domenica 15 febbraio 2026

Gli Esorcisti Ti Raccontano le Balle: La Verità sulla Lotta ai Demoni

Avete presente quando sentite parlare di esorcismi? Quelle storie epiche di preti eroici che affrontano il demonio in camere da letto che sembrano set cinematografici, con la voce che si distorce, oggetti che volano e la tipa che parla in aramaico antico mentre galleggia a mezz'aria?

Bene. Fatevene una ragione: è tutta una montatura. Non perché il demonio non esista, ma perché la realtà è molto più sporca, molto più noiosa, e molto più terrificante di quanto Hollywood voglia farvi credere.

Ho parlato con gente che gli esorcismi veri li ha fatti. Non i preti da studio televisivo, non quelli che vanno in tournée con lo spettacolo. Gente che è stata chiamata in case di periferia, in ospedali, in stanze d'ospedale dove la luce al neon ronza e puzza di disinfettante. E quello che ho scoperto mi ha fatto capire che sul demoniaco abbiamo capito tutto di culo.

Partiamo dalla base: quando chiamano un esorcista, nove volte su dieci il problema non è un demone. È una persona con la testa rotta. Schizofrenia, disturbi dissociativi, epilessia, depressione clinica, tossicodipendenza, suggestione isterica collettiva. Roba che ci vuole uno strizzacervelli, non l'acqua santa.

Il problema è che la famiglia non vuole accettare che il figlio stia male di testa. È più facile pensare a una maledizione, a un'entità, a qualcosa di esterno. Così chiamano il prete, il prete arriva, e si trova davanti un malato che ha bisogno di cure psichiatriche, non di preghiere.

Questi preti seri, quelli che sanno quello che fanno, hanno sempre il numero di uno psichiatra in rubrica. Perché sanno che la loro prima job è fare diagnosi differenziale. Capire se quella roba lì è una malattia o è veramente "altro". E nella maggior parte dei casi, è malattia.

Poi c'è la gente che ci marcia. Quella che vuole attenzione. Quella che ha letto tre libri sul satanismo e decide che è un buon modo per farsi notare in famiglia. Ragazzine in crisi che "sentono voci" perché così la mamma le guarda. Mariti che "vedono ombre" perché così la moglie non li lascia. Gente che ha trasformato la propria vita in un reality show dell'orrore per non affrontare i veri problemi.

E i preti cadono nel tranello. Perché anche loro, a volte, vogliono credere. Vogliono vedere il miracolo. Vogliono essere protagonisti di una storia epica. Così alimentano il delirio, fanno esorcismi su esorcismi, e il malato migliora? No, il malato peggiora, perché nessuno gli sta dicendo la verità: "Sei tu il problema, non il demonio".

Poi c'è quel residuo. Quella percentuale minima di casi in cui anche lo psichiatra alza le mani. Casi in cui le persone sanno cose che non possono sapere. Parlano lingue che non hanno mai studiato. Mostrano una forza che non dovrebbero avere. E soprattutto, hanno una reazione fisica, violenta, incontrollabile alla presenza di oggetti sacri. Non teatrale. Reale. Come se qualcosa dentro di loro si strappasse.

Questi sono i veri casi. E qui finisce il cinema e inizia l'incubo.

Un esorcismo vero non è come nei film. Non c'è il prete muscoloso con la tonaca svolazzante che urla "Vade retro, Satana!". Nella vita reale, gli esorcisti sono spesso vecchi, stanchi, con la schiena piegata e le mani che tremano. Entrano in una stanza, e quello che trovano è una persona legata al letto, perché altrimenti si farebbe male. Che puzza di sudore e di urina. Che guarda il soffitto con occhi che non sono occhi.

E lì, in quella stanza che sa di ospedale e di disperazione, iniziano a pregare. Sottovoce. Per ore. Per giorni. A volte per mesi. Non c'è spettacolo. C'è solo una lotta estenuante, silenziosa, che consuma chi la fa.

Il prete non vince perché è più forte. Vince perché resiste. Perché torna il giorno dopo. Perché non molla. Il demone, se esiste, si stanca prima lui. Si stanca di sentire sempre quelle preghiere, sempre quell'odore di incenso, sempre quella faccia di vecchio che non si arrende.

Un esorcista che conoscevo, un gesuita anziano, mi raccontò di un caso. Un uomo, quarant'anni, ex militare. Invaso di punto in bianco. Parlava lingue, conosceva segreti del prete che nessuno poteva sapere, bestemmiava con una violenza inaudita.

Per sei mesi, il prete andò a casa sua ogni martedì e ogni venerdì. Recitava il rito. L'uomo bestemmiava, sputava, cercava di morderlo. Il prete tornava a casa con i lividi, con le mani morsicate, con la voce rotta. Dormiva poche ore e poi ricominciava.

Dopo sei mesi, una mattina, l'uomo si svegliò e disse: "Chi è lei? Cosa ci fa qui?". Non ricordava niente. Non ricordava i mesi di inferno. Guardò il prete come si guarda uno sconosciuto. Il prete si mise a piangere.

Questo non è un film. Non c'è trionfo, non c'è musica epica, non ci sono titoli di coda. C'è solo un vecchio prete che torna a casa, si siede in cucina, e si chiede se ne è valsa la pena. Se tutto quel dolore, tutta quella lotta, ha un senso.

Perché Non Ne Parlano?

Perché gli esorcisti non raccontano queste cose? Perché non fanno interviste, non vanno in TV, non scrivono libri bestseller?

Semplice: perché non vogliono essere presi per matti. Perché sanno che chi non ha visto certe cose non può capire. E perché, soprattutto, parlare di queste cose le alimenta. Più ne parli, più le rendi reali, più dai spazio a chi vuole usarle per farsi pubblicità o per spaventare la gente.

I veri esorcisti vivono nell'ombra. Fanno il loro lavoro, in silenzio, e poi muoiono e nessuno si ricorda di loro. Come quei medici di guerra che operano sotto le bombe e poi tornano a casa e nessuno sa quello che hanno fatto.

Allora, cosa ci insegna tutto questo? Ci insegna che il demonio, se esiste, non è come ce lo raccontano. Non è il tipo affascinante con le corna e il tridente. È una forza di distruzione lenta, silenziosa, che si nutre della nostra debolezza, della nostra paura, della nostra solitudine.

E gli esorcisti non sono supereroi. Sono uomini, spesso vecchi e stanchi, che hanno scelto di passare la loro vita in stanze che puzzano di disperazione, a lottare contro qualcosa che forse esiste e forse no. Che resistono non perché siano forti, ma perché qualcuno deve pur farlo.

