere sconfitta politicamente senza essere completamente sconfitta nella memoria.

Perché i templi possono essere demoliti.

I libri possono essere bruciati.

I nomi possono essere cambiati.

Ma finché qualcuno continua a ricordare ciò che esisteva prima, quella religione non è ancora completamente morta.

Cesio Endrizzi



martedì 15 settembre 2026

NON SERVE LA LUNA PIENA: LE CREATURE CHE DIVENTANO LUPI NEL FOLKLORE DEL MONDO

 


Dimenticate per un momento la luna piena, la camicia strappata e il classico uomo che, nel momento esatto in cui sorge la luna, si trasforma in una belva ululante.

Il licantropo cinematografico ci ha abituati a una formula precisa.

Ma il folklore è molto più strano.

In diverse tradizioni del mondo, assumere la forma di un lupo o di un altro animale non richiede necessariamente una maledizione lunare. A volte serve una pelle. A volte un rituale. A volte una particolare forma di trance. In altre storie, la trasformazione è legata alla stregoneria, alla violazione di un precetto religioso o a un rapporto misterioso tra l'essere umano e il proprio animale-guida.

E soprattutto bisogna fare attenzione a una cosa: non tutte queste figure sono davvero equivalenti al licantropo europeo.

Alcune sono guerrieri rituali. Altre sono stregoni. Altre ancora appartengono a sistemi religiosi nei quali uomo e animale possono condividere un'identità spirituale senza che esista necessariamente una trasformazione fisica.

Il primo caso è quello degli Ulfhéðnar, i guerrieri associati alla tradizione norrena.

Il termine indica letteralmente uomini vestiti di pelle di lupo. Nelle fonti medievali norrene vengono descritti come combattenti particolari, legati a Odino e caratterizzati da uno stato di furia guerriera.

Qui nasce però una distinzione fondamentale.

Non abbiamo una prova storica che questi uomini credessero davvero di trasformarsi fisicamente in lupi nel senso cinematografico del termine.

La loro caratteristica più plausibile è una forma di trasformazione rituale e psicologica.

Indossare la pelle dell'animale significava assumere simbolicamente le qualità della bestia: ferocia, coraggio, aggressività, capacità di combattere senza paura.

Il guerriero diventava il lupo.

Non necessariamente perché il suo corpo cambiasse realmente, ma perché la sua identità rituale veniva temporaneamente trasformata.

È una concezione molto più antica e interessante della semplice mutazione fisica.

Il lupo non è soltanto un animale.

È un'identità.

Poi arriviamo a una figura molto più pericolosa: lo yee naaldlooshii, termine comunemente tradotto in inglese come skinwalker, appartenente al folklore Navajo.

Qui occorre ancora maggiore cautela.

Lo skinwalker non è semplicemente "un licantropo Navajo".

Questa equivalenza è una semplificazione moderna che rischia di deformare una tradizione culturale complessa.

Nella tradizione Diné, lo yee naaldlooshii è associato a una forma di stregoneria malevola e alla capacità di assumere sembianze animali.

Il termine viene spesso spiegato attraverso l'idea di "colui che cammina con l'animale".

Il meccanismo della trasformazione, nella versione popolare diffusa oggi, viene associato all'uso della pelle dell'animale.

Ma anche qui la cultura popolare occidentale ha trasformato una tradizione religiosa specifica in una specie di personaggio horror universale.

E questo è un errore.

Per capire davvero il fenomeno bisogna distinguere tra la tradizione Navajo e le versioni moderne nate soprattutto attraverso racconti online, televisione, cinema e cultura horror.

Un altro esempio estremamente interessante è il nagual, presente in diverse tradizioni mesoamericane.

Anche in questo caso parlare semplicemente di "uomo che diventa lupo" è riduttivo.

Il concetto di nagual è molto più ampio.

Può indicare un rapporto particolare tra una persona e una controparte animale, oppure una persona dotata della capacità di trasformarsi o di assumere una forma animale attraverso pratiche soprannaturali.

E soprattutto l'animale non deve necessariamente essere un lupo.

A seconda della tradizione possono comparire giaguari, coyote, uccelli, serpenti e altre creature.

In alcune concezioni, il rapporto è talmente stretto che ciò che accade all'animale può ripercuotersi sull'essere umano.

Una ferita all'animale può diventare una ferita sul corpo della persona.

La separazione tra uomo e animale, quindi, diventa quasi impossibile.

Non abbiamo più semplicemente una trasformazione.

Abbiamo due identità collegate.

Ed è proprio questa idea a rendere il nagual così affascinante.

L'animale non è necessariamente una maschera.

Può essere una parte dell'individuo.

