«Fai il bravo, che viene il Papòn».
Bastavano queste quattro parole. Non servivano pedagogisti, psicologi, app educative o tre pagine di spiegazioni. Il bambino capiva immediatamente che la serata poteva prendere una brutta piega.
Il Papòn era l’uomo nero della Romagna. Un orco senza bisogno di castello, armatura o esercito. Gli bastava una porta chiusa, una stanza buia e un bambino che non ne voleva sapere di dormire.
Tra Faenza, Forlì, Imola e le campagne circostanti, il suo nome è rimasto legato a uno dei meccanismi educativi più antichi e spietati dell’umanità: fai quello che ti dicono oppure arriverà qualcuno a prenderti.
Il particolare interessante è che, dietro questa figura mostruosa, la tradizione colloca addirittura un uomo reale.
Babono.
Secondo la tradizione locale, nel Cinquecento sarebbe stato un boia al servizio di Caterina Sforza, attivo nell’area di Castel Bolognese. Da uomo incaricato di eseguire condanne sarebbe progressivamente diventato, nella memoria popolare, qualcosa di molto più terribile: l’orco che mangia i bambini.
È un passaggio che dice molto più sulla società che lo ha prodotto di quanto non dica sul personaggio stesso.
Perché il boia, nell’immaginario popolare, era già una figura perfetta per diventare un mostro. Faceva un mestiere necessario ma ripugnante. Aveva a che fare con la morte, ma viveva accanto ai vivi. Applicava la punizione dello Stato, ma la sua stessa presenza poteva generare paura.
Bastava poco.
Un nome.
Una storia.
Qualche generazione.
E Babono poteva smettere di essere un carnefice per diventare il Papòn.
L’orco.
Quello che arriva quando il bambino fa i capricci.
Quello che mangia i disobbedienti.
Quello che compare nelle filastrocche e nelle ninnenanne quando la pazienza degli adulti è finita.
Il bello, se così possiamo dire, è che il Papòn non aveva bisogno di apparire davvero. La sua funzione era precisamente quella di non apparire. Doveva vivere nell’immaginazione del bambino.
Era una minaccia senza fotografia.
E funzionava.
La cultura contadina conosceva bene il valore della paura. Non per sadismo, ma perché la vita quotidiana era piena di pericoli reali. Strade buie, pozzi, fiumi, paludi, animali, fuoco, boschi, malattie. Un bambino che correva dove non doveva poteva davvero farsi male.
Così l’adulto inventava un mostro.
Il Papòn diventava una specie di cartello stradale umano: ATTENZIONE, NON ANDARE OLTRE.
E non era solo.
La Romagna possedeva una vera e propria zoologia della paura. C’era la Borda, creatura associata alle acque e alle zone paludose, capace di trasformare uno stagno o un corso d’acqua in un luogo da evitare. C’era l’Om d’e’ sach, l’uomo del sacco, altro personaggio destinato a terrorizzare i bambini. E poi c’era la Mort imbariéga, la morte personificata.
Non era fantasia casuale.
Era pedagogia.
Una pedagogia brutale, certamente. Ma perfettamente comprensibile nel mondo nel quale nasceva.
Oggi diciamo a un bambino: «Non parlare con gli sconosciuti».
Allora potevano dirgli: «Se non fai il bravo, arriva il Papòn».
Il messaggio era lo stesso.
Il metodo era decisamente diverso.
Il Papòn appartiene infatti a una famiglia molto più grande del folklore europeo: quella degli uomini neri, degli orchi, dei babau, delle creature che arrivano quando il bambino oltrepassa il limite.
Cambiano i nomi, cambiano i vestiti, cambiano le storie. La funzione rimane sorprendentemente stabile.
L’adulto non può controllare ogni cosa.
Allora inventa qualcuno che possa farlo.
Il Papòn vede.
Il Papòn sa.
Il Papòn arriva.
E soprattutto, il Papòn non discute.
È qui che il personaggio diventa quasi più interessante della storia del boia dal quale, secondo la tradizione, potrebbe aver preso origine. Perché una volta entrato nella memoria collettiva, Babono non appartiene più alla storia.
Appartiene ai bambini.
E i bambini trasformano tutto.
Un uomo che esegue condanne diventa un divoratore di bambini. Una figura legata alla giustizia diventa una creatura della notte. La punizione pubblica diventa minaccia privata.
La storia cambia mestiere.
Da cronaca diventa folklore.
E il folklore, a differenza della cronaca, non ha alcun obbligo di essere ragionevole.
Il Papòn può essere enorme o piccolo. Può arrivare di notte. Può abitare chissà dove. Può comparire quando meno te lo aspetti. Può prenderti se sei cattivo.
Non deve avere una biografia credibile.
Deve funzionare.
E funzionava proprio perché ogni bambino aveva una porta, una finestra, un corridoio buio e soprattutto un'immaginazione capace di trasformare qualsiasi rumore in un passo.
Poi c'era il Mazapégul, l'altro grande personaggio del folklore romagnolo. Ma il confronto è quasi inevitabile: il Mazapégul può essere dispettoso, curioso, persino benevolo. Il Papòn no.
Il Papòn è la sanzione.
È quello che arriva quando il margine di tolleranza è finito.
Ed è forse per questo che, nonostante siano passati secoli, figure come lui continuano a sopravvivere. Non abbiamo più bisogno di credere che un orco venga realmente a mangiare i bambini. Ma conosciamo ancora perfettamente il meccanismo.
Ogni società ha il suo Papòn.
Cambiano le parole.
Cambiano le paure.
Cambiano i mostri.
Ma da qualche parte, quando un adulto dice a un bambino «se non fai il bravo...», sta ancora spalancando la porta a quella creatura antichissima che vive nell'ombra e che non ha mai avuto bisogno di esistere davvero.
Gli basta essere creduta.
Cesio Endrizzi
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