Nel nord-ovest dell'Argentina esiste una leggenda che non nasce semplicemente dalla paura del bosco, della notte o degli animali.
Nasce dalla fabbrica.
Nasce dai campi di canna da zucchero.
Nasce dai rapporti di potere.
E soprattutto nasce dalla paura di chi lavorava negli ingenios azucareros, i grandi stabilimenti industriali che trasformarono profondamente l'economia di province come Tucumán, Salta e Jujuy tra XIX e XX secolo.
Il suo nome è El Familiar.
E nella tradizione popolare non era semplicemente un mostro.
Era il custode di un patto.
Secondo la leggenda, il proprietario di un ingenio stringeva un accordo con il Diavolo per ottenere ricchezza, prosperità e potere. In cambio, però, doveva pagare un prezzo.
Un'anima umana.
Generalmente quella di un operaio.
Il mostro incaricato di riscuotere il tributo era El Familiar.
La sua forma cambiava secondo le versioni.
La rappresentazione più conosciuta è quella di un enorme cane nero, spesso dotato di occhi fiammeggianti, artigli e una forza sovrannaturale. Ma altre tradizioni lo descrivono come una grande vipera o un gigantesco serpente. La ricerca folklorica ha documentato entrambe le forme.
In alcune versioni viveva nei sotterranei dell'ingenio.
In altre nella sala delle macchine.
In altre ancora si nascondeva tra i magazzini, le strutture industriali o i canneti.
Non era però una creatura che vagava casualmente.
Aveva una funzione.
Sorvegliare.
Proteggere la proprietà.
Punire.
E soprattutto riscuotere il prezzo del patto.
La tradizione colloca la diffusione del mito negli ingenios del Nord-Ovest argentino a partire dalla metà del XIX secolo. Margarita E. Gentile, in uno studio dedicato all'etnostoria della credenza, sottolinea proprio il legame tra El Familiar e l'espansione dell'industria dello zucchero in Tucumán, Salta e Jujuy.
Questo dettaglio cambia completamente il significato della leggenda.
Perché il Nord-Ovest argentino dell'epoca non era un luogo immaginario.
Era un territorio attraversato da una rapida trasformazione economica.
La produzione zuccheriera cresceva.
Gli ingenios diventavano enormi complessi produttivi.
La ferrovia facilitava il trasporto.
Le macchine industriali trasformavano il lavoro.
E migliaia di persone entravano in un sistema nel quale il proprietario dell'ingenio possedeva non soltanto la fabbrica, ma spesso esercitava un'enorme influenza sulla vita economica e sociale del territorio.
In questo contesto nasce una storia estremamente potente.
Il padrone diventa ricco.
L'ingenio prospera.
La produzione aumenta.
Ma qualcuno deve pagare.
E quando un lavoratore scompare o muore in circostanze poco chiare, la spiegazione non è necessariamente un incidente.
Potrebbe essere stato El Familiar.
La leggenda diventa così una sorta di linguaggio attraverso il quale i lavoratori raccontano una realtà che altrimenti sarebbe difficilissima da spiegare.
La ricerca antropologica contemporanea ha evidenziato proprio questo aspetto.
Karina Gabriela Ciolli ha studiato il mito di El Familiar attraverso una ricerca etnografica realizzata nella comunità rurale di Santa Ana, nel sud della provincia di Tucumán, tra il 2015 e il 2018. Il suo lavoro analizza la storicità del mito e il modo in cui esso continua a funzionare come rappresentazione dei rapporti di potere nel territorio.
Non è quindi soltanto una storia di fantasmi.
È anche una storia sul potere.
Ed è qui che El Familiar diventa molto più interessante di una normale leggenda horror.
Secondo una delle versioni tradizionali, il proprietario dell'ingenio doveva consegnare periodicamente un lavoratore alla creatura. La vittima poteva essere un operaio considerato problematico, ribelle o semplicemente scomodo. Il sacrificio garantiva la continuità della fortuna del padrone.
Se il tributo non veniva pagato, il patto rischiava di spezzarsi.
