Quando si parla di sirene, il pensiero corre subito alla mitologia greca, a Ulisse che si fa legare all'albero della nave per ascoltarne il canto senza soccombere, e alle creature marine che con la loro voce ammaliatrice attirano i marinai verso la morte. Ma come è nata esattamente questa credenza? Qual è l'origine di un mito così potente e duraturo?
Lasciamo da parte le spiegazioni semplicistiche che circolano in rete. Non è credibile che il mito sia nato da avvistamenti di dugonghi o lamantini, mammiferi marini che a una certa distanza potrebbero (forse) ricordare vagamente una figura umana. Cristoforo Colombo, è vero, scrisse nel suo diario di aver visto tre sirene al largo delle coste di Haiti, aggiungendo che "non erano belle come le dipingono, perché avevano un viso mascolino". Ma Colombo aveva la mente già piena di leggende e aspettative, e vide ciò che voleva vedere. Il mito, insomma, c'era già, e da secoli.
Allora, dove dobbiamo guardare per trovare le radici di questa affascinante creatura? La risposta, credo, va cercata nel Sacro. In quel confine sottile che separa il mondo degli uomini da quello degli dèi, e che nell'antichità era percepito come reale, tangibile, pericoloso.
Il mondo greco-romano era un mondo animista. Non nel senso banale che "si credeva agli spiriti della natura", ma nel senso profondo che la natura stessa era divina. Ogni fonte, ogni bosco, ogni mare era abitato da presenze sacre che non si lasciavano vedere facilmente, ma che comunque agivano, influenzavano, decidevano. Gli uomini non erano i padroni del mondo: erano ospiti, talvolta graditi, talvolta tollerati, in un universo che non gli apparteneva.
Le Nereidi, figlie del dio marino Nereo, erano tra queste presenze. Erano giovani, bellissime, immortali. Cavalcavano delfini tra le onde, seguivano il corteo di Poseidone, e incantavano chiunque le osservasse. Per i mortali, destinati a invecchiare e morire, questi esseri rappresentavano un'ideale irraggiungibile: la vita senza tempo, la bellezza che non sfiorisce, la libertà assoluta dalle miserie umane. Il mare, d'altronde, appariva proprio così: un luogo lontano dalla fatica dei campi e dalle malattie, un'oasi di beatitudine dove la carne non decade.
Ma c'era anche un'altra immagine, più oscura e inquietante, che circolava nell'immaginario greco arcaico. Quella di creature alate, con volto e corpo femminile, che cantavano in modo così soave da annebbiare la mente di chiunque le ascoltasse. Queste sirene primitive non avevano nulla della bellezza marina che conosciamo oggi. Erano mostri, ibridi, esseri liminali che abitavano le coste rocciose e i passaggi stretti tra l'isola dei vivi e quella dei morti.
Omero, nell'Odissea, non descrive l'aspetto delle sirene. Non dice se sono belle o brutte, se hanno ali o pinne, se assomigliano a donne o a uccelli. Dice solo una cosa: cantano. E il loro canto è irresistibile. Ulisse, per ascoltarlo senza morire, si fa legare all'albero della nave e ordina ai compagni di tapparsi le orecchie con la cera. I compagni remano, lui ascolta, e le sirene dicono:
"Vieni, illustre Ulisse, grande vanto degli Achei, ferma la nave per ascoltare la nostra voce. Nessuno mai passa oltre con la sua nave nera senza ascoltare il dolce canto che esce dalle nostre bocche: poi se ne va contento e sapendo più cose."
Sanno tutto. Raccontano il passato, predicono il futuro. Sono come le Muse, ma perverse. Attirano l'eroe non con la promessa di piaceri fisici, ma con la sete di conoscenza. E Ulisse, l'uomo dalla mente astuta, cade nella trappola pur sapendo di cadervi.
