mercoledì 23 settembre 2026

Come se la caverebbe una società primitiva contro una moderna?

 


La fantascienza ama raccontare il contrario.

Un esercito moderno arriva in un mondo medievale, viene circondato da migliaia di guerrieri a cavallo e, dopo qualche difficoltà iniziale, gli abitanti del passato scoprono il valore del coraggio, dell'onore e della determinazione. Alla fine, in qualche modo, vincono.

È una storia che funziona benissimo.

È anche, nella maggior parte dei casi, una pessima rappresentazione della guerra.

Quando la differenza tecnologica diventa abbastanza grande, il coraggio non colma il divario.

Un soldato con una lancia può essere coraggioso quanto vuole. Se dall'altra parte ci sono armi da fuoco automatiche, artiglieria, comunicazioni radio, ricognizione aerea e capacità logistiche moderne, il problema non è quanto sia coraggioso.

Il problema è che non sta combattendo la stessa guerra.

Uno dei primi esempi realmente brutali di questa idea è Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain.

Il romanzo comincia come una satira del Medioevo e del mito cavalleresco. Hank Morgan, un uomo del XIX secolo, si ritrova nella Britannia di re Artù e comincia gradualmente a introdurre conoscenze e tecnologie moderne.

Ma il vero punto della storia arriva con la Battaglia della Cintura di Sabbia.

Twain prende l'immagine romantica della cavalleria medievale e la distrugge.

I cavalieri non affrontano altri cavalieri in una gloriosa mischia.

Affrontano una fortificazione moderna.

Mine, filo spinato, elettricità, armi automatiche e organizzazione industriale trasformano l'esercito medievale in una massa incapace persino di avvicinarsi al nemico.

Ed è proprio questo il dettaglio che molte storie dimenticano.

La tecnologia moderna non significa soltanto avere un'arma più potente.

Significa possedere un sistema completamente diverso di guerra.

La ricognizione permette di vedere il nemico prima che il nemico possa vederti.

Le comunicazioni permettono di coordinare unità separate.

La logistica consente di mantenere un esercito operativo.

L'artiglieria permette di colpire a distanza.

Le armi automatiche trasformano il rapporto tra singolo combattente e massa.

E la produzione industriale permette di sostituire uomini, munizioni e mezzi su una scala che una società preindustriale semplicemente non può sostenere.

È questa la vera intuizione di Twain.

Ma Mark Twain non è l'unico autore ad aver giocato con il concetto.

Harry Turtledove lo fa in maniera ancora più ironica con The Road Not Taken, cioè La strada non presa.

La premessa è geniale.

Turtledove immagina un universo nel quale il viaggio interstellare e la manipolazione della gravità sono tecnologie relativamente semplici, tanto semplici da essere state scoperte dalle civiltà aliene quando erano ancora tecnologicamente arretrate sotto molti altri aspetti.

Una civiltà extraterrestre arriva quindi sulla Terra convinta di avere davanti una società sostanzialmente indifesa.

Ma commette un errore enorme.

Gli alieni possiedono tecnologia spaziale.

Gli esseri umani possiedono la guerra moderna.

E scoprono nel modo peggiore possibile che l'umanità ha trascorso secoli sviluppando armi, tattiche, industria e organizzazione militare invece di seguire la strada tecnologica che avrebbe portato molto prima alle stelle.

La battuta implicita di Turtledove è fantastica: gli alieni hanno inventato l'astronave prima del fucile moderno.

Gli esseri umani hanno fatto esattamente il contrario.

E quando le due civiltà finalmente si incontrano, la differenza diventa letale.

Un'altra opera interessante è Gate, la serie giapponese nella quale un portale collega il Giappone contemporaneo a un mondo fantasy.

Qui lo scontro è ancora più esplicito.

Da una parte abbiamo un impero con eserciti organizzati secondo modelli preindustriali: fanteria, cavalleria, armi primitive e creature fantastiche.

Dall'altra abbiamo una forza militare moderna dotata di armi da fuoco, artiglieria, elicotteri, comunicazioni e supporto logistico contemporaneo.

Il risultato iniziale è praticamente inevitabile.