Poi arriviamo al loup-garou, una figura che presenta alcune caratteristiche molto più vicine al nostro licantropo.

Il termine è francese e indica una creatura mutaforma che compare in diverse tradizioni francofone, comprese quelle del Québec e della Louisiana.

Nella tradizione popolare franco-canadese e in alcune varianti della Louisiana, il loup-garou viene spesso associato alla trasgressione religiosa.

Ed ecco che compare una delle regole più curiose del folklore europeo e nordamericano: la Quaresima.

In alcune versioni, chi non osserva correttamente i precetti religiosi per un determinato numero di anni può trasformarsi in loup-garou.

Non serve quindi la luna piena.

Serve aver violato una regola.

Il licantropo diventa così una specie di punizione soprannaturale.

Il comportamento religioso della persona determina la forma del suo corpo.

È una struttura narrativa tipicamente folklorica: una norma sociale viene trasformata in una legge dell'universo.

E la storia diventa immediatamente memorabile.

Ma la parte ancora più interessante riguarda il modo in cui la maledizione può essere spezzata.

In alcune versioni del folklore, ferire la creatura e farle perdere sangue può interrompere la trasformazione.

La vittima ritorna allora alla forma umana.

Il sangue diventa quindi il confine tra le due identità.

Questa idea compare in numerose tradizioni di mutaforma e dimostra quanto spesso il folklore trasformi elementi fisici molto concreti — sangue, pelle, ferite, capelli, ossa — in strumenti soprannaturali.

E allora emerge una domanda molto più interessante.

Perché proprio il lupo?

La risposta è probabilmente contenuta nella storia stessa del rapporto tra esseri umani e lupi.

Il lupo vive ai margini.

Non è completamente estraneo all'uomo, perché da millenni appartiene allo stesso paesaggio.

Ma non è nemmeno completamente domestico.

È intelligente.

Sociale.

Predatore.

Notturno.

Silenzioso.

Capace di avvicinarsi agli insediamenti umani e poi scomparire.

Per le società rurali europee il lupo rappresentava contemporaneamente un pericolo reale e una creatura quasi mitologica.

Era quindi l'animale perfetto per rappresentare la trasformazione dell'uomo in qualcosa che non era più completamente umano.

Ma il vero elemento comune a queste tradizioni non è necessariamente la luna.

È il confine.

Tra uomo e animale.

Tra cultura e natura.

Tra comportamento civile e ferocia.

Tra identità e perdita dell'identità.

Gli Ulfhéðnar attraversano quel confine attraverso la guerra e il rituale.

Il nagual attraverso il legame spirituale con l'animale.

Lo yee naaldlooshii attraverso la stregoneria.

Il loup-garou attraverso la maledizione.

Quattro sistemi completamente diversi, che però finiscono per raccontare una stessa paura antichissima:

quanto basta per smettere di essere umani?

Basta indossare una pelle?

Basta infrangere una legge?

Basta compiere un rituale?

Basta entrare in uno stato di trance?

O l'animale è già dentro l'uomo e il folklore serve soltanto a dargli una forma?

La risposta cambia da cultura a cultura.

Ed è proprio questo che rende queste storie più interessanti della versione cinematografica del licantropo.

Perché nel folklore non esiste un'unica regola.

Esistono centinaia di modi per attraversare il confine.

A volte il corpo cambia.

A volte cambia soltanto la mente.

A volte l'animale viene indossato.

A volte viene invocato.

A volte viene ereditato.

A volte è una punizione.

E qualche volta è addirittura una forma di potere.

La luna piena, dunque, può anche restare fuori dalla storia.

Per trasformarsi in lupo, secondo molte tradizioni, può bastare molto meno.

Una pelle.

Un rituale.

Una trasgressione.

Un atto di stregoneria.

O la convinzione, antichissima, che dentro ogni uomo possa esistere una creatura capace di correre nel buio.

**Il vero mistero non è come l'uomo diventi lupo.

È perché l'uomo abbia sentito il bisogno, per migliaia di anni, di immaginare di poterlo diventare.**


lunedì 14 settembre 2026

LE BREGOSTANE: LE STREGHE SELVATICHE DELLE MONTAGNE TRENTINE

 


Conoscete la leggenda delle Bregostane?

Nelle valli del Trentino, dove i boschi possono diventare fitti e impenetrabili e le montagne sembrano inghiottire ogni rumore, il folklore popolare ha immaginato per secoli creature capaci di abitare proprio quel territorio che l'uomo non riusciva completamente a dominare.

Tra queste compaiono le Bregostane.

