A differenza della concezione occidentale, che colloca l’aldilà in un altrove remoto e separato, la tradizione giapponese immagina la morte come una continuità. Dopo la morte, l’anima resta dove è vissuta: mantiene il proprio corpo, le cicatrici, i tatuaggi, le abitudini quotidiane. I morti non “scompaiono”, ma convivono con i vivi in uno spazio parallelo e invisibile. Il confine tra i due mondi non è netto, bensì permeabile, e l’estate è il momento in cui questa permeabilità raggiunge il suo massimo.
Il cuore di questa visione è la festa di Obon, celebrata tradizionalmente a metà luglio o a metà agosto, a seconda delle regioni. Durante Obon si crede che gli spiriti degli antenati ritornino nelle case familiari. Non è un lutto, ma un ritorno atteso. Le famiglie puliscono le tombe, accendono lanterne per guidare le anime, preparano cibo e lasciano simbolicamente spazio a tavola per chi non è più visibile ma è ancora presente. In molte zone del Paese, l’evento culmina in danze collettive, come la celebre Awa Odori di Tokushima, oggi replicata anche a Tokyo, nel quartiere di Kōenji, attirando ogni anno centinaia di migliaia di persone.
L’Awa Odori, con i suoi movimenti ipnotici e il suo ritmo incessante, è emblematica di questo rapporto con i morti. Le danzatrici indossano cappelli di paglia inclinati che coprono parzialmente gli occhi. Secondo la tradizione, questo serve a non vedere ciò che danza accanto a loro: gli spiriti partecipano alla festa, ma non desiderano essere osservati. Si beve, si ride, si balla per ore. Nulla, a un osservatore ignaro, farebbe pensare a una celebrazione dei defunti. Eppure lo è, nel senso più letterale.
Anche i dettagli rituali parlano chiaro. Durante Obon si preparano figure di ortaggi: un cavallo e un bue, costruiti con cetrioli e melanzane. Il cavallo, veloce, serve agli spiriti per tornare rapidamente nel mondo dei vivi; il bue, lento, per accompagnarli con calma nel viaggio di ritorno. È un’immagine potente, che racconta un rapporto intimo, quotidiano, non drammatico con la morte.
Questa familiarità spiega anche perché in Giappone le storie di fantasmi, i racconti macabri e l’horror fioriscano proprio d’estate. Non è un caso commerciale, ma culturale. Già nel periodo Edo, il teatro kabuki metteva in scena drammi di spiriti vendicativi e apparizioni soprannaturali durante i mesi estivi, anche per una ragione pratica: si credeva che i racconti di paura “rinfrescassero” il pubblico, evocando brividi in grado di contrastare l’afa. Studi accademici, come quelli della Kokugakuin University – uno dei principali centri di formazione dello scintoismo moderno – confermano che la tradizione delle storie di fantasmi estive nasce proprio in connessione con Obon e con la presenza rituale dei morti tra i vivi.
Il contrasto con l’Occidente è netto. In Italia, la commemorazione dei defunti cade il 2 novembre, in pieno autunno, quando la natura muore e il ciclo annuale si chiude. È un tempo di silenzio e raccoglimento. In Giappone, invece, la celebrazione principale avviene nel pieno della stagione vitale, quando tutto cresce e fermenta. Non a caso esiste una seconda commemorazione più contenuta in autunno, ma è l’estate il momento in cui i morti “tornano”.
Questa visione non appartiene solo al passato. Ancora oggi, in molte famiglie giapponesi, gli antenati vengono accolti in casa come ospiti reali: si parla con loro, si mangia insieme, si guarda la televisione. Non è una metafora, ma un gesto concreto di continuità affettiva. È da qui che nasce l’idea dell’estate come stagione dei fantasmi: non come tempo di terrore, ma come periodo di prossimità, in cui i morti non fanno paura perché non se ne sono mai andati davvero.
In un mondo che tende a rimuovere la morte, la cultura giapponese offre una prospettiva radicalmente diversa: quella di una convivenza silenziosa, ciclica e stagionale. Un’idea che, forse, spiega perché i fantasmi giapponesi non bussano alle porte in autunno, ma danzano con noi sotto il sole estivo.
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