La ricchezza poteva svanire.
E perfino il proprietario stesso poteva diventare la vittima.
La struttura del racconto è estremamente significativa.
Il padrone ottiene ricchezza attraverso un accordo immorale.
L'operaio paga il prezzo.
Il mostro rappresenta la violenza.
Il sotterraneo rappresenta ciò che deve rimanere nascosto.
E l'ingenio diventa il luogo nel quale queste forze si incontrano.
In alcune versioni El Familiar era addirittura utilizzato per spiegare la scomparsa di lavoratori durante la stagione della zafra, la raccolta della canna.
La paura aveva quindi una funzione concreta.
Un operaio poteva essere avvertito:
non avvicinarti a quel luogo.
non uscire di notte.
non creare problemi.
non sfidare il capataz.
non ribellarti.
Perché là sotto c'è El Familiar.
Fonti argentine riportano infatti la tradizione secondo cui la leggenda poteva essere utilizzata per intimidire i lavoratori, soprattutto nei momenti di conflitto e di protesta. Radio Nacional descrive il mito come strettamente associato ai rapporti tra proprietari degli ingenios e lavoratori e collega la sua diffusione alle dure condizioni di lavoro dell'epoca.
Ma esiste un'altra questione fondamentale.
Quanto della leggenda deriva da fatti reali?
Qui bisogna essere molto prudenti.
Non abbiamo prove che dimostrino l'esistenza di un cane demoniaco, di un serpente soprannaturale o di un patto con il Diavolo.
Non abbiamo prove che i proprietari degli ingenios sacrificassero letteralmente lavoratori a una creatura.
Quello che invece esiste è una documentazione storica sulle condizioni estremamente dure del lavoro negli ingenios e sulla violenza sociale associata a quel sistema.
Ed è proprio questa sovrapposizione tra realtà e mito ad aver dato forza alla leggenda.
Quando una persona muore in un ambiente industriale pericoloso, la spiegazione ufficiale può parlare di incidente.
La comunità può invece raccontare un'altra storia.
"È stato El Familiar."
Quando qualcuno scompare, la leggenda può riempire il vuoto lasciato dall'assenza di informazioni.
Quando un lavoratore ribelle viene minacciato, il mostro diventa uno strumento di paura.
E quando il padrone accumula una ricchezza apparentemente sproporzionata, il mito fornisce una spiegazione moralmente comprensibile:
non può essere diventato così ricco senza aver pagato qualcosa.
Una delle figure storiche più frequentemente associate alla leggenda è Clodomiro Hileret, imprenditore francese legato all'Ingenio Santa Ana, in Tucumán.
Santa Ana divenne uno dei grandi complessi zuccherieri della regione e la sua dimensione contribuì alla nascita di racconti sulla ricchezza del proprietario e sul presunto patto con il Diavolo. La tradizione popolare finì per collegare direttamente Hileret a El Familiar.
Ma anche qui occorre distinguere storia e folklore.
Hileret è una figura storica.
L'Ingenio Santa Ana è realmente esistito.
La crescita dell'industria zuccheriera è documentata.
Il mito del patto demoniaco è invece una costruzione folklorica sviluppatasi attorno a questa realtà.
E proprio Santa Ana è importante perché esistono testimonianze folkloriche raccolte già nel XX secolo.
La Biblioteca Nacional de Argentina conserva, per esempio, un documento del 1921 attribuito a León Bergeonneau e proveniente da Santa Ana, Tucumán. Il testo raccoglie varianti della leggenda e descrive un cane associato a una catena e a una presenza mortale, oltre a una variante nella quale compare un gigantesco "viborón".
Questo è un particolare prezioso.
Perché dimostra che non stiamo parlando di una storia comparsa recentemente su internet.
La leggenda era già stata raccolta per iscritto all'inizio del XX secolo.
E le sue varianti erano già presenti.
Cane.
Serpente.
Sotterraneo.
Catena.
Morte.
Ingenio.
Ricchezza.
Sacrificio.