Creature selvatiche, misteriose e inquietanti, descritte come donne che vivevano lontane dai centri abitati, nelle selve, nelle radure e nei luoghi più isolati della montagna.

Non erano donne comuni.

I racconti le rappresentano con capelli selvaggi, abiti trasandati e un aspetto capace di incutere paura. Il loro sguardo sarebbe stato feroce e la loro presenza associata soprattutto alla notte, alle tempeste e alle giornate nelle quali la montagna mostrava il suo volto più ostile.

Perché era proprio allora che il bosco diventava un luogo completamente diverso.

Durante il giorno, un sentiero poteva sembrare familiare.

Di notte, lo stesso sentiero poteva diventare irriconoscibile.

La nebbia poteva nascondere i riferimenti.

La pioggia poteva cancellare le tracce.

Il vento poteva deformare i rumori.

E una persona che si fosse allontanata troppo poteva realmente rischiare di perdersi.

La leggenda trasformava tutto questo in una presenza.

Le Bregostane.

Secondo alcune versioni, erano streghe capaci di lanciare malefici. Avrebbero potuto far ammalare il bestiame, provocare disgrazie o confondere i pastori fino a far perdere loro la strada.

La montagna, quindi, non era soltanto un ambiente naturale.

Era un territorio abitato da forze invisibili.

E questo modo di interpretare il paesaggio aveva una logica precisa all'interno delle società alpine tradizionali.

Il bestiame rappresentava ricchezza e sopravvivenza. Perdere un animale poteva significare un danno economico serio. Una malattia improvvisa poteva compromettere il lavoro di un'intera famiglia.

Quando non esisteva una spiegazione immediata, la cultura popolare poteva attribuire la disgrazia a una forza soprannaturale.

Le Bregostane diventavano così le responsabili di ciò che non si riusciva a comprendere.

Ma la leggenda diventa ancora più inquietante quando entrano in scena i bambini.

Secondo alcuni racconti, le Bregostane avrebbero potuto rapire i piccoli che si avventuravano troppo lontano nei boschi.

È un motivo ricorrente nel folklore europeo.

Il bambino che si allontana dal villaggio entra in un territorio sconosciuto. La foresta rappresenta il confine tra il mondo sicuro della comunità e quello selvaggio.

La creatura che vive nella foresta serve quindi a rendere quel confine ancora più concreto.

Non andare nel bosco da solo.

Non seguire sentieri sconosciuti.

Non allontanarti dal gruppo.

Perché oltre gli ultimi pascoli potrebbe esserci qualcosa che ti sta aspettando.

In alcune versioni della leggenda, esisteva persino una protezione contro le Bregostane: un grosso cane.

L'animale da guardia assume così un ruolo quasi simbolico.

Il cane appartiene alla casa e alla comunità umana, ma è anche capace di percepire ciò che l'uomo non vede. È il custode della soglia.

Un bambino accompagnato da un cane non è completamente solo.

E forse proprio per questo, nella tradizione, le Bregostane avrebbero evitato di avvicinarsi.

La presenza del cane richiama inoltre una realtà molto concreta della vita alpina. I cani da guardia erano utili per proteggere abitazioni, greggi e animali da eventuali predatori. La leggenda poteva quindi trasformare una necessità pratica in una regola quasi magica.

Ma c'è un altro aspetto delle Bregostane che rende la loro figura meno semplice di quella della classica strega cattiva.

In alcune versioni non sono soltanto creature malvagie.

Possono diventare custodi della natura.

Punirebbero chi entra nei boschi con intenzioni distruttive, chi sfrutta eccessivamente le risorse della montagna o chi prende senza rispetto ciò che il territorio offre.

A questo punto la Bregostana cambia completamente significato.

Non è più soltanto la donna selvaggia che minaccia l'uomo.

È la montagna stessa che reagisce.

Il messaggio diventa quasi ecologico, anche se naturalmente non dobbiamo proiettare sul folklore moderno concetti contemporanei.

Per le comunità alpine tradizionali il rapporto con la natura non era teorico. Dipendevano direttamente dal bosco, dai pascoli, dall'acqua e dagli animali.

La montagna dava.

Ma poteva anche togliere.

Una valanga poteva distruggere una casa.

Una tempesta poteva isolare un villaggio.

Un inverno particolarmente duro poteva mettere a rischio la sopravvivenza.

Il bosco offriva legna e selvaggina, ma poteva anche nascondere pericoli.

Le Bregostane incarnano proprio questa doppia natura.

Sono la parte selvaggia del territorio.

Quella che l'uomo può attraversare, ma non possedere completamente.

Ed è interessante anche la loro trasformazione da donne maledette a creature della natura.