Quindi la prossima volta che sentite parlare di esorcismi, di possessioni, di demoni, ricordatevi una cosa: la verità è molto meno spettacolare e molto più triste di quello che credete. E forse, la cosa più demoniaca di tutte è proprio questa: che nessuno vi racconterà mai come stanno veramente le cose.



sabato 14 febbraio 2026

Sante Messe e Sant'Uffizio: Perché il Soprannaturale Fa Schifo al Cazzo (e Non Vuoi Averci Niente a Che Fare)


Ok, parliamo di fantasmi. Parliamo di demoni. Parliamo di case infestate, presenze, voci nel buio, e tutta quella merda lì che a fare i film ci sta benissimo, ma che nella vita reale è l'ultima cosa che dovresti desiderare.

Perché c'è 'sto cazzo di fenomeno culturale per cui la gente impazzisce per il soprannaturale. Serie TV, documentari, libri, podcast. "Ah, quella casa è infestata, che figo!". "Vorrei vedere un fantasma, almeno una volta nella vita!". Ma siete scemi? Ma vi rendete conto di cosa state chiedendo?

Io vi dico una cosa sola, chiara e tonda: il soprannaturale, se esiste, è una merda. Non è figo. Non è romantico. Non è come in Ghost con Demi Moore. È roba che ti entra dentro e non ti molla più. È roba che ti fa venire voglia di dormire con la luce accesa a 40 anni suonati.

Partiamo da un presupposto: i vivi sono già abbastanza rompicoglioni. Hai presente le persone tossiche? Quelle che ti risucchiano l'energia, che ti fanno sentire di merda, che ti manipolano e ti usano? Bene. Ora immagina una versione immateriale di quelle persone, che non puoi mandare a fare in culo, che non puoi chiudere fuori di casa, che non puoi denunciare.

Questo è un fantasma. Un'entità. Un morto di merda che non ha accettato di essere morto e se la prende con te perché tu sei vivo e lui no. Non è un'anima bella che vuole comunicare. È uno stronzo etereo con problemi di attaccamento.

E poi ci sono i demoni. Quelli sono proprio su un altro livello. Non sono ex persone incazzate. Sono entità che non sono mai state umane e che ti vedono come un giocattolo, un contenitore, un pasto. La possessione demoniaca non è come nei film, con la testa che gira e la voce che si trasforma. Nella vita reale, se sei sfigato abbastanza da incrociarne uno, inizi a stare male, punto. Depressione, incubi, pensieri suicidi, voci. Roba che ti portano al manicomio e tu non capisci perché. E loro intanto ti svuotano lentamente.

E poi arriva la parata dei cialtroni. Medium, sensitivi, ghost hunter, parapsicologi. Gente che campa su questa roba. Che ti dice "ah, sento una presenza", "c'è un'entità attaccata a te", "fammi fare una seduta che te la tolgo io, tanto poi mi dai 200 euro".

Ma per favore. Il vero esperto di soprannaturale, se esiste, non va in televisione. Non apre studi. Non fa dirette Instagram. Sta zitto, si fa i cazzi suoi, e quando sente puzza di bruciato e odore di zolfo, cambia strada e non se ne parla più.

Perché la prima regola del soprannaturale, quella che nessuno ti dice, è: non cercarlo. Lui, semmai, cerca te. E se ti cerca, non è per offrirti un caffè.

Ora, io non sono qui per dirvi cosa credere. Non ho la verità in tasca. Posso dirvi però cosa ho visto, cosa ho sentito da gente che non ha motivo di mentire, e cosa mi dice il culo.

La psicologia ci spiega tante cose. Allucinazioni, suggestioni, infrasuoni, monossido di carbonio, epilessia del lobo temporale. Il 90% delle "presenze" è spiegabile con roba scientifica. Poi c'è quel 10%. Quel cazzo di 10% che non torna. Quella porta che si apre da sola quando sei l'unico in casa. Quell'ombra che vedi con la coda dell'occhio e quando giri non c'è niente. Quella voce che ti chiama col nome di un morto che nessuno poteva sapere.

E lì, amici miei, iniziano i problemi. Perché se apri quella porta, se dai retta a quella voce, se cominci a interagire, loro entrano. E non escono più.

Conoscevo uno, anni fa, che ha comprato una casa al nord, in un paesino sperduto. Casa vecchia, bella, prezzo buono. Dopo due mesi, la moglie inizia a svegliarsi alle 3 di notte perché sente passi in corridoio. Lui la prende in giro, dice "sciocchezze, è il legno che lavora". Poi comincia a sentirli anche lui. Poi cominciano a vedere un'ombra alta, ferma in fondo al letto. Poi il cane inizia ad abbaiare al muro. Poi il cane scappa di casa e non torna più.

Lui, uomo pratico, monta telecamere. Una notte, la telecamera inquadra la figura di un uomo con un cappello che attraversa il corridoio. Nessun rumore. Nessuna traccia. Lui va dall'ex proprietario, un vecchio del posto, e chiede. Il vecchio diventa bianco, gli dice "quella casa l'ha costruita mio nonno, ma mio nonno si è impiccato in soffitta. Con un cappello in testa."

Lui ha venduto la casa dopo un anno. Ci ha perso soldi, salute, e la moglie. Lei non è più voluta entrare in quella camera da letto. Dormivano divisi. Alla fine, lei se n'è andata. Lui ancora oggi, quando sente un rumore di notte, si sveglia di soprassalto.

Questa non è una storia per fare brivido. È la vita vera di persone vere che hanno incrociato qualcosa che non avrebbero dovuto incrociare.

Allora, come ci si difende?

La domanda che tutti fanno: come mi difendo dal soprannaturale? Bella domanda. Se la fanno preti, sciamani, e gente che dorme con il sale sotto il letto.

La verità è che se qualcosa ti vuole veramente, ti trova. Ma ci sono delle regole non scritte che la gente che ci è passata ti insegna:

  1. Non ci credere. Il dubbio è la tua arma più grande. Più sei suggestionabile, più sei vulnerabile. Gli scettici, quelli veri, quelli che anche quando vedono una porta aprirsi da sola cercano la spiegazione razionale, sono quelli che resistono di più.

  2. Non interagire. Se senti una voce, non rispondere. Se vedi un'ombra, non guardarla. Se hai sogni ricorrenti, non raccontarli. L'attenzione è il carburante di 'sta roba. Più gliene dai, più diventano forti.

