Prima ancora che la Lombardia diventasse una terra di città, industrie, autostrade e capannoni, esisteva un paesaggio molto diverso. Tra l'Adda, il Serio e il Po si estendevano zone umide, paludi, lanche e aree soggette alle periodiche esondazioni dei fiumi. È proprio dentro questo paesaggio, difficile da controllare e ancora più difficile da comprendere per gli uomini del passato, che nasce una delle leggende più celebri della Lombardia: quella di Tarantasio, il drago del Lago Gerundo.
Non stiamo parlando semplicemente di una storia inventata recentemente per attirare turisti. La tradizione di Tarantasio è profondamente radicata nella cultura popolare dell'area compresa fra il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco e la pianura attraversata dall'Adda. Ancora oggi musei, ecomusei e istituzioni locali ne conservano la memoria. L'Ecomuseo Martesana, per esempio, collega esplicitamente la tradizione del drago alla storia del territorio del Gerundo e alle antiche zone paludose lombarde.
Ma la prima domanda è inevitabile: il Lago Gerundo è realmente esistito?
Qui la risposta è più complicata di quanto racconti la leggenda.
Il cosiddetto Lago Gerundo non deve essere immaginato necessariamente come un enorme lago uniforme, simile al Lago di Como o al Lago Maggiore. La realtà del territorio era molto più dinamica: una grande pianura alluvionale attraversata da corsi d'acqua, soggetta a esondazioni e caratterizzata da aree paludose e ristagni. La tradizione ha trasformato questo complesso sistema idrografico in un gigantesco lago ormai scomparso.
L'Ecomuseo Martesana descrive il Gerundo come una vasta area paludosa sviluppatasi nella pianura lombarda e progressivamente modificata dall'intervento umano. Le opere di bonifica furono portate avanti nel corso dei secoli e coinvolsero anche comunità monastiche, canali e sistemi di gestione delle acque.
Ed è proprio in questo ambiente che compare Tarantasio.
Secondo la tradizione popolare, il mostro abitava nelle acque del Gerundo. Le descrizioni cambiano a seconda della località e dell'epoca, ma il nucleo della storia rimane sorprendentemente stabile: si trattava di una creatura gigantesca, generalmente serpentiforme o simile a un drago, capace di avvicinarsi alle rive e di rappresentare una minaccia per uomini e animali.
In alcune versioni divorava soprattutto i bambini.
In altre distruggeva imbarcazioni, terrorizzava gli abitanti e rendeva l'ambiente circostante ancora più pericoloso con il proprio respiro pestilenziale. Alcune tradizioni lo descrivono addirittura come un gigantesco serpente, mentre altre gli attribuiscono caratteristiche più propriamente draconiche.
La parte più interessante della leggenda è proprio quella del fiato velenoso.
Perché un drago dovrebbe avere un alito capace di uccidere?
La risposta potrebbe essere nascosta nel terreno.
Diverse fonti locali collegano la tradizione di Tarantasio alle caratteristiche geologiche e ambientali della pianura. In alcune zone del territorio erano presenti gas naturali, tra cui metano e composti solforati; l'idrogeno solforato, in particolare, è caratterizzato dal fortissimo odore associato alle uova marce ed è tossico ad alte concentrazioni.
L'Ecomuseo Martesana riporta esplicitamente questa interpretazione: secondo la tradizione locale, le acque del Gerundo emanavano acido solfidrico proveniente da un sottosuolo ricco di metano, e il fenomeno avrebbe contribuito alla formazione dell'immaginario legato al drago.
Ma attenzione: questo non significa che abbiamo scoperto scientificamente l'origine di Tarantasio.
È una possibile interpretazione del mito.
Gli uomini medievali non disponevano delle conoscenze della chimica e della geologia moderna. Un odore insopportabile proveniente dal terreno, una morte improvvisa, un animale trovato morto, una malattia che colpiva una comunità o una zona di acqua stagnante potevano facilmente essere interpretati attraverso il linguaggio del soprannaturale.
E il drago era una spiegazione perfetta.
Non serviva vederlo.
Bastava percepirne gli effetti.
Un odore senza causa visibile diventava il suo respiro. Una malattia diventava il veleno del suo fiato. Una morte inspiegabile diventava la vittima del mostro. Una palude che sembrava inghiottire uomini e animali diventava la tana della creatura.
È lo stesso meccanismo culturale attraverso il quale molte società hanno trasformato fenomeni naturali incomprensibili in creature fantastiche.
Ma Tarantasio possiede un elemento che rende la sua storia ancora più interessante: il legame con i Visconti.
Una delle versioni più celebri racconta infatti che il drago sarebbe stato ucciso da un antenato della potente famiglia milanese. Il nome del protagonista cambia a seconda delle tradizioni: alcune parlano di Uberto, altre di Azzone o di altri membri della stirpe viscontea.
Il racconto vuole che il nobile affrontasse il mostro, lo uccidesse e liberasse la popolazione dalla sua minaccia.
E dopo la vittoria sarebbe comparso nello stemma dei Visconti il celebre biscione, la creatura serpentiforme raffigurata mentre inghiotte un uomo o un bambino.
È una storia straordinariamente efficace.
Troppo efficace, forse.
Perché la storia dello stemma visconteo è più complessa e non possiamo considerare dimostrato che il biscione sia nato dalla morte di Tarantasio. Le stesse fonti locali presentano questa relazione come una delle tradizioni legate alla leggenda, accanto ad altre versioni completamente differenti.
E infatti esiste un'altra tradizione.
In alcune versioni non fu un Visconti a sconfiggere Tarantasio.
Fu san Cristoforo.
A Lodi, secondo una tradizione ricordata dal Comune di Zelo Buon Persico, nella chiesa dedicata a San Cristoforo sarebbe stata conservata addirittura una costola ritenuta appartenente al drago. La stessa tradizione racconta che il santo avrebbe liberato il territorio dalla creatura.
Questa variante è importantissima perché dimostra una cosa: la leggenda non è un racconto unico e immutabile.
È un insieme di tradizioni locali che nel corso dei secoli si sono sovrapposte.
Un'altra versione attribuisce addirittura a Federico Barbarossa un ruolo nella sconfitta del mostro e nella bonifica del territorio.
In altre parole, Tarantasio non ha una sola biografia.
Ha una genealogia di racconti.
E proprio questa stratificazione rende il mito storicamente interessante.
C'è poi un altro particolare straordinario: il drago non sarebbe semplicemente morto.
La sua morte sarebbe stata associata alla scomparsa del lago.
Secondo alcune versioni, uccidere Tarantasio significò liberare il territorio dalle acque. Nella realtà, naturalmente, la trasformazione della pianura fu il risultato di processi molto più complessi: opere di bonifica, canalizzazioni, modificazioni degli alvei, drenaggio naturale e trasformazioni progressive dell'ambiente.
L'Ecomuseo Martesana attribuisce infatti un ruolo importante alle opere di bonifica sviluppatesi nel corso dei secoli e all'intervento dei monaci benedettini e cistercensi.
Il drago, dunque, avrebbe fatto in una notte ciò che gli uomini impiegarono secoli a realizzare.
Ed è proprio questo il potere della leggenda: trasformare un processo lento, tecnico e collettivo in un'impresa epica.
Ma Tarantasio non è rimasto confinato ai racconti.
La sua immagine è entrata nella cultura visiva lombarda.
Una tradizione particolarmente interessante è quella secondo cui alcune antiche raffigurazioni potrebbero essere state interpretate come immagini del drago. Le fonti sulla leggenda ricordano inoltre rappresentazioni medievali e successive del mostro, fino alla sua fortuna nella cultura moderna.
E il destino di Tarantasio non si è fermato al Medioevo.
Nel XX secolo la sua immagine sarebbe arrivata persino nell'universo industriale italiano.
Lo scultore Luigi Broggini prese infatti ispirazione dalla tradizione del drago lombardo per progettare il celebre cane a sei zampe utilizzato dall'Agip e poi diventato uno dei simboli dell'ENI. La connessione fra Tarantasio e il marchio energetico è ricordata anche da fonti territoriali lombarde.
È un curioso viaggio attraverso mille anni di immaginario.
Prima il drago viveva nelle paludi.
Poi diventò il nemico dei contadini.
Successivamente entrò nella leggenda dei Visconti.
Infine, nella versione moderna, una sua reinterpretazione grafica finì per rappresentare una delle più importanti aziende energetiche italiane.
E forse è proprio questo il motivo per cui Tarantasio continua a essere interessante.
Non perché esista qualche prova dell'esistenza di un gigantesco rettile nelle acque dell'Adda.
Non ne abbiamo.
E non perché il biscione visconteo possa essere attribuito con certezza al mostro.
Anche questo non è dimostrato.
Tarantasio è interessante perché racconta come gli uomini trasformano un territorio incomprensibile in una storia.
La nebbia diventa il respiro del drago.
La palude diventa la sua tana.
Il cattivo odore diventa il suo fiato.
Le malattie diventano la sua vendetta.
Le ossa animali diventano le sue reliquie.
La bonifica diventa la sua sconfitta.
E un antico simbolo araldico diventa, nella memoria popolare, il trofeo dell'eroe che lo avrebbe ucciso.
Il vero mistero, quindi, forse non è sapere se Tarantasio sia mai esistito.
È capire perché una creatura che probabilmente non è mai esistita sia riuscita a sopravvivere per secoli.
La risposta è davanti ai nostri occhi.
Tarantasio appartiene al paesaggio.
Ogni volta che si parla del Gerundo, dell'Adda, delle antiche paludi lombarde, delle bonifiche, dei Visconti o del biscione, il drago torna a riaffiorare.
Non dalle acque.
Dalla memoria.
E forse è questa la sua vera tana.
Cesio Endrizzi