Secondo alcuni racconti sarebbero state donne colpevoli di gravi peccati, condannate a vivere lontano dalla società. In altre versioni sembrano invece appartenere direttamente al mondo selvatico.

Questa ambiguità è tipica del folklore.

La creatura può essere nata umana e diventare mostruosa.

Oppure può essere stata sempre diversa dagli uomini.

Il confine rimane volutamente incerto.

Ed è proprio l'incertezza a rendere efficace la leggenda.

Non sapere esattamente chi siano le Bregostane significa non sapere nemmeno dove inizi il pericolo.

Forse sono streghe.

Forse donne maledette.

Forse spiriti della montagna.

Forse soltanto la personificazione delle paure di chi attraversava il bosco.

La verità storica della leggenda può essere difficile da separare dalle successive rielaborazioni popolari. Ma il suo significato culturale è molto più facile da comprendere.

Le Bregostane appartengono a un mondo nel quale la montagna non era un semplice panorama.

Era una presenza.

Aveva regole.

Aveva pericoli.

E meritava rispetto.

Per questo la loro storia continua ad affascinare.

Immaginate una valle trentina al tramonto.

Le ultime case del paese rimangono alle vostre spalle.

Davanti avete il sentiero che entra nel bosco.

Il vento comincia a cambiare.

Gli alberi si muovono.

La luce diminuisce.

E da qualche parte, molto più avanti, qualcosa sembra muoversi tra le radure.

Potrebbe essere un animale.

Potrebbe essere il vento.

Potrebbe essere soltanto un'ombra.

Ma se siete cresciuti ascoltando le vecchie storie delle montagne, forse non andrete a controllare.

Perché sapete che, secondo la leggenda, là fuori potrebbero esserci le Bregostane.

E in montagna, certe volte, la cosa più intelligente da fare è rispettare ciò che non si conosce.

domenica 13 settembre 2026

LE NARADI: LE MISTERIOSE CREATURE DELL’ACQUA DEL FOLKLORE CALABRESE

 


Avete mai sentito parlare delle Naradi?

Tra le leggende del folklore calabrese sopravvive il racconto di misteriose creature femminili legate all'acqua, alle sorgenti nascoste e ai luoghi solitari delle campagne. Il loro nome è Naradi e, secondo la tradizione, apparirebbero soprattutto durante le notti di luna piena.

Non sono semplicemente donne misteriose.

Sono spiriti dell'acqua.

La loro dimora sarebbe lontana dai paesi, nei pressi di fontane, ruscelli e sorgenti immerse nella vegetazione. Luoghi tranquilli durante il giorno, ma completamente diversi quando cala la notte.

Ed è allora che le Naradi potrebbero manifestarsi.

La tradizione le descrive come donne di straordinaria bellezza, con lunghi capelli scuri e uno sguardo capace di attirare l'attenzione di chiunque le incontri. Ma la loro arma più pericolosa non sarebbe l'aspetto.

Sarebbe la voce.

Le Naradi canterebbero o sussurrerebbero nella notte con una voce malinconica e seducente, così particolare da sembrare trasportata dal vento. Il viandante che la sente potrebbe essere spinto ad avvicinarsi alla sorgente per capire da dove provenga.

Ed è proprio quello che la creatura vuole.

Più l'uomo si avvicina all'acqua, più il confine tra il mondo conosciuto e quello delle Naradi diventerebbe sottile.

Secondo le versioni più inquietanti della leggenda, chi cede al loro richiamo rischia di essere trascinato nell'acqua e condotto in un regno invisibile. Un luogo nel quale le regole del mondo umano non valgono più e persino il tempo avrebbe un significato diverso.

Potrebbe sembrare una semplice storia di seduzione soprannaturale.

Ma le Naradi hanno un particolare che permette, almeno secondo il folklore, di smascherarle.

I piedi.

Per quanto possano apparire perfettamente umane dalla vita in su, avrebbero infatti piedi simili a quelli di un asino.

È un dettaglio apparentemente assurdo, ma nel folklore le deformità nascoste sono spesso il segnale che permette di distinguere una creatura soprannaturale da un essere umano.

La bellezza inganna.

Il dettaglio rivela la verità.

E le Naradi, proprio come molte altre figure femminili dell'immaginario popolare legato all'acqua, non sarebbero necessariamente benevole.

Alcune tradizioni arrivano ad attribuire loro un comportamento particolarmente inquietante: sarebbero interessate ai bambini.

In queste versioni la loro strategia diventerebbe ancora più astuta.

Non attirerebbero direttamente i piccoli.

Cercherebbero invece di distrarre le madri.