Sono elementi che ricompaiono continuamente nel corpus folklorico.
Secondo una delle tradizioni, El Familiar usciva di notte dall'ingenio e percorreva i terreni dello stabilimento.
Alcuni racconti sostengono che fosse riconoscibile dal rumore delle catene.
Altri parlano di un odore di zolfo o di carne putrefatta.
Altri ancora descrivono occhi luminosi nella notte.
La creatura poteva attraversare i canneti e raggiungere la vittima indicata dal padrone.
In alcune versioni il lavoratore poteva però difendersi.
E qui compare un elemento religioso fondamentale.
La creatura demoniaca non sarebbe vulnerabile alle armi normali.
Il machete non basterebbe.
Il coltello non basterebbe.
A proteggerlo sarebbe invece il simbolo cristiano.
La croce.
La ricerca folklorica di Gentile registra la tradizione secondo cui il lavoratore destinato alla vittima poteva affrontare El Familiar con un particolare coltello e invocando Dio.
La leggenda diventa quindi anche uno scontro simbolico.
Da una parte il potere economico.
Dall'altra il lavoratore.
Da una parte il Diavolo.
Dall'altra la fede.
Da una parte il padrone.
Dall'altra la possibilità di resistere.
Ed è forse questo uno dei motivi per cui la storia è sopravvissuta così a lungo.
Non racconta semplicemente un mostro.
Racconta un conflitto.
Per questo El Familiar è molto diverso da creature come il Pombero.
Il Pombero appartiene soprattutto al mondo della foresta, della natura e del rapporto tra uomo e ambiente.
El Familiar appartiene invece al mondo dell'industria.
Non nasce lontano dalla società.
Nasce dentro una struttura economica.
Non sorveglia semplicemente la natura.
Sorveglia l'ingenio.
Non rappresenta soltanto la paura dell'ignoto.
Rappresenta la paura del potere.
E questa caratteristica emerge anche negli studi sul mito.
Un lavoro dedicato ai lavoratori del territorio di El Cajón e all'Ingenio Ledesma, catalogato dal CONICET, analizza proprio il modo in cui le memorie della morte e del terrore negli ingenios vengono intrecciate alle rappresentazioni di El Familiar.
Questo significa che il mito non è soltanto una vecchia storia raccontata ai bambini.
È diventato parte della memoria sociale delle comunità.
Le persone ricordano l'ingenio.
Ricordano il lavoro.
Ricordano le morti.
Ricordano la paura.
E attraverso El Familiar danno una forma narrativa a tutto questo.
Il mostro, quindi, potrebbe essere immaginario.
Ma ciò che rappresenta non lo è.
La fatica era reale.
La disuguaglianza era reale.
La dipendenza economica era reale.
Gli incidenti sul lavoro erano reali.
I conflitti sociali erano reali.
E anche la paura di perdere il lavoro o di sfidare chi aveva il potere era reale.
È per questo che El Familiar continua a essere raccontato.
Non perché qualcuno abbia dimostrato che un cane nero gigante abbia realmente attraversato i canneti.
Ma perché la leggenda ha trovato un modo straordinariamente efficace per raccontare una domanda che rimane inquietante: quanto costa davvero la ricchezza quando qualcun altro ne paga il prezzo?
Forse il vero sotterraneo di El Familiar non è mai stato quello dell'ingenio.
Forse era la memoria.
La memoria di uomini che entravano nei campi e nelle fabbriche sapendo di avere pochissimo potere.
La memoria di chi sapeva che una scomparsa poteva diventare una voce.
Una voce poteva diventare una storia.
E una storia, ripetuta abbastanza a lungo, poteva diventare un mostro.
Un cane nero.
Un serpente gigantesco.
Una creatura incatenata sotto le macchine.
Un demone che ogni anno pretendeva un'anima.
El Familiar.
Il mostro degli ingenios.
Ma soprattutto, uno dei più inquietanti esempi di come il folklore possa trasformare la storia sociale di un territorio in una leggenda.
Cesio Endrizzi
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