Una formazione compatta di soldati medievali è un bersaglio.

Una carica di cavalleria contro armi automatiche non è una dimostrazione di coraggio.

È un problema balistico.

Un muro di scudi non è una risposta universale alla tecnologia moderna.

È semplicemente una formazione che può essere individuata, colpita e distrutta a distanza.

E persino i draghi, che in un mondo fantasy rappresentano normalmente una delle armi più terrificanti disponibili, devono confrontarsi con un problema molto semplice: la superiorità tecnologica non smette di esistere perché il nemico possiede la magia.

Naturalmente, qui bisogna introdurre una precisazione.

La magia cambia completamente il problema se è abbastanza potente.

Se un mago può fermare un missile, bloccare una comunicazione, distruggere un'intera unità a chilometri di distanza o manipolare direttamente la materia, allora non stiamo più parlando di una società tecnologicamente primitiva contro una moderna.

Stiamo parlando di due sistemi tecnologici diversi.

La magia, in altre parole, diventa tecnologia se può essere utilizzata in modo affidabile, ripetibile e su larga scala.

Il vero parametro non è quindi «medievale contro moderno».

È capacità militare contro capacità militare.

E H.G. Wells aveva già ribaltato il concetto nel modo più efficace possibile.

In La guerra dei mondi, gli esseri umani diventano improvvisamente la società primitiva.

La Gran Bretagna dell'epoca di Wells rappresentava una delle massime espressioni della potenza industriale e militare del XIX secolo.

E non serve a nulla.

I marziani arrivano con una tecnologia talmente superiore che l'esercito britannico diventa, per loro, quello che un esercito medievale sarebbe per una forza moderna.

Cannoni, fucili, cavalleria e organizzazione militare non bastano.

Il divario è semplicemente troppo grande.

Ed è proprio questo che rende La guerra dei mondi molto più interessante di una semplice invasione aliena.

Wells non racconta soltanto una guerra.

Ribalta il punto di vista dell'imperialismo europeo.

Gli inglesi sono abituati all'idea che una civiltà tecnologicamente superiore possa arrivare, conquistare un territorio e imporre la propria volontà a una popolazione incapace di opporsi.

Poi arrivano i marziani.

E improvvisamente gli inglesi scoprono cosa significa essere dall'altra parte del rapporto di potere.

È una delle idee più intelligenti della fantascienza ottocentesca.

Perché alla fine il principio è semplice.

Quando esiste un divario tecnologico sufficiente, la guerra smette di essere una gara di coraggio.

Il numero degli uomini può diventare irrilevante.

L'eroismo può diventare irrilevante.

Perfino la superiorità numerica può diventare irrilevante.

Un esercito può avere trentamila uomini e perdere contro una forza molto più piccola se quei trentamila uomini non hanno alcun modo di avvicinarsi al nemico, individuarlo, colpirlo o sostenere le proprie operazioni.

Ed è questo il punto che le storie più romantiche tendono a nascondere.

La tecnologia non serve soltanto a uccidere meglio.

Serve a vedere meglio, comunicare meglio, muoversi meglio, rifornirsi meglio, coordinarsi meglio e soprattutto a combattere una guerra che l'avversario non è nemmeno attrezzato per comprendere.

Per questo le opere migliori non mostrano semplicemente «armi moderne contro spade».

Mostrano qualcosa di molto più interessante: un sistema contro un altro sistema.

Twain mostra il Medioevo contro l'industrializzazione.

Turtledove mostra una civiltà spaziale costruita su fondamenta tecnologiche completamente diverse.

Gate mette a confronto un esercito moderno con una civiltà fantasy preindustriale.

Wells rovescia il tavolo e trasforma l'umanità moderna in una civiltà primitiva.

Ed è forse questa la lezione più importante.

Se una società moderna incontrasse una società realmente primitiva, la domanda non sarebbe necessariamente «chi ha più coraggio?»

Sarebbe: «Quanto è grande il divario tra ciò che una società sa fare e ciò che l'altra non sa nemmeno immaginare?»

Quando la risposta è «enorme», la battaglia potrebbe essere già stata decisa prima ancora che inizi.

Cesio Endrizzi

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