La loro voce potrebbe cambiare, diventare più dolce, rassicurante e familiare, quasi come quella di una persona conosciuta. Una madre potrebbe essere indotta ad allontanarsi o a seguire quella voce, lasciando il bambino momentaneamente senza protezione.

È un motivo folklorico che rivela una funzione molto concreta della leggenda.

Tenere lontani i bambini dall'acqua.

Una sorgente, un torrente o una fontana potevano rappresentare luoghi pericolosi, soprattutto per i più piccoli. Non esistevano necessariamente recinzioni, cartelli di avvertimento o sistemi moderni di sicurezza.

La leggenda faceva quindi quello che le storie popolari hanno spesso fatto per secoli.

Trasformava un pericolo reale in una creatura che nessun bambino avrebbe voluto incontrare.

Non avvicinarti alla sorgente.

Non seguire una voce nel bosco.

Non andare da solo verso l'acqua.

Potrebbero esserci le Naradi.

Ma, come accade spesso nel folklore, la loro natura non è completamente malvagia.

In alcune versioni accettano offerte.

Pane.

Vino.

Piccoli oggetti lasciati vicino alle fontane.

E in cambio potrebbero concedere fortuna o protezione, persino favorire i campi e le famiglie.

Ancora una volta, dunque, ci troviamo davanti a creature ambivalenti.

Non sono semplicemente demoni.

Sono esseri che possono essere pericolosi se disturbati o affrontati nel modo sbagliato, ma che possono anche diventare protettori quando vengono rispettati.

Questa ambivalenza è fondamentale per comprendere il folklore delle acque.

L'acqua dà la vita, ma può anche toglierla.

La sorgente disseta, ma il torrente può travolgere.

Il fiume permette di coltivare la terra, ma può diventare una barriera.

Lo stesso elemento naturale contiene quindi contemporaneamente vita e pericolo.

Le Naradi sono la personificazione di questa contraddizione.

Sono belle perché l'acqua può essere affascinante.

Sono pericolose perché l'acqua può essere imprevedibile.

Sono misteriose perché una sorgente nascosta nel bosco rappresenta qualcosa che esiste indipendentemente dall'uomo.

E sono femminili perché il folklore europeo ha spesso rappresentato le acque attraverso figure di donne soprannaturali: ninfe, fate, sirene, donne dell'acqua e spiriti delle sorgenti.

Questo non significa però che le Naradi debbano essere semplicemente identificate con le ninfe della mitologia classica.

La somiglianza è soprattutto nella funzione narrativa.

Una creatura femminile vive presso l'acqua.

Attira l'essere umano.

Può aiutarlo oppure distruggerlo.

E l'acqua diventa il confine tra due mondi.

La tradizione calabrese ha poi trasformato questo schema secondo la propria cultura popolare, dando alla creatura caratteristiche specifiche: la voce seducente, i piedi animaleschi, l'interesse per i bambini e la possibilità di ricevere offerte.

Ed è proprio questo che rende la leggenda interessante.

Non abbiamo bisogno di credere che una donna con piedi d'asino viva realmente accanto a una sorgente per comprendere ciò che la storia raccontava alle comunità che la tramandavano.

La Naradi era una sentinella immaginaria.

Presidiava l'acqua.

Presidiava il bosco.

Presidiava la notte.

E soprattutto presidiava quel confine invisibile oltre il quale un bambino non avrebbe dovuto spingersi.

Oggi molte di quelle sorgenti sono diventate luoghi facilmente accessibili, illuminati e conosciuti. Il paesaggio è cambiato e con esso anche il rapporto dell'uomo con l'ambiente.

Ma basta immaginare una sorgente calabrese isolata, il rumore dell'acqua nel buio, gli alberi mossi dal vento e una voce femminile che sembra arrivare da qualche metro più avanti.

Chi potrebbe essere?

Una donna?

Un animale?

Il vento?

Oppure una Naradi?

Secondo la leggenda, sarebbe meglio non scoprirlo.

Perché se quella voce vi invitasse ad avvicinarvi all'acqua, potreste avere appena compiuto il primo passo verso il loro mondo.

E forse, una volta entrati, non sarebbe più possibile tornare indietro.

sabato 12 settembre 2026

IL RAGAZZO FANTASMA DELL’A4: LO SPETTRO CHE APPARE NELLA NEBBIA

 


Avete mai sentito parlare della leggenda urbana del ragazzo fantasma sull'Autostrada A4?

In Lombardia, dove la nebbia può trasformare di notte un'autostrada in una striscia di asfalto sospesa nel nulla, circola una storia inquietante: quella di un giovane che apparirebbe improvvisamente sul ciglio della A4, proprio quando un automobilista meno se lo aspetta.

La scena è sempre la stessa.

