sabato 22 agosto 2026

IL LUPO MANNARO DI GUBBIO: LA LEGGENDA CHE SI NASCONDE DIETRO IL LUPO DI SAN FRANCESCO

 


Conoscete la leggenda del lupo mannaro di Gubbio?

Quando si pronuncia il nome di Gubbio, quasi tutti pensano immediatamente a San Francesco e al celebre lupo che, secondo la tradizione, terrorizzava gli abitanti della città. Ma proprio qui nasce una domanda molto più inquietante: e se dietro l'antica paura del "lupo" si fosse conservato anche qualcosa dell'immaginario legato al licantropo?

La risposta, almeno dal punto di vista delle fonti disponibili, non è così semplice.

Non esiste infatti una solida documentazione storica che permetta di affermare che a Gubbio sia realmente vissuto un uomo capace di trasformarsi in lupo. La figura del lupo mannaro appartiene a un patrimonio folklorico antichissimo e diffuso in molte regioni italiane, mentre la tradizione propriamente eugubina conserva soprattutto la storia del feroce animale ammansito da San Francesco.

Ed è proprio questa sovrapposizione fra storia, folklore e memoria popolare a rendere la vicenda particolarmente affascinante.

Il racconto del lupo di Gubbio compare nella tradizione francescana medievale e viene successivamente reso celebre dai Fioretti. Secondo la narrazione, nel territorio di Gubbio comparve un lupo enorme e feroce che non si limitava ad aggredire gli animali, ma arrivava persino a uccidere gli uomini. Gli abitanti vivevano nel terrore e uscivano dalla città armati, fino ad avere paura di avventurarsi nelle campagne.

Francesco decise allora di affrontarlo.

La scena è diventata una delle immagini più celebri della tradizione francescana: il santo incontra l'animale, lo chiama "frate lupo" e gli propone una sorta di patto. Il lupo avrebbe dovuto cessare le aggressioni e, in cambio, gli abitanti di Gubbio si sarebbero occupati del suo sostentamento.

Da quel momento la bestia sarebbe diventata mansueta.

Ma c'è un particolare che spesso viene dimenticato: anche questa storia, dal punto di vista storico, non può essere semplicemente trattata come la cronaca di un fatto accaduto esattamente come viene raccontato.

Uno studio pubblicato nel 2025 sulla formazione della leggenda del lupo di Gubbio ha mostrato come il racconto sia il risultato di una lunga stratificazione narrativa, nella quale agiografia, predicazione e memoria locale si sono influenzate reciprocamente. La prima attestazione latina dell'episodio risale agli Actus beati Francisci et sociorum eius, del primo Trecento, mentre i Fioretti ne diffusero successivamente la versione in volgare.

E qui la storia diventa ancora più interessante.

Perché il lupo di Gubbio potrebbe non essere stato necessariamente soltanto un lupo.

Una delle interpretazioni proposte nel corso del tempo vede infatti nell'animale la rappresentazione simbolica di un uomo violento, forse un brigante. Secondo questa lettura, il racconto della riconciliazione fra Francesco e la bestia potrebbe aver trasformato in una storia meravigliosa un episodio di pacificazione sociale: un uomo pericoloso avrebbe cessato le proprie violenze grazie a un accordo con la comunità.

In altre parole, il "lupo" potrebbe essere stato anche un modo per raccontare qualcosa sugli uomini.

Ma il folklore italiano conosce un'altra figura molto più inquietante: il licantropo.

Il lupo mannaro è una delle creature più antiche dell'immaginario europeo. La tradizione lo descrive generalmente come un essere umano capace di assumere sembianze animalesche, spesso durante la notte e soprattutto in occasione della luna piena. Il termine "licantropo" deriva dal greco e unisce le parole relative al lupo e all'essere umano.

Questa credenza non è però esclusiva dell'Umbria.