  3. Non cercare aiuto dai ciarlatani. I medium e i sensitivi sono spesso peggio del problema. Aprono porte che non sanno chiudere, chiamano entità che non sanno gestire. Se proprio devi, vai da un prete. Almeno quello ha una struttura dietro. Ma anche lì, occhio: non tutti i preti sono attrezzati per certe cose.

  4. Cambia casa. Sul serio. Se una casa ti fa stare male, se hai la pelle d'oca ogni volta che entri, se gli animali scappano, se i bambini piangono senza motivo, vendi. Perdi soldi, ma salvi la salute. Una casa è un cumulo di mattoni. La tua testa e la tua anima sono un'altra cosa.

Il soprannaturale non è un film. Non è una serie TV. Non è una storia da raccontare la sera intorno al fuoco per farsi due risate. È una merda subdola, silenziosa, che ti corrode da dentro. È il terrore puro, quello che non passa quando accendi la luce, perché la luce non serve a niente.

Quindi la prossima volta che qualcuno ti dice "andiamo a fare una seduta spiritica" o "ho trovato una casa infestata, andiamo a vedere", digli di no. Digli di andare a farsi fottere. Digli che tu hai già abbastanza problemi con i vivi, non hai tempo per i morti.

Perché i vivi, alla fine, puoi anche mandarli a cagare. I morti, invece, no. I morti restano.




venerdì 13 febbraio 2026

L'enigma di Giza: e se la Grande Piramide avesse 40.000 anni?

Giza, altopiano fuori dal tempo. Davanti ai nostri occhi si staglia lei, l'unica sopravvissuta tra le Sette Meraviglie del mondo antico. La Grande Piramide, tomba del faraone Cheope, monumento alla gloria dell'Antico Regno, scrigno di misteri millenari. O almeno, questa è la versione che conosciamo. Quella che ci hanno insegnato a scuola, quella ripetuta nei documentari, quella incisa nei libri di storia.

Ma se tutto fosse sbagliato? Se quelle pietre, che la scienza ufficiale data al 2560 avanti Cristo, fossero testimoni di un'epoca molto, molto più remota? Se sotto il rivestimento calcareo voluto da Khufu si celasse una struttura preistorica, eretta quando l'uomo non aveva ancora inventato la scrittura, né la ruota, né la ceramica?

Uno studio appena pubblicato dall'ingegnere italiano Alberto Donini, dell'Università di Bologna, ha gettato una bomba nel placido stagno dell'egittologia. Utilizzando un metodo innovativo e controverso, il "Metodo dell'Erosione Relativa" (REM), Donini ha calcolato che la base della piramide potrebbe risalire a un'epoca compresa tra il 36.800 e l'8.900 a.C., con un picco di probabilità intorno al 22.900 a.C. . Praticamente ieri, se consideriamo che la Terra era allora nel pieno dell'ultima era glaciale. Un'ipotesi che, se confermata, riscriverebbe non solo la storia dell'Egitto, ma l'intera storia della civiltà umana.

Ma come si data una pietra? Donini ha avuto un'intuizione geniale nella sua semplicità. Alla base della piramide esistono due tipi di superfici calcaree contigue. Alcune lastre sono rimaste esposte agli agenti atmosferici fin dalla costruzione originaria. Altre, invece, sono state protette per millenni dal rivestimento in pregiato calcare bianco di Tura che ricopriva l'intero monumento. Quel rivestimento, come sappiamo dalle cronache medievali, fu progressivamente smantellato dopo il terremoto del 1303 d.C. per costruire moschee e palazzi al Cairo . Le lastre sottostanti sono quindi esposte all'aria aperta da circa 675 anni .

Il principio del REM è disarmante: se l'erosione procede in modo lineare, confrontando il grado di usura delle pietre "giovani" (esposte da 675 anni) con quello delle pietre "antiche" (esposte da sempre), si può calcolare il tempo necessario affinché queste ultime raggiungano quel livello di degrado. Donini ha misurato l'erosione in dodici punti diversi attorno alla base, distinguendo tra vaiolatura superficiale e usura uniforme. I risultati sono sconcertanti: le sue stime vanno da 5.700 a oltre 54.000 anni di esposizione per le superfici più erose . La media statistica, con un margine di probabilità del 68,2%, colloca la costruzione della piramide in un'epoca che la storiografia tradizionale definisce Paleolitico superiore .

Di fronte a questi numeri, la comunità scientifica ufficiale reagisce con un misto di scetticismo e sufficienza. "L'erosione non è mai un criterio particolarmente affidabile, proprio perché non è costante né nel tempo né nello spazio", ha dichiarato a Geopop l'egittologa Corinna Rossi del Politecnico di Milano. "Le basi delle piramidi di Giza sono state coperte da sabbia e detriti fino a quando l'area non è diventata zona turistica, quindi la teoria dell'erosione differenziata non sta in piedi anche solo per questo semplice motivo" .

La Rossi tocca un punto cruciale. Il tasso di erosione del calcare non è lineare. Dipende dalle variazioni climatiche (l'Egitto, migliaia di anni fa, era molto più umido di oggi), dall'inquinamento moderno, dall'azione del vento carico di sabbia, dall'umana frequentazione. Inoltre, periodi di seppellimento sotto le sabbie del deserto potrebbero aver protetto alcune superfici, interrompendo il processo erosivo per secoli .

D'altronde, la piramide è piena di anomalie. All'interno non è mai stata trovata una mummia, né un corredo funerario degno di un faraone della IV dinastia. La "Camera del Re" ospita un sarcofago di granito troppo largo per passare attraverso i corridoi, come se fosse stato messo lì prima della costruzione delle pareti. E poi ci sono i "canali di aerazione", stretti condotti che puntano direttamente verso specifiche costellazioni, un'accuratezza astronomica che sembra quasi uno spreco per una semplice tomba .

L'egittologia ufficiale ha una risposta per tutto: la mummia è stata rubata dai tombaroli già nell'antichità, il sarcofago è stato posato in fase di costruzione, i canali hanno funzione rituale. Ma resta un fatto: il consenso scientifico, basato su datazioni al radiocarbonio di materiali organici, iscrizioni e contesto archeologico, è solido e colloca la piramide nell'Antico Regno . Lo stesso Donini riconosce che le sue datazioni non saranno accettate dall'"archeologia ufficiale", ma ritiene importante verificare le prove di ogni ipotesi senza preconcetti .

La diatriba ci riporta a un tema antico quanto l'archeologia stessa: la tensione tra la conoscenza consolidata e le teorie eretiche. Spesso, quest'ultime si sono rivelate solo fantasie. A volte, come nel caso della civiltà minoica o delle città della Valle dell'Indo, hanno costretto gli studiosi a rivedere i loro manuali.