È notte.

La strada è quasi deserta.

I fari illuminano per pochi secondi la carreggiata e, oltre il fascio di luce, compare una figura umana.

Un ragazzo.

Indossa abiti normalissimi: una maglia chiara, un paio di jeans, niente che lo distingua immediatamente da un giovane qualsiasi fermo sul bordo della strada.

Ed è proprio questa normalità a rendere la storia ancora più inquietante.

Perché il ragazzo non appare come un fantasma tradizionale.

Non ha necessariamente un aspetto mostruoso. Non indossa abiti antichi. Non sembra appartenere a un'altra epoca.

Sembra semplicemente qualcuno che ha bisogno di aiuto.

Secondo alcuni racconti, alza un braccio e sembra chiedere un passaggio. Secondo altri, rimane immobile, come se aspettasse che qualcuno si fermasse.

L'automobilista lo vede.

Rallenta.

Forse pensa a un veicolo in panne.

Forse crede che qualcuno abbia avuto un incidente.

Poi succede qualcosa.

La sagoma scompare.

Non corre verso il buio.

Non attraversa la strada.

Non sale su un'altra automobile.

Semplicemente non c'è più.

I fari continuano a illuminare l'asfalto e il guard-rail, ma del ragazzo non rimane nulla.

La nebbia torna a occupare lo spazio nel quale, pochi secondi prima, c'era una persona.

E naturalmente arriva la domanda inevitabile:

chi era?

La spiegazione della leggenda è quella classica delle storie di fantasmi stradali.

Il ragazzo sarebbe morto anni prima proprio in un incidente avvenuto lungo quel tratto dell'autostrada. La sua morte sarebbe stata improvvisa e violenta e il suo spirito, incapace di abbandonare il luogo della tragedia, continuerebbe a comparire davanti agli automobilisti.

In alcune versioni avrebbe ancora bisogno di un passaggio.

In altre starebbe cercando qualcuno che si fermi.

In altre ancora la sua apparizione sarebbe un avvertimento.

Non necessariamente rivolto contro l'automobilista, ma contro il pericolo stesso.

Non correre.

Non fermarti sulla carreggiata.

Non camminare lungo l'autostrada.

Non sottovalutare la notte e la nebbia.

La leggenda, quindi, avrebbe anche una funzione molto concreta.

Trasformare un pericolo reale in una storia impossibile da dimenticare.

L'Autostrada A4 non è un luogo nel quale un pedone dovrebbe trovarsi normalmente. È una grande arteria ad alta velocità e, soprattutto di notte, un veicolo fermo sulla corsia di emergenza o una persona che cammina vicino alla carreggiata può trovarsi in una situazione estremamente pericolosa.

La leggenda prende questa realtà e la trasforma.

Un automobilista vede una sagoma nella nebbia.

Non sa chi sia.

Non sa perché sia lì.

Non sa dove sia finita.

E il cervello, davanti a un'immagine ambigua, fa quello che ha sempre fatto l'uomo: costruisce una storia.

Il fenomeno è particolarmente interessante proprio perché la nebbia modifica radicalmente la percezione.

I fari di un'automobile non illuminano semplicemente la strada. Creano una zona di visibilità limitata circondata dall'oscurità. Una figura distante può apparire per qualche istante, deformarsi attraverso la foschia e scomparire appena il veicolo cambia posizione.

Un cartello, un segnale stradale, un'ombra, una persona realmente presente sul bordo della strada o persino un oggetto possono essere percepiti in modo diverso da quanto siano realmente.

Questo non significa che chi racconta l'esperienza stia mentendo.

Significa che vedere qualcosa e capire correttamente ciò che si è visto sono due cose diverse.

Ed è proprio in questa differenza che nascono molte leggende urbane.

Ma la storia del ragazzo fantasma possiede un altro elemento tipico del folklore contemporaneo: le tracce.

Qualcuno sostiene di aver trovato un'impronta sul guard-rail.

Qualcun altro parla di un pezzo di tessuto.

Qualcun altro ancora afferma di essere tornato il giorno dopo nel punto dell'apparizione senza trovare nessuno.

Sono dettagli importanti per una leggenda perché trasformano una semplice testimonianza in qualcosa che sembra possedere una prova materiale.

Ma proprio qui bisogna essere prudenti.

Un'impronta o un frammento di tessuto non dimostrano l'esistenza di un fantasma. E senza una documentazione verificabile, una testimonianza orale rimane una testimonianza orale.

Questo non la rende inutile.

La rende folklore.

E il folklore contemporaneo non ha bisogno di essere scientificamente dimostrato per essere interessante.