In diverse zone d'Italia esistevano racconti relativi a uomini che, secondo la superstizione popolare, potevano trasformarsi in animali o assumere caratteristiche animalesche. In Umbria, in particolare, sono state raccolte tradizioni sul "mannaro" anche nella Valnerina, dove racconti popolari trasmessi oralmente descrivono figure notturne associate alla trasformazione e alla paura.

È quindi possibile che l'immaginario del lupo mannaro abbia trovato terreno fertile anche nell'area eugubina?

Possibile, ma bisogna distinguere attentamente tra ciò che è documentato e ciò che appartiene alla suggestione moderna.

Non abbiamo, infatti, una fonte storica sufficientemente solida che ci permetta di raccontare come fatto certo l'esistenza di un "lupo mannaro di Gubbio" che nelle notti di luna piena percorreva le campagne, aggrediva i viandanti o veniva inseguito dagli abitanti.

Questi elementi appartengono piuttosto al repertorio generale delle leggende sul licantropo e rischiano di essere stati sovrapposti successivamente alla storia del lupo di San Francesco.

Eppure Gubbio conserva qualcosa che rende questa storia particolarmente suggestiva.

La memoria del lupo è rimasta profondamente legata alla città. Esistono tradizioni locali relative alla grotta nella quale l'animale avrebbe trovato rifugio e persino alla sua sepoltura. Una ricerca dedicata alla memoria del lupo racconta anche di un ritrovamento ottocentesco di uno scheletro attribuito a un lupo durante alcuni lavori stradali: il cranio sarebbe stato successivamente disperso, mentre la pietra associata alla tradizione avrebbe avuto una diversa sorte.

Naturalmente, trovare ossa di un lupo non dimostra che quell'animale fosse quello della leggenda.

Ma il particolare mostra qualcosa di altrettanto importante: la leggenda aveva raggiunto un livello tale da trasformare luoghi, pietre, grotte e reperti in elementi della memoria collettiva.

Ed è proprio così che nascono e sopravvivono molti misteri.

Un animale realmente esistito può diventare una creatura leggendaria. Un uomo violento può trasformarsi simbolicamente in una bestia. Un racconto religioso può incorporare elementi folklorici. E, dopo secoli, le diverse tradizioni possono fondersi fino a rendere quasi impossibile distinguere il punto in cui termina la storia e comincia la leggenda.

Forse, quindi, il vero "lupo mannaro di Gubbio" non è mai stato un uomo che durante la luna piena si trasformava in una bestia.

Forse è nato molto più semplicemente dalla paura.

La paura del lupo reale che si avvicinava alle abitazioni. La paura dell'uomo violento che viveva fuori dalle mura. La paura della notte e dei boschi. La paura di ciò che si muoveva nell'oscurità quando nessuno poteva vedere chiaramente cosa stesse accadendo.

In un mondo senza illuminazione elettrica, senza fotografie, senza comunicazioni immediate e con vaste aree boschive intorno agli abitati, un ululato proveniente dalla notte poteva essere sufficiente per alimentare un racconto.

E quando quel racconto veniva ripetuto per generazioni, la bestia poteva diventare qualcosa di molto più grande del semplice animale da cui era nata.

Poteva diventare un mostro.

O addirittura un uomo trasformato in mostro.

È questo il fascino del folklore: non sempre conserva la verità di ciò che è accaduto. A volte conserva la memoria di ciò che gli uomini hanno avuto paura che potesse accadere.

A Gubbio il lupo continua ancora oggi a vivere nell'immaginario collettivo. Ma accanto al celebre animale ammansito da Francesco rimane una domanda senza risposta: quanta parte delle antiche paure della città è stata trasformata, nel corso dei secoli, nella leggenda del lupo?

Forse nessuno lo saprà mai.

Ed è proprio questo il motivo per cui, quando la luna piena illumina le colline umbre e un ululato attraversa la notte, la leggenda continua a funzionare.

Non perché abbiamo la prova dell'esistenza del lupo mannaro.

Ma perché, da secoli, l'uomo ha sempre avuto bisogno di dare un volto alle proprie paure.

Cesio Endrizzi










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