Le sirene di Omero, inoltre, giacevano su un prato "cosparso di ossa di uomini in putrefazione". Chi le ascoltava, moriva. Non si sapeva bene come: forse il canto stesso uccideva, forse la nave si schiantava contro gli scogli, forse le sirene sbranavano i malcapitati. Ma la morte c'era. E le ossa biancheggiavano al sole, monito per chiunque fosse abbastanza lucido da vederle.
Ecco il primo nucleo del mito: il Sacro che attrae e distrugge. Non perché sia malvagio, ma perché è diverso. Non conosce le regole umane, la pietà, la misericordia. È una forza cosmica che sovrasta e, se decide di prenderti, ti prende. Soccombi e basta.
Perché le sirene sono diventate creature marine, con la coda di pesce? La risposta è sorprendente: probabilmente per un errore di copiatura.
Nei manoscritti medievali che tramandavano le storie antiche, si leggeva che le sirene avevano i pennīs (ali). Ma qualche copista distratto trascrisse pinnīs (pinne). Da "creature alate" a "creature munite di pinne" il passo fu breve. E l'immaginario medievale, che già amava gli ibridi e i mostri, fece il resto: le sirene persero le piume, acquisirono squame, e si tuffarono per sempre nel mare.
Ma questa trasformazione non fu solo accidentale. Fu anche simbolica, e potentissima. Il mare, per i popoli antichi e medievali, era il luogo dell'ignoto, del pericolo, della tentazione. Era la via dei commerci, ma anche la tomba di chi non tornava. Associare le sirene all'acqua salata significava raddoppiare la loro carica ambivalente: erano bellissime (da lontano), ma letali (da vicino). Erano desiderabili, ma impossibili da possedere.
Con l'avvento del Cristianesimo, le sirene subirono un'ulteriore trasformazione, questa volta morale. Non erano più semplici creature del Sacro pagano, ma divennero simboli del peccato, della tentazione, della rovina dell'anima.
I bestiari medievali le descrivono come fanciulle bellissime dalla vita in su, e pesci dalla vita in giù (o uccelli, nelle versioni più antiche). Cantano con voce soave, distraggono i marinai dal loro dovere, e li fanno naufragare. Alcuni racconti aggiungono che si pettinano continuamente i lunghi capelli davanti a uno specchio, simbolo di vanità e autoerotismo. Insomma, fanno tutte quelle cose che le donne "per bene" non dovrebbero fare.
Le sirene diventano così l'incarnazione del proibito. La loro bellezza è una trappola, la loro voce è una menzogna, la loro promessa di piacere conduce alla dannazione. Per i marinai, uomini soli e vulnerabili, rappresentavano un pericolo concreto e simbolico al tempo stesso. Si raccontava che, quando avvistavano una sirena, cercassero rifugio nella preghiera, votandosi alla Vergine Maria. L'unica donna che poteva salvarli dalla donna che uccideva.
Ma se l'imperatore Tiberio, come racconta Plinio il Vecchio, si chiedeva cosa cantassero le sirene, io mi chiedo un'altra cosa: tutti quegli uomini che per secoli hanno creduto nelle sirene, che le hanno viste (o creduto di vederle), che ne hanno avuto timore e desiderio insieme, cosa cercavano in realtà?
Forse cercavano il Sacro. Quel brivido di incontrare qualcosa che è più grande di te, che non ti capisce e che tu non capisci, che può regalarti la conoscenza (come promettevano le sirene a Ulisse) o la morte. In un mondo sempre più disincantato, la sirena è sopravvissuta come sogno: un sogno di bellezza incontaminata, di libertà assoluta, di fusione con l'elemento primordiale.
Non è un caso che ancora oggi, nei film, nei fumetti, nelle canzoni, le sirene continuino ad affascinarci. Continuano a cantare, anche se sappiamo che è una leggenda. Continuano a promettere qualcosa che non potremo mai avere: l'immortalità, la conoscenza totale, l'amore senza condizioni.
Forse, il mito delle sirene non è mai stato il racconto di creature mostruose. È il racconto del nostro desiderio. E della nostra paura di realizzarlo.
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