Per ora, la piramide di Cheope resta saldamente ancorata al 2560 a.C. Ma la domanda è legittima: abbiamo davvero compreso tutto della nostra storia? O, come suggerisce lo studio di Donini, ci sono pagine dimenticate, interi capitoli di una civiltà perduta che aspettano solo di essere riscoperti sotto strati di preconcetti? La pietra parla. Sta a noi imparare ad ascoltarla.


giovedì 12 febbraio 2026

Perché Dracula non è morto (e non morirà mai)

C’è un’ombra che si allunga da secoli sulla nostra cultura. Una sagoma scura, ammantata di velluto e di mistero, che porta con sé l’odore della terra bagnata e il gelo di una notte senza luna. Ha attraversato il Medioevo cavalcando un destriero insanguinato, ha danzato con i poeti maledetti dell’Ottocento e oggi, con i capelli pettinati alla moda e la pelle che brilla sotto il sole dello schermo, fa battere il cuore (o meglio, l’assenza di esso) a intere generazioni di adolescenti.

Sto parlando di Dracula, il principe delle tenebre. O forse, sarebbe più giusto dire, dei Dracula. Perché il mito del vampiro è come il suo progenitore più famoso: immortale. Nasce, muore e rinasce, sempre uguale e sempre diverso, adattandosi alle paure e ai desideri di ogni epoca. Ma perché? Perché questa creatura della notte continua ad affascinarci? Cosa si nasconde dietro la sua eterna attrazione? La risposta è un viaggio che parte dai Carpazi, attraversa la Londra vittoriana e arriva fino ai nostri giorni, mescolando storia, sangue e una buona dose di inconfessabile desiderio.

Tutto inizia con un uomo in carne ed ossa, la cui crudeltà ha superato i confini della realtà per tuffarsi nella leggenda. Vlad III, principe di Valacchia, nacque intorno al 1431 a Sighisoara, in Transilvania. Figlio di Vlad Dracul, membro dell’Ordine del Drago, un’alleanza di principi cristiani giurata a difesa della fede contro l’avanzata ottomana, ereditò dal padre il nome: Dracula, figlio del Drago. Ma la storia gli avrebbe affibbiato un soprannome ben più sinistro: Tepes, l’Impalatore.

La sua giovinezza fu un inferno. Per garantire la pace con il potente sultano ottomano Murad II, Vlad e il fratello minore furono consegnati come ostaggi. Per anni vissero prigionieri nella corte turca, un calvario che forgiò il loro carattere e insegnò loro le più subdole arti della sopravvivenza e della crudeltà. Tornato sul trono, Vlad III scatenò la sua vendetta. La sua guerra contro i Turchi non fu solo battaglia, fu un teatro dell’orrore. La sua firma era un bosco di pali, su cui migliaia di nemici, ma anche boiardi traditori e civili, venivano infilzati e lasciati morire lentamente, in un’agonia che poteva durare ore. Si dice che amasse banchettare in mezzo a quella foresta di cadaveri, inebriato dal tanfo della morte e dai lamenti degli impalati.

Cronache dell’epoca, come la tedesca Storia del principe Dracula, lo dipingono come un mostro sadico, capace di far arrostire bambini e costringere le madri a cibarsene. Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Gli storici moderni, come il rumeno Matei Cazacu, invitano alla cautela. La crudeltà di Vlad, seppur innegabile, era forse in linea con i tempi. La sua vera colpa fu di usare il terrore come strumento politico, di colpire non solo il nemico esterno, ma anche l’aristocrazia locale, i boiardi, per consolidare il potere e finanziare la guerra. E la propaganda dei suoi nemici, a partire dai Sassoni della Transilvania, fece il resto, trasformando un principe guerriero in un mostro da leggenda nera.

La sua morte, nel 1476, fu oscura e controversa. Ucciso in battaglia, la sua testa fu inviata a Costantinopoli come trofeo. Il corpo, si dice, fu sepolto in un monastero. La sua memoria svanì, sepolta sotto la polvere della storia per oltre quattro secoli.

Poi, una notte del 1897, nella nebbiosa Londra vittoriana, un irlandese di nome Bram Stoker ebbe un incubo. Sognò un re morto che si levava dalla tomba per nutrirsi di sangue. In cerca d’ispirazione, si recò in biblioteca e si imbatté in un libro di storia. Lesse di una regione lontana chiamata Transilvania, di un fiume chiamato Siret e di un voivoda guerriero il cui nome significava "figlio del diavolo": Dracula. L’incubo e la storia si fusero. Il "conte Vampyr" della sua immaginazione acquisì un’identità, un castello, un passato. Nacque il Dracula che conosciamo.

Stoker aveva colto lo spirito del tempo. L’Europa romantica era già ossessionata dai vampiri. Poeti come Byron e scrittori come John Polidori avevano trasformato la creatura mostruosa del folklore in un antieroe affascinante e dannato. Il Romanticismo amava l’idea della vita oltre la morte, del confine labile tra sogno e incubo, e soprattutto, della sensualità proibita. Il morso del vampiro è una penetrazione, un atto intimo che dona un piacere mortale. In un’epoca di rigida morale puritana, il vampiro era la metafora perfetta del sesso: pericoloso, irresistibile, e inevitabilmente legato al peccato.

Ma il mito è molto più antico. Nel XII secolo, nelle isole britanniche e nei Balcani, si credeva che i morti potessero tornare per succhiare la vita ai vivi. Le grandi pestilenze, con le loro fosse comuni e le sepolture affrettate, alimentavano queste paure. Gli scavi archeologici lo confermano: in tutta Europa sono stati ritrovati scheletri con la bocca imbottita di mattoni, o trafitti al cuore con pali di ferro. Erano le "prove" di una lotta disperata contro i Nachzehrer, i divoratori di sudari, creature che si credeva potessero diffondere il morbo. Persino in Italia, nella Venezia del ‘600, una donna sepolta in una fossa comune con un mattone infilato tra le mascelle testimonia questa antica paura: il terrore che la morte non fosse la fine, ma l’inizio di una contaminazione eterna.

Il romanzo di Stoker fu un successo, ma fu il cinema a rendere Dracula eterno. Nel 1931, Bela Lugosi, con il suo accento ungherese e lo sguardo magnetico, ne fece un’icona pop. Da lì, una marea di film. Perché il vampiro piace così tanto al cinema? Perché, come spiega la storica della cultura francese Marjolaine Boutet, "è la metafora perfetta dell’essere umano, sospeso tra l’istinto animale, la sete di potere e il desiderio di immortalità". Il vampiro siamo noi, con le nostre pulsioni più oscure, liberate dal peso della coscienza e della moralità.