Anzi, il fantasma dell'A4 è un esempio perfetto di come le vecchie storie di apparizioni si siano adattate al mondo moderno.

Un tempo il fantasma compariva davanti a una carrozza, accanto a un ponte o lungo una strada di campagna.

Oggi compare sull'autostrada.

Non aspetta più un cavallo.

Aspetta un'automobile.

Non emerge necessariamente da un cimitero.

Emergerebbe dalla nebbia della tangenziale, dal guard-rail, dalla corsia d'emergenza.

Il luogo cambia, ma la struttura della storia rimane identica.

Una persona muore in circostanze tragiche.

Il luogo conserva la memoria della tragedia.

Lo spirito non riesce ad andarsene.

Un viaggiatore innocente lo vede.

E per qualche secondo i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti, sembrano sovrapporsi.

Poi l'apparizione scompare.

Ed è forse questo il dettaglio più potente della leggenda.

Non possiamo verificare il fantasma.

Possiamo però comprendere perfettamente la paura che rappresenta.

Perché guidare di notte nella nebbia significa affidarsi quasi completamente a pochi metri di visibilità. Basta una figura sul bordo della strada, un veicolo fermo o un ostacolo improvviso perché la tranquillità lasci spazio al panico.

Il ragazzo fantasma dell'A4 potrebbe quindi non essere soltanto una storia di spiriti.

Potrebbe essere la personificazione di una paura molto moderna: quella di incontrare improvvisamente qualcosa che non dovrebbe essere lì.

Un uomo sul ciglio dell'autostrada.

Un'automobile ferma.

Un'ombra nella nebbia.

Un pericolo che compare quando ormai è troppo tardi per evitarlo.

Forse il ragazzo non è mai morto.

Forse non è mai esistito.

Forse qualcuno ha semplicemente visto una sagoma nella nebbia e, negli anni, quella sagoma è diventata un giovane morto in un incidente.

Ma c'è una cosa che rende questa leggenda difficile da dimenticare.

La prossima volta che attraverserete la Lombardia di notte, con la nebbia che copre la strada e i fari che fendono appena l'oscurità, potreste vedere qualcosa sul ciglio dell'A4.

Una sagoma.

Un ragazzo.

Una maglia chiara.

Un paio di jeans.

Forse chiederà un passaggio.

E quando rallenterete per capire chi sia, potrebbe essere già scomparso.

Perché questa è la regola fondamentale delle leggende sui fantasmi delle strade:

il fantasma non deve restare abbastanza a lungo da poter essere spiegato.

Deve soltanto comparire.

E poi sparire.

venerdì 11 settembre 2026

IL MARRANGHINO: IL FOLLETTO BURLONE DELLA BASILICATA

 



Conoscete la leggenda del Marranghino?

Tra le storie del folklore della Basilicata, soprattutto quelle legate al mondo contadino e ai piccoli centri dell'area materana, compare una creatura curiosa e dispettosa: il Marranghino, un piccolo folletto notturno che sembra avere una missione molto semplice nella vita.

Disturbare gli esseri umani.

Non è un mostro sanguinario, non è un demone assetato di vendetta e nemmeno uno spirito intenzionato a trascinare qualcuno negli inferi. Il Marranghino appartiene a una categoria molto più antica e universale: quella degli esseri soprannaturali che combinano guai soltanto perché trovano divertente farlo.

La tradizione popolare lo immagina piccolo di statura, con una caratteristica decisamente poco elegante per un essere di quelle dimensioni: una grande pancia. A completare il suo aspetto ci sarebbero folti baffi e un'espressione da eterno burlone.

Più che paura, dunque, il Marranghino suscita una certa simpatia.

Ma soltanto fino a quando non comincia a fare scherzi.

Perché il Marranghino è soprattutto una creatura della notte.

Quando nelle case cala il silenzio e gli abitanti dormono, il piccolo folletto avrebbe finalmente campo libero. È allora che comincerebbe il suo repertorio di dispetti.

Un oggetto lasciato sul tavolo scompare.

Un utensile viene ritrovato in un posto completamente diverso.

Qualcosa cade senza che nessuno riesca a spiegare perché.

Un rumore arriva dalla stanza accanto.

E quando qualcuno si alza per controllare, naturalmente non trova nulla.

Il Marranghino, secondo la tradizione, sarebbe già lontano a ridere del malcapitato.

Uno degli scherzi più curiosi attribuiti a queste creature è quello di intrecciare le criniere dei cavalli. Al mattino il proprietario dell'animale si ritroverebbe davanti a una massa di nodi apparentemente impossibili da spiegare.

Un tempo, quando cavalli e altri animali rappresentavano una parte fondamentale della vita rurale, un episodio del genere doveva essere tutt'altro che divertente.

