Nell'immaginario
collettivo, poche figure mitologiche sono affascinanti e controverse
come le Amazzoni. Donne guerriere, indomabili, che vivevano senza
uomini, cavalcavano in battaglia e non esitavano a uccidere i loro
figli maschi. Un popolo che capovolgeva ogni regola della società
greca antica, e per questo veniva temuto, ammirato e infine sconfitto
dagli eroi. Ma chi erano davvero le Amazzoni? E soprattutto: erano
solo un mito, o c'è qualcosa di vero dietro la leggenda?
Il mito greco faceva
discendere le Amazzoni da Ares, il dio della guerra, e dalla ninfa
Armonia. Non poteva esserci genealogia più appropriata: erano figlie
della violenza bellica, e la loro esistenza era interamente votata al
combattimento. Vivevano in comunità separate, lontane dagli uomini,
in una regione remota ai confini del mondo civilizzato: secondo le
tradizioni più antiche, nell'Asia Minore, lungo le rive del
Termodonte (nell'attuale Turchia settentrionale), con capitale
Temiscira.
La loro
organizzazione sociale era l'esatto contrario del modello greco. Non
esistevano matrimoni, non esistevano famiglie nucleari, non esisteva
un ruolo domestico per la donna. Il comando era esclusivamente
femminile, e le regine decidevano le sorti del popolo. I maschi?
Erano tollerati solo per necessità riproduttiva, e tenuti
rigorosamente in condizione di sudditanza.
Le Amazzoni non
rinnegavano completamente la maternità, ma la riducevano a un atto
puramente funzionale. Una volta all'anno, in primavera, si recavano
dai maschi di un popolo confinante (i Gargarei, secondo alcune fonti)
per accoppiarsi. Era un rituale privo di qualsiasi affetto o legame,
finalizzato esclusivamente alla procreazione.
Le bambine femmine
erano allevate con cura, educate alla caccia e alla guerra, destinate
a diventare guerriere come le loro madri. I bambini maschi, invece,
avevano destini crudeli:
Venivano
uccisi subito dopo la nascita, perché la loro
presenza era considerata inutile e pericolosa.
Oppure
venivano mutilati (resi zoppi o con arti tagliati) per
renderli inabili a impugnare le armi, e poi ridotti in schiavitù,
costretti ai lavori domestici più umili.
In alcuni racconti,
i maschi venivano semplicemente restituiti ai padri, ma anche in
questo caso venivano allontanati dalla comunità delle donne.
L'attività
principale delle Amazzoni era la guerra. Ma non una guerra difensiva:
erano loro ad attaccare, a razziare, a espandere il loro dominio.
Combattevano prevalentemente a cavallo, ed
erano così abili che il termine "amazzone" è entrato
nella lingua italiana come sinonimo di "cavallerizza". Le
loro armi erano l'arco (erano celeberrime arciere), la lancia e una
spada corta portata a tracolla. Usavano anche un'ascia bipenne,
la sagaris, che divenne un simbolo della loro identità
guerriera.
Oltre ad Ares,
veneravano Artemide, la dea della caccia e
della natura selvaggia, protettrice delle vergini. Artemide era
infatti una dea che rifiutava il matrimonio e la sottomissione
maschile; non a caso le Amazzoni la sceglievano come patrona.
Secondo una
tradizione letteraria, alle bambine Amazzoni veniva rimossa o
bruciata la mammella destra, perché non intralciasse l'uso dell'arco
o della lancia. Il nome stesso "Amazzone" veniva fatto
derivare da a-mazos, "senza mammella". È
un'immagine potentissima, quella della guerriera che si mutila per
combattere meglio.
Eppure, c'è un
problema: nessuna rappresentazione artistica greca
mostra un'Amazzone con il seno mancante. I vasi, i rilievi,
le statue, i mosaici che ci sono pervenuti ritraggono sempre donne
dal corpo integro, con entrambi i seni. A volte indossano abiti o
armature che li coprono, a volte sono seminude, ma mai mutilate.
Probabilmente
l'etimologia è falsa. Il nome "Amazzone" potrebbe essere
di origine non greca, forse anatolica, e i Greci lo reinterpretarono
in modo fantasioso per adattarlo ai loro stereotipi. La storia della
mammella asportata potrebbe essere nata così: da un gioco di parole,
diventato poi "verità" letteraria.
Le Amazzoni non
vivevano isolate nel loro regno. Erano un popolo bellicoso, e come
tali entrarono spesso in conflitto con gli eroi greci. Ogni grande
eroe dell'antichità, sembra, doveva misurarsi con loro per
dimostrare la propria superiorità.
La nona fatica di
Eracle (Ercole) fu proprio quella di impossessarsi della cintura
della regina delle Amazzoni, Ippolita. La cintura era un dono di
Ares, e la regina inizialmente si mostrò disposta a cederla
amichevolmente. Ma Era, la nemica giurata di Eracle, seminò
zizzania: fece credere alle Amazzoni che l'eroe volesse rapire la
loro regina. Ne seguì una battaglia furiosa, in cui Eracle uccise
Ippolita e si impadronì della cintura.
Secondo alcune
versioni del mito, Teseo (il re di Atene) partecipò all'impresa di
Eracle e rapì un'Amazzone, Antiope (o la stessa Ippolita). La regina
delle Amazzoni, per vendicare l'oltraggio, radunò un esercito e
invase l'Attica. Le guerriere si accamparono sulla collina che da
allora fu chiamata Areopago ("collina
di Ares"), e assediarono l'acropoli di Atene. Teseo riuscì
infine a respingerle, e la vittoria assunse un forte valore
simbolico: Atene aveva difeso la civiltà contro l'assalto della
barbarie.
Durante la guerra di
Troia, le Amazzoni intervennero in aiuto di Priamo, il re troiano.
Erano guidate dalla regina Pentesilea, figlia
di Ares, una guerriera formidabile e bellissima. Nello scontro,
Pentesilea affrontò Achille, il più grande degli eroi greci. Lo
scontro fu cruento, ma alla fine Achille la uccise. Nel momento in
cui la spogliò delle armi, però, rimase folgorato dalla sua
bellezza. Si racconta che pianse sulla salma della nemica, commosso
da quel volto che la morte non era riuscita a spegnere, e forse
innamorato troppo tardi. L'episodio è diventato uno dei più celebri
e struggenti del ciclo troiano.
Per i Greci, le
Amazzoni rappresentavano qualcosa di profondamente perturbante. Non
erano semplici "nemiche". Erano il rovesciamento
di tutti i valori su cui si fondava la loro società. Nel
mondo greco, la donna era confinata nell'oikos (la casa), dedita alla
tessitura, all'allevamento dei figli, alla gestione domestica. Non
combatteva, non andava a caccia, non governava.
Le Amazzoni facevano
l'esatto contrario: vivevano senza mariti, imbracciavano le armi,
governavano, uccidevano i figli maschi. Erano una provocazione
vivente, un esempio di ciò che la donna "non doveva essere".
Per questo dovevano essere sconfitte. Ogni eroe che combatteva contro
di loro non solo vinceva una battaglia, ma riaffermava l'ordine
naturale (greco, maschile) contro il caos (femminile, barbaro).
La vittoria di Teseo
sulle Amazzoni, in particolare, divenne un mito fondativo di Atene:
la città della democrazia e della civiltà che respinge l'assalto
delle donne guerriere. Sullo scudo della statua di Atena Parthenos,
nel Partenone, Fidia rappresentò proprio una scena di lotta tra
Greci e Amazzoni (una Amazzonomachia). Era un messaggio
patriottico, oltre che estetico.
La domanda che da
sempre accompagna il mito è: le Amazzoni sono esistite? Per secoli
gli studiosi hanno risposto di no: erano una pura invenzione greca,
un incubo culturale senza alcun fondamento storico.
Le cose sono
cambiate con le scoperte archeologiche degli ultimi decenni. Nelle
steppe dell'Eurasia, in tombe di nomadi sciti e sarmati (popoli
guerrieri dell'antichità), sono stati trovati numerosi scheletri
femminili sepolti con armi: archi, faretre, lance, asce da battaglia.
Alcune di queste donne presentavano segni di ferite da combattimento,
altre avevano cicatrici di cauterizzazione sul seno (forse per
facilitare l'uso dell'arco). Le analisi del DNA hanno confermato che
non erano eccezioni: in alcune tribù, fino al 30% delle donne
partecipava attivamente alla guerra.
Esiste quindi un
fondamento storico. Erodoto, nel V secolo a.C., parlava delle
Amazzoni associandole agli Sciti, e faceva derivare da loro i
Sauromati (un popolo della steppa). Forse aveva ragione. Forse la
leggenda greca nacque proprio dai racconti dei viaggiatori che
avevano incontrato queste tribù di guerriere nomadi, dove le donne
cacciavano e combattevano a cavallo accanto agli uomini.
La cultura greca,
poi, esasperò questi racconti, trasformando le donne-guerriere in un
popolo di sole donne, in un universo femminile radicalmente separato.
L'elemento storico si mescolò con la fantasia, la paura dell'ignoto
e il bisogno di esorcizzare il diverso.
Le Amazzoni furono
uno dei soggetti più amati dall'arte greca. Vasi a figure nere e
rosse, sculture, rilievi, monete: ovunque compaiono scene
di Amazzonomachie (battaglie tra Greci e
Amazzoni).
Tra le opere più
celebri, perdute ma conosciute attraverso copie romane, ci sono le
statue di Amazzone realizzate da Policleto, Fidia e Cresila per
il tempio di Artemide a Efeso. Gli artisti gareggiavano nel
rappresentare la ferocia e la bellezza delle guerriere, il loro corpo
atletico ma ancora femminile, lo slancio drammatico delle loro
cariche a cavallo.
Le Amazzoni sono
molto più di una curiosità mitologica. Sono il simbolo di
un'alternativa possibile: una società in cui le donne non sono
sottomesse, in cui le armi non sono prerogativa maschile, in cui il
potere non è declinato al maschile. Per questo hanno affascinato
anche i movimenti femministi dell'Ottocento e del Novecento, che le
hanno reinterpretate come antesignane della lotta per
l'emancipazione.
Ma attenzione: non
sono mai state "femministe", nel senso moderno del termine.
Non lottavano per i diritti delle donne nella società greca.
Rifiutavano completamente la società greca, costruendone una diversa
altrove. Erano uno specchio rovesciato, non una riforma interna.
E forse è proprio
questa alterità radicale a renderle immortali. Le Amazzoni non sono
mai state sconfitte del tutto. Continuano a vivere nei libri, nei
film (pensiamo a Wonder Woman, che delle Amazzoni è la
discendente più celebre), nei fumetti, nei videogiochi. E continuano
a farci una domanda scomoda: e se il mondo fosse sempre stato
governato dalle donne? Sarebbe stato migliore? Peggiore?
Semplicemente diverso.
I Greci avevano
paura di questa domanda. Noi, forse, abbiamo il coraggio di porcela.