Con il tempo, il mostro si è umanizzato. Anne Rice, con Intervista col Vampiro (1976), ci ha regalato vampiri tormentati, romantici, pieni di rimpianti. Louis, Lestat, e poi i vampiri di Buffy l’ammazzavampiri o di The Vampire Diaries, hanno sentimenti, amano, soffrono, vanno al liceo. Infine, è arrivato Edward Cullen. Il vampiro di Twilight è il punto di arrivo di questa evoluzione: non succhia sangue umano, ma animale, e il suo più grande desiderio non è uccidere, ma proteggere la sua amata. È la riattualizzazione della fiaba in una società ipersessualizzata, un eroe romantico che incarna il desiderio di un amore totale, eterno e, paradossalmente, puro.

Edward ha soppiantato Dracula nell’immaginario degli adolescenti. Ma Dracula non è morto. È semplicemente mutato. Perché il vampiro, in fondo, è uno specchio. In epoca di guerre e pestilenze, rifletteva la paura della morte e del diverso. In epoca vittoriana, dava voce alla sessualità repressa. Oggi, in un mondo che corre verso l’immateriale, incarna il nostro desiderio di eternità, di passioni così forti da sfidare il tempo e la stessa morte. Il mito del vampiro non parla di loro, creature della notte. Parla di noi, esseri umani, e della nostra eterna lotta tra la ragione e l’istinto, tra la paura di morire e la paura di vivere. Finché esisterà questa lotta, Dracula continuerà a camminare tra noi. Immortale.


mercoledì 11 febbraio 2026

I misteriosi "Cerchi delle Fate" della Namibia


Il velivolo sorvola la piana arida, e all'improvviso il paesaggio muta. Non è più la savana monotona che ci si aspetterebbe, ma un immenso tavoliere punteggiato da migliaia di dischi perfetti. Cerchi di terra nuda, come impressi da un gigante che abbia premuto il suo dito sul suolo africano, si ripetono a perdita d'occhio. Dal cielo, sembra quasi di guardare la pelle di un leopardo cosmico. Da terra, è un silenzio che pesa. Un silenzio rotto solo dal vento caldo che solleva sottili volute di polvere rossa all'interno di quelle aree maledette dove nulla, ma proprio nulla, osa crescere.

I "Cerchi delle Fate" della Namibia sono uno dei più grandi enigmi geografici del nostro pianeta. Si estendono per centinaia di chilometri, dalla Angola settentrionale fino al Sudafrica, ma è nella regione del Namib che raggiungono la loro massima espressione. Sono milioni. Letteralmente milioni di cerchi perfetti, del diametro che può variare da due a venti metri, circondati da un anello di erba alta e rigogliosa che sembra quasi difendere il vuoto all'interno. Il contrasto è stridente: fuori, la vita si aggrappa al terreno con ostinazione; dentro, solo terra sterile come dopo un incendio che ha bruciato ogni seme.

La domanda sorge spontanea, e lo fa da decenni: cosa li crea? La risposta, nonostante decenni di studi, spedizioni scientifiche, analisi del suolo e immagini satellitari, non è ancora stata trovata. O meglio, è stata trovata troppe volte. Perché il paradosso dei Fairy Circles è che gli scienziati hanno formulato almeno una dozzina di teorie, tutte apparentemente valide, tutte parzialmente suffragate da dati, e tutte contraddette da altrettante evidenze.

Iniziamo dalla più suggestiva, quella che fa battere il cuore degli amanti del mistero. Le leggende locali degli Himba, il popolo che vive in quelle terre da secoli, raccontano che i cerchi siano le impronte degli dèi. O meglio, le tracce circolari lasciate dai serpenti sacri, i "fairy serpents", che durante la notte emergono dal sottosuolo per danzare sotto la luna. La loro presenza, spiegano gli anziani, brucia la terra e la rende sterile per sempre. È una spiegazione poetica, bellissima, che riporta la mente a un tempo in cui il mondo era popolato da spiriti e ogni fenomeno inspiegabile aveva il volto rassicurante di un mito.

Ma la scienza non si accontenta dei serpenti fatati, per quanto suggestivi. Così, per decenni, i ricercatori hanno setacciato il deserto alla ricerca di una spiegazione razionale. Una delle prime ipotesi fu quella delle termiti. Forse, si pensò, sono insetti a creare questi cerchi, scavando il terreno e uccidendo le radici per creare delle sacche di terreno nudo che facilitano la raccolta dell'acqua piovana. L'idea aveva una sua logica: in natura, molti insetti modificano l'ambiente per sopravvivere. E studi successivi hanno effettivamente trovato tracce di termiti del genere Psammotermes allocerus all'interno dei cerchi.

Sembrava fatta. La scienza aveva la sua risposta. Peccato che, analizzando migliaia di cerchi in diverse aree, molti ne siano risultati completamente privi di termiti. E che le termiti, semmai, tendano a costruire i loro nidi in modo irregolare, non in cerchi così perfettamente geometrici e distribuiti con regolarità matematica.

Così è entrata in scena la teoria dell'auto-organizzazione delle piante. Secondo questa ipotesi, i cerchi sarebbero il risultato della competizione per l'acqua in un ambiente estremamente arido. L'erba, per sopravvivere, creerebbe dei vuoti al suo interno che permettono all'acqua piovana di defluire verso le radici periferiche, garantendo la sopravvivenza dell'anello esterno. I modelli matematici confermano che questo meccanismo è possibile. In laboratorio, simulazioni al computer riproducono perfettamente la disposizione dei cerchi. Peccato che in natura, scavando nel terreno, non si trovi traccia di questo flusso d'acqua privilegiato.

E poi ci sono le tossine. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che all'interno dei cerchi crescano piante velenose, come l'Euphorbia, che rilasciano sostanze chimiche nel terreno uccidendo la vegetazione circostante e creando radure circolari. Anche in questo caso, esperimenti hanno mostrato che il terreno dei cerchi contiene sostanze che inibiscono la crescita. Ma allora perché queste sostanze non si diffondono? Perché il confine tra il cerchio sterile e l'anello di erba rigogliosa è così netto, come tagliato con un coltello?

La lista potrebbe continuare all'infinito. Radiazioni del sottosuolo? Variazioni del campo magnetico? Antichi crateri meteoritici trasformati dal vento? O forse, come suggeriscono i più arditi, segnali lasciati da visitatori extraterrestri per comunicare con le loro navi? Su quest'ultima ipotesi, gli archeologi alzano gli occhi al cielo. Eppure, anche loro devono ammettere che la regolarità geometrica dei cerchi è quasi inquietante.