Ma anche in questo caso la fantasia popolare offriva una spiegazione.

Non erano stati i nodi a comparire da soli.

Era stato il Marranghino.

E così ciò che non aveva una spiegazione immediata poteva essere trasformato in una storia.

È un meccanismo che ritroviamo in moltissime tradizioni popolari europee. Folletti, spiritelli e creature domestiche vengono spesso utilizzati per spiegare piccoli fenomeni quotidiani: oggetti smarriti, rumori notturni, animali agitati, disordine improvviso.

Prima dell'elettricità, della moderna psicologia e delle spiegazioni scientifiche, la notte era un territorio molto più misterioso di quanto lo sia oggi.

Una casa completamente buia amplificava ogni rumore.

Un animale poteva muoversi nella stalla.

Il vento poteva spostare una porta.

Un oggetto poteva cadere.

E qualcuno, al mattino, doveva pur spiegare quello che era successo.

Il Marranghino era una risposta perfetta.

Ma la sua caratteristica più interessante è che non sembra essere realmente cattivo.

Il suo comportamento è fastidioso, talvolta persino inquietante, ma il suo scopo non sarebbe quello di fare del male. Vuole divertirsi.

È il classico trickster del folklore: una creatura che vive di astuzia, scherzi e confusione. Non rispetta completamente le regole degli uomini e proprio per questo riesce a creare situazioni assurde.

In questo senso il Marranghino rappresenta anche qualcosa di profondamente umano.

La voglia di ridere del prossimo.

Il piacere dello scherzo.

La capacità di trasformare un piccolo inconveniente in una storia da raccontare davanti agli altri.

E soprattutto la necessità di dare un volto all'inspiegabile.

La tradizione racconta persino un modo per tenerselo buono.

Basterebbe lasciargli qualcosa.

Un po' di pane.

Un bicchiere di vino.

Qualche dolce.

È una soluzione sorprendentemente pragmatica: se una creatura invisibile vuole giocare con noi, tanto vale offrirle qualcosa in cambio della tranquillità.

Anche questo elemento avvicina il Marranghino a numerose tradizioni europee nelle quali gli spiriti domestici o i folletti vengono placati attraverso piccoli doni lasciati durante la notte.

Il dono stabilisce una specie di accordo.

Tu non fai troppi danni.

Io ti lascio qualcosa.

E tutti possono continuare a vivere in pace.

Naturalmente non possiamo sapere quanto queste storie fossero realmente credute dalle persone che le raccontavano. La tradizione orale non funziona come un documento notarile. Una storia può essere raccontata per generazioni senza che chi la racconta sia necessariamente convinto della sua verità letterale.

Può essere contemporaneamente paura, scherzo, insegnamento e intrattenimento.

Ed è proprio questo che rende il folklore così interessante.

Il Marranghino appartiene a un mondo nel quale la campagna non era semplicemente un luogo di lavoro. Era un universo pieno di rumori, animali, boschi, grotte, vento, oscurità e fenomeni che non sempre potevano essere spiegati immediatamente.

Ogni rumore poteva nascondere qualcosa.

Ogni ombra poteva diventare una creatura.

Ogni inconveniente poteva trasformarsi in un racconto.

E il Marranghino poteva essere chiamato in causa quando nessun essere umano voleva assumersi la responsabilità del disordine.

Hai perso qualcosa?

È stato il Marranghino.

La stalla è sottosopra?

È stato il Marranghino.

La criniera del cavallo è piena di nodi?

Non serve nemmeno cercare il colpevole.

Il Marranghino è già stato condannato.

Ma forse è proprio questa la sua funzione più autentica.

Non rappresentare il male, bensì l'imprevisto.

Quella piccola parte della realtà che sfugge al controllo umano e che la fantasia trasforma in una creatura capace di ridere nell'oscurità.

Oggi, naturalmente, non abbiamo bisogno di un folletto per spiegare perché un oggetto sia scomparso dalla cucina. Ma l'immagine del piccolo Marranghino con la grande pancia, i baffi e l'aria soddisfatta rimane molto più divertente di una spiegazione razionale.

Perché in fondo ogni cultura ha avuto bisogno dei propri folletti.

E quello lucano, almeno secondo la leggenda, non pretendeva di conquistare il mondo.

Gli bastava spostare qualche oggetto durante la notte, annodare la criniera di un cavallo e aspettare di sentire qualcuno imprecare nel buio.

Poi, probabilmente, scoppiava a ridere.

E spariva prima dell'alba.

 
Wordpress Theme by wpthemescreator .
Converted To Blogger Template by Anshul .