La verità è che i Fairy Circles resistono a ogni tentativo di spiegazione univoca. E forse, in questa resistenza, sta il loro fascino più profondo. In un'epoca in cui crediamo di avere una risposta per tutto, in cui ogni fenomeno viene scomposto, analizzato, etichettato e archiviato, loro continuano a guardarci muti dal cuore del deserto namibiano, ricordandoci che il pianeta su cui viviamo custodisce ancora segreti.

Ma c'è un dettaglio che pochi conoscono, e che rende questi cerchi ancora più inquietanti. La loro durata di vita è di circa 30-60 anni. Nascono, crescono, e poi improvvisamente scompaiono, con l'erba che ricopre nuovamente il terreno nudo. Gli scienziati hanno monitorato centinaia di cerchi nel tempo, misurandone l'espansione e la contrazione. E hanno scoperto che, esattamente come gli organismi viventi, i cerchi "nascono", "vivono" e "muoiono". Ma non in modo casuale. I nuovi cerchi tendono a formarsi a distanze precise da quelli vecchi, come se il territorio fosse regolato da una sorta di intelligenza collettiva, da una mappa invisibile che solo loro conoscono.

È questo forse l'aspetto più sconvolgente. Non la loro origine, ma il loro comportamento. Sembrano obbedire a leggi che non abbiamo ancora compreso. Sembrano comunicare tra loro attraverso il terreno. Sembrano rispondere a variazioni climatiche che noi non percepiamo nemmeno.

E in questo silenzio geologico, in questo linguaggio fatto di vuoti e di pieni, forse ci stanno dicendo qualcosa. Forse ci stanno raccontando che la natura non è solo competizione e sopravvivenza, ma anche armonia e matematica. Che il deserto, che noi immaginiamo come il regno del caos e dell'aridità, obbedisce a una geometria sacra che ancora non sappiamo decifrare.

I turisti che si avventurano fino a quelle lande desolate spesso raccontano una sensazione strana. Camminare all'interno di un Fairy Circle, dicono, è diverso da camminare nella savana. C'è un silenzio più profondo, una sospensione del tempo. Come se in quello spazio circolare, per un attimo, le leggi del mondo fossero sospese. Come se ci si trovasse in un tempio, o su un palcoscenico, con la natura stessa che trattiene il respiro per osservare.

Nessuno può dire con certezza cosa siano i Cerchi delle Fate. Forse sono opera di insetti, forse di piante, forse di processi geologici ancora sconosciuti. Forse, un giorno, la scienza troverà una spiegazione definitiva e li archiverà come un fenomeno compreso, togliendo loro quel velo di mistero che oggi li avvolge.

Ma forse, in quel momento, perderemo qualcosa di più prezioso della conoscenza. Perderemo la capacità di meravigliarci. Perderemo la consapevolezza che il mondo è più grande di noi, più antico, più saggio. Perderemo quel brivido che sale lungo la schiena quando guardiamo l'immagine di quei milioni di cerchi perfetti stampati sulla pelle della Terra, e per un attimo, un attimo soltanto, ci sembra di vedere il volto di un dio che danza sotto la luna.

martedì 10 febbraio 2026

Medium e fenomeni paranormali: sono tutte frodi?


Il salotto è in penombra. Una donna stringe tra le mani la fotografia di un giovane sorridente, i cui occhi sembrano seguirti da quell'angolo della cornice. Di fronte a lei, una persona chiude gli occhi, respira profondamente, e dopo qualche istante di silenzio teso, sussurra: "C'è un uomo qui con noi. Dice di essere tuo padre. Vuole che tu sappia che ti ha visto quel giorno, al funerale, quando nessuno pensava che tu potessi farcela". La donna scoppia in lacrime. È il segno che aspettava da anni.

Scene come questa si ripetono ogni giorno in innumerevoli salotti, studi televisivi e palchi teatrali. Il fenomeno dei medium, coloro che sostengono di poter comunicare con i defunti, è antico quanto l'umanità stessa. Ma nella nostra epoca, sospesa tra il bisogno disperato di credere e il cinismo della ragione, la domanda brucia sulle labbra di tutti: è tutto un immenso inganno, o c'è qualcosa di autentico che sfugge alla nostra comprensione?

La risposta, come spesso accade quando si parla di mistero, è più inquietante di un semplice sì o no.

Per comprendere la natura del fenomeno, dobbiamo prima spogliarci di ogni preconcetto. Da un lato c'è lo scettico militante, pronto a smascherare qualsiasi ciarlatano con il bisturi della logica. Dall'altro c'à il credente convinto, per il quale ogni dubbio è blasfemia, ogni prova contraria è un complotto. In mezzo, come sempre, c'è il territorio più vasto e più oscuro: quello dell'ambiguità umana.

Iniziamo con i fatti. La storia del paranormale è costellata di frodi clamorose. Le sorelle Fox, considerate le madrine dello spiritismo moderno, ammisero decenni dopo che i loro "spiriti bussanti" erano prodotti facendo schioccare le dita dei piedi. I fratelli Davenport si facevano legare dentro armadi chiusi per poi far volare strumenti musicali nella stanza, ma gli illusionisti dell'epoca dimostrarono che i nodi erano falsi e che bastava un semplice gioco di spalle per liberarsi. Eusapia Palladino, la celebre medium napoletana, venne più volte sorpresa a muovere i tavoli con il piede durante le sedute.

E arriviamo ai giorni nostri. Mentre scrivo, decine di "medium" su TikTok offrono letture a pagamento utilizzando tecniche di cold reading, pesca a strascico di informazioni, affermazioni vaghe che il cliente interpreterà come specifiche. La formula è sempre la stessa: "Vedo una figura maschile, più anziana, che è stata importante per te. Aveva un problema al petto, o forse alle gambe. Senti che ti sta vicino in questo momento". Qualunque persona con un defunto in famiglia troverà il modo di adattare queste parole alla propria storia.

Eppure, e qui la faccenda si fa inquietante, ci sono casi che resistono a ogni tentativo di smontaggio. Casi documentati, studiati, in cui i medium hanno fornito informazioni specifiche, verificabili, che non potevano in alcun modo conoscere. L'antropologo e psichiatra Ian Stevenson, per anni, raccolse testimonianze di bambini che ricordavano vite passate con dettagli poi verificati. Il fisico Oliver Lodge, dopo la morte del figlio in guerra, ricevette comunicazioni talmente dettagliate e intime da convincerlo, lui scienziato, che ci fosse qualcosa di reale.

Cosa fare con queste contraddizioni? La tentazione è scegliere una fazione e barricarcisi dentro. Ma forse, la verità è che stiamo guardando il problema con gli occhi sbagliati.

La domanda corretta non è "medium e fenomeni paranormali sono frodi?", ma piuttosto "perché, frode o non frode, continuiamo ad averne un bisogno così disperato?".

Il medium, autentico o ciarlatano che sia, occupa uno spazio che la scienza e la religione hanno lasciato vuoto. La scienza ci dice che quando moriamo, la coscienza cessa di esistere. Punto. È una prospettiva inaccettabile per milioni di persone che non riescono a concepire un universo in cui l'amore per un figlio, per un genitore, per un compagno di una vita, si dissolva semplicemente nel nulla. La religione, dal canto suo, promette una vita dopo la morte, ma la colloca in un altrove lontano, inaccessibile, demandando il contatto a un'istituzione e a tempi escatologici che non coincidono con il bisogno immediato di chi soffre.

Il medium si inserisce esattamente in questa crepa. Offre ciò che nessun altro può offrire: la prova tangibile, qui e ora, che l'amore sopravvive. Che il legame non si è spezzato. Che dall'altra parte non c'è il nulla, ma una presenza che continua a preoccuparsi, a osservare, ad amare. È una promessa così potente che molti sono disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di crederci.

Ma c'è un altro aspetto, più oscuro e affascinante, che riguarda i medium stessi. Ho incontrato negli anni diverse persone che si professano tali. Alcune erano chiaramente imbroglioni, con gli occhi che calcolavano il valore dell'orologio al polso del cliente mentre pronunciavano frasi fatte. Altre, però, erano diverse. Sembravano sinceramente convinte di possedere un dono. E in alcuni casi, fornivano dettagli che non avrebbero potuto sapere.

La psicologia ci offre una spiegazione inquietante per questi casi. Si chiama "disociazione" e "ideomozione". In pratica, il medium entra in uno stato di coscienza alterato, spesso autoindotto, in cui le sue capacità di percezione sottile aumentano. Legge microespressioni, coglie dettagli infinitesimali dell'abbigliamento e dell'arredamento, capta inflessioni della voce che rivelano emozioni nascoste. Il suo cervello elabora questi dati a velocità impressionante e li restituisce sotto forma di "messaggi dall'aldilà". Ma la cosa più sconvolgente è che il medium stesso non è consapevole del meccanismo. Crede sinceramente che le informazioni gli arrivino da uno spirito. Inganna, ma è il primo a essere ingannato.

Questa è forse la possibilità più agghiacciante di tutte. Che non ci sia un grande complotto, non ci siano malvagi ciarlatani che ridono alle spalle dei gonzi, ma semplicemente esseri umani talmente assetati di mistero da auto-convincersi di essere il tramite di qualcosa di soprannaturale. Inganno e autenticità che si fondono in un'unica, indistricabile matassa.

Poi ci sono i fenomeni cosiddetti "fisici": oggetti che si muovono, voci registrate su nastro, apparizioni fotografate. Gran parte di questi sono stati smascherati come trucchi. Ma anche qui, qualche caso resiste. Le famose "voci paranormali" registrate dal fenomenologo Friedrich Jürgenson, per esempio. Lui stava registrando il canto degli uccelli in un bosco, e sul nastro, tornato a casa, sentì voci che parlavano di lui in norvegese. Voci che lui giurò non essere presenti sul posto. Complotto? Auto-suggestione? Interferenze radio? O qualcos'altro?

La verità è che non lo sappiamo. E non saperlo ci terrorizza.

Forse, l'approccio più onesto è ammettere che la questione è troppo complessa per essere liquidata con uno slogan. Ci sono state frodi, tantissime, e continueranno ad esserci perché il dolore umano è il mercato più redditizio del mondo. Ma ci sono anche troppi casi anomali, troppe testimonianze incrociate, troppi dettagli inspiegabili per archiviare tutto come semplice imbroglio.

La posizione più scomoda, ma forse più autentica, è restare nel dubbio. Accettare che la nostra coscienza, la nostra percezione della realtà, potrebbe essere solo la punta di un iceberg infinitamente più grande e oscuro. I medium potrebbero essere degli illusionisti che giocano con la nostra fragilità. Oppure potrebbero essere dei sonnambuli che camminano sul confine sottilissimo tra due mondi, senza nemmeno saperlo.

L'unica certezza è che continueremo a cercare. Perché in fondo, la domanda non è se i medium siano veri o falsi. La domanda è se noi siamo pronti ad accettare un universo in cui la morte è davvero la fine di tutto. Se la risposta è no, allora cercheremo sempre qualcuno disposto a sussurrarci che dall'altra parte qualcuno ci aspetta.

E in questo bisogno, nella sua disperata, umanissima bellezza, si nasconde forse il vero, unico, innegabile fenomeno paranormale.




lunedì 9 febbraio 2026

La fine del mondo: verità o bufala?

Ci risiamo. Ogni volta che l'umanità volta la pagina del calendario, un'ombra si allunga sul futuro. Alla fine del primo millennio, le folle terrorizzate si radunavano nelle basiliche in pietra, aspettando che le trombe dell'Apocalisse squarciassero il velo del cielo. Oggi, l'aspettiamo comodamente seduti sul divano, con lo smartphone in una mano e lo smartwatch al polso che ci monitora le pulsazioni mentre scorriamo titoli sempre più allarmanti.

La domanda che serpeggia nei forum, nei talk show e nelle cene tra amici è sempre la stessa: questa volta è quella giusta? La fine è veramente dietro l'angolo, o è solo l'ennesima bufala studiata a tavolino per venderci qualcosa?

La risposta, forse più inquietante di una profezia certa, è che ormai la differenza non conta più. Perché abbiamo trasformato l'apocalisse in un prodotto. E come tutti i prodotti di successo, non deve essere consumato una volta sola, ma perpetuato all'infinito.

C'è un motivo se le teorie del collasso globale non passano mai di moda. Il brivido della fine è una droga potente. In un mondo che ci bombarda di dati, dove siamo costantemente connessi ma paradossalmente sempre più soli, l'idea di un "reset" globale possiede una sinistra attrattiva. È la fantasia di ricominciare da zero. Di vedere il mondo liberarsi dal peso della sua complessità. I film post-apocalittici ci hanno insegnato ad amare l'idea di essere tra i pochi sopravvissuti, eroi solitari in un paesaggio desolato e romantico. Ma nella realtà, il fascino per la fine è diventato un motore economico.

Oggi la profezia non arriva più solo dai santoni con gli occhi spiritati o dai veggenti improvvisati. Arriva da youtuber in camicia di flanella che analizzano grafici sul collasso economico, da guru del wellness che vendono bunker di lusso in Kansas, da politici che cavalcano l'onda del "grande sostituto" o del "nuovo ordine mondiale". La paura della fine è diventata un business plan.

Viviamo in una società che ha perfezionato l'arte di vendere ombre. Prendiamo il climate change. La comunità scientifica è quasi unanime: la situazione è grave, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche se non invertiamo la rotta. Ma nel momento in cui questa verità viene filtrata dai media, dall'industria dell'intrattenimento e dalle agende politiche, si trasforma. Da un lato abbiamo gli "apocalittici" da salotto, che condividono articoli su come Venezia sarà sommersa entro il 2050, per poi dimenticarsene un minuto dopo mentre ordinano l'ennesimo pacco su Amazon. Dall'altro, i "negazionisti" professionisti, pronti a bollare qualsiasi allarme come una bufala ordita dai poteri forti per controllarci.

In questo circo mediatico, la verità oggettiva è la prima a morire. Non conta più se il mondo finirà davvero o se è solo una bufala. Conta che il dibattito ci intrattenga. Conta che ci schieriamo, come fossimo tifosi di calcio: "Sei un catastrofista!" "No, tu sei una nave!". La fine del mondo è diventata un reality show di cui siamo allo stesso tempo spettatori e concorrenti. E come in ogni buon reality, la tensione deve essere mantenuta alta. Se la puntata di oggi non fa abbastanza paura, ne cerchiamo un'altra più cruenta.

Mai come oggi abbiamo avuto così tanti dati a disposizione. Possiamo monitorare l'innalzamento dei mari in tempo reale, contare le scosse di terremoto, seguire le traiettorie degli asteroidi. Eppure, mai come oggi siamo stati così confusi. Vent'anni fa, se un millennial vi avesse parlato del 2012 come data della fine del mondo basandosi sul calendario Maya, avreste alzato gli occhi al cielo. Oggi, se qualcuno vi parla di microchip sottopelle, scie chimiche o del progetto Blue Beam, non potete liquidarlo con la stessa sicurezza, perché il rumore di fondo è assordante.

La tecnologia che avrebbe dovuto illuminarci è diventata la cassa di risonanza perfetta per le ombre. L'algoritmo non premia la complessità, premia l'emozione. E quale emozione è più potente e immediata della paura? Le notizie false corrono più veloci di quelle vere proprio perché sono costruite per colpire il nostro cervello rettiliano, quello che ci fa scattare in piedi al minimo fruscio tra i cespugli. Così, mentre la comunità scientifica ci avverte che la finestra per evitare il punto di non ritorno si sta chiudendo, noi siamo troppo impegnati a litigare sui social se quella finestra sia vera o sia un fotomontaggio.

In questo scenario apocalittico da fine del mondo, che ironia, ci sono due figure che prosperano. La prima è il Profeta di Sventura 2.0. Non è più l'eremita sulla montagna, ma un imprenditore digitale. Ha un sito web curato, un canale Telegram con migliaia di iscritti e vende corsi su "Come sopravvivere al Grande Collasso". La sua profezia è volutamente vaga: può essere una guerra nucleare, un EMP solare o un collasso finanziario. L'importante è che sia abbastanza vicina da far paura, ma abbastanza lontana da non poter essere verificata subito. Il suo scopo non è avvertirvi, è farvi sentire parte di un'élite di "risvegliati", l'unica in grado di vedere la verità che i pecoroni non vedono.

La seconda figura è il Mercante di Speranza. È il politico che promette di riportare l'oro e chiudere le frontiere per salvarci dal caos. È il venditore di integratori che promette di "alcalinizzare il corpo" per resistere alle frequenze maligne del 5G. È lo youtuber che vi dice che "in realtà è tutta una bugia, e noi vi sveleremo la verità". Anche lui vende qualcosa: un'identità, un senso di appartenenza, la rassicurazione che qualcuno ha le risposte.

Forse, la domanda "fine del mondo: verità o bufala?" è la domanda sbagliata. Dovremmo invece chiederci: perché ne abbiamo un bisogno così disperato? L'ossessione per la fine è lo specchio del nostro malessere presente. Non riusciamo a immaginare un futuro diverso, migliore, più equo. L'unico futuro che la nostra cultura sa produrre è la sua stessa negazione. È più facile immaginare la fine di tutto che immaginare la fine del capitalismo, diceva qualcuno. Ed è vero. È più facile fantasticare su un asteroide che uccide i dinosauri 2.0 piuttosto che impegnarsi nella fatica noiosa e poco glamour di rendere il mondo un posto migliore, giorno dopo giorno.

La verità è che il mondo non finirà con un botto. O forse sì, ma non nel modo in cui lo immaginiamo. La fine, se ci sarà, sarà silenziosa. Sarà l'accumularsi di piccole sconfitte: un ghiacciaio che si ritira, una specie che si estingue, un diritto che viene meno, la capacità di distinguere un fatto da un'opinione che si atrofizza definitivamente.

Forse, la risposta più coraggiosa a questo clima di apocalisse perenne non è cercare di scoprire se sia vero o falso. La risposta più coraggiosa è imparare a convivere con l'incertezza. Il mondo è complesso. Non finirà domani, ma nemmeno sarà lo stesso tra cinquant'anni. Ci saranno crisi, ci saranno cambiamenti, ci saranno sfide epocali. Ma ci sarà anche la vita, con la sua testarda capacità di adattarsi e resistere.

La prossima volta che vi imbattete in un titolo che grida alla catastrofe imminente, fermatevi un attimo. Chiedetevi: questa notizia mi sta informando o mi sta semplicemente usando? Mi sta offrendo strumenti per capire, o mi sta solo regalando l'ebbrezza di un brivido a buon mercato? Perché alla fine, la più grande bufala non è la fine del mondo in sé. La più grande bufala è farci credere che non possiamo fare nulla per cambiare il presente. È farci accettare l'idea che il nostro unico ruolo sia quello di spettatori in attesa dello schianto finale. In fondo, se siamo così affascinati dall'apocalisse, forse è perché abbiamo smesso di credere di meritare un futuro migliore.

E questa, più di qualsiasi profezia Maya o allarme climatico, è la vera, gelida, fine del